Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 9

Chapter 93,808 wordsPublic domain

Pareva, pareva che Camillo Notargiacomo temesse qualche cosa di simile! Rarissime erano le parole che scambiava con la sua persona di servizio, solo per qualche cosa di necessario; a tavola, mentre ella gli serviva il pranzo nuotante nel grasso freddo della trattoria, egli apriva un giornale forense, per non parlare. Ma ogni giorno, quando usciva per andare al Tribunale, era la stessa raccomandazione costante, insistente:

— Non aprite a nessuno.

— No, Eccellenza.

— A nessuno, avete capito? Neanche se dicesse di venire da mia parte.

— Neanche.

Talvolta giungeva sino alla minaccia:

— Poveretta voi, poveretta voi, se fate entrare qualcuno!

— Mi debbono uccidere, per entrare, — diceva con un fievole sorriso, suor Giovanna della Croce.

Ella stessa aveva finito per credere, la monaca, che il giudice temesse i ladri, fortemente: troppe erano le sue raccomandazioni e troppa era la sua inquietudine. Ogni volta che egli rientrava dal Tribunale, verso le cinque, la sua mano, toccando il campanello, rivelava la sua agitazione: ora, suonava fortemente, due o tre volte: ora, suonava a distesa: ora, suonava leggermente, debolmente e, sempre che schiudeva la porta, suor Giovanna della Croce, si vedeva innanzi un viso sconvolto e udiva una interrogazione precipitosa.

— Vi è qualcuno, è vero, vi è qualcuno?

— No, Eccellenza: non vi è nessuno.

— Proprio, non è venuto alcuno?

— Nessuno, è venuto.

— Ne siete certa?

— Ne sono certissima.

Un lieve sospiro dilatava il petto del triste magistrato ed egli entrava in casa col viso ricomposto. Doveva aver denaro, certamente, in uno dei due _sécrétaires_ della stanza da letto: all'altro non si accostava mai, voltava gli occhi per non guardarlo, non lo apriva mai, il suo armadio, in presenza di suor Giovanna della Croce e vi teneva, in sua assenza, oltre la chiusura a chiave, un lucchetto con un segreto. Talvolta entrando in camera, la mattina, per portare i panni spazzolati e le scarpe lustrate, la vecchia suora lo trovava, il giudice, innanzi alla porta aperta di quel _sécrétaire_, col capo abbassato sovra uno dei cassetti e con le mani che vi frugavano dentro.

Si era sempre arrabbiato, con la sua serva, di queste sorprese, umiliandola con parole dure, come faceva spesso: e l'antica suora aveva chinato il capo, decisa a sopportare tutti quei maltrattamenti per amor di Dio. Però sempre, in queste volte, suor Giovanna della Croce aveva intravvisto il giudice a riporre del denaro nel suo portafogli, delle carte-monete rosse, da cento lire. Andava via, in queste giornate, il giudice Notargiacomo, più chiuso, più triste, più lugubre di tutte le altre volte. Ritornava più tardi, a casa. Qualche volta, don Gaetano Laterza, quello del terzo piano, diceva che aveva inteso passeggiare avanti e indietro, tutta la notte, il tetro magistrato.

Ebbene, malgrado l'età che le rendeva grave il servire, malgrado quei quattro piani di scale molto erte, che suor Giovanna della Croce doveva fare tre o quattro volte al giorno, malgrado l'asprezza continua con cui il suo padrone la trattava, malgrado che ella non avesse neppure un boccone di pane, oltre quelle quindici lire mensili, malgrado che nè i suoi occhi, più, nè le sue mani, nè le sue gambe l'aiutassero a servire bene, la monaca si contentava di quel suo stato e, quasi quasi, se ne compiaceva.

