Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 10

Chapter 10 3,851 words Public domain Markdown

«--Allora non mi spaventeranno le distanze ed i biglietti di strada ferrata, diceva sorridendo. Se vi _scrittureranno_ per la China, io sarò là prima dì voi; entrerò in tutte quelle case da bambole, e vi cercherò la meno inospitale, la più europea; poi verrò a prendervi, v'accompagnerò nel viaggio, ed allo sbarco vi susurrerò all'orecchio: «Contrada tale, numero tale,» e voi ci andrete credendovi guidati dal caso, e troverete il nido scelto da me: e ci starete comodi e felici... Non mi direte, come facevate prima: «Grazie, babbo; come sei buono, babbo; tu pensi sempre a noi.» No; non lo direte; sarà il caso, sarà la fortuna che ringrazierete; ma non importa, io vi vedrò contenti, ed il mio spirito esulterà. Allora non sarete più imbarazzati come ora dinanzi a me. Vi crederete soli, e non assumerete quell'aria freddamente cerimoniosa; io potrò udire le vostre parole d'amore; pormi tra i vostri sguardi per leggerne l'espressione passionata; contare i vostri baci, misurare e risentire la vostra felicità.

«Tutto codesto diceva colla sicurezza della sua fede robusta; e lo diceva sorridendo per consolarci nel nostro dolore. Quando Gualfardo si mostrava un po' espansivo con me, il povero malato dimenticava ogni sofferenza, ed era contento; non avea vissuto che per me, e credendomi felice non sentiva di morire.

«Era una strana situazione. Sapevo che Gualfardo non mi amava più, nè mi amerebbe più mai. «So tutto» m'aveva detto, quando avevo voluto confessargli il mio amore per Max, «so tutto.» Ma non era vero. Egli poteva avermi veduta all'albergo, stare alla finestra con Max. E quando dopo tali apparenze accusatrici, mi diceva: «So tutto» doveva credermi più colpevole che non fossi.

«No, non sapeva tutto. Non sapeva che Max aveva avuta tanta generosità, tanta poesia giovanile nel cuore, da rispettare, nella donna che amava, la fidanzata d'un altro. Non sapeva che, leggiera, incostante, compromessa, in quell'ora stessa che mi credevo obbligata a rendergli la sua parola, a scindere il nostro impegno, ero ancora onesta e degna di lui.

«No; non sapeva tutto questo, ed io dovevo nascondere il mio amore per lui, possentemente ravvivato da quel ravvicinamento, da quella comunanza d'affetti e di dolori, dalle nobili manifestazioni dei suoi sentimenti; dovevo nasconderlo perchè sapevo che non troverebbe mai più la via del suo cuore. Ch'egli non dimenticherebbe mai la colpa di cui mi accusavano le apparenze; che, anche quando in un impeto generoso mi aveva detto sinceramente: «Volete essere mia sposa domani?» anche allora poteva perdonarmi, poteva darmi il suo nome, la sua vita, ma non obbliare il passato, non rendermi la sua fiducia, il suo amore.

«Ed allora appunto che io dovevo dissimulare a Gualfardo i miei sentimenti, egli si forzava di mostrarsi espansivo con me per consolare il babbo, ed io cercavo di fargli credere simulate in favore del malato quelle dimostrazioni, che gli corrispondevo con tutta l'espansione del mio cuore.

«Quella situazione strana sarebbe stata insopportabile, se la preoccupazione continua e più saliente di vedere spegnersi lentamente una cara vita, non ne avesse distratto il nostro spirito. Subivamo nei nostri rapporti sensazioni ed impressioni, volta a volta attraenti, repulsive, angosciose; ma non erano che sensazioni, ed il pensiero non ci si arrestava mai. Il pensiero di entrambi noi, era fisso alla malattia del babbo, ad alleviare i suoi dolori. Mai una volta mi domandai, che sarebbe di me quando quell'ultimo parente avesse cessato di soffrire. Tuttavia sentivo che nel tempo stesso che perderei il babbo, perderei anche Gualfardo. Ma lo sentivo senza pensarci. Il mio cuore viveva con tutte le sue potenze d'affetto, d'amor proprio, di tendenza istintiva alla felicità, di rimpianti, e d'aspirazioni; ma nella mia mente io ero completamente dimenticata, e con me tutto il mondo; non esisteva che quel filo di vita del mio povero babbo.

«E quel filo di vita si spense, senza angoscie, senza convulsioni d'agonia.

