Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 7

Chapter 73,800 wordsPublic domain

Eppure, con sua sorpresa, in quell'alba che già cedeva il posto al giorno, ella vide una persona all'angolo del Vico Primo Consiglio. Veramente costui stava un po' dietro lo spigolo del muro, appoggiato ad esso, in attitudine di attesa. Era un giovanotto che di poco poteva avere oltrepassato i venti anni, non alto, smilzo, imberbe, col viso biancastro, dagli zigomi sporgenti. Vestiva come un operaio pulito, con un par di pantaloni giallastri, stretti al ginocchio, larghi al collo del piede, con una giacchetta azzurro-cupa, molto serrata alla persona e di cui teneva il bavero alzato per il freddo: in testa un cappelletto a falde strette, messo a sghimbescio. Un mozzicone di sigaro, spento, nero, pendeva dall'angolo della sua bocca ed egli teneva le mani in tasca, come per riscaldarle. Infatti, il freddo era vivissimo, tagliente. Dietro i cristalli, guardando curiosamente il giovanotto, suor Giovanna della Croce ebbe un brivido dentro le sue lane nere, che male la proteggevano contro il rigore della tramontana. Non passava alcuno, neppure più giù, verso il Vico Lungo Gelso, neppure verso la più larga Via Speranzella, sempre animata: anche il Vico Lungo Teatro Nuovo era deserto. L'ora e il freddo glaciale prolungavano il sonno, anche dei più mattinieri. Così, in quell'angolo, non vi erano che quel giovane appoggiato al muro, con la espressione di una paziente e sicura attesa sulla faccia, e la monaca, su, dietro i suoi cristalli, con una misteriosa curiosità nell'anima. Ella lo vedeva benissimo; egli non poteva vederla. Del resto, il giovanotto, ogni tanto, sogguardava verso la casa oscura e silenziosa che si ergeva, a un piano soltanto, dirimpetto al balcone di suor Giovanna della Croce; sogguardava, come se cercasse di penetrare, miracolosamente, dietro le gelosie ermeticamente chiuse, tutte polverose, per non essere state scosse e aperte, da tempo immemorabile: e sogguardava, anche, verso quel portoncino sempre aperto, in cui, mai, nella giornata, suor Giovanna della Croce aveva visto entrare o uscirne alcuno. E sogguardava così attentamente, con tanta intensità nel suo viso bianco di ventenne, con tale fissità di sguardo, che la suora si sentì rabbrividire, a un tratto, non solo di freddo, ma di paura.

Ella cercò sottrarsi a quella curiosità infantile che, costantemente, vinceva il suo spirito di monaca che nulla aveva visto, che nulla aveva saputo della vita: cercò vincere quel desiderio di vedere e di conoscere, così fanciullesco: si allontanò dal balcone, girò per la sua stanza, volendo ritrovar tutti i suoi libri sacri, opuscoletti, foglietti volanti, figurine di santi, dietro le quali erano stampate delle speciali preghiere; volendo raccogliere tutti i suoi scapolari, gli _abitini_, tutte quelle minuzie della religione, di cui le suore formano un pascolo al loro semplice cuore. Ma, dopo un poco, quando tutto fu raccolto e messo in un panno bianco e fermato con gli spilli, ella ritornò al balcone. Il giovanotto era ancora dietro il suo angolo, ad aspettare. Adesso, però, suor Giovanna della Croce osservò un particolare anche più strano: quel giovanotto si nascondeva, lì dietro: stava appostato. Di fatti, era passato di lì il caffettiere ambulante, con un bracierino portatile pieno di carboncini accesi su cui si reggevano le caffettiere, e una serie di tazzine infilate alle dita dell'altra mano: appena il giovanotto lo aveva visto, si era messo subito a fischiettare, come un essere spensierato e gaio, e mossosi dal suo posto, aveva fatto dei passi per allontanarsi, scantonando verso Magnocavallo. Quando il caffettiere, emesso il suo grido tradizionale, ebbe imboccato la Via Formale, quando fu sparito in quelle lontananze, il giovanotto dal viso imberbe e la persona smilza era venuto, in fretta, ma con cautela, di nuovo ad appostarsi al cantone del Vico Primo Consiglio. Suor Giovanna della Croce, rivedendolo, ebbe nello spirito, un novello, più forte brivido di paura. Quegli, oramai, non distoglieva più gli occhi dal portoncino: sugli zigomi scarni, sulla pelle biancastra, il freddo aveva fatto salire due macchie rosse. E la suora si mise a guardare anche lei, involontariamente, verso il portoncino aperto.

