Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 4

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Povera Fulvia! non giudicarmi troppo severamente. È il mio carattere così;--io non so amare che a sbalzi.--Era certo studiando me, che la tua anima passionata inventava l'_episodio tempestoso_. Sì, il mio amore è splendido ed ardente come il lampo, ma rapido com'esso.--Salgo troppo alto nella sfera della passione, per rimanervi; bisogna ch'io ridiscenda;--ed allora la prosa della realtà mi gela il cuore,--poi mi innalzo di nuovo, ritrovo la luce, ritrovo l'ardore,--ma per perderli e ridiscendere ancora.--Perdonami, Fulvia; io non ne ho colpa; come tu non hai merito del tuo amore più durevole e profondo. È la natura che ci ha fatti così.--Tutto quanto hai diritto a pretendere è ch'io ti riconosca superiore.--E lo riconosco ampiamente.

La mattina seguente quando mi fu recato il caffè che soglio prendere a letto, vidi sul vassoio un grosso piego che compresi subito essere le confidenze di Fulvia. Confesso che fui sinceramente meravigliato di trovarmi ancora in sì stretto rapporto con lei; tanto nel mio cuore me ne sentivo già moralmente disgiunto.

Io sono pigro e mi alzo abitualmente assai tardi. Dopo aver preso tranquillamente il caffè, feci aprire le finestre, ravviai i guanciali e le coltri, mi posi a sedere sul letto, ed alla luce d'un bel sole mattutino impresi a leggere quelle pagine colla tranquilla e benevola curiosità con cui si comincia un romanzo d'un autore noto e simpatico;--nè più nè meno.

Con questa sola differenza che, dissuggellando quel piego andavo chiedendo tra me: «Scrive bene?» Ed era il solo pensiero che mi occupasse in quel momento.

XVI.

LE MEMORIE DI FULVIA.

«_Caro Max,_

«La mia nascita, la mia infanzia, la mia adolescenza non hanno nulla di romantico.--Me ne duole, per l'effetto di queste mie pagine, ma è così.

«Il mio babbo era impiegato governativo, ed era povero. La mia mamma morì pochi anni dopo la mia nascita. Non avevo fratelli. In casa mia si viveva meschinamente, con una sola serva che aveva cura di me.

«Quando ebbi dodici anni, il babbo mi pose in collegio, dove rimasi sette anni. La pensione era dispendiosa. Egli licenziò la serva, vendette il mobiglio, e si pose a vivere a dozzina per fare economia.

«Ed infatti riescì a mantenermi tutto quel tempo in collegio, senza farmi sentire la menoma privazione, senza farmi sfigurare presso le compagne; e, dal canto suo, non fece mai l'ombra d'un debito. Forse le privazioni, povero babbo, le imponeva a sè stesso; ed il mio benessere era il frutto de' suoi sacrifici.

«Ma fin allora non m'ero mai imbattuta a pensare quale potesse essere la condizione economica di mio padre. Accettavo la mia, e la godevo colla spensieratezza della mia età.

«Parecchie delle mie compagne imparavano il canto. Io vi aspiravo vivamente. Amavo la musica con trasporto, ed ero ambiziosa. Pregai la direttrice che mi facesse provare la voce. Il maestro trovò che era buona. Allora, senza pensare all'aumento di spesa che gl'imponevo, scrissi al babbo quel mio desiderio. Non mi cadeva in mente che lo studio d'un'arte potesse essere questione di denaro.

«Il babbo che mi aveva data un'istruzione nell'idea di fare di me un'istitutrice, s'adattò senza difficoltà a farmi invece una cantante.

«Io, che avevo desiderato cantare come dilettante, mi adattai, parimente senza difficoltà, ad essere artista. E tre anni dopo cantavo per la prima volta in un concerto, dopo il quale firmai la mia prima scrittura per la stagione di primavera a questo teatro Carcano di Milano.

«Come vedete, la mia carriera s'iniziò tranquillamente, senza contrasti. Non avevo una famiglia aristocratica che s'indignasse di vedermi sulle scene, e contro cui avessi a difendere l'arte incompresa. La mia famiglia è modestissima; non vanto passate grandezze; la mia vita d'artista non ha nulla di drammatico; tutto è prosa intorno a me.

«E la mia storia più intima, quella che mi dispongo a confidarvi? Ahimè, Max, è prosa anch'essa. Ora soltanto che è divenuta un ostacolo fra noi, attinge un po' di poesia da questa circostanza; la triste poesia del dolore.