Preferiva quello che faceva, a vendere, sì e no, dei merletti a delle ragazze bizzarre, viventi nel peccato, come Concetta Guadagno, tanto più che poco le riesciva, oramai, ad avere sveltezza nel maneggio dei fuselli; preferiva quello ad assistere delle puerpere come Maria Laterza, in quell'ambiente di sgravi, di bimbi che succhiano, dove tutto odorava di mondo, di matrimonio, di procreazione, di maternità, confondendo il suo pudore di vecchia monaca che nulla sa di queste cose. Meglio servire! Quei dieci soldi al giorno ella li guadagnava a stento, specialmente nei giorni in cui doveva stirare la biancheria di liscio del magistrato: l'antica Trentatre si sentiva piegare le gambe, era troppo vecchia, oramai, per restare tanto tempo in piedi: ogni tanto si doveva buttare sovra una sedia, senza fiato, col capo abbassato sul petto. Non importa: quei dieci soldi al giorno aumentavano la sua misera pensione mensile: ella poteva mangiare un boccone di carne alla domenica: poteva accendere la lampada innanzi al Crocefisso, ogni sera, ella che aveva portato, con tanta umiltà cristiana, il nome della Croce: ella poteva fare l'elemosina, di due soldi, ogni venerdì, alle anime del Purgatorio! La casa del giudice Notargiacomo era deserta, fredda e malinconica: il giudice era triste, rude, sempre sospettoso: non mai una parola buona esciva dalla sua bocca, non mai uno sguardo dolce partiva dai suoi occhi: tutto ciò avrebbe pesato sull'anima e sul corpo di qualunque altra serva, ma non sul corpo e sull'anima della vecchia Sepolta Viva. Ah non così, non così, certo, ella aveva sognato di trascorrere la sua vecchiaia, in servitù materiale e bassa, comandata con asprezza, mal compensata, maltrattata spesso, tenuta a distanza! Ma il tempo del rimpianto era trascorso: quello della lunga rassegnazione servile era cominciato, dal giorno in cui, per la seconda volta, suor Giovanna della Croce era stata cacciata da una casa, dalla casa di sua sorella, dove, finite le sue misere mille lire, finite le speranze di riavere la dote, Grazia Bevilacqua l'aveva messa alla porta. Certo, suor Giovanna della Croce era rotolata anche più giù, caduta al grado di una serva volgare, rientrando in casa sua di sera, stanca, morta, balbettando le sue preghiere nella stanchezza, digerendo, nelle orazioni, le amarezze fisiche e morali di cui era stata piena la sua giornata: ma asservita come era, il suo giogo le era diventato meno pesante. Tante altre serve, come lei, erano più bistrattate, dovevano lavorare di più, erano meno compensate, dovevano obbedire a cinque o sei persone, esser vittime di tutti i capricci dei padroni, malate, affamate, sporche!

Era alla metà del quarto mese di servizio, in casa del giudice Camillo Notargiacomo, che suor Giovanna della Croce, di mattina, mentre spazzava il salotto, intese bussare alla porta. In generale, era difficilissimo che qualcuno bussasse, durante tutta la giornata: ma il ragazzo della trattoria veniva, verso quell'ora, a ritirare la stufa del pranzo, del giorno prima. Pure, non senza una certa emozione, suor Giovanna della Croce andò ad aprire la porta: in questi ultimi tempi, le raccomandazioni del suo padrone, contro coloro che avessero voluto entrare in casa, si erano fatte più pressanti. In verità, la vecchia monaca non aprì la porta completamente, ma ne schiuse una metà. E una voce sonora e dolce, insieme, una dolce e sonora voce femminile, disse:

— Vi è il giudice?

La monaca si vide innanzi un'alta e snella signora, che non poteva avere oltre i vent'otto anni, vestita con ricercatezza, con un viso bianco e fresco, dalle linee belle e non mancanti di nobiltà, con certi bei capelli castani folti e ondulati, una bella signora dalle mani guantate, dalla fine veletta abbassata sul volto.

— Non vi è, — disse la monaca, scossa, tentando di chiudere la porta.

— Benissimo. Io entro e lo aspetto, — disse nettamente e con la massima disinvoltura, la signora.

Schiuse la porta con atto tranquillo ma energico, scostò la monaca con la mano ed entrò in casa, chiudendosi la porta di entrata alle spalle. Allora la monaca, sconvolta, si pose a balbettare:

— Non dovete entrare.... non dovete.... il giudice non vuole nessuno.... avete capito?

— Io vi sono e vi resto, — disse la bella signora, avviandosi verso il salotto, sorridendo un poco.

La vecchia suora la seguì, coraggiosamente, prima che ella mettesse piede sulla soglia del salotto, l'afferrò per un braccio.

— Per amor di Dio.... andatevene.... questa non è casa vostra.... il giudice non vuole nessuno!

E tirava la signora pel braccio, la tirava verso la porta. Costei si voltò, diventata freddissima a un tratto: sciolse il suo braccio e si ravviò la manica di seta, come se suor Giovanna gliel'avesse sciupata.

— Buona donna, — disse la signora, — tu fossi impazzita?