Passò ancora un terzo d'ora. Il giovanotto quasi tutto nascosto dal muro, piegato in due, spingendo innanzi solo la testa, anzi solo la fronte e gli occhi per vedere, pareva un animale che concentrasse tutte le sue forze, per spiccare un salto feroce e afferrare la preda. La monaca, in preda a una paura sempre più affannosa, non dubitava più che quello sconosciuto non fosse lì, animato da una intenzione oscura ma terribile: pure ella non poteva nè comprendere, nè prevedere. Addossata allo stipite bianco del balcone, anche ella si era tirata indietro, temendo che quegli la scorgesse, mentre ella lo spiava e sporgeva solo il capo per osservare il portoncino.

Un uomo apparve, infine, su quella soglia: un bel giovane alto, aitante della persona, vestito con l'uniforme dei Reali Equipaggi, col largo colletto azzurro aperto al collo, il fazzoletto a cravatta di seta nera, e il berretto di marinaio abbassato un poco sulla fronte. Sulla soglia egli s'arrestò: non per guardare, poichè aveva l'aspetto tranquillo e securo, ma per respirare largamente, lungamente, come chi ha passato troppe ore in un ambiente chiuso e soffocante. Poi si avviò, con passo fermo, scendendo il Vico Primo Consiglio, dondolandosi un poco, come fanno tutti i marinai: non guardava nè a destra, nè a sinistra, andava innanzi, sempre diritto. Il giovanotto appostato non aveva fatto che un solo gesto, cioè cavata la mano destra dalla tasca: aveva lasciato passare il forte marinaio, che non si era accorto di lui, ma non aveva costui fatto tre passi più oltre, che lo aveva raggiunto con un salto da tigre e gli si era aggrappato alle spalle. Senza gridare, senza reagire, il marinaio cadde, di un tratto, a terra, lungo disteso, supino, con un coltello nel petto: il giovanotto si chinò un minuto, poi fuggì verso le Chianche della Carità: sparve.

Un orribile grido di terrore era uscito dal petto di suor Giovanna della Croce; ma, nello stesso tempo in cui l'aggressione e l'assassinio erano accaduti, in quell'attimo rapidissimo, una mano convulsa aveva fatto scrollare, sette od otto volte, le gelosie del balcone dirimpetto che, sotto l'urto, si erano dischiuse, rompendo la catena di ferro che le teneva unite: una donna era apparsa, curvandosi sul balcone, interrogando le vie, intorno. E, poichè il marinaio giaceva lungo disteso, quindici passi lontano dal portoncino, con un fiotto di sangue che sgorgava dalla ferita, gli intrideva i panni e si allargava in una pozza, sul lastrico, col viso già bianco e gli occhi socchiusi, la donna si mise a urlare, a urlare, a urlare:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Altre donne apparvero a quel balcone e visto l'assassinato, cominciarono a gridare, anche esse: delle altre finestre si aprirono. La donna urlava, urlava, urlava:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Era una giovane, con una vestaglia di seta gialla, tutta a fiocchi rossi, gittata sovra la sola camicia di seta lilla: i piedi erano nudi nelle pianelle di velluto nero, a tacco alto; le guance erano cariche di rossetto e gli occhi tinti di nero: i capelli neri formavano un alto casco, lucido di pomata: la fisonomia era piacente, ma volgare. E le altre donne erano in vestaglie vistose, in maniche di camicia e sottane di seta, tutte a merletti, e calzate di seta nera: alcune discinte e spettinate: altre con gli occhi imbambolati. Tutte gridavano, rovesciandosi sui ferri del balcone: quella in mezzo, si disperava, urlando:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Suor Giovanna della Croce vide tutto questo e vide anche due uomini uscire rapidamente dal portoncino, scantonare, inavvertiti, verso Via Settedolori, e vide, mentre le donne gridavano al soccorso, dal balcone aperto, una grande stanza a divani rossi, a specchi dalle cornici dorate; e a malgrado la sua ignoranza, la sua innocenza, la sua cecità, ella comprese in un baleno, quanto vi era di sozzo, d'immondo, di orrendo, in quello spettacolo; e, per la vergogna, per la nausea, per l'orrore, cadde indietro, sulla terra, come se morisse.