«Uomini e donne hanno la crudele abitudine di rinnegare dinanzi ad un nuovo amore i loro amori precedenti. Tutt'al più ne ammettono uno, se la sua notorietà impedisce di negarlo; ma s'affrettano a dire che non fu vero amore; che fu un sogno giovanile, una calda amicizia cui il cuore illuso scambiò per una passione. Il solo vero amore deve sempre essere l'attuale.

«È forse atto di cortesia per lusingare l'amor proprio della persona amata; per dirle: «Nessuno ebbe a' miei occhi le tue attrattive, nessuno m'inspirò il sentimento che tu m'inspiri.»

«Io sarò meno gentile, ma più vera. Ho amato prima di conoscer voi, Max.

«L'uomo, a cui sono fidanzata, non è un vecchio ricco ed acciaccoso che mi venga imposto tirannicamente da mio padre, e contro di cui io possa fare appello ai vostri sentimenti cavallereschi. No; è un bel giovane povero come me; buono, nobile, intelligente. Che io stessa scelsi, che amai; che amai con trasporto; per cui ho palpitato, ho pianto, ho gioito; la cui parola d'amore mi scese soave all'anima; a cui mi fidanzai con delizia sognando un avvenire di felicità.

«Ed ora, perchè non l'amo più? È almeno stato infedele, sleale? Ha demeritato il mio amore? No; è stato fedele, e mi ama, e merita d'essere adorato. Sono io che non l'amo più, perchè non l'amo più; perchè l'amore non è eterno che in casi eccezionali; l'amore può cessare; il suo carattere era troppo freddo per rispondere alle mie aspirazioni; e la sua freddezza ha spento l'ardore che le sue prime parole d'affetto m'avevano acceso nel cuore, ecco la prosa.

«Era un tedesco che m'insegnava il canto. Quando lo conobbi, era giovanissimo; e dirigeva già l'orchestra del teatro Regio di Torino, dove io sono nata e cresciuta. Era bello e d'un'eleganza di buon gusto.

«Non è punto vero che si ami un uomo per le sue qualità esterne o per le sue abitudini; si amano le qualità e le abitudini per l'uomo. I primi amori che io sognava nel segreto del cuore, erano per eroi, per uomini fieri, dall'aspetto maschio, da' modi franchi, come i vostri, Max. Uomini dalla voce dolce come una melodia, profonda come un pensiero, passionata come un bacio--la voce di Giorgio. I giovani dai _palmerstons_ profumati, dai capelli unti e lucenti, dalla scriminatura dritta come una rotaia di ferrovia, gli eleganti che discorrono di toletta, e ne mutano tre ogni giorno, erano a' miei occhi ridicoli. Non me ne occupavo che per farne la caricatura.

«Il mio maestro di canto era appunto uno di codesti. Sembrava una figurina tagliata fuori da un giornale di mode. S'inchinava in due tempi; parlava sotto voce con un garbo inalterabile; era sempre del parere delle signore, e nelle sue stesse lezioni sapeva non contraddirmi, apertamente, e non riscaldarsi mai. I suoi lineamenti erano belli, d'una bellezza regolare e fredda. Viso ovale, occhi nè grandi, nè piccoli, colorito fresco, profilo greco, labbra rosse che nel parlare lasciavano vedere i denti d'una bianchezza abbagliante. La sua barba d'un biondo fulvo, ed i suoi baffetti erano evidentemente l'oggetto delle sue cure amorose. Parlava poco, ed era sempre dello stesso umore; nè troppo serio, nè troppo gaio. Aveva l'aria d'un cortigiano aspirante che facesse la sua pratica nell'etichetta di corte. Quando lo conobbi mi fu antipatico. Quando l'udii parlare, il suo accento straniero e la sua voce--sopra tutto la sua voce--finì di rendermelo repulsivo. Era una vocina di testa, con una nota cavernosa nel naso, che ad ogni tratto risuonava come una corda spezzata. Avevo sul pianoforte il metronomo per misurare il tempo. Il mio maestro non mi parve più animato di quello strumento. Avrei giurato che aveva una complicazione di ruote e d'ingranaggi al posto del cuore, e la sua bellezza mi lasciava fredda come la bellezza d'un fantoccio.