— Io non sono pazza, signora e voi ve ne dovete andare! — gridò la vecchia suora, in preda a una grande commozione.

— Va là, va là, sta zitta, vecchia matta!

— Questa non è casa vostra. Se non ve ne andate via, io mi metto a chiamar gente dalla finestra! — strillò la monaca, esasperata.

La giovane signora, lentamente, si accostò alla suora, la fissò negli occhi, con grande freddezza e le disse:

— Ma tu chi sei?

— Sono la serva: la serva! Ma ho ordini di non far entrare nessuno. Ora mi metto a strillare, dalla finestra.

— E sai chi sono, io?

— Non lo so. Ve ne dovete andare!

Più ancora si accostò alla vecchia, la bella signora, e con voce calma ed altera, le dichiarò in viso:

— Io sono la moglie del giudice Camillo Notargiacomo. Io sono sua moglie e sto in casa mia. Esci fuori, tu.

Esterrefatta, tremante, suor Giovanna della Croce guardava la signora, muta. Costei, a sua volta, prese per il braccio la povera vecchia e, aprendo la porta di entrata, la mise fuori.

— Questa è casa mia. Vattene. Via, via!

Alle cinque del pomeriggio, suor Giovanna della Croce aspettò il giudice Camillo Notargiacomo, sul pianerottolo del primo piano, innanzi alla propria porta. Costui, a vederla colà, in quel luogo insolito, a quell'ora, si arrestò e si mise a tremare, come tremava la vecchia.

— Di' la verità.... di' la verità? — gridò il magistrato, dandole del _tu_, per la prima volta. — Vi è qualcuno, sopra?

— .... Sì, vi è qualcuno, — balbettò la infelice monaca.

— Una donna? Una signora?

— Sì, una donna, una signora, — replicò quell'altra, così smarrita, da non trovar altre parole.

— E l'hai fatta entrare! L'hai fatta entrare! — gridò lui, con tono più desolato che collerico.

— È entrata da sè. È entrata e mi ha cacciata. Ha detto che era vostra moglie.

Ed ella guardava il pover'uomo, infelice, misero, oramai, come lei; lo guardava, piena di strazio e di pietà.

— È vero, — disse il misero, il povero, l'infelicissimo uomo, a capo basso.

*

In quel pesante pomeriggio del cadente luglio, suor Giovanna della Croce tornava, lentissimamente, a piedi, dall'Ufficio dei Beneficii Vacanti, dove era stata a prendere la sua pensione mensile. La strada, non breve, doveva averla molto stancata, poichè la monaca trascinava il passo, come mai: la erta via e poi gli alti scalini della Via Settedolori le avevano tolto il fiato, completamente: ella dovette appoggiarsi al muro, per qualche minuto, prima di penetrare nel Vico Rosario Portamedina. Ordinariamente, quando camminava nella strada, non si guardava mai attorno, non dava retta alle parole dei monelli che ora la canzonavano, chiamandola _zi monaca, zi monaca_, che ora le chiedevano seriamente i numeri del lotto; crollando il capo a qualche esclamazione pia di femminuccia che si raccomandava alle sue preghiere; ma, in quella soffocante giornata di piena estate, suor Giovanna della Croce sembrava anche più distratta, anche più raccolta in sè: e andava curva, più dell'usato: e con gesto abituale la mano destra stringeva i grani del lungo rosario che le pendeva dalla cintura, li stringeva, con una mano quasi contratta da un'emozione interiore. Così pensosa, così assorta, suor Giovanna della Croce non si accorse di tre o quattro gruppi di persone che stazionavano innanzi al palazzotto, numero quarantadue, del Vico Rosario Portamedina: non si avvide di gente fermata, che parlottava vivamente nell'andito del palazzotto e nè di alcuni che salivano e scendevano. Veramente, a capo chino, a spalle curve, reggendosi alla ringhiera di ferro delle scale, la monaca era salita, a stento, a quel primo piano, ove ella abitava ancora, insieme con donna Costanza de Dominicis: ella dovette sostare, reggendosi allo stipite della porta, come se le mancasse ogni forza, mentre toccava lievemente il campanello.