III.

Bussarono alla porta della stanzetta, leggermente.

— Entrate, — rispose suor Giovanna della Croce, a bassa voce, sciogliendo le mani dal suo rosario.

Entrò donna Costanza de Dominicis, la vedova salernitana, che affittava, per dodici lire al mese, quella stanzetta alla monaca. Era una magra, magrissima donna di cinquant'anni, alta, con certe grosse mani, certi grossi piedi, coi capelli bizzarramente bigiastri a striscie bianche, piantati bassi sulla fronte, tirati alla contadinesca, dalle tempie, sul mezzo del capo, in un mazzocchio: e un viso brunastro, dalla pelle arida e rugosa, dalla bocca grande e pallida sui denti giallastri: bruttissima, infine, ma con un paio di occhi vividi, ove brillava la bontà umana. Portava un vestito oscuro di stoffa di cotone, azzurro cupo, tagliato alla foggia cittadina, ne aveva il grembiule nero e il fazzoletto fiorato al collo, delle contadine.

— _Zi monaca_, non siete venuta a riscaldare il vostro latte, stamattina?

— No, — disse suor Giovanna della Croce, a voce bassa, — non l'ho preso, dal capraio.

— Perchè? Per qualche astinenza, forse?

— No, no, — replicò subito la vecchia monaca che aveva orrore della bugia, — non è per un'astinenza. Così.... non l'ho preso....

Un silenzio seguì. Donna Costanza guardò bene suor Giovanna della Croce e nello scarno viso della monaca, su cui l'aggravarsi degli anni, i patimenti morali e anche quelli fisici avevano segnato dei solchi anche più profondi, in quel volto che si affilava, in quelle palpebre bluastre che si abbassavano sugli occhi, su quella fronte dove erano segnate le rughe, sempre più marcate del doloroso stupore, le parve vedersi diffondere un rossore.

— Suor Giovanna, perchè non dite la verità? A chi la volete nascondere? Di chi vi vergognate? Non sono io povera, come voi? Voi non avete comprato il latte, perchè non avevate soldi, — concluse, con voce irritata, ma affettuosa, donna Costanza.

— .... già, — mormorò la povera monaca. — Qualche soldo l'ho ancora. Ma se voglio vivere sino ai ventisette del mese, debbo far molta economia.

— Cioè, volete restar digiuna? Allora, fate una economia completa, andatevene all'altro mondo.

— Dio volesse! — sospirò suor Giovanna della Croce.

Come mutata, come mutata! La sua persona alta si era curvata, nelle spalle, in segno di caducità servile; le mani brune e lunghe si erano disseccate e vi apparivano molto turgide le vene violacee, e, talvolta, un lieve tremore le agitava, queste mani. Anche i suoi panni di monaca avevano sentito il tempo che era passato: la sua tonaca nera aveva, nelle sue pieghe, i riflessi verdastri della stoffa nera che si scolorisce; per non consumare il suo grande mantello nero, l'emblema più espressivo della sua dignità di Sepolta Viva, non lo indossava che per uscire, e intanto, mentre il manto era sospeso a un appiccapanni, contro il muro, le pareva sempre di aver freddo, di non esser completamente vestita: le sue candide bende, il suo candido goletto, non avendone ella che tre da cambiarne, troppo spesso lavati e in casa, con acqua e sapone, non avevano più il biancore immacolato, non reggevano l'insaldatura, erano giallastri, flosci, non assestavano. Il cappuccio nero, rigettato sulle spalle, pendeva, anche tutto sciupato, arrotolandosi agli orli, sfrangiandosi. Invano, le industri mani di suor Giovanna avevano cercato di riparare a questa crescente decadenza dei suoi panni: li portava da troppi anni e non li aveva potuti rinnovare e li vedeva deperire tristemente intorno a sè, disperdendosi così gli ultimi segni della sua vita monacale. Come mutata, come mutata!

— _Zi monaca_, voi dovete decidervi a fare qualche cosa, — rispose bruscamente donna Costanza. — Come volete tirare avanti, in questo modo?