«In fatto di musica egli apparteneva a quella scuola che i profani chiamano dell'avvenire. Quanto a me, non avevo ancora opinioni; le cadenze lente e melodiche mi eccitavano il sentimento e mi riescivano facili; ed io le cantavo di preferenza.

«Un giorno il maestro entrò ch'io stavo intuonando, forse per la decima volta, un'aria della _Straniera:_

Trovarti, rivederti Un solo istante ancora...

«Contro tutte le sue abitudini, il calmo tedesco fece un atto di dispetto, tolse quella musica dal leggìo e la respinse dicendomi:

«--Non s'innamori di questa roba!

«Io mi sentii offesa nel mio sentimento più caro. Avevo messa tanta espressione in quel canto, che mi figuravo di far pensare lui come tutti, ad un assente rimpianto, cui aspirassi di _trovare_ e _rivedere_. Le mie compagne me l'avevano fatta ripetere a sazietà, e mi avevano detto:

«--Si sente che ci metti tutta l'anima.

«--Si direbbe che hai delle lagrime nella voce, ecc.

«Ed ecco invece che quel glaciale tedesco non comprendeva nulla di tutto ciò; e là dove si esprimeva un dramma di sentimento, egli non vedeva che la povertà d'una combinazione di crome e semicrome; nel grido dell'anima che deplorava l'assenza d'un essere amato, egli non deplorava che l'assenza di complicazioni armoniche e d'istrumentazione. Ne fui irritata, e, senza nasconderlo, gli risposi:

«--Perchè non ho a cantare un'aria che mi piace?

«--Perchè non le giova a nulla, mi disse riprendendo la sua calma abituale. È una melodia bella a sentirsi, ma che non fa fare nessuna ginnastica alla voce, e la sua ha bisogno di esercitarsi nelle difficoltà, per svilupparsi ed acquistare agilità ed estensione.

«--Gli esercizi sono freddi e mi annoiano, borbottai; non c'è sentimento.

«--L'espressione del sentimento,--riprese il giovane verista,--è infatti una delle attrattive per cui la musica ottiene il favore del pubblico. Ma per noi la musica dev'essere uno studio serio, e non un idillio sentimentale.

«Io fui sempre troppo sincera, come mi conoscete, Max. La parola mi fugge dal cuore al labbro, senza dar tempo alla ragione di controllarla. Indignata di quelle parole che reprimevano il mio entusiasmo, lo rimbeccai con vivacità:

«--Ella non ha cuore se intende la musica così. Il maestro d'aritmetica non parlerebbe altrimenti.

«Egli non mi rispose. Aperse sul leggìo un fascicolo di studi sugli arpeggi, ed incominciò gli accordi dell'accompagnamento, accennandomi di ripetere la mia lezione.

«Ma io ero irritata; cantavo male. Feci due o tre note false; egli mi corresse; la vergogna mi paralizzò la voce; gettai la musica sul pianoforte, fuggii all'altro capo della stanza, sedetti ad uno scrittoio colle braccia sovr'esso ed il capo sulle braccia, e scoppiai in pianto.

«Il maestro stette un momento in silenzio, durante il quale sentii che mi guardava. Vi sono sguardi che si sentono come un raggio carico di elettricità rivolto su di noi.

«Poi lo sentii voltarsi verso il piano, tentare qualche accordo incerto; rimanere pensoso come in cerca d'un pezzo di cui il lungo abbandono gli avesse fatte dimenticare le note; e finalmente cominciare con esitazione, e quindi procedere con sicurezza la grande aria del soprano nella _Sonnambula_, poi il duetto tra soprano e tenore nella _Lucia_, e chiudere quel piccolo concerto coll'aria del tenore ed il duetto d'amore della _Jone_. Tutta musica affatto contraria ai suoi gusti.

«Quella concessione fatta a' miei gusti sentimentali era una muta scusa ch'egli mi rivolgeva. Io lo compresi e ne apprezzai la delicatezza.

«In quel momento il congegno ad ingranaggi e ruote che mi ero figurato nel petto del mio maestro, scomparve, e vidi un cuore caldo e sensibile palpitare sotto l'eleganza della sua toletta.

«Non piangevo più, non pensavo più alla mia umiliazione. Un altro ordine d'idee mi preoccupava lo spirito.

«--Quel giovane cuore era egli rimasto freddo fin allora accanto a me? Quello sfoggio di melodia, un minuto dopo averla condannata, era un semplice atto di delicata condiscendenza? O era una dimostrazione di simpatia?