La bruttissima faccia di donna Costanza, dove brillavano due occhi pieni di una divina bontà, quando ella venne ad aprire, era stravolta: la sua chioma stirata e lucente di contadina civilizzata, era tutt'arruffata: le sue labbra larghe e violacee erano gonfie, come di singhiozzi già scoppiati e da scoppiare: il suo fazzoletto da collo era tutto spiegazzato. E a malgrado la sua distrazione in un grande pensiero o in una grande cura, suor Giovanna della Croce si accorse di quell'aspetto nuovo e strano. Donna Costanza era una donna coraggiosa e allegra: qualche volta andava in collera, ma triste non era mai. Le due donne si guardarono in faccia, in quella nuda saletta di entrata, senza scambiare una sola parola. E mentre donna Costanza si avviava verso la stanzetta che serviva da salotto, da camera da pranzo, da dispensa, suor Giovanna della Croce, invece di ritirarsi nella sua camera, la seguì. Senza parlare, si sedettero una da un lato, l'altra dall'altro lato della tavola, su cui era disteso un vecchio tappeto di lana: senza parlare, si guardarono nuovamente in volto, e ognuna lesse nel volto dell'altra un dolore vivo e sincero, uno schietto dolore che non temeva più la folla della via, l'irrisione degli estranei, degl'indifferenti: e ognuna si sentì, per sè, per l'altra, triste sino alla morte.

— Che è stato? — fu la prima a rompere il grave e dolente silenzio, suor Giovanna della Croce.

— Oh guai, grossi guai, sorella mia! — esclamò desolatamente la salernitana, mordendosi le grasse labbra violacee, per non rompere in lacrime.

— Che guai, che guai? Voi state bene? Errico sta bene?

— Sì, sì, sta bene, povero bel figlio mio, sta bene, ma non è questo, non è questo, _zi monaca mia_, il guaio che ci è capitato!

— Un grande guaio? — chiese, esitando, molto pallida, suor Giovanna della Croce.

— Grande, grande! Una cosa, Signore, Signore, che non ce la meritavamo, Errico e io, poveretti, che abbiamo lavorato e stentato, per tanti anni; non ce la meritavamo, suor Giovanna, con le privazioni e le cattive giornate, per cui siamo passati! — e la salernitana, ruvida nel suo dolore, si torse le braccia come per infrangersele.

— Un po' di pazienza, un po' di pazienza, donna Costanza mia, — soggiunse suor Giovanna della Croce, sempre con la sua voce incerta e un po' flebile, — e sopporterete meglio questa tristezza. Ditemi che è. Io.... io sono una povera monaca.... così povera, che nessuno più.... ma, forse, una parola, potrò dirla per consolarvi....

— Ah! che voi non potete nulla, cara _zi monaca mia_, nè voi nè le vostre sante parole! Dio se ne è scordato, di noi, nel cielo: dorme, dorme, il Padre Eterno!...

— Zitto, per carità! — trovò forza di gridare suor Giovanna della Croce innanzi a quella bestemmia. — Non dite questo, che è peggio! È peggio! Scampate l'anima, almeno!

— Ah, sorella mia, sorella mia! — gridò donna Costanza, dando in un impetuoso scoppio di pianto.

Era un pianto ardente, rude, che scuoteva tutta quella complessione di donna avvezza alle pesanti fatiche, ai diuturni sacrificii, alle abnegazioni fisiche e morali: erano lacrime roventi sull'orrendo viso sconvolto dallo spasimo. Suor Giovanna della Croce si era fatta anche più smorta, nello scarno volto oramai solcato da mille rughe: e lasciando piangere donna Costanza, comprendendo che quello sfogo era necessario, era salutare, aveva, due o tre volte, con fervore, baciato il Crocifisso sospeso al suo rosario.

— Ditemi che è, donna Costanza, — soggiunse, come la vide più calma.

— Una rovina, _zi monaca_, una vera rovina! Sapete che Errico mio si doveva laureare in medicina, questo anno, e avrebbe subito fatto un esame per medico condotto in qualche paese, qua dintorno, e ce ne saremmo andati via, insieme, col mio bel figliuolo, infine dottore, a guadagnare lui la sua vita e la mia, io a servirlo sempre....

— Ebbene?

— Errico, stamane, è stato riprovato in due materie: le due ultime, le più importanti.

— Vuol dire che non gli danno più la laurea?

— Non gliela hanno data. Lo hanno riprovato! Capite, mio figlio che studiava nove e dieci ore al giorno, poveretto, che si alzava di notte per perdere la testa sui libri, e io che mi levavo per fargli un po' di caffè, e che mi sentivo stringere il cuore a vederlo patire: riprovato, un giovanotto simile, così bravo, così buono, capace d'insegnar la medicina a mille studenti e a mille professori: riprovato, riprovato in due materie!

