Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 2

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Confesso che non mi ero mai conosciuto prima d'allora tanta equità di sentimento e tanta facoltà di compunzione. Neppure nelle rimembranze azzurre della mia prima confessione, trovavo nulla di simile al sincero pentimento, al profondo dolore che mi strinse il cuore al pensiero di aver offeso il mio prossimo nella persona di Fulvia.

Curvai come una parentesi la mia lunga persona per mettere la mia testa al livello di quella di lei, e le dissi, con intima convinzione:

--Oh! perdoni, signora Fulvia, lo giuro sull'anima mia che non ho voluto offenderla; dica, mi perdona?

Ella mi stese la mano senza parlare, e volle sorridermi per supplire alla parola; ma le sue labbra tremavano in quel momento, ed i suoi occhi mi apparvero natanti in uno strato cristallino... Povero cuore di donna, tenero, generoso! Fulvia era commossa; ed io! Ah, non sapevo che desse tanto rimorso l'offendere il prossimo. Ripregai quel prossimo gentile di perdonarmi: e che me lo dimostrasse continuando quel discorso interrotto: ero così felice di quelle confidenze e così dolente di averle demeritate: ma no, non le avevo demeritate; ella non lo credeva. No? Ebbene, perchè non proseguiva? Perchè non voleva dirmi come era svanito in lei quel nascente amore per Giorgio?...

Un sorriso, una stretta di mano... ed il prossimo clemente continuava così:

--Si ricorda la festa da ballo di martedì? Io, senza esser punto innamorata di Giorgio, avevo avuto la debolezza di farmi bella per lui. Mi pareva che mi amasse come vorrei essere amata io, per una leggerezza di cui mi vergogno, desideravo di sentirmelo dire colla sua voce appassionata. Giorgio m'invitò a danzare, e mi fece danzare davvero. Ma quando mi strinse al suo cuore, e forse la parola d'amore stava per sfuggirgli dal labbro, quell'abbraccio mi lasciò fredda. Egli lo sentì, e tacque.

--Ma perchè? Cosa le aveva fatto?

--Nulla: si ricorda che lei mi aveva chiesto il primo ballo per star seduti vicini, a veder le tolette? Allora Giorgio andò ad invitare un'altra signora, e volle spiegare ai miei occhi tutte le sue grazie. Mio Dio! Non l'avesse mai fatto! Non ha mai osservato come è ridicolo un uomo serio nella danza? E per colmo di sciagura, ballava bene! Che orrore! Era così volgare, così volgare... mi fece un'impressione terribile... Mi fece ridere.

--Ma è una follia. Potrà cancellarsi quell'impressione. Giorgio non ballerà più, e sarà tutto dimenticato.

--No. Da quel giorno quel principio di simpatia svanì. Giorgio ha sentito il contraccolpo della mia freddezza. Egli è cortese sempre, ma è tutto mutato per me. Però siamo sempre buoni amici.

--Ah! lei è una fanciulla terribile, Fulvia. Povero Giorgio! Povero Giorgio! Egli che va superbo di ballar così bene!

Mi accorsi che accompagnavo quest'esclamazione col più giocondo riso. Ne rimasi atterrito. E pensai: Amerei forse questa pazza giovane che respinge da sè un nobile cuore, come un cencio, perchè l'uomo che glielo consacra balla troppo bene?

Quando stavamo per entrare in città, le dissi:

--Lei è una donna molto simpatica, ma molto strana.

Ella non mi rispose. Rientrati in casa, ci sedemmo come la sera innanzi, ai due lati del tavolino.

Riepilogavamo in brevi frasi interrotte i discorsi fatti. Mi ricordo di averle detto:

--Io compiango quel povero giovane che s'innamorerà di una donnina tanto capricciosa.

--Non lo compianga--mi rispose Fulvia con una profonda nota di petto che non aveva mai fatto vibrare fin allora, neppure in teatro.--Non lo compianga, perchè io credo di saper amare come poche donne sanno.

In quel momento Fulvia era bella d'entusiasmo e di passione.

--Per otto giorni? le dissi; e veramente anche la mia voce non aveva più il suono di prima.

Oh! gioventù, gioventù!

Prima che Fulvia avesse tempo a rispondere, l'uscio si aperse, ed entrò Giorgio con alcuni amici.