«Intanto, sebbene non piangessi più, continuavo a starmene nello stesso atteggiamento, col volto nascosto. Quando si è piantato qualcuno in asso per andare a piangere dispettosamente in un canto, non è così facile asciugarsi gli occhi e tornare a dirgli tranquillamente: «Eccomi, ho finito» a rischio di sentirsi ridere in volto.

«Il maestro comprese che bisognava ajutarmi ad uscire dall'imbarazzo in cui mi ero posta. Lasciò il piano; venne a fermarsi in piedi dinanzi a me, e mi domandò:

«--È in collera?

«Non sapevo che dire, e presi il partito di non rispondere, di non alzare il capo. Ma la sua voce mi parve meno brutta. In quella, da lontano, nel silenzio delle classi deserte,--perchè a quell'ora, tutte le compagne erano in giardino alla ricreazione,--si udì battere un uscio. La direttrice veniva abitualmente ad assistere alle lezioni di musica, e certo doveva esser lei. Io sentii con terrore la sconvenienza della mia posizione, il maestro pure la sentì perchè riprese curvandosi verso di me:

«--A momenti è qui la direttrice. Via, mi perdoni, e venga a riprendere la lezione.

«Io mi rizzai in fretta, e senza rispondergli, senza guardarlo, tornai al pianoforte.

«Egli mi seguì, sedette, pose le mani sui tasti, poi, invece di riprendere l'accompagnamento interrotto, alzò gli occhi in volto a me, e, con un sorriso che parve trasfigurarlo, mi interrogò:

«--Ed ora cosa facciamo?

«Io presi senza rispondere il fascicolo d'arpeggi che avevo respinto. Era una risposta.

«Colla galanteria che gli era naturale egli accolse quell'atto di condiscendenza come un grande favore, e mi disse:

«--Grazie, signorina; ella è troppo buona; _sebbene io non abbia cuore_, le sono molto riconoscente del sacrificio che mi fa.

«In quella entrò la direttrice, e la sua presenza m'impedì di rispondere qualche imprudenza.

«Alla lezione seguente la direttrice era in classe quando il maestro entrò. Egli aveva un fiore di vaniglia all'occhiello dell'abito. Io guardavo quel fiore e pensavo: «L'ha portato per me....»

«Poco dopo la direttrice fu chiamata fuori. Io precipitai istintivamente l'esercizio che stavo facendo. Il maestro non mi corresse quell'errore di tempo. Erano così rari i momenti in cui il caso ci accordava di esser soli; entrambi avevamo premura di profittarne. Egli mi disse, mentre voltava il foglio:

«--È ancora in collera con me?

«--Sì, gli risposi; perchè non vuole lasciarmi cantare nulla di bello.

«--Ebbene, riprese egli, domani le porterò _Gran Dio morir sì giovane_, lo canteremo insieme.

«Non potei a meno di ridere. La grande facilità di quella melodia l'ha resa siffattamente popolare che omai ci sembra volgare, e la proposta era realmente umoristica.

«La mia ilarità gli diede coraggio ed egli soggiunse:

«--Sono stato infelice per causa sua tutti questi giorni.

«Io feci un atto ed un sorriso d'incredulità.

«--Non mi crede? riprese. Se sapesse che rimorso provava per averla fatta piangere! Ero tentato di andare da Blanchi a provvederle tutti quanti gli spartiti di Bellini e di Donizzetti....

«Cominciavo a sentirmi umiliata di quell'incapacità che mi attribuiva di apprezzare le più alte e complesse combinazioni dell'armonia tedesca.

«--Ma no, protestai. Ella mi deride. Io non sono mica esclusivamente amante della melodia. Ieri ho suonato tutta la _Sinfonia pastorale_.

«Era vero; l'avevo suonata dapprima in omaggio a lui, e dopo una prima lettura l'avevo ricominciata con vero interesse, e l'avevo scorsa fino in fondo con passione.

«--Ah! lo sapevo bene che ella non poteva non comprendere quella musica vera e sublime, esclamò con un sorriso di soddisfazione. E continuò:

«--Guardi, ne ero tanto sicuro, che le ho portato un fiore per fare la pace.

«Così dicendo, mi porgeva la vaniglia che s'era tolta dall'occhiello dell'abito.