— Ma come è stato? — domandò, confusa, triste, suor Giovanna della Croce.

— Ingiustizie, ingiustizie! Due assassini di professori, due bestie infami, due carnefici stupidi, _zi monaca_ mia! Ah è una cosa da morire, da morire!

— Non vi è rimedio, è vero? — soggiunse timidamente, tristemente la monaca.

— Che rimedio! Che rimedio! La _borsa_ finisce con questo mese di luglio e a un riprovato, come il mio povero Errico, chi darà più niente? Come aspetteremo un altro anno? Di che vivremo? Come pagheremo la casa, come mangeremo?

Convulsamente suor Giovanna della Croce strinse le mani sul petto, come se vi avesse ricevuta una ferita.

— Un anno, un anno ancora, capite, suor Giovanna, poichè a novembre è impossibile riparare! Il mio ragazzo è disperato; stamane, quando è entrato in casa, grande, forte, come è, mi è svenuto fra le braccia. O figlio mio, ti hanno ammazzato! Un anno! Che sarà di noi?

— Che sarà di noi? — mormorò macchinalmente la monaca.

— Tutte le mie speranze erano in questa laurea di questo figlio, e faticavo e mi spezzavo le gambe e le braccia, suor Giovanna, per sostenerlo, per aiutarlo, per servirlo. È stato inutile, tutto è stato inutile! Quei due boia, dell'Università, hanno ucciso me e lui.

— Non parlate così; siate buona. Dio vede e provvede, — mormorò, sempre con quella sua voce incolore, monotona, la monaca.

— Dio dice: aiutati che ti aiuterò. Che possiamo fare più, per aiutarci? Siamo morti, suor Giovanna mia!

— Beati loro, i morti in grazia di Dio! — soggiunse, con un profondo sospiro, la monaca. — E dove è, ora, vostro figlio?

— È sul suo letto, povero ragazzo mio. Ho mandato a chiamare un dottore, io, quando l'ho visto svenuto: era nel cortile, per fortuna, questo medico, venuto per le altre disgrazie del palazzo. E gli ha dato del _cognac_, in una tazza di camomilla. Abbiamo pianto insieme, Errico mio ed io, abbracciati. Io l'ho cullato, _zi monaca_, come quando era piccolo piccolo e lo tenevo, in collo, nelle fasce, e non voleva dormire, la notte. L'ho cullato un'altra volta, a ventiquattro anni, come se avesse pochi mesi, e mi si è addormentato addosso, dopo tanto spasimo, e l'ho posato piano piano sul suo guanciale, come se fosse una creaturina. Ah che pena, qui, qui, nell'anima, per questo figlio!

Tacquero. Si guardarono in viso, di nuovo, entrambe tristi sino alla morte.

— Quando cercavo il medico, dalle scale è venuta in casa Concetta Guadagno, — riprese donna Costanza de Dominicis, che aveva bisogno di espandere la sua straziante cura. — È venuta, perchè passava innanzi alla porta e voleva salutarmi così, prima di andarsene e voleva salutare anche voi....

— Salutare, perchè? — disse suor Giovanna della Croce che al nome di Concetta Guadagno, aveva abbassato gli occhi.

— Andava via.

— Via, dove?

— Non so: non lo sapeva ella stessa.

— Andava via, per ritornare? Partiva per un viaggio?

— No. Non torna più. Non la vedremo più, forse.

— Ha lasciato la casa, di estate?

— Non l'ha lasciata lei, poveretta. Gliel'hanno fatta lasciare. Sa Iddio, se se ne voleva andare! Ma ha dovuto farlo. I mobili erano già stati ritirati dal quartino ed ella doveva consegnarne la chiave a mezzogiorno.

— Ma dunque, il suo.... il suo sposo, — esclamò dopo una pausa di esitazione, la monaca, — è morto?

— No, non è morto. Sta benone. Si marita, con una ragazza onesta, a Roma. Ha abbandonato Concetta Guadagno.

— Oh disgraziata! — gridò suor Giovanna della Croce, congiungendo le mani.

— Disgraziatissima! Non era cattiva. Se l'aveste veduta, suor Giovanna, quando scendeva le scale a malincuore, voltandosi indietro: quando si è fermata innanzi alla mia porta, per dirmi _addio_, pareva un fantasma. Ah se non avessi avuto quel figlio, in quello stato, avrei cercato di consolarla un poco.

— Non le avete detto niente? — chiese, con voce fioca, la monaca.

— Che le potevo dire? Per me, Errico è tutto: non capivo più nulla, in quel minuto. Mi ha fatto pietà, misera giovane, con quel suo viso bianco. Vi ha mandato a salutare....

— .... io non vi ero.

— Non vi eravate. Mi ha detto che preghiate un poco, per lei: alla Madonna dei Dolori vuole che la raccomandiate.

— La raccomanderò. Che ne sarà di lei?

— Eh! — disse donna Costanza, stringendosi nelle spalle, rudemente. — Tornerà come prima....

— Vergine Santa, scampatela! — esclamò la monaca, nascondendosi il viso fra le mani.

Donna Costanza si levò dalla sedia e andò nell'altra stanza a vedere se il suo figlio dormisse. Tornò, dopo qualche minuto.

— Dorme, ma sospira, si agita nel sonno. O che mi hanno fatto, di questo figlio, quelle due belve dell'Università! Che sarà mai di questa povera madre e del suo ragazzo, suor Giovanna? E se mi si ammala? Poco fa, nel sonno, diceva delle parole sconnesse.... mi ha fatto paura.....

— Come donna Maria Laterza, — rispose suor Giovanna della Croce. — Poi, le passò subito. Queste cose passano.

— Non le è passato, — soggiunse tetramente, donna Costanza de Dominicis. — Anzi, le è ritornato....

— Che cosa?

— Il delirio, a donna Maria Laterza.

— Se è stata bene, dopo?

— Pareva che stesse bene, pareva! Ma non l'avete mai incontrata, così pallida, così debole, con quelle mani magre magre e sempre fredde, come diceva la nutrice del suo bimbo!

— L'ho incontrata. Ma non sembrava che dovesse ricadere malata.

— Non è ricaduta: non si è guarita, mai: è stata sempre malata.

— Col delirio!

— Ogni tanto, specialmente di notte, il delirio le ritornava. Poi, le passava. Il marito, spaventato, non ne diceva nulla a nessuno. Poi, questo delirio è venuto anche di giorno....

— Oh Gesù, Gesù! — soggiunse suor Giovanna, curvando anche più la testa sul petto.

— E infine, donna Maria Laterza è impazzita, mi ha detto il medico venuto per lo svenimento di Errico.

— Impazzita?

— Sì. Alle donne che sgravano, talvolta, questo succede. Una mia amica, a Salerno, pure è impazzita così. Donna Maria Laterza pensa di esser una madre solinga e di aver suo figlio, Vittorio, per mare, in un mare in tempesta: pensa che egli chiama aiuto e che lei non può levarsi, perchè è morta....

— Come quella notte, come quella notte!

— L'hanno portata via, ieri sera, in gran segreto. Don Gaetano Laterza piangeva. Ella non è al manicomio: è in casa di pazzi, privata, ove un medico la cura, pagando bene....

— E può guarire?

— Forse, dicono. L'amica mia guarì tre volte, ma ridiventò pazza. Donna Maria era una buona signora....

— Sì: era buona.

Un lugubre silenzio regnò fra le due donne. La monaca pareva oppressa, accasciata, piegata in due, verso la tavola: la salernitana si teneva la testa fra le mani, almanaccando dolorosamente sul proprio destino.

— Ah, suora mia, non ho mai mancato di coraggio, ma ora sono per terra. Quel figlio, quel figlio! Come gli darò da mangiare, io, per un anno? E se egli volesse lavorare, dove trovar lavoro e come farlo, quando deve studiare? Sentite, sentite, sono stata troppo ambiziosa, ho peccato di superbia, dovevo rimanere con mio figlio in paese, fargli fare il contadino, con quel pochissimo di roba che avevamo! Ho voluto farne un medico, un signore, ecco quel che mi è successo, Dio mio, che faremo mai? In questo grande paese, dove non vi è lavoro per nessuno, come vivremo?

Un singulto ruppe la voce di suor Giovanna, uno di quei singulti senza lacrime, dei vecchi.

— Ah se non avessi Errico, suor Giovanna, io farei come ha fatto il giudice Notargiacomo, al quarto piano.... non ne posso più di patire, come lui.

— Che ha fatto?

— Si è ucciso. Si è buttato dal quarto piano, nel vico dello Splendore, stamattina.

— Ah! — gridò la suora, come se svenisse.