Giorgio era pallidissimo; aveva l'occhio spento; una nube di tristezza pareva velargli la fronte; i suoi atti erano lenti, la sua voce fioca. Disse: «_Buona sera, Fulvia_» come avrebbe detto «_Requiescat in pace_.» Lo trovai molto ridicolo. Gli gridai alla mia volta «_Buona sera, Giorgio!_» come avrei gridato «_Viva l'Italia!_»

E traversata la sala andai a piantarmi dinanzi allo specchio con un sorriso di soddisfazione. Non ero un uomo serio, ed avevo la convinzione di ballare orribilmente male. Per la prima volta compresi la portata di codeste mie grazie.

Quando mi ritirai nella mia camera e mi coricai, invocai invano il sonno ed il riposo. Il bernoccolo della morale aveva preso in me uno sviluppo straordinario. Ero profondamente pentito d'aver potuto oltraggiare Ernesto ne' suoi affetti coniugali; un momento di delirio mi aveva trascinato, mio malgrado, a tradire l'amicizia; quel momento era durato quattro anni... Sono fenomeni strani, ma che pure accadono. Giosuè non ha fermato il sole? Ma veramente io sentivo repugnanza a quella vita di inganni; provavo il bisogno di rientrare nella legalità. La profonda riconoscenza che serbavo a Vittoria pel suo amore (non si trattava già più del mio) non m'impediva di osservare la tranquillità con cui ella mentiva al marito alla mia presenza. Certo ella si prestava ad un'odiosa commedia; certo ne soffriva; ma tuttavia con che arte vi si prestava! E come sapeva nascondere le sue ripugnanze! Oh! una donna che mente dinanzi all'uomo che ama, non può farlo che a danno di quello stesso amore per cui si avvilisce fino alla menzogna. Io ero stato ben generoso a superare il disgusto che m'inspirava quell'ipocrisia sorridente; avevo spinto la clemenza fino a non avvedermene affatto; ma ormai mi era caduta la benda. Il mio onore, il decoro e la pace di Vittoria, l'amicizia di Ernesto m'imponevano di rompere quella relazione colpevole. Ed a coronare tutto codesto capitolo di morale rivoltato in tutti i sensi, veniva sempre come un ritornello la riflessione: «Fulvia è una cara ed onesta giovane, ed io ballo assai male.»

Verso le quattro del mattino, stanco di avvoltolarmi nel letto, e stanco di quelle idee sempre le stesse, che cominciavano a diventar noiose, mi alzai, e mi posi a scrivere alla marchesa quelle mie riflessioni, ed a persuaderla ch'era necessario separarci per sempre.

Per quanto io stesso riconosca i miei torti, e sappia punirmene col sarcasmo, posso dirlo a fronte alta, io non sono cattivo. Avevo amata Vittoria con tutta l'anima; la passione mi aveva trascinato per un pendìo fatale e colpevole.

Le gelosie, gli ostacoli, l'acre sapore del frutto proibito e, più che tutto, il bisogno d'amare del mio cuore giovane ed ardente, avevano prolungato per quattro anni quell'accecamento passionato, che in una natura più fredda, in una mente più calcolatrice, e però più egoista, sarebbe cessato dopo pochi giorni. Quando conobbi Fulvia, un nuovo amore, ed un amore puro, legittimo, pieno di speranze e di sorrisi, che poteva fare la felicità di due cuori, senza frangere altri cuori, senza ledere nè l'onore nè l'amicizia, senza dare rimorsi nè a me nè ad altri, aveva cominciato a balenare alla mia mente come cosa che riguardasse Giorgio. Così lo avevo compreso, apprezzato. A poco a poco, senza ch'io stesso me ne rendessi conto, quella luce pura aveva albeggiato sul mio proprio orizzonte, mi aveva presentato la vita passata e la futura sotto un nuovo aspetto. Allora vidi l'errore che la passione mi aveva celato. Considerai me stesso e gli altri, sperai di potermi togliere a quella falsa posizione attingendo in un amore innocente la forza di strapparmi a' vincoli, a cui tuttavia mi legavano le memorie, le abitudini, la riconoscenza. Se avessi preso quella risoluzione senza l'aiuto ed il conforto d'un nuovo affetto, sarei stato più eroico. Io non fui che un uomo d'onore; accettai la forza piovutami in cuore senza demandarle da qual parte venisse; avevo trent'anni, ed avevo sostenute per quattro anni con fede e costanza le tempeste d'un amore clandestino; chi potrebbe farmi una colpa d'aver accolto nel mio pensiero la speranza d'un amore giovane ed ardente come il mio cuore?