«Io accettai quel fiore; poi fui mortificata della mia facile condiscendenza, e, tanto per darmi un contegno, osservai che era bello.

«Egli mi rispose che l'aveva coltivato sul suo balcone; che amava molto i fiori, che gli rammentavano le persone care che non poteva aver vicine; e riprese:

«--Ella non crederà che io abbia delle persone care, poichè dice che non ho cuore.

«--Vedo bene che non ne ha,--gli risposi--se non sa perdonare un'offesa.

«--Ma è perchè la sua offesa è troppo grande. È la più grande che si possa fare ad un povero giovane.

«Io non diceva nulla. Egli soggiunse:

«--Dica, lo crede davvero ch'io non abbia cuore?

«Ed accompagnava quella domanda con uno sguardo che smentiva altamente l'accusa.

«Ebbi appena il tempo di dirgli «No» e tosto s'udì la direttrice che s'avvicinava alla classe.

«Io aveva in mano il fiore di vaniglia che un momento prima era all'occhiello dell'abito del maestro. Se la direttrice l'avesse veduto, non avrebbe mancato di farne rimprovero non a me sola, ma a lui; anzi a lui solo, perchè quanto a me non potevo che accettare la cortesia d'un superiore.

«Tutto questo mi passò in mente nell'atto ch'ella apriva la porta, e con un movimento rapidissimo nascosi il fiore. Ma nel fare codesto arrossii vivamente. Era riconoscere che nel dono di quel fiore c'era implicato qualche cosa che la direttrice non doveva sapere; che quel _qualche cosa_ io l'avevo indovinato; e però accettando il fiore, avevo accettato il _qualche cosa_ sott'inteso; ed ora nascondendolo, convenivo d'avere un segreto comune con lui.

«Egli mi ringraziò con uno sguardo, poi cercando fra i fascicoli di musica l'aria della _Straniera_ che era stata causa del suo malumore, e mettendola sul leggìo, mi disse:

«--Canti un poco per riposarsi dallo studio.

«Compresi che voleva così ringraziarmi secondando una mia predilezione, e cantai. Ma quell'aria mi era divenuta antipatica, e da quel giorno non vi fu astruseria di logaritmi musicali che non mi esaltasse fino al delirio.

«All'altra lezione il maestro portò un nuovo fiore. Le compagne trovarono modo di far uscire la direttrice, ed appena fummo soli il fiore mi venne offerto, come cosa convenuta. Accettando quell'altro avevo stabilito un precedente che autorizzava il giovane maestro a procurarmene una collezione.

«Gli domandai s'era anche del suo balcone.

«--Sì, era una pianta giovinetta e tutta in fiore. Aveva qualche cosa che mi somigliava. Egli la chiamava la vaniglia di Fulvia. Credeva di vedermi guardandola; nel togliere quel fiore gli era sembrato di farmi male e di sentirmi piangere....

«--Che tenerezza! esclamai volendo mostrare del sarcasmo.

«--Ebbene, riprese, si meraviglia della mia tenerezza? Ora non crede più ch'io non abbia cuore; si ricordi che mi ha detto di no, che non lo crede più.

«Io sorridevo senza rispondere e mi sentivo tutta accesa in volto. Egli mi prese lentamente una mano e soggiunse:

«--Ora lo sa, nevvero, che ho un cuore?

«--Ero tutta commossa da quella prima stretta di mano. Lo guardai. Egli era bello in quel momento; ed il suo volto animato non aveva più nulla della freddezza abituale. Abbassai il capo, e non dissi nulla; ma avevo accennato di sì.

«--Ed un cuore capace d'amare..., continuò egli alzandosi dal piano e baciandomi lievemente la fronte senza abbandonar la mia mano.

«Io feci un altro cenno come il primo.

«--E lei non mi vuol anche un po' di bene? Non pensa un poco a me?

«Terzo cenno come sopra.

«Ero timidissima e quella scena che non mi dispiaceva punto, mi confondeva. Tuttavia era ben vero ch'io lo credeva innamorato, e lo amavo. Non mi sarebbe stato possibile di negarlo.

«D'allora appena poteva esser solo un momento con me, mi prendeva la mano e mi dava un bacio. A poco a poco codesto finì per diventare un'abitudine. Ma una dolce, dolce abitudine di cui mi sentivo lieta e tranquilla.

