Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 8

Chapter 83,824 wordsPublic domain

E con la facilità, la bonomia, la semplicità di una creatura buona, Concetta Guadagno prese la scatola, la schiuse, osservò curiosamente i merletti.

— È un _letto_, è vero?

— Sì, è la guarnizione di un lenzuolo e di quattro foderette.

— Io non sono maritata, ma non importa; mi servirà di augurio. Non posso darvi molto, suor Giovanna, come vi meritate....

— Quel che volete, — mormorò la suora, le cui mani, adesso, tremavano, come tremava la voce.

— Una ventina di lire basteranno? È poco. Lo so. Contentatevi, se no, dovete andar girando. Contentatevi.

— Mi contento di tutto. Ve le donerei, se non avessi bisogno, poichè siete devota e buona. Ma io sono assai povera....

Già Concetta Guadagno tornava con un portafoglio di cuoio rosso, da cui cavò le trenta lire.

— Ho qualche soldo da parte, — ella parlò, come a sè stessa; — ma se Cicillo mi lascia, non potrò andare avanti che uno o due anni....

— Poveretta, poveretta.... — disse la suora, con voce fievole.

Questa volta, Concetta Guadagno arrivò a prendere fra le sue manine bianche e molli di donna bionda, profumate di _opoponax_, la mano magra, rugosa, di suor Giovanna della Croce, e a baciarla.

*

La malata emise un lievissimo sospiro dal suo letto. Suor Giovanna si levò dalla sedia dove vegliava e si chinò sul letto.

— Volete qualche cosa?

— Un po' di acqua da bere.

La monaca prese un grande bicchiere d'acqua, dove nuotava un grosso pezzo di pane abbrustolito, versò di quest'acqua in un cucchiaio da zuppa e lo intromise nelle labbra schiuse della inferma. Costei non aveva avuto la forza neanche di sollevare la testa dall'origliere.

Spossata, esausta da una spaventosa emorragia, dopo un parto travagliosissimo, giaceva lungo distesa, con un sol cuscino sotto il capo, con le ginocchia sollevate, a impedire anche meccanicamente, in quella posizione, che una novella emorragia, certamente mortale, sopravvenisse. La puerpera era la signora Maria Laterza, abitante al terzo piano di quel palazzo, nel Vico Rosario Portamedina: al secondo piano abitava sempre Concettina Guadagno e al primo donna Costanza de Dominicis con suor Giovanna della Croce. Era una donnina magra e fine, Maria Laterza; con un gran mucchio di capelli castani che pareva le tirassero la pelle dal volto e la estenuassero, una donnina di trentaquattro anni, moglie di un impiegato al Banco di Napoli, non poveri, quei due, non ricchi, ma che si sapevano regolar bene sulle duecentottanta lire che riunivano, da un po' di dote della moglie e dallo stipendio del marito. Fortunatamente, per dieci anni di matrimonio, non avevano avuto figliuoli, e con la gracilità della salute di Maria Laterza, con i loro modici mezzi, avevano finito per esser contenti di questa mancanza di prole. Anzi, facevano anche qualche piccola economia, essendo in due, con una servetta che aiutava alla cucina la signora. A un tratto, Maria Laterza, in preda a uno sgomento invincibile, si era accorta di essere incinta: e tutto il tempo della gravidanza era passato fra atroci sofferenze fisiche, per tutte le paure della morte che colpiscono le gestanti, per le paure di tutte le complicazioni finanziarie che sarebbero derivate dalla nascita di questo figlio non invocato, non aspettato. La tenue creatura aveva sofferto due giorni interi nel parto di un piccolo neonato, gracile, fine, con una finissima e abbondante capellatura castana, come quella della madre: nelle ultime ore, ella pareva che morisse. E una perdita di sangue enorme era succeduta al parto. Maria Laterza non era stata salvata che dal coraggio e dalla freddezza d'animo del chirurgo che l'assisteva, mentre il povero marito, in piedi da due giorni, disfatto, stralunato, batteva i denti dal terrore ed era inetto a qualunque aiuto. Nel frattempo era giunta una balia, poichè mai Maria Laterza avrebbe potuto nutrire la sua creatura, anche se avesse avuto un parto felice: e si era installata nella stanza seguente, facendosi servire a bacchetta dalla piccola serva sbalordita. Il chirurgo aveva dichiarato che per tutto il puerperio, almeno per venti giorni, la malata aveva bisogno di una infermiera, di una monaca, ogni atto dell'inferma doveva esser sorvegliato, un nulla la poteva gittare di nuovo alla morte, il pericolo di una novella emoraggia non era escluso. Il povero marito che vedeva già tutto il disastro finanziario di quella malattia, aveva subito pensato, poichè vi era una monaca nel palazzo e poichè si sapeva che era poverissima, che costei, che suor Giovanna della Croce si sarebbe contentata di un paio di lire al giorno, anche vegliando la notte: le avrebbero dato anche il pranzo. Le altre monache, le vere infermiere, chiedono cinque, sei, e persino otto lire al giorno. La vecchia monaca, a quella chiamata, restò confusa, incerta: non aveva mai assistito malati, non avrebbe resistito a non dormire, la notte, forse: e poi, una puerpera, ciò la metteva in imbarazzo, le dava un senso di pudore offeso, tutto il vecchio pudore di chi ha tolto, dalla sua vita, il sentimento dell'amore, l'idea del matrimonio, l'istinto della procreazione. Bisognò che, al solito, donna Costanza de Dominicis la sermoneggiasse, le dicesse che, fra gli obblighi di carità cristiana e di consolazione temporale, vi era pur quello di visitare e assistere gli infermi: che essa era da vario tempo nel mondo e che queste fisime di monaca se le doveva levare di testa, se voleva riunir qualche soldo, per farsi una tunica nera, un mantello nero, due bende bianche, due goletti bianchi. Senza volontà, abituata all'obbedienza, vinta oramai dal bisogno, piegata, oramai, malgrado la grande età, al lavoro servile, suor Giovanna della Croce andò rassegnatamente ad assistere Maria Laterza, al suo quarto giorno di puerperio. E quel povero volto magro di donnina minuta, leggiadra, estenuato dall'anemia, cereo sul guanciale, quel corpo immobile e costretto alla immobilità, ma così sottile come se non esistesse, sotto le coltri, quelle due mani più bianche del lenzuolo su cui si appoggiavano, inerti, con le dita allargate, con le unghie leggermente violette, tutto ciò commosse talmente il povero vecchio cuore pietoso della monaca, che ella si diede tutta quanta a quel dovere di carità, che non aveva mai compito.

— Come è disgustosa, quest'acqua, — mormorò la voce fiochissima di Maria Laterza.

— Il chirurgo ha detto che non potete bere acqua cruda, — rispose la monaca, china sul letto. — Volete qualche altra cosa?

— Sì, voglio che vi sediate più vicino a me.

Suor Giovanna della Croce trasportò il suo seggiolone proprio accanto al letto, presso al capezzale dell'inferma. Quella fece un piccolissimo atto della testa, per dire che andava bene. Un lungo periodo di silenzio susseguì. Un orologio sovra una tavoletta fece udire un ronzìo, poi scoccò cristallinamente le nove.

— Che fa il mio piccino? — chiese la malata riaprendo gli occhi, fissando la lampada da notte che ardeva innanzi a una immagine della Madonna di Pompei.

— Poc'anzi dormiva nella culla. Debbo andare a vedere? — chiese premurosamente la monaca.

La puerpera annuì con un abbassamento di palpebre. Era così stremata di forze, che pronunziava il minor numero di parole possibili. Dopo pochi minuti la vecchia suora ritornò, si appressò al letto.

— Si è svegliato or ora: succhia.

— Succhia bene? — chiese con un po' d'autorità la madre.

— Pian piano, succhia, — mormorò suor Giovanna della Croce, con un tremito di emozione nella voce.

— È debole, poverino.

— Non pare, debole.

— Che ne sapete voi, sorella mia? Voi siete monaca.

Seguì un silenzio.

— E Gaetano che fa? — riprese la malata, sempre un po' inquieta.

— Vostro marito ha trasportato le sue carte di ufficio nella stanza da pranzo.

— Poveretto, poveretto! — mormorò Maria Laterza, agitandosi.

— Calmatevi, calmatevi, sorella mia: non dovete parlare tanto, non dovete muovervi tanto.

La malata s'immobilizzò, chiuse gli occhi: ma la sua fine e gentile fisonomia restò turbata da un'espressione penosa. Parve che si addormentasse, giacchè non si mosse per un'ora, con un respiro leggerissimo, ma regolare.

Anche suor Giovanna della Croce aveva un po' di sonno, malgrado avesse preso una forte tazza di caffè per tenersi sveglia. Per non lasciarsi vincere dalla stanchezza e da quel torpore, cercava di rammentarsi tutte le orazioni che conosceva, specie quelle alle anime del Purgatorio, che sono proteggitrici tenere di tutte le persone malate. Sonnecchiava, quando la malata la chiamò sottovoce: suor Giovanna si riscosse subito, già avvezza, da due notti, a quel dormiveglia, in cui il pensiero della vigilanza non lascia mai addormentare completamente.

— Sorella mia?

— Che volete?

— Toccatemi le mani e la fronte.

Suor Giovanna le toccò la fronte: era fredda, con lievissime pulsazioni alle tempia. Le mani erano freddissime, ghiacciate. Glielo disse.

— Volevo sapere se avessi la febbre, — susurrò la malata stranamente.

— Impossibile, sorella mia. Temo, anzi, che siate troppo debole.

— Non ho la febbre?

— Ma che!

— Credevo di aver la febbre, — si ostinò a dire l'inferma.

Poi, tacque, chiuso gli occhi di nuovo, si riaddormentò. Il marito della malata venne più tardi, in punta di piedi, a vedere che facesse.

— Dorme? — chiese, con una voce che pareva un soffio.

— Dorme.

— Io vorrei andare a letto, muoio di stanchezza e di tristezza. Se vi è qualche novità mi chiamate subito, n'è vero, _zi monaca_?

— Non dubitate.

— Il bambino riposa quietamente. Dio lo benedica: e mi conservi sua madre!

— Così sia, — rispose piamente la suora.

Gaetano Laterza si allontanò. Era quasi mezzanotte. Sempre con quel respiro piccolo, breve, ma eguale, la inferma, supina, con un viso assottigliato e ancor bello, dormiva. Lentamente, suor Giovanna della Croce, dopo aver riordinato, in silenzio, a passi cautissimi, la camera, era tornata al suo seggiolone; lentamente le sue labbra e la sua mente avevano finito di ripetere le sue giaculatorie; la stanchezza grande la vinse, l'addormentò come un piombo, con un respiro un po' pesante, un po' ansante, di vecchia.

Uno stridìo della lampada da notte, lo stridìo particolare che, nel convento di suor Orsola Benincasa, nel tempo dei tempi, l'aveva sempre svegliata, la destò di soprassalto. Con un batticuore, ebbe un momento crudele d'illusione: si credette ancora nella sua alta cella, sul colle, dove aveva passato trentacinque anni a servire il Signore, dove aveva sperato di vivere e di morire, Iddio servendo, serbando la fede e il rito: un minuto intenso d'illusione che precipitò subito, dinanzi alla verità, in quella realtà di una stanza di malata, di puerpera esausta, che un nuovo assalto del male poteva far morire, accanto a un'altra stanza dove dormiva, nella breve culla, il piccolo, fine neonato. Con passo vacillante, caduta nella realtà della sua opera servile, in un ambiente profano, dove tutte le ragioni fisiche della vita, del sesso, della generazione trionfavano, suor Giovanna della Croce andò a versare dell'olio nella lampada languente, il cui lucignolo fumicava. Così, nella notte, lassù! Tutto era scomparso, finito per sempre, da tempo. Forse, neppure lei era più la medesima suor Giovanna della Croce, sotto il profondo mutamento delle cose. Quando ritornò accanto al letto, si accorse che erano già le tre e che Maria Laterza la guardava con un par d'occhi spalancati e vivaci, mentre tutto il giorno li aveva tenuti languidi e socchiusi, o chiusi addirittura.

— Avete dormito bene? — le domandò, china sul letto.

— Non ho dormito, — rispose con voce singolarmente forte, la malata.

Eppure, suor Giovanna della Croce l'aveva vista riposare quietamente, a lungo!

— Ho pensato, sorella mia. Ho pensato molto.

Il tono della voce era così alto, che la monaca si spaventò.

— Non parlate così. Vi stancate. Tacete. Cercate di dormire di nuovo. Il sonno vi guarisce.

— Il sonno mi uccide. Nel sonno posso morire senza che voi ve ne accorgiate, suor Giovanna della Croce. Quando dormo, ricordatevelo, voi dovete scuotermi, chiamarmi sempre, perchè io non me ne muoia.

— Sì, sì, ma tacete, — disse la monaca, cercando di tenerla ferma sul letto, ove si muoveva sempre. La fronte e le mani della inferma erano sempre più fredde.

Quella obbedì per un poco. Ma non si riaddormentò, non richiuse gli occhi.

— Ho pensato una grande cosa, suor Giovanna mia, — le disse, prendendole una mano, stringendola, obbligando la monaca a curvarsi sul letto.

— Che cosa?

— Voglio mettere il mio figliuolo in marina.

— Ah! — esclamò la monaca, trasognata.

— Sì, in marina. Il mio Vittorio, così si deve battezzare domani, col nome di Vittorio, perchè ha vinto la morte per lui e per me, — deve partire, per lunghi viaggi. Io piangerò molto quando andrà via; e sarò tutta tremante quando udrò il vento fischiare per le vie venendo dal mare e quando il mare inonderà la banchina di via Caracciolo, nei giorni di tempesta; e lo raccomanderò a Maria, stella dei naviganti, _Ave Maris stella_. E che gioia, _zi monaca_ mia, quando egli ritornerà sano, salvo, bello, come un angelo, bello e forse come un eroe....

— Non parlate tanto, — mormorò la suora, tenuta ferma dalla mano della malata, immobilizzata, curva sul letto.

— Io farò altri figli, vedrete! Ora, ho cominciato, non finirò più di fare figli. Ogni volta, ogni volta tutto il mio povero sangue se ne andrà via, appresso ai figli: ma la Madonna di Pompei mi salverà, il chirurgo mi scamperà, voi mi assisterete e io guarirò. È vero, che mi assisterete? Non mi dovete abbandonare, con tutti questi altri figli che io debbo fare!

— Ma non parlate tanto, per amor di Dio!

— Perchè vi spaventate? Io sto benissimo. Non lo vedete, come sto benissimo? Andate a dirlo a Vittorio, al mio piccino.

— Dorme, il poverino: e non capirebbe ancora.

— Un ufficiale di marina capisce tutto, mia cara suor Giovanna. Voi siete monaca e non le comprendete certe cose. Del resto, sto benone. Volete andar a dirlo a mio marito Gaetano?

— Anch'esso dorme, poveretto: era così stanco!

— Lo so, lo so, lo so. Ha scritto il romanzo, tutta la sera, lo so, l'ho visto di qua. Credete che sieno conti, quelli del Banco di Napoli, quelli che fa? No. È un romanzo, un bel romanzo, triste, triste, così triste, mia sorella!

— Non parlate, non parlate, vi volete rovinare.

— Sto proprio bene, suor Giovanna, e vi debbo dire tutto. Sapete che è quel romanzo? Quella storia così triste, che scrive il mio caro Gaetano? È la storia del nostro amore, tutta la nostra storia. Ora io ve la racconto....

— No, no, non la voglio udire, dovete tacere, fatelo per amore di quella Vergine!

— Lodata sia, la Vergine! Non la volete udire, la nostra storia? Vi vergognate di ascoltare una storia di amore? Non avete mai amato, voi, sorella mia? Non rispondete? Anche voi avete amato, e la vostra storia è stata, forse, più triste della mia.

— Vi farete venire un gran male, se continuate a parlare così presto, così forte. Volete ammalarvi gravemente, di nuovo, volete morire, forse? — disse la suora, angosciosamente, non sapendo come far tacere la inferma, non potendo ritrarre la sua mano da quella gelida piccola morsa, che era una gelida piccola mano.

— Io morrò, — soggiunse quietamente l'inferma.

— Che dite?

— Dico che morrò, — replicò quella, guardando la monaca con occhi vividissimi.

— Quando Dio vorrà, non ora, speriamo, per il bimbo, per vostro marito.

— Morrò. Così finirà la triste istoria, quel romanzo, sapete, di Gaetano. Con la mia morte, finirà. Il pover'uomo non lo sa. Ma lo so, io. Crede di scrivere una storia assai, assai triste, ma con un lieto fine. Ma io morrò, è certo.

— Chi vi dice queste cose? Perchè le pensate? Calmatevi, tacete!

— Me le ha dette mio figlio Vittorio.

— Vostro figlio?

— Sì, mio figlio, l'ufficiale. È venuto poco fa, piccolo, piccolo, vicino al mio letto, e mi ha steso le manine, e una di esse ha toccato il mio viso. Ah, che ho sentito, quando quella mano di bimbo, di neonato, ha toccato la mia faccia! Voi non siete madre, non sarete mai madre, non potete intendere. E mi guardava, mi guardava, con certi occhi così dolenti, questo mio bambino, che io ho subito compreso che egli vedeva la sua madre morta.

— Se non tacete, vado a svegliare vostro marito, — esclamò la povera vecchia monaca, disperata.

— Non chiamate nessuno. Datemi dell'etere.... dell'etere, subito....

Emesso un profondo sospiro, Maria Laterza svenne. Albeggiava. E solo allora suor Giovanna della Croce, tremando di terrore, comprese che la malata aveva delirato tutta la notte, senza febbre, gelide le mani e la fronte.

*

Il giudice Camillo Notargiacomo, colui che occupava il quarto piano, nel palazzotto di Vico Rosario a Portamedina, proprio in alto, mentre al primo vi era donna Costanza de Dominicis e suor Giovanna della Croce, al secondo Concetta Guadagno e al terzo Maria e Gaetano Laterza, il taciturno e austero giudice di tribunale, aveva accettato di prendere al suo servizio la monaca, vivamente raccomandatagli da donna Costanza. Il puerperio di Maria Laterza era finito, da un paio di mesi; la gracile donnina si era levata, pallidissima, debolissima, con certi occhi dolci e stralunati, sempre rabbrividendo dal freddo, avvolta nei suoi scialletti di lana, facendo strillare il suo piccino, quando lo carezzava lievemente con le sue dita gelide: e suor Giovanna della Croce era stata licenziata bonariamente, con un pagamento di ventisei lire, giusto tredici giorni di assistenza. La suora non aveva potuto realizzare il suo desiderio tormentoso, cioè di avere una tonaca nuova e un mantello nuovo: anche a comperarli di una lanetta nera molto inferiore, erano così larghi, così ampi, la tonaca e il mantello, che ce ne volevano molti metri, almeno da quaranta a cinquanta lire di stoffa, più la fodera della tonaca e la manifattura. Impossibile, dunque: e il cruccio segreto più acuto lacerò l'animo pio della povera monaca, che vedeva riescire vana ogni sua servile fatica, ogni sua umiliazione morale e materiale, per poter riprendere i segni del chiostro. Potette, solo, ahimè, rifarsi la fascia pel capo e pel collo: candide, candidissime, esse facevano vieppiù risaltare la consunzione dei vecchi abiti monacali. E di nuovo ammiserita, ridotta a misurare i bocconi, con le sue trentanove lire, suor Giovanna della Croce piegò le antiche spalle e salì al servizio del giudice Notargiacomo, al quarto piano. Costui, anzi, non l'aveva presa, suor Giovanna della Croce, che dopo molte difficoltà; tre volte, la monaca era discesa dal quarto piano, lentamente, tristemente, scoraggiata dalla burbanza, dalla diffidenza, dal tono sospettoso con cui il giudice l'aveva interrogata, e anche redarguita nelle sue parole.

Questo magistrato faceva una vita molto singolare. Abitava in quel palazzotto da otto mesi, cioè dal quattro maggio dell'anno prima: viveva in quel quartino, solo, solissimo. Non riceveva là mai la visita di un parente, di un amico: il portinaio aveva severissimo ordine di rispondere, sempre, che il giudice Notargiacomo era uscito o che, stando in casa, non vedeva nessuno. A cercarlo, ogni tanto, qualcuno veniva: ma si comprendeva bene, dall'aspetto di quegli uomini, di quelle donne, dalle loro vesti, dal tono della loro voce, fra il plorante, l'insistente, il fastidioso, che erano imputati, o parenti, o amici d'imputati. Costoro erano rigorosamente cacciati dal guardaportone a cui il giudice Camillo Notargiacomo dava apposta dieci lire il mese, per tale servizio. I queruli, uomini e donne, andavano ad aspettare il giudice, poco lontano, all'angolo della via: era inutile, egli aveva un modo così glaciale e altiero di volger loro le spalle, di non rispondere nè al saluto nè alle parole, di continuare la sua strada, sino al portone dove il portinaio li fermava, che costoro restavano, per lo più, interdetti e confusi, alcuni lamentandosi, altri bestemmiando. Il giudice riceveva pochissime lettere e un paio di giornali giudiziarii: le lettere lo turbavano sempre un poco, egli ne guardava la soprascritta, sempre, con occhi smarriti. Ogni tanto il postino, sospirando e sbuffando, saliva al quarto piano, nelle ore prime della mattina; aveva una lettera, con _ricevuta di ritorno_, da consegnare al giudice Notargiacomo. Costui, ogni volta che questa lettera arrivava, si agitava tanto, che non ritrovava più nè la penna, nè il calamaio che aveva davanti: balbettava qualche parola, guardando con gli occhi stralunati l'indirizzo della lettera di calligrafia sempre identica e a lui nota, certo; tanto che, un giorno, il postino gli disse:

— Vostra Eccellenza ha il diritto di respingere questa lettera; mi fa una piccola dichiarazione....

— No.... no.... non posso, — aveva mormorato fiocamente il magistrato.

Il più bizzarro era che il giudice Notargiacomo aveva portato seco, nel suo quartino solingo, un mobilio di uomo ammogliato. Il suo letto di legno scolpito, lavoro pretenzioso, era coniugale: così la stanza da letto aveva due tavolini da notte, un grande armadio a tre specchi, due alti _sécrétaires_. Il suo salotto non era da celibe, ma da uomo che ha avuto, un tempo, in casa, una donna, moglie, amante, innamorata, serva-padrona, una donna, infine, a lui legata: salotto pieno di mobiletti capricciosi, pieno di ninnoli in chincaglieria, che contrastavano con l'aspetto triste del silenzioso magistrato. Alto, scarno, con una testa a pera, calvo, con una corona di capelli castani, che si brizzolavano, con un viso scialbo e inespressivo e un paio di mustacchi castani, anche più brizzolati dei suoi pochi capelli, sempre chiuso in un _thait_ nero, incravattato e inguantato di nero, il giudice Camillo Notargiacomo era funebre. Era ammogliato? Vedovo? Separato da una moglie, da un'amante, da una serva-padrona? Non era, forse, quella casa di aspetto coniugale, il covo singolare di uno scapolo? Egli ci viveva solo: il grande letto coniugale serviva a lui solo: sovra un angolo della tavola da pranzo, egli divorava, in perfetto silenzio, un pranzo venuto da una trattoria poco lontana, un pasto che egli inghiottiva senza guardarlo; nel salotto, pieno di mensolette, di tavolinetti, di ritratti nelle cornici, di statuine, egli non si fermava mai. Nella sua stanza da letto vi era, anche, presso la finestra, una piccola scrivania femminile, un mobile vezzoso e, sopra, tutti i minuti oggetti da scrittoio di cui una donna si serve, pei suoi bigliettini, per le sue lettere amorose: non solo il giudice Notargiacomo non si sedeva mai a quella piccola scrivania, ma, passandovi varie volte, innanzi, nella giornata, voltava gli occhi in là!

In complesso, il taciturno e triste magistrato menava la vita di un uomo avaro, sordido. Si conosceva bene la cifra del suo stipendio e si sapeva, anche, che aveva qualche proprietà immobiliare, dei titoli di rendita: la gente, persino, esagerava la sua agiatezza. Tra casa e vitto egli non giungeva neppure a spendere la metà del suo stipendio, in quel quartino, con quella trattoria di infimo ordine che gli mandava un cibo grossolano e disgustoso: non gli si vedeva mai un vestito nuovo, non prendeva mai una carrozza, non metteva mai piede in un teatro. Persino con la vecchia monaca, che doveva pulirgli la stanza e gli abiti, stirare la biancheria e rammendarla, fare tutto il servizio, infine, e custodire la casa nella sua assenza, persino con suor Giovanna della Croce egli aveva lesinato sul compenso. Voleva dare dodici lire, non più: a stento giunse fino a quindici lire, ma rimase inquieto ed irritato di questa concessione. Nel quartiere, si diceva che il giudice Camillo Notargiacomo aveva molti, ma molti denari da parte, lo si dichiarava il più duro fra i taccagni. Qualche parente di delinquente, anzi, aveva fatto circolare la voce che egli prestasse il denaro a usura. E nei dialoghi del vicinato, passava, ogni tanto, una di queste frasi:

— Un giorno o l'altro i ladri scassinano la porta del giudice, legano la monaca e portano via tutti i denari.

— Una notte o l'altra, i ladri scannano il giudice e si portano via tutti i denari.