Tuttavia non fu senza lagrime che tracciai quella lettera che doveva frapporsi, barriera eterna, fra me e Vittoria.

Il mio cuore è buono; sentii il suo dolore, ne presi la mia parte. Dinanzi alla crisi tremenda della separazione, tutti i trasporti si ridestarono in me. La bella figura piangente di Vittoria grandeggiò ai miei occhi di tutta la nobiltà della sventura; tutti gl'istinti generosi dell'anima mia mi riportarono verso di lei; dimenticai la lieta artista che non aveva avuto ancora per me nè un palpito nè una lagrima.

Se la donna mia fosse stata libera, quel salutare ritorno su me stesso mi avrebbe ricondotto a lei per sempre; ed a lei, a lei sola, avrei domandato ed offerto, nella serena dolcezza d'un amore senza colpa, l'obblio dei nostri torti, dei nostri rimorsi. Un istante gettai la penna e volli correre a lei, ma l'incanto omai era sciolto; e non mi era più possibile di calpestare l'onore e l'amicizia che si frapponevano fra noi. Se prima, cieco ed impetuoso, meritavo perdono, ora ipocrita e consciamente colpevole, avrei meritato disprezzo.

Ripresi la lettera incominciata, ed ebbi il coraggio crudele di compierla; e quando l'ebbi fatta consegnare a Vittoria, mi sentii migliore. Ella mi rispose un biglietto rassegnato e melanconico in cui mi domandava di continuare a frequentare la sua casa per salvare le apparenze, per evitare i commenti. Nella gioia come nel dolore gli amori colpevoli impongono la finzione ed il calcolo.

IX.

Per tutto quel giorno non vidi Fulvia. Omai non era più possibile l'illusione. Non per convenienza, non per vegliare alla felicità di Giorgio, ma per me, per la mia propria felicità io mi sentivo attratto verso quella strana giovane; il suo sguardo, la sua voce, la lealtà del suo cuore avevano gettato nel mio i germi dell'amore. Lo sentivo nascere in me, ed un terrore inconscio mi avvertiva di fuggirla. Tuttavia questa risoluzione non era ben determinata, e mentre andavo vagando dalla Galleria al caffè Martini, e di là ai Giardini pubblici, trovando le ore lunghe ed il giorno eterno, non volendo più tornare all'Albergo Milano, dicevo fra me:

«Che mi dirà quando la rivedrò? Si lagnerà della mia assenza?»

E continuavo a ripetere queste parole:

«Quanto tempo che non vi vedo, Max!» e studiavo in esse l'intonazione della sua voce. Dove e quando mi avrebbe salutato così, dacchè non dovevo più vederla?

Non ne sapevo nulla, ma udivo quelle parole, e mi scendevano al cuore; e le ripetevo con tale insistenza che ne ero sbalordito, ed il capo mi pesava come dopo un'emicrania.

Il giorno seguente, alle undici del mattino, stavo in piedi al caffè Martini dalla parte di via Manzoni. Il mio famoso: «_Quanto tempo che non vi vedo, Max!_» cominciava a farsi scolorito, e, malgrado tutti gli sforzi della mia immaginazione, non mi riesciva più di riprodurre, nel pronunciare quella frase, l'impressione di dolcezza che mi aveva fatta provare il giorno innanzi. Avevo vegliato tutta notte su quel pensiero. Lo avevo completamente esaurito, e con esso la mia energia, l'immaginazione, e la potenza d'amare. Ero annoiato; mi trovavo puerile d'aver fantasticato come uno scolaro dietro un sogno d'amore; i miei scrupoli a proposito di Vittoria mi sembravano ridicoli; insomma l'uomo raffazzonato dalle abitudini sociali si sostituiva in me all'uomo della natura, in quell'atmosfera del caffè Martini. Guardavo giù giù in via S. Giuseppe l'andirivieni di belle signore in toletta da mattina, di bei giovanotti che le adocchiavano; e sbadigliavo ad intervalli misurati, quando udii una vocina graziosa esclamare:

--Oh! il signor Guiscardi!

Era Fulvia accompagnata da Giorgio che andava alla _prova dell'opera_.

Io mi affrettai a salutarla, ed ella mi disse:

--Come va che ieri non l'ho veduto tutto il giorno?