«Così passarono gli ultimi tre anni ch'io rimasi in collegio. Ci eravamo promessi di sposarci, quando la sua posizione sarebbe più assicurata. Era una promessa vaga, che si perdeva in un avvenire indefinito; ma io ne ero felice. Non avrei desiderato anticiparla. Dovevo fare la carriera del teatro. Ed allora sarei libera di vederlo sempre, di parlargli, di fare insieme delle passeggiate solitarie. Io viaggerei sola; egli mi verrebbe a vedere sovente. Mi pareva d'essere in una città ben lontana da Torino, applaudita dal pubblico, circondata da ammiratori; e ad un tratto di veder lui, il mio bel maestro tutto trafelato che avea percorsa una strada infinita per vedermi un'ora, un'ora d'espansione.

«Tutto questo mi preoccupava la fantasia. Io sognava tutte le follìe giovanili dell'amore, che allora la vigilanza continua della direttrice rendeva impossibili.

«Quei tre anni passarono. Uscii di collegio. Dovevo studiare un anno ancora prima di poter cantare in pubblico. Il babbo riprendendomi con sè, dovette rimettere casa. Egli non aveva la menoma risorsa. Convenne prendere un mobiglio a credenza, impegnandosi a pagarlo in un anno a rate mensili.

«Codesto riduceva il suo stipendio ai minimi termini. Poi bisognò pensare ad un corredo per me, che appunto per la carriera a cui miravo, avevo d'uopo di farmi conoscere e di figurar bene.

«Dedotto tutto, ci rimaneva appena di che vivere economicamente. Per sottrarre ancora da quella modesta entrata, già tanto assottigliata, la spesa delle mie lezioni di musica, avrei dovuto condannare il mio povero babbo e me ad infinite privazioni.

«Non so se avrei durato costantemente in quel proposito; però in quel momento per parte mia mi vi sarei sobbarcata volentieri. Ma non potei accogliere l'idea di imporre simili sacrifici al babbo. Decisi di studiare da sola.

«Alle due, l'ora in cui soleva darmi lezione in collegio, il maestro venne. Il babbo era all'ufficio. Eravamo soli. Egli mi salutò col solito bacio, poi aperse il pianoforte, cattivo strumento da nolo, che ai primi accordi lo fece rabbrividire.

«Io gli dissi, cercando dissimulare la difficoltà della dichiarazione sotto una frase scherzosa:

«--Non vi atteggiate a maestro, Welfard; ora non siete più il mio maestro.

«--Perchè no? Cosa sono ora?

«--Siete.... un amico....

«--Più che un amico, Fulvia; lo sapete. Ma codesto non toglie ch'io sia anche il vostro maestro. Avete bisogno di studiare ancora, e molto.

«--Studierò da sola.

«--Non basta. Ma perchè non volete più studiare con me? Il vostro babbo non permette ch'io venga qui?

«Rimasi alquanto imbarazzata. Ma fu un momento. Io non ho mai compreso la vergogna della povertà nè la gloria della ricchezza.

«Gli presi la mano, e conducendolo alla soglia di quel salotto che era anche la camera da letto del babbo e dava accesso a due altre povere camerette, gli dissi:

«--Guardate. Questo è tutto il nostro appartamento. Siamo poveri. Non sapevate, quando mi diceste d'amarmi, che il babbo ed io eravamo poveri? Ecco perchè non posso prender lezioni!

«Egli mi abbracciò teneramente. Era commosso. Mi condusse al pianoforte e volle incominciare la lezione senz'altro. Io chiusi il piano. Allora mi prese le mani nelle sue, e con atto supplichevole mi disse:

«--Che pensate ora, Fulvia? Non sono il vostro fidanzato? Non ha da essere un giorno tutto comune tra noi? Voi che siete una ragazza tanto superiore, vi vergognereste d'accettare qualche lezione da me, perchè non potete pagarle? Ma sapete che mi fate torto, che mi affliggete?

«Ero mortificata. Sentivo che nel suo caso avrei detto come lui. Mi pareva davvero d'avergli fatto torto e dispiacere.

«Il denaro non ha mai avuto importanza per me. E quando egli riaperse il piano, e traendomi accanto a sè, mi disse:--Via, cominciamo subito subito la lezione, se volete che vi perdoni--io mi affrettai ad obbedirlo, perchè sentivo di dovere una riparazione alla sua delicatezza offesa.

«D'allora venne sempre a darmi lezione e non si parlò più di compenso. Non era il mio fidanzato?