«Era trascorso poco più d'un mese dal mio arrivo a Torino. II babbo era deperito di giorno in giorno. Non lasciava più il letto. Le gambe gli si erano gonfiate enormemente; non si nutriva quasi più. E quella gonfiezza saliva, ed aumentava sempre.

«Da molte notti Gualfardo rimaneva a vegliare il malato con me. Non ci coricavamo più, non uscivamo più di camera. Quando uno era spossato si addormentava per poco nella poltrona da una parte del letto, mentre l'altro vegliava dall'altro lato. Era la vigilia degli Ognissanti. Da due giorni e due notti non avevo più riposato un minuto. Le cure che la malattia richiedeva erano faticose, ed io consentivo a dividerle con Welfard, ma non a cederle a nessuno. Ero in uno stato di abbattimento; indebolita, convulsa. Il babbo, che aveva appena un filo di voce, mi accennò di accostarmi, e tenendomi abbracciata colle poche forze che gli restavano, mi disse:

«--Riposati un poco nella poltrona, mia cara. Mi farà bene a vederti dormire; e Gualfardo mi veglierà. Poi soggiunse:

«--Tuo marito mi veglierà;--e ci guardò entrambi con un sorriso di gioia celeste.

«--Ma tu come stai, babbo? gli chiesi con un senso di paura che non potevo spiegarmi. E se avesti bisogno di me?

«--Tuo marito ti sveglierebbe; dille che si riposi, Gualfardo; diglielo tu. E lo fissava coll'occhio pieno d'ansietà, come se desiderasse ardentemente di vedermi dormire.

«Gualfardo, che lo comprese meglio di me, ed indovinò che voleva togliermi al supremo dolore di vederlo morire, strinse il mio capo sul suo cuore, e baciandomi in fronte, mi disse:

«--Sì, Fulvia; dormi. Io ti sveglierò:--e mi condusse alla poltrona, mi accomodò i cuscini, mi coperse con uno scialle, poi tornò presso il babbo.

«All'istante il sonno mi vinse. Un sonno profondo, senza sogni. Non so quanto tempo durasse. Quando mi svegliai ero nella mia camera, sulla stessa poltrona. Accanto a me era seduta la vecchia serva del babbo. E sulle mie ginocchia un pezzo di carta su cui era scritto a matita:

--«Coraggio, Fulvia. Non ha voluto che lo vedeste morire; non vuole che lo vediate più. Ha desiderato di rimanere per sempre nella vostra memoria come lo vedeste ieri sera quando vi baciò e vi sorrise. Obbedite e siate forte. Lo spirito del povero babbo vi vede e vi benedice.--Io l'accompagnerò fino all'ultimo. Farò come se fosse mio padre. Non uscite dalla vostra camera.

«WELFARD.»

* * * * *

«Dopo tante veglie e fatiche la natura aveva vinto, ed avevo dormito l'intera notte ed una parte del mattino. Povero, caro babbo! Aveva avuto l'eroismo di pensare ad addormentarmi, perchè non lo vedessi morire. Santi eroi dell'affetto, della famiglia! A codesti non si fanno monumenti, e statue. Ma hanno un monumento nel cuore dei superstiti che hanno amato; e se i loro spiriti possono vederlo, devono esserne più consolati.

XXXIV.

«Come avevo presentito, perdendo il babbo perdetti anche Gualfardo.

«Egli vegliò il cadavere, ordinò i funerali e mandò una carrozza a prendermi per la messa di requie; tutto ciò senza che io lo vedessi. Poi terminato quel doloroso compito se ne andò, e non lo rividi più.

«Ero in una specie d'apatia. L'isolamento pesava su me, mi gelava il cuore. Non pensavo nulla. Mi sentivo sola e profondamente infelice.

«Mi erano rimaste nella mente quelle ultime parole scritte da Gualfardo, che interpretavano pure l'ultima volontà del povero babbo: «Non uscite dalla vostra camera.»

«Mi pareva che non dovessi uscirne più; che dovessi passare il resto de' miei giorni solitaria ed inerte in quei dodici metri quadrati di spazio, per obbedire a due ordini egualmente sacri.

«Non ricevevo nessuno. La serva mi recava continuamente delle lettere. Ne avevo aperte alcune sbadatamente e ci avevo trovato una carta da visita colle iniziali P. C. scritte a mano.