Nulla dell'intonazione misteriosa e melanconica della frase ch'io sognavo. Ed infatti, perchè mi avrebbe detto Max? Non me l'aveva mai detto. E dove aveva preso io l'idea ch'ella mi amasse tanto da esclamare _quanto tempo!_ dopo un giorno? È vero ch'io non aveva stabilito l'epoca del nostro incontro; ma è altresì vero che mi giungeva già in ritardo.

Fulvia mi rivedeva con evidente piacere; ma era lieta e serena come all'usato.

--Credevo che mi amasse, ma non è vero, pensai. E questa contrarietà mi ridonò tutto l'ardore giovanile del giorno innanzi; e quella frase scolorita riprese tutte le sue attrattive; ed avrei dato l'anima mia per sentirmi dire da Fulvia:

--Quanto tempo che non vi vedo, Max!

Il mio proponimento di fuggire la giovane artista fu completamente dimenticato. Era evidente che non l'avevo preso se non per provare quanto le rincrescerebbe la mia lontananza. Ma poichè non produceva nessun effetto, era necessario ch'io mi facessi amare abbastanza, perchè un'altra volta avesse a desiderarmi. Questa argomentazione naturalmente non la formulai nè colle parole, nè col pensiero; ma mi sentii irresistibilmente trascinato a ravvicinarmi a Fulvia, e da quel giorno le consacrai tutte le ore, tutt'i momenti che la mia professione mi lasciava liberi.

E rivissero in me i poetici entusiasmi della prima giovinezza, e le timide peritanze e gl'impeti inconsiderati ed i terrori puerili, e l'eterno dubbio e l'eterna speranza.

Con lei sciolsi il riso romoroso della fanciullezza; e mi abbandonai alle vergini emozioni dei primi affetti. Tutto il mondo era rinverdito intorno a me, ed io col mondo.

Nè mai parola esplicita d'amore era corsa tra noi, nè mai ci eravamo trovati a lungo da soli dopo quella sera. Altri amici erano sempre con noi e tutti la corteggiavano, e parecchi nutrivano evidentemente per lei vero affetto, e speravano. Ed io li trovavo sommamente impertinenti, ed era offeso che Fulvia non se ne mostrasse oltraggiata. Ed io pure l'amavo, e speravo, e non mi credevo impertinente, nè avrei trovato ragionevole che Fulvia considerasse codesto un oltraggio.

Tutti insieme facevamo lunghe scorribande per le nostre prosaiche campagne lombarde; e talora la mesta Vittoria era con noi; e Fulvia le cingeva la vita, e lungo i campi monotoni passeggiavano abbracciate e parevano la statua del dolore stretta a quella della gioia, il compendio della vita umana.

In tali giorni io non corteggiavo Fulvia, per non offrire alla marchesa uno spettacolo doloroso; e di codesta abnegazione mi sentivo eroico.

Ma allora i miei amici le stavano intorno e le dicevano mille cose galanti, e le davano margheritine a sfogliare per vedere chi di noi l'amasse più; ed io mi sentiva molto infelice.

X.

Un giorno ella si fermò ritta in un prato con un fascio di codesti fiori e li diede a reggere ad un bel giovane che le stava al fianco. Poi andò man mano prendendo le margherite, e ad ognuna dava il nome d'uno di noi, poi la sfogliava dicendo: «_mi ama, poco, molto, di cuore, alla follìa, mi burla_.»

E codesto fece per gli uomini come per le donne ch'erano con noi, e ad ogni oracolo erano esclamazioni e risa e commenti.

Quando disse il mio nome, io che me ne stavo a due passi con Vittoria, tesi l'orecchio, e sentii battermi il cuore ed accelerarsi il respiro, come se si agitasse una quistione vitale. Sull'ultima fogliolina, cadde la parola «_mi burla_.»

--Oh mi burla! esclamò, è una impertinenza! Perchè potesse burlarmi bisognerebbe ch'io l'amassi.

Quelle parole gettate al vento, con un lieto riso, mi suonarono al cuore come una sentenza di morte--_Bisognerebbe ch'io l'amassi_. Dunque non mi amava? Sperava ch'ella si volgesse a riferirmi la crudele risposta del fiore per combatterne la calunnia; ma l'allegra signora passò tosto ad un altro nome, e da quello ad un altro, senza pensarvi più che tanto; ed io odiai e maledissi tutti quelli di cui il fiore asseriva che amavano Fulvia _molto, di cuore, alla follìa_.