— Decidere a che?

— Cercare di guadagnare qualche lira. Con quarantuna lire al mese, vi è impossibile di vivere.

— Lo so, — rispose la monaca, malinconicamente. — Non sono neanche quarantuna, sono trentotto e mezzo con la ritenuta della ricchezza mobile.

— Che governo porco! Anche la ritenuta! Che ricchezza mobile! Questa è miseria stabile! Bisogna decidersi a lavorare, suor Giovanna.

— E sono pronta. Ma che debbo fare? Mettermi a servire? Sono vecchia, è difficile che mi prendano. Anche, con questi vestiti, vi è chi mi guarda con gli occhi storti. Non vi è più religione, donna Costanza mia. Chi si burla di me, chi mi ritiene per iettatrice, chi per una falsa monaca.... Oh, non sapete, non sapete niente!

E un singhiozzo, senza lacrime, le ruppe la voce.

— Non potreste vendere quei merletti che tessete?

— Ne vogliono dar pochi soldi. E non conosco nessuno. Per la via, vi sono merlettaie che li vanno offrendo: e io mi vergogno di far questo, con questi panni. E chi me li compra, qui?

— Non ne vendeste qualche metro, due o tre mesi fa, alla signorina del secondo piano?

— .... Sì, sì, mi dette dieci lire, per otto metri. Ci avevo lavorato per tanto tempo! Ma dieci lire, donna Costanza, sono dieci lire e mi fecero gran bene. Potessi ora farmi una tonica, comprarmi un po' di mussola per queste bende! Io chieggo perdono ogni giorno a Gesù, per queste vesti di monaca, che non si riconoscono più. Ah, non dovrei mangiare, dovrei digiunare e farmi le vesti sacre! che scorno, che scorno!

E la misera vecchia suora si celò il viso fra le mani. In piedi, la rude salernitana la guardava, e il suo orrendo viso si contraeva di emozione, mentre i suoi occhi buoni si velavano di lacrime.

— Non avete del merletto, ancora, suor Giovanna?

— Sì, ne ho, tanto da mettere attorno a quattro foderette e a un lenzuolo grande. Non è una gran cosa, poichè i miei occhi non mi aiutano molto, più: ma fa buona figura.

— E perchè non glielo portate, questo merletto, alla signorina del secondo piano?

Suor Giovanna guardò la sua padrona di casa, esitando; e abbassò la testa, senza rispondere.

— Vi vergognate del vostro bisogno? O vi fate scrupolo di andare da quella ragazza?

— .... per le due cose, — balbettò la vecchia suora.

— In quanto alla vergogna, smettetela. Tutti siamo poveri. Lo sapete come stentiamo, mio figlio ed io, con la _borsa_ che gli fa la provincia di Salerno, per studiare medicina. Se non fossi venuta io, qua, non avrebbe mai potuto vivere, povero figlio mio! Io fo la spesa, cucino, pulisco la casa, lavo, stiro, dalla mattina alla sera: se no, quelle poche lire, come basterebbero? E non mi vergognerei, se dovessi portare in giro dei merletti da vendere!

— Avete ragione: questa vergogna è atto di superbia, — mormorò la suora. — Ma il denaro di quella ragazza....

— Forse, non avete torto. Ma che ci volete fare? A ogni peccato misericordia! Cristo non ha perdonato alla Maddalena? E voi, non le volete perdonare?

— Oh, io sono una umile cristiana, niente altro, non posso giudicare nessuno, tutti abbiamo peccato. Gli è che quel denaro, quel denaro....

— Eh, alla fine, quella vive con un giovane, come se fosse sua moglie, non riceve nessuno, non esce, fa una vita di schiava, infelice! Io la compatisco, che credete? Sulle prime mi seccavo per Errico, mio figlio, che vi fosse questa bella giovane, questa tentazione, nel palazzo! Ebbene, il mio ragazzo fa una vita così di studio e quella così di reclusa, che non si saranno mai incontrati. Andateci, andateci. Se no, come fate? Quante lire avete, per finire il mese?

— Quattro, — disse angosciosamente suor Giovanna.

— E ne abbiamo venti del mese! Ci vogliono sette giorni per esigere la pensione. Andate, andate su, suor Giovanna della Croce, fate la volontà di Dio.