«Quella formola _per condoglianza_, che ricorreva persino ad un'abbreviazione per sbrigarsi più presto da un dovere di società che non aveva nessun lato piacevole, mi parve uno scherno al mio dolore, mi irritò; e d'allora a misura che la serva mi recava quelle buste le gettavo sulla tavola senza aprirle.

«Non so quanto tempo rimanessi così, muta, triste, isolata nella mia camera. Forse qualche settimana appena, forse pochi giorni. Ma nella mia memoria quel tempo occupa uno spazio grande, mi pare di esserci rimasta un anno.

«Un giorno la serva entrò con una lettera. Io la presi e la gettai sulla tavola.

«Ma no. Ella tornò a darmela. Bisognava che io la leggessi; l'aveva recata un signore, che stava aspettando la risposta.

«--Chi è? domandai.

«La serva non lo sapeva. Era già venuto due volte, ed essa non l'aveva introdotto, dicendogli che io non ricevevo ancora. Ora era tornato con quella lettera, ed attendeva ch'io gli facessi dire una parola.

«Lessi la lettera. Era dell'agente teatrale che mi aveva proposto la scrittura per Nuova-York. Aveva aspettato a lungo la mia decisione in proposito. Non ricevendola era venuto per vedermi; alla porta gli avevano detto che il mio babbo stava male; che io non abbandonavo più la sua camera.

«Aveva compreso che in quel momento non potevo pensare ad altro, e, nella necessità di fare la compagnia, aveva scritturata un'altra donna.

«Ma ora, al momento di partire, quella signora s'era ammalata alle tonsille, ed il medico le aveva consigliato un lungo riposo, se non voleva perdere affatto la voce.

«Per questo egli, informato della mia disgrazia che mi lasciava nell'isolamento, veniva a proporre ancora a me quella scrittura ridivenuta disponibile. L'arte potrebbe distogliermi da' miei tristi pensieri, ecc., ecc.

«In realtà mi sentivo sola ed infelice. Il babbo e Gualfardo, le due grandi affezioni, e le sole che mi legassero a Torino, erano entrambe perdute per me.

«L'amore dell'arte non mi parlava punto al cuore in quelle ore di sconforto.

«--Ma se potessi ancora trovarvi un interessamento,--pensai.--Se potessi ancora appassionarmi di qualche cosa, dare uno scopo alla mia vita!

«Non istetti a riflettere un istante di più. Feci entrare l'impresario. Firmai la scrittura, e gli promisi d'essere pronta a partire fra dieci giorni.

XXXV.

«--Se potessi ancora appassionarmi di qualche cosa! Dare uno scopo alla mia vita!

«Non fu un'idea fuggevole, un pretesto a cui mi fossi aggrappata per allontanarmi da quella casa piena di dolorosi, di strazianti ricordi. Era un bisogno istintivo della mia anima, che si rivelava istintivamente, dinanzi alla squallida prospettiva d'una vita senz'affetti.

«Perchè realmente avevo ancora una vita dinanzi a me. Ero giovane, ero forte; e le lunghe sofferenze morali non avevano punto alterata la mia salute, non avevano forse neppure accorciata d'un giorno la mia esistenza.

«Ero dimagrata, perchè, tutta assorta ne' miei dolori, avevo respinto il cibo ed il sonno, avevo faticato giorno e notte. Avevo il sistema nervoso eccitato, perchè mi ero lasciata indebolire.

«Ma senza queste cause materiali e dirette, c'era in me tanta robustezza da sopportare il dolore morale sotto tutte le sue forme, da provarlo in tutta la sua intensità senza soccombere.

«Questo io lo sentivo con un senso di vero sgomento. Sentivo in me tanta potenza di vita, e mi domandavo: «Che farne?»

«La sera stessa mi misi al pianoforte; passai una quantità di musica. Dalle più vaporose fantasie nordiche, alle più soavi melodie italiane, andai cercando con ansia un'emozione.

«E ne trovai; e piansi. Ma non erano emozioni d'artista. Era l'aria prediletta dal povero babbo che mi strappava le lagrime. Era uno spartito che mi aveva insegnato Gualfardo, che mi rapiva in una serie di cari e dolorosi pensieri. Erano ancora quei due affetti, ancora quelle due memorie del mio passato. Ma là dove quegli affetti non si legavano pel vincolo misterioso d'una rimembranza, la musica mi lasciava fredda.

«Prendevo un pezzo irto di difficoltà musicali, cominciavo a cantarlo con tutte le finezze, con tutte le sfumature d'una interpretazione intelligente, ma tosto pensavo che Gualfardo non era più là per dirmi col suo volto impassibile: «Brava Fulvia!» e respingevo la musica dicendo: «Oh! che m'importa?»

«Domandavo a Rossini, a Bellini, a Verdi le loro melodie più appassionate. Cominciavo a cantarle con tutto lo slancio, con tutta l'anima; ma pensavo che i cari occhi del babbo non erano più là per empirsi di lagrime, e respingevo la musica dicendo: «Oh! che m'importa?»

«No. L'arte non bastava a riempiere il vuoto del mio cuore. Sentivo il bisogno non solo d'amare, ma anche d'essere amata.

«--Lo fui tanto! pensavo. Tre grandi affetti erano concentrati su di me. Quello del babbo, di Gualfardo, di Max...

«Max! Era la prima volta che il mio pensiero si rivolgeva a lui dopo la mia grande sciagura. Oh come era lontano omai dal mio cuore! Come la conoscenza di Welfard, in tutta la gloria del suo nobile carattere, aveva cancellata l'impressione romanzesca di quell'amore avventuroso.

«Rimasi assorta nel pensiero di Max. Lo rivedevo in tutta la sua maschia bellezza, nell'espansiva impetuosità del suo carattere, ne' suoi entusiasmi, nelle sue giovanili imprudenze. Era una bella, splendida immagine, una cara memoria; ma non era più un'aspirazione. Potevo ancora pensare:

«--Oh! se Gualfardo avesse quelle qualità!--Ma non potevo amarle in un altro. Vedevo che Max era più affascinante, più splendido all'apparenza; ma sentivo che Gualfardo valeva di più; e lo collocavo più in alto, più in alto.

«Ma Gualfardo non mi amava più; mi aveva abbandonata per sempre. Che potevo sperare da lui? Non ero stata io stessa a respingerlo? E per amore di Max?

«Oh mio Dio! Che era mai avvenuto di quella passione entusiasta che mi aveva indotta a sacrificare il nobile fidanzato che da tanto tempo mi amava, per acquistare il diritto di amare Max?

«Ricordavo il mio trasporto di quella sera fatale in cui avevo preso la risoluzione d'accettare la scrittura per l'America, e di sciogliere il mio impegno con Welfard, per essere libera di scriver follie in un epistolario sentimentale con Max.

«Stupido sogno da romanzo! Era svanito prima che avessi finito la mia confessione a Gualfardo. Ed omai, ripensando a quei due amori che s'erano disputato a lungo il mio cuore, ripetevo con amarezza un verso altre volte citatomi da Massimo: _Il ben ch'è mio davvero, è il ben che sparve!_

«Presi le lettere di Max, belle, poetiche, eleganti, appassionate, strane, e mi posi a leggerle pensando:

«Se potessi amarlo ancora! Chi può dire quanto possa sopra un cuore entusiasta l'ascendente dell'ingegno?

«Mentre ero assorta così, la mia serva entrò in camera per portarmi il pranzo.

«Al vedermi allo scrittoio con tante lettere intorno, si fermò alzando il capo ed aprendo la bocca nell'atto di chi si ricorda improvvisamente d'una cosa; poi disse:

«--A proposito di lettere; ce ne sono molte, che sono venute quando lei non aveva mente ad occuparsene. Vuole che gliele porti?

«Pensai da quanto tempo non avevo più scritto a Max; e che certo fra quelle lettere ce ne dovevano essere di sue; ed accettai di vedere quella corrispondenza arretrata.

«Passai tutte quelle buste chiuse, cercai sugli indirizzi la brutta scrittura di Max. C'era infatti una lettera sua. Nell'aprirla tornavo a dire tra me: «Se potessi amarlo ancora!» e la mia mano tremava. E le forme vaghe di vaghe speranze alate sembravano delinearsi più e più nel vuoto infinito.

«Quell'epistola era abbastanza breve perchè io possa riportarla qui per intero:

«Fulvia!

«Dicono che un uomo affetto da spinite, quando è seduto, crede di poter camminare come chicchessia.

«Lo stesso è accaduto a me. Credevo di poter ancora amare e mi sono ingannato. L'amore per me può essere tutt'al più, come voi dicevate, un episodio tempestoso.

«Ho lungamente lottato fra la ripugnanza ad ingannarvi, e la paura di darvi un dolore.

«Perdonatemi e compiangetemi! Darei dieci anni della mia vita per sapervi felice.

«Spero per voi nel tempo, nella lontananza, e più più ancora nell'effetto morale che la mia condotta deve fare sul vostro animo.

«Perdonatemi!

«MAX.»

«Ed io ammiravo la sua anima appassionata! Bruciai ad una ad una quelle lettere belle, poetiche, eleganti, passionate, strane; poi bruciai quell'ultima che era soltanto strana.

«E nel vuoto, le forme vaghe delle vaghe speranze alate svanirono per sempre.

XXXVI.

«Massimo,

«Ho scritte queste memorie durante il mio soggiorno in America; e le ho scritte per voi.

«Esse non sono un rimprovero; non sono una risposta alla vostra felice trovata o similitudine, o non so più che figura rettorica, sulla _spinite_.

«Sono una specie d'espiazione pe' miei piccoli e grandi errori, pe' dolori che ho procurati ad altri, per lo spreco che ho fatto della mia fede, delle mie speranze, della mia mente e del mio cuore.

«Voi che siete scrittore, correggetele dove non vanno; poi pubblicate queste confidenze. Nella loro semplice verità, senza voli poetici e senza colpi di scena, hanno tuttavia un non so che di romanzo, e le signore le leggeranno. Le fanciulle, che nei lunghi ozii di una vita frivola e disappensata, suggono il veleno delle aspirazioni vaporose, e le spose solitarie, che, nel _terra a terra_ della vita domestica, prendono a noia la placida continuità di quei dolci affetti, e sognano i voli lirici delle passioni da romanzo, leggeranno la storia di una povera sognatrice, ed impareranno che tutto codesto passa e vanisce.

«Giunta al fine di quella mia vita giovanile, io mi rivolsi a guardarla in questo lungo e dettagliato esame; e posso dir loro, posso giurarlo sull'anima mia, che due sole immagini, due soli affetti, due soli ricordi, sopravvivono nel mio cuore e m'inspirano un sincero rimpianto. Gli affetti calmi, serii, legittimi del mio babbo e di Welfard; gli affetti domestici, la famiglia. La prosa--tanto poetica nella sua verità!

«Per ogni cuore che le mie memorie convinceranno, per ogni imprudenza che faranno evitare, la mia anima dolente si sentirà perdonato un errore. Questo vi lascio come il mio testamento, Massimo. E lo lascio a voi, perchè voi solo potete riempirne le lacune, ed attestarne la verità. Ve lo lascio come testamento, perchè voglio morire. È la triste fine, la catastrofe del mio romanzo.

«È una risoluzione tranquilla e maturata, non è l'esaltazione d'un grande dolore.

«È trascorso quasi un anno dalla morte del babbo, dal distacco di Gualfardo e dal vostro attacco di spinite retorica. Vedete dunque che ho avuto tempo a riflettere.

«Ma non solo ho riflettuto del tempo; furono anzi il tempo e l'esperienza della mia nuova situazione che mi hanno condotta grado grado dalla noia della vita alla sfiducia, all'aspirazione della morte.

«Ero partita da Torino sul finire di novembre. Dovevo imbarcarmi a Genova. Vi giunsi due giorni prima della partenza del bastimento, il 26 novembre, e presi alloggio all'albergo della Ville.

«Dovete ricordarvi quella data e quell'insegna.

«Stavo alla finestra della mia camera la sera del mio arrivo, quando vidi entrare nel cortile una carrozza da nolo, da cui scendeste voi, con una signora.

«Avevo presso di me una cameriera dell'albergo che mi prestava qualche servizio da toletta. La chiamai alla finestra, ed additandovi le domandai:

«--Chi sono quei signori?

«--Sono due sposi lombardi.

«Non interrogai di più. Avevo anch'io indovinato che eravate un marito ed una moglie. Del resto che m'importava omai?

«La spinite vi aveva accordato una tregua sulla via del Municipio.

«Tuttavia codesto mi diede un disinganno retrospettivo.

«O voi progettavate già quel matrimonio quando dicevate d'amarmi; e tutta la vostra lealtà ch'io ammiravo non era che una finzione.

«O quella nuova simpatia era nata dopo il vostro attacco di spinite (la lettera che me lo annunciava era in data del 24 ottobre), e vi era bastato un mese per dimenticar me, innamorarvi di un'altra, rinunciare alle vostre prevenzioni contro il matrimonio, sposarla, ed imprendere il viaggio da nozze.

«Dunque, quelle vostre passioni impetuose, ch'io aveva preferito al serio amore di Welfard, non erano che fuochi di paglia, splendenti, ma fuggevoli e senza calore.

«Quella scoperta distruggeva anche il passato. O mi avevate amata leggermente, o non mi avevate amata mai.

«Non stetti a fare altri commenti. Non m'informai di null'altro, non cercai più di vedervi.

* * * * *

(Nota di Max.--Ero stanco, disgustato di me e della mia vita, dopo aver scritto a Fulvia quell'ultimo biglietto.--Quell'amore contrastato, che avevo combattuto in me stesso per rispetto all'onestà di lei, mi aveva fatto riflettere ai pericoli de' miei amori, a slanci impetuosi e fuggevoli.--Era tempo di mettermi al sodo. Avevo trent'anni. Se Fulvia fosse stata libera avrei sposato lei. Ma era vincolata ad un altro, e voleva condannarmi pel resto de' miei giorni alla parte burlesca d'un amante epistolare.--Ne sposai un'altra).

* * * * *

«Il giorno 28 m'imbarcai.

«Durante il viaggio di mare, di cui m'ero fatta un'idea delle più poetiche, stetti sempre male.--Tutte le passeggiere, e molti passeggieri soffrivano come me. Sembrava un ospitale di colerosi.

«Non eravamo in pensiero che di quanto ci convenisse mangiare e bere, e del come dovessimo coricarci per soffrir meno.

«Quelle continue preoccupazioni della vita materiale sopivano tutte le mie facoltà contemplative.

«Non mi sono mai assorta sul ponte al chiaro di luna ad ammirare l'immensità del cielo e del mare. Per soffrir meno bisognava sdraiarsi prima di cominciare la digestione. Ed io levandomi da tavola correvo alla mia cabina, e mi mettevo a letto.

«Giunsi in America magra, debole e spoetizzata.

«Ebbi subito a studiare lo spartito che dovevo cantare. Però la voce si ristabilì presto, e quando andai in iscena ebbi un grande successo.

«Ma la corda dell'ambizione s'era spezzata nel mio cuore con quella dell'amore. Non c'è ombra di egoismo nel mio carattere. La gloria di cui nessuno gode per me, mi è indifferente.

«Que' serii _yankee_ che mi facevano la corte, e mi parlavano d'amore, mi sembravano una goffa parodia del mio bel Gualfardo.

«Mi provai a ricevere un poco, e ad andare in società. Ma dove erano riuniti due uomini, era sicuro che s'udiva presto parlare d'affari. Mi annoiai a morte.

«E tuttavia il ritorno in Europa non mi sorrideva. Sentivo di esservi omai straniera, perchè nessun affetto mi vi richiamava.

«E poi avevo lo spavento di trovare Welfard ammogliato. Io avevo agito male con lui; si credeva tradito. Aveva ragione d'essersi allontanato da me. Ed omai erano trascorsi molti mesi dalla nostra separazione. Se si fosse ammogliato, io non avrei avuto nessuna ragione di biasimarlo; ma sentivo che non avrei avuto il coraggio di sopportarlo.

«Mi domandavo continuamente:

«A che serve la mia vita? A chi sono utile? A chi sono cara? Chi posso amare? Per chi studio e lavoro?

«E sentivo il vuoto, l'inutilità della mia esistenza, e mi facevo sempre più misantropa, e desideravo di morire.

«Per lunghi mesi ho agitato a mio modo la grande questione di Amleto: _Essere o non essere_.

«E decisi di _non essere più_.

«Ma, dietro la pace e la solennità della morte, mi apparvero le cento figure goffe e pettegole delle cronache dei giornali, coi loro commenti indiscreti ed il loro biasimo pedante.

«Allora tentai un'ultima prova. Feci toletta come una civettuola; mi studiai di esser bella e di piacere, e mi _slanciai_ nel mondo decisa di innamorarmi, se fosse possibile.

«Imposi a me stessa di prestare attenzione a quanti mi corteggiavano per sorprendere il primo barlume di preferenza.

«Scontrai un uomo d'ingegno, che aveva viaggiato molto. Era bello; parlava bene; aveva uno spirito acuto, ed una voce appassionata. Era poeta, e mi dedicò dei versi belli di quella tranquilla poesia della verità e del sentimento, a cui s'inspira la letteratura inglese. Mi corteggiava, senza affettazione, senza chiasso.

«Mi lasciai corteggiare; feci delle chiacchere sentimentali, cercai di esaltarmi; ma dopo alcuni giorni mi accorsi che sprecavo tempo e fatica. Ero perfettamente fredda.