Che mi disse Vittoria in quel frattempo? Che le risposi? Si avvide della mia agitazione? Mi trovò crudele? O ridicolo? Non ne so nulla; non vi pensai punto. Dimenticai lei ed il mondo; rimasi solo col mio amore. Oh gioventù, gioventù!

Ed i giorni correvano veloci, ed io correva con loro a capo fitto in quella vertiginosa tempesta del cuore; dramma palpitante che si agita nell'intimo del nostro essere, celato al di fuori dalle frivolezze e dai sorrisi.

Fulvia teneva sulla tavola un albo, ed io vi avevo già scritto e riscritto il mio amore in versi ed in prosa. E tuttavia nè io credevo averglielo rivelato, nè ella averlo compreso. Perchè prima e dopo della mia parola che partiva dall'anima, erano altre parole che sa Iddio d'onde venissero. Tutti scrivevano su quell'albo, ed io lo presi in orrore.

Una sera vidi sulla sua tavola tra i fogli di musica, gli _albums_, i mazzolini di fiori, i libri, i lavori all'uncinetto, che l'ingombravano, un pezzettino di carta su cui, non so chi, aveva scritto parecchie volte _Fulvia Zorra_. Per tutto il tempo che rimasi tenni quel pezzetto di carta tra le mani, lo piegai in quadrato, in triangolo, ne feci una barchetta, un cappello da carabiniere, un imbuto, e tante altre cose sciocche; e di volta in volta prima di ripiegarlo guardavo Fulvia, poi leggevo il suo nome, poi tornavo a guardarla, e mi pareva di esprimere qualche cosa che ella dovesse comprendere. Quando si fece tardi, e stavamo per congedarci, io e tutti gli altri che eravamo a far la corte a Fulvia, ridistesi accuratamente quel cencetto di carta, e sotto il nome della giovane scrissi in caratteri microscopici _Massimo Guiscardi_. Poi le misi dinanzi quel documento e le dissi con un'aria da oracolo: «Guardi.»

--Ebbene, non vedo nulla! mi rispose.

--Qui, legga; e le accennavo quei due nomi vicini vicini, coll'aria che doveva avere la sfinge nel proporre i suoi problemi.

Ella guardò bene e poi disse:

--Io non vedo che il suo nome.

E le pareva nulla! E non era commossa! Il mio nome sotto il suo; un idillio, un romanzo, un poema un avvenire, una vita... Ella non comprendeva la poesia di quel ravvicinamento. La trovai stupida, e spingendo la carta sulla tavola con disprezzo le dissi:

--Non capisce mai nulla lei!

Allora ella capì il senso ch'io dava a quel gioco di parole. Si fece rossa come una vampa, e l'occhio le brillò di gioia, e guardò quella carta coll'angosciosa passione con cui si guarda addietro un'occasione che fugge... Ma non disse una parola di più. Comprese che l'aggrapparsi così ad una dichiarazione mancata sarebbe goffo, ed il suo spirito elegante preferì un rimprovero ed una grande abnegazione, all'essere un momento solo ridicola a' miei occhi. Io vidi e compresi tutto ciò, e l'amai doppiamente per quella finezza di tatto.

XI.

Sovente uscendo dal teatro dopo lo spettacolo giungevo in tempo ad offrire il braccio a Fulvia prima de' miei amici.--Ed allora la tenevo stretta stretta come cosa mia, e camminavo a fronte alta come un conquistatore, e meravigliavo che i passeggeri non mi facessero tutti di cappello, e leggevo l'ammirazione mista d'un po' d'invidia su tutti i volti. È ben vero che a tarda sera poco si distinguono i volti, e meno le passioni che esprimono: ma che non vede un occhio innamorato?

V'erano momenti in cui tenendola serrata così, e combinandosi i nostri passi come un solo passo, e tacendo entrambi quasi per muto accordo, mi pareva che pensassimo e sentissimo insieme, ed ella si fondesse in me, ed io in lei, e facessimo un solo essere.--E me la immedesimavo per modo, che finivo per dubitare della sua presenza reale, e credermi solo sognando di lei. Allora provavo il bisogno di accertarmi della sua esistenza. Nè volevo parlare per non rompere l'incanto: e mi passavo la sinistra mano dietro il dorso, e colla punta delle dita sfiorava il gomito del suo braccio che posava sul mio. Se aveva le maniche serrate ai polsi, le mie dita non incontravano che la stoffa dell'abito, ed ella non s'avvedeva di nulla. Ma più spesso aveva maniche svolazzanti, ed allora sentivo un gomito fresco e liscio, e non sapevo staccarmene, e mi prendevano vertigini pel dispetto di non poterci arrivare che colla punta delle dita. Ed allora Fulvia spaventata si voltava, poi alla sua volta portava dietro la mano destra per accertarsi che non aveva una bestia sul gomito. Sono certo che pensava ad una bestia, ed aveva paura.

Io lasciava che si tranquillasse, poi ripetevo il gioco, e la poverina diveniva pensosa ed inquieta.

Una volta ebbe come un'idea, un sospetto del vero, perchè la vidi cercare collo sguardo la mia mano sinistra. Ma questa era tornata già a carezzarmi il mento, ed ella tornò daccapo ad impensierirsi.

E codesto perchè, malgrado tanta tempesta di giovanile amore che si agitava in me, io la corteggiavo evidentemente meno de' miei amici; e per una certa convinzione che avevo d'inspirare le stesse inquietudini, gli stessi trasporti che provavo, non assumevo nessun'aria sentimentale; ero sempre allegro, e questo mi faceva sembrare indifferente.

Come dunque Fulvia avrebbe potuto credere che un giovane che non la corteggiava, nè faceva l'innamorato, cadesse in simili ragazzate? Io però ero spesso indispettito di quella sua mancanza di penetrazione, e pensavo: «Com'è sciocca! non sa indovinarmi.» Ma altre volte il suo imbarazzo e le sue tacite paure mi divertivano assai.

XII.

Un uomo costretto a sciupare man mano il suo patrimonio, prevede che giunto in fondo rimarrà denudato e povero, e la vita gli sarà penosa. E però va vendendo alla spicciolata i piccoli capitali, e le cedolette, e le gioie di famiglia, e lascia per ultimo il fondo più vasto che forma la base delle sue sostanze; e su quello mette ipoteche sopra ipoteche, prima di decidersi a venderlo, perchè pensa che dopo quello non avrà più nulla....

Così è di me, lettori. Sto liquidando l'aureo capitale delle memorie, e mi appiglio ai piccoli fatti, ai particolari, alle sensazioni mute; e tremo di por mano al grande avvenimento che forma la base del mio romanzo, delle mie gioie, perchè sento che con quello avrò esaurito il tesoro delle dolci ricordanze; mi resterà il dolore, la prosa.... poi l'isolamento, la miseria del cuore.

Ma anch'io ho tanto preso a prestito sul quel mio capitale, che omai i lettori potrebbero rapirmene il segreto mettendone insieme le bricciole sparse. Tanto vale adunque ch'io prenda il mio coraggio a due mani e dia dentro a grandi colpi di penna a distruggere quei poveri e cari avanzi della mia fortuna passata.

XIII.

Era la sera d'una domenica. Fulvia non doveva cantare, ed era rimasta in casa. Giorgio, un altro amico ed io passavamo la sera con lei. La via Manzoni brulicava di folla elegante. «Usciamo sul terrazzo a vedere le signore che tornano dal Corso» disse Fulvia. Ed uscì. Io me le posi a destra, l'altro signore a sinistra. Il resto del terrazzo era ingombro di fiori. Giorgio rimase dietro a lei.

Egli era sempre melanconico anche quando scherzava, e scherzava molto per nascondere la sua pena. Si dissero amenità, si fece sfoggio di spirito a spese dei signori e delle dame eleganti che passavano nella via, si rise molto. Ed intanto si fece buio buio e la folla s'andò diradando. E colla folla e colla luce scomparve la vivacità del nostro spirito. La mia voce aveva ripresa quella nota profonda che aveva avuta già l'ultima volta che m'ero trovato solo con Fulvia; ed ella pure parlava con quell'altra nota di petto che, fin da quel giorno, aveva fatto riscontro alla mia.

Per appoggiarsi al terrazzo ella aveva conserte le braccia, e la sua mano sinistra rimaneva pendente sotto il gomito destro, e la destra sotto il sinistro. Io aveva preso la stessa posizione, sicchè la mia mano destra e la sua sinistra erano vicine, e la mia carezzava senza posa la sua, che non si ritirava punto, e riceveva passiva le mie carezze.

Ad un tratto, dopo averlo lasciato sino allora in piedi dietro a noi, Fulvia fu presa da un'improvvisa pietà per Giorgio.