— Andrò, — disse la suora, mostrandosi più curva ancora, mentre un vivo tremito le scuoteva le mani.

La valorosa donna Costanza, contenta della sua opera, voltò le spalle e uscì. Doveva ancora spazzare tutto il piccolo quartino, in quel primo piano, al Vico Rosario Portamedina, quattro stanzette che costavano quarantacinque lire il mese e di cui era costretta ad affittarne una, per aiutarsi. Ella era la madre, la innamorata, la serva, la schiava del suo figliuolo, uno studente medico, che aveva già ventitrè anni, un giovanottone venuto dalla vanga e che era giunto ad elevarsi per mezzo di una volontà tenace, ardente, dalla scuola elementare al ginnasio, al liceo, all'Università, avendo sempre pieni voti assoluti, guadagnando sempre le sue tasse scolastiche, finendo per avere una _borsa_ per mantenersi a Napoli, durante gli anni di Università.

Brutto, forte, rude, Enrico de Dominicis somigliava perfettamente al suo dragone di madre: ed era un figliuolo tenerissimo, promettendo a sua madre di arricchirla, quando si fosse laureato in medicina. In quell'anno, si laureava.

Il sussidio della Provincia di Salerno finiva: ma egli si laureava, non importava nulla! E la coraggiosa madre e il coraggioso figliuolo vivevano una vita aspra e austera, uniti in affetto profondo che ne elevava le anime semplici e un po' grossolane.

Sospirando, suor Giovanna della Croce prese la scatola di cartone, dove chiudeva i suoi merletti da vendere: si mise sulle spalle il mantello, si assoggettò il grande rosario alla cintura e, fattosi il segno della croce, uscì dalla casa e sali la scala del secondo piano, lentamente. Sulla porta chiusa, vi era una lucida placchetta di ottone, su cui era inciso: _Concetta Guadagno_. Una cameriera, vestita di nero, col grembiule bianco, venne ad aprire, ma con atto diffidente tenne la porta socchiusa.

— Volete dire alla padrona che vi è la monaca del primo piano? — balbettò la vecchia suora.

— Aspettate, — disse la cameriera, lasciandola fuori la porta.

Ma ritornò subito.

— Venite pure. _La signorina_ è da questa parte.

Le quattro stanzette erano mobiliate con un certo lusso di paccottiglia, molto pretenzioso, con certe false tende turche, con certi ventagli di carta giapponesi alle pareti, con certi lumi a sospensione di falso bronzo dorato. Un odore di _papier d'Arménie_ bruciato fluttuava nell'aria, nell'anticameretta. La signorina Concetta Guadagno era nel suo salotto, tutto mobigliato di una _bourrette_ gialla e rossa, con fiori celesti; era distesa sovra una poltrona a sdraio e leggeva un romanzo di Montépin. Era una bella giovane, venticinquenne, bionda, bianca, rotondetta, con certi capelli biondi ricciuti che le nimbavano la fronte; portava una vestaglia di lana leggera celeste, con merletti bianchi, e certe babbucce turche, rosse, ricamate in oro. Il salotto era in penombra; le tendine bianche erano abbassate fra le tende di _bourrette_.

— Oh _zi monaca_ mia, come avete fatto bene a venirmi a trovare, — disse, con una voce un po' velata, un po' roca, Concetta Guadagno.

E si sollevò, stese la mano per prendere la mano della monaca e baciarla. Costei, umilmente, la ritrasse.

— Sedetevi, sedetevi, _zi monaca_, fatemi compagnia. Io sono sempre sola, — disse la giovane donna, con un lieve sospiro.

La monaca sedette: non osava aprir bocca, stringendo la sua scatola di cartone, sotto il braccio.

— Ciccillo _non ha mai ora_, — disse Concetta, con una frase popolare napoletana. — Talvolta capita due, tre volte al giorno; talvolta resta due ore, talvolta un minuto.... Non si può calcolare....

— E perchè fa questo? — chiese la povera suor Giovanna della Croce, per dire qualche cosa.

— Perchè è geloso, — replicò subito la ragazza, felice di confidarsi. È tremendamente geloso. Mi crede capace di tutto, _zi monaca_ mia, è un morire!

— Mentre voi siete così buona!

— Sono buona, adesso. Prima, non ero buona. Voi siete monaca, non potete capire. Sono brutti peccati, non ve li posso dire, vi scandalizzereste. Io vivevo nella perdizione, non per mia colpa: ero una stupida, da giovanetta, non vi posso dire tutto. Portate questa santa veste, che Dio ve la benedica! Ha ragione quando mi sospetta e mi fa le scene.... ero una perduta....

— Vi grida spesso?

— Molto spesso. Talvolta mi batte, — disse, a bassa voce, Concetta Guadagno.

— Ma voi non gliene date ragione?

— No. Sono innocente. Ma mi batte per gelosia. Io accetto tutto. Che debbo fare? Gli voglio bene, gli sono grata di quanto ha fatto e fa per me. Non vedete? Vivo come una signora: mangio, bevo, dormo, sono servita. Prima.... non mangiavo sempre e dormivo quando potevo. È cattivo, è furioso, ma io non mi difendo.

— Vi vuol bene e vi maltratta?

— Il maltrattamento è prova di bene, _zi monaca_, — disse filosoficamente la ragazza.

— E perchè non vi fate sposare? — disse candidamente la povera vecchia monaca.

— Sposare? Sposare? Voi che mai dite! — e rideva, rideva, di un bel riso perlato, Concetta Guadagno.

— Per togliervi dal peccato, figliuola mia, — mormorò la suora.

— E qual peccato? Io non fo male a nessuno, _zi monaca_. Ciccillo mi vuol bene, mi fa vivere come una signora e mi basta.

— Per assicurarvi l'avvenire, figliuola mia, — replicò suor Giovanna della Croce.

— Oh! — esclamò quella, con voce un po' trepida. — In questo, avete ragione. Non si può mai esser certi di nulla, a questo mondo!

E malgrado la penombra, suor Giovanna della Croce vide che la povera donna era diventata pallida sotto la sua cipria.

— Sì, qualche volta penso che Ciccillo mi possa lasciare. Anzi, vi penso spesso. Quando ritarda, quando resta un giorno senza venire, quando è silenzioso, quando è di cattivo umore, vi penso e mi tormento, _zi monaca_!

Tutta la beltà bionda, fresca e lieta di Concetta Guadagno era conturbata, ora, da una tristezza: i suoi occhi cilestri si erano come sbiancati; la sua bocca tumida aveva il gonfiore delle lagrime imminenti.

— Non vi crucciate, figliuola mia, — disse vagamente la monaca, pentita di aver messo quel discorso.

— Sì, mi debbo crucciare. Sono così quieta, contenta, felice, in questa casa, dove non mi manca niente. Se sapeste che ho sofferto prima. Che orrore, Dio mio, che orrore! Se Ciccillo mi lasciasse, che ne avverrebbe di me?

— Se vi vuol bene....

— Mi vuol bene.... mi vuol bene.... ma vi sono tante altre donne, che egli vede e che gli piacciono certo.... ma la sua famiglia mi è contraria.... che ne so, io, se mi vuol bene?

— Bella mia, raccomandatevi a Dio, — disse la monaca, non sapendo dire altro.

— È vero, è vero! Dio mi deve aiutare. Mi debbo mettere nelle sue mani, suor Giovanna mia. Voi siete un'anima santa, assistetemi pure voi. Facciamo dire una messa, due messe, non vi pare?

— A che scopo, figlia mia? — chiese la monaca tutta stupita.

— Per raccomandarmi al Signore, che Cicillo non mi lasci. Io sono persa, capite, se mi lascia. Due messe: una allo Eterno Padre, di Santa Chiara, perchè vi andavo sempre, quando ero piccola e abitavo a San Sebastiano: una a Santa Maria Egiziaca, che ne sono tanto devota, di Santa Maria Egiziaca; è stata una peccatrice penitente, come me!

— Ma che gli dico, al parroco? Io non gli posso dire la vostra necessità.

— La sa Iddio, la mia necessità. Dite: secondo l'intenzione di una devota peccatrice. E date cinque lire di elemosina, per ogni messa. Giusto, domani è domenica. Ci dovete andare oggi.

— Come volete, come volete, — disse umilmente suor Giovanna della Croce. — Per qualunque cosa, mettiamoci nelle mani del Signore.

— Sì, sì. Esso deve inspirare a Cