Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 12

Chapter 12 2,084 words Public domain Markdown

«Gualfardo! Per quanto t'ho amato, per quanto ho sofferto, perdonami di non renderti questi ultimi preziosi ricordi, perdonami di seppellirli con me fra quei ghiacchi eterni, da cui ti volgerò il mio ultimo pensiero; dove morendo per te, ti benedirò pel bene che hai fatto al mio povero babbo, pel male ch'io t'ho fatto, pel tuo nobile cuore. Perdonami, Gualfardo, perdonami. T'ho amato troppo tardi, ma t'ho amato fino a morire per te.»

«Quel piego era accuratamente avvolto in una busta di tela cerata e suggellato. Se lo trovavano su di me, la mia dichiarazione scoprirebbe il mio segreto, e tutto quanto avevo fatto per evitare la pubblicità indiscreta ed oltraggiosa, diverrebbe inutile.

«Era necessario ch'io mi privassi di quelle lettere, che le rendessi a Gualfardo. Sulla sua discrezione potevo contare.

«Ma come fare? Affidarle a' miei compagni di viaggio o alle guide, era quanto dire che volevo morire; essi mi veglierebbero, desterebbero l'allarme intorno a me. Era ancora la pubblicità, ed una pubblicità vergognosa, che svelerebbe il mio progetto prima che fosse compiuto, e lo impedirebbe.

«A quelle somme altezze, ed in quelle supreme circostanze, ebbi un'audacia che non avrei avuta mai nella vita d'ogni giorno. Pensai a quello straniero che parlava soltanto il tedesco, e scendeva già dal gran monte.

«I miei compagni, dopo aver bevuto assai più che non avessero mangiato, s'erano distesi sui loro materassi e dormivano. Delle guide, alcune dormivano pure, altre passeggiavano fuori della capanna, forse attratte dallo splendido orizzonte che il crepuscolo avvolgeva ne' suoi raggi fiammanti.

«Mi accostai risolutamente allo straniero, e gli dissi in tedesco:

«--Signore, sono una donna sola, ed ho bisogno di un uomo d'onore. Posso contare su di voi?

«--Contate, mi rispose.

«Non era che una parola, ma il tuono con cui era detta era più rassicurante d'un giuramento; e, cosa strana, la voce di quell'ignoto mi parve commossa.

«Ma la stranezza del luogo, il pericolo cui andavamo incontro, la mia stessa esaltazione che doveva esser vicina al delirio per avermi indotta a quel passo, giustificavano a' miei occhi la sua emozione.

«Io soggiunsi, sempre nella bella lingua di Welfard che parlavo con amore perchè l'avevo imparata da lui:

«--Quando si va incontro ad una salita pericolosa come quella a cui mi dispongo, bisogna prevedere tutto, anche il peggio. Potrebbe darsi che mi cogliesse una disgrazia, che non tornassi più. Non ci avevo pensato prima. Ho meco un piego che non mi appartiene. Vorreste farlo avere a Torino al Consolato Tedesco perchè lo mandi alla persona che deve riceverlo, e ch'io non so dove si trovi?

«Così dicendo porgevo il prezioso piego.

«--Non ha indirizzo;--osservò l'incognito; e la sua voce era così fioca e tremante, che pareva sul punto di svenire.

«Quella faticosa salita lo aveva sfinito.

«--Non ho meco una matita per scriverlo. Ma dirò l'indirizzo a voi, e voi lo metterete.

«Ma all'atto di pronunciare così, davanti ad uno sconosciuto, quel nome tanto caro, di staccarmi da quelle lettere senza averle di mia mano dirette a lui, mille diffidenze mi sorsero in cuore;--ed esclamai:

«--Oh se potessi scriverlo!

«Lo straniero aperse il suo soprabito, trasse un portafogli, ne levò una matita e me la porse.

«Quell'ultima esclamazione, quasi involontaria, m'era sfuggita in italiano. Non la rivolgevo a lui, ma a me stessa; non avevo cercato di farmi comprendere.

«Come mai mi aveva compresa, egli che non conosceva l'italiano?

«In tutt'altro momento questa contraddizione mi avrebbe colpita. Ma nell'esaltazione di quell'ora non ci pensai.

«Presi quella matita e scrissi sul mio piego:

«_Welfard Herbert. Raccomandata al Consolato Tedesco in Italia._

«Egli prese il piego senza parlare, e s'avviò per uscire dalla capanna. Io mi spaventai, e trattenendolo esclamai angosciosamente:

«--Sul vostro onore....

«--Sul mio onore, l'avrà; rispose con voce tremante; poi senza voltarsi uscì.

«Allora, priva di quelle lettere che mi ero avvezza a stringermi sul cuore come un ricordo di lui, come parte del mio passato, mi sentii sola; sola in faccia alla morte. Ero seduta accanto alla tavola. Mi nascosi il volto tra le braccia, e piansi amaramente.

«Rimasi a lungo così, immersa nel mio dolore.

«Ad un tratto sentii prendermi alla vita e mi alzai spaventata.

«Ma un braccio energico mi trattenne, mentre una voce ben nota, troppo nota, e profondamente commossa mi diceva:

«--Fulvia, perdonatemi!

«Era lo sconosciuto che aveva deposto il suo orribile _passa-montagne_; era Gualfardo.

«Era Gualfardo inginocchiato accanto a me. Gli ultimi raggi del crepuscolo entrando per una stretta finestra segnavano una striscia nell'oscurità della capanna, e rischiaravano il suo volto. Vidi quei begli occhi che mi guardavano con infinito amore, ed erano pieni di lagrime.

«--Welfard! mormorai. E mi strinsi al cuore la sua bella testa, e le nostre labbra si cercarono, e piangemmo insieme.

«--Mia Fulvia; mia amante; mia sposa; susurrava Gualfardo stringendomi le mani. Dimmi che vivrai, che vivrai per amarmi; per esser mia; per non lasciarmi mai più.

«--Ma tu, Welfard, potrai tu perdonarmi il mio torto, potrai tu amarmi ancora?

«--Oh cara, mi rispose col dolce accento passionato de' nostri primi abboccamenti del collegio, non sai che t'ho amata sempre? Non sai che neppure un'ora ho dubitato della tua onestà? Era il tuo cuore che mi sfuggiva; ma io sapevo che tornerebbe; ed ho lasciato tempo al tuo cuore di tornare a me. Quei due giorni fatali che passasti a Milano, io non t'ho abbandonata un momento. Ti vidi uscire dallo scalo. Ti udii dire alla contralto:

«--Povera me! Se qualcuno mi vedesse!

«--Fu allora che mi nacque un sospetto; perdonami, Fulvia; ti amavo... E presi anch'io una carrozza di piazza, e seguii quella che ti conduceva. E scesi allo stesso albergo, e presi la camera accanto alla tua; e traverso la porta ti ho vegliata sempre. Ho vedute le tue impazienze, le tue lagrime. Ho udita la tua conversazione con Giorgio, e la terribile confessione del tuo amore per Guiscardi. T'ho veduta con lui... Ho sofferto, Fulvia; ho molto sofferto. Ma partii di là, ti seguii a Milano colla certezza che, se non mi amavi più, non avevi cessato d'esser buona ed onesta. Ti ricordi che quando volesti farmi la tua confessione, io ti risposi:

«--So tutto!

«--Te ne ricordi? Poi vidi la lotta che si agitava nel tuo cuore, quando una fatalità dolorosa e cara ci tenne per tanti giorni strettamente uniti al letto del povero babbo. Un istante mi parve che tu mi amassi ancora, e fu con tutta la sincerità del mio cuore che ti dissi:

«--Vuoi essere mia sposa domani?

«--Tu trovasti una scusa; respingesti l'offerta. Sentii che m'ero ingannato.

«--Allora mi ritirai colla morte nel cuore, e non pensai che a combinare coll'impresario per farti riavere la scrittura di Nuova-York, per allontanarti dai luoghi che ti ricordavano la dolorosa perdita del povero babbo.

«--Ma dopo la tua partenza, Torino mi riescì insopportabile.

«--Lasciai le mie lezioni, lasciai tutto; ti seguii in America, dove ottenni di dirigere l'orchestra d'un teatro secondario; e vissi vicino a te, e ti vidi, Fulvia; e la tua cameriera, che avevo saputo guadagnare, m'introdusse nelle tue stanze tutte le sere in cui per combinazione al mio teatro era riposo, mentre al tuo cantavi.

«--Sì, Fulvia; rinunciavo alla gioia di vederti, per sedermi al tuo scrittoio, nella tua poltrona, ed al lume della tua lampada, in quell'atmosfera piena di te, leggere, a misura che le avevi scritte, le tue memorie.

«--Allora conobbi i miei torti, Fulvia, ed il tuo amore; il tuo nobile e generoso amore.

«--Avrei voluto correre a' tuoi piedi e ridomandarti piangendo quella dolce promessa che la mia stupida freddezza t'aveva indotta a ritogliermi. Ma ero povero allora; non avevo più posizione; avevo lasciato tutto per seguirti. Era necessario ch'io mi rifacessi una rendita sufficiente per offrirti il mio appoggio.

«--Scrissi subito; ma ci volle del tempo, e quando mi fu offerto il posto di direttore d'orchestra in uno dei primi teatri di Vienna, tu eri partita da due giorni.

«--Partii subito anch'io, ma, sbarcato a Genova, dovetti fare una corsa a Milano, per firmare il contratto che mi assicurava un avvenire degno di te.

«--Allora, felice del tuo amore, e della mia posizione, corsi a Torino. La tua cameriera m'aveva detto a che albergo contavi discendere. Vi accorsi. Anche di là eri partita. Interrogai i pochi conoscenti che avevamo comuni, e dopo un giorno di ricerche inquiete, seppi che eri stata pochi giorni a Torino, che eri triste ed abbattuta, ed eri ripartita per Chamounix diretta al Monte Bianco.

«--Avevo letto le ultime pagine del tuo giornale, in cui esprimevi l'idea triste del suicidio. Un dubbio crudele mi strinse il cuore.

«--T'inseguii a precipizio. Giunsi a Chamounix avant'ieri. Credendomi già in ritardo, domandai soltanto se non erano accadute disgrazie, e tosto impresi la salita sperando di raggiungerti qui, o al Grande Altipiano... Mi ero vestito in modo da non esser conosciuto per risparmiarti una sorpresa forse fatale al tuo animo esaltato.

«--Oh! se tu sapessi, Fulvia, che angoscie mi straziarono il cuore a misura che salivo in quei deserti di ghiaccio. In ogni voragine mi sembrava di vedere un lembo delle tue vesti, di scoprire una traccia di sangue. Non ho sentito il freddo, non ho provato la menoma vertigine, non ho avvertito pericoli, non ho pensato che a te.

«--Ma quando scendevo disperato, cupo, deciso ad esaurire fin l'ultimo passo per trovarti, od a morire con te, lo spirito del povero babbo ti ha condotta in questa capanna. Egli è qui tra noi, ci ascolta e ci vede, Fulvia. Oggi come allora, te lo domando dal fondo del cuore: «Vuoi essere mia sposa? Vuoi lasciare la tua carriera, il tuo paese, e non vivere che per me? ed essere mia?»

«In quella sorpresa di gioia e d'amore il mio cuore lungamente oppresso si era sciolto, ed avevo pianto come la più miserabile delle donne. Era un pianto dolcissimo che mi faceva tanto bene. Non avevo detto una parola per interrompere il mesto racconto del mio bel Gualfardo. Lo ascoltavo, inebriata e felice di essere amata così; profondamente addolorata di averlo tanto male giudicato e compreso. Soltanto a quell'ultima soave preghiera esclamai tra i singhiozzi:

«--Oh! Gualfardo, io non sono degna di te.

«--Non dirlo, cara, riprese colla sua generosa bontà. Tu mi hai giudicato per quello che mi mostrai. Avevi ragione, povera Fulvia. Tu eri ardente come il tuo bel sole d'Italia, ed io ero tedesco come un soldatino di piombo.--È vero; ho avuto torto; non ho saputo adattarmi al tuo carattere, alle tue aspirazioni; ma, credilo, ti amavo con tutta l'anima. Dimmi che mi perdoni!

«I miei compagni di viaggio, chiamati dalle guide, si destarono, scesero dai loro materassi, e si disposero alla gran salita. Quanto a me, che m'importava omai del Monte Bianco, e di tutti i ghiacciai della terra? Quel ghiaccio che mi aveva pesato sul cuore, che m'aveva resa infelice e colpevole, era sciolto. La vita mi sorrideva come una promessa d'amore. Ero felice. Che potevo cercare più in alto?

«Ridiscesi colla gioia nell'anima quel tratto di monte che avevo salito in tanta desolazione. Con che spavento trattenni fin il respiro nel passaggio della _congiunzione_, quando le guide raccomandarono il silenzio, perchè anche il più lieve spostamento d'aria prodotto da un suono potrebbe staccare un masso di ghiaccio, una valanga, e seppellirvi il nostro avvenire, il nostro amore, la nostra felicità!

«Dove prima vedevo quasi l'impossibilità di morire, ora tremavo ad ogni passo; volevo vivere, e paventavo per due vite.

«Oggi siamo rimasti a Chamounix per passeggiare insieme, per dirci e ripeterci la storia dei nostri passati dolori. Siamo andati passeggiando fino a metà strada da Argentières. Ho detto a Welfard che vi ho spedito le mie memorie; ed ora, mentre egli fuma accanto a me, vi ho scritto l'esito felice ed inaspettato del mio prosaico romanzo.

«Noi ci sposeremo fra otto giorni a Torino, e partiremo subito per Vienna. Non vi vedrò forse mai più. Perdonatemi d'avervi cagionato un dolore, forse un rimorso, coll'ultima mia lettera. Ora è passato, come passa tutto. Come il nostro folle amore, come la freddezza di Welfard, come la mia disperanza. Addio, Max. Siate felice come me, nella sola gioia che non passa, che resiste al tempo ed agli eventi, l'amore della famiglia.

«FULVIA.»

Mi asciugai una lagrima, e corsi in camera di mia moglie che abbracciai con trasporto.

--Che hai? mi disse. Sei agitato...

--Ho che ti amo. Che sono felice d'esser sposo e padre; vuoi che andiamo domani a vedere il nostro bambino dalla nutrice?

FINE

End of Project Gutenberg's Tempesta e bonaccia, by Colombi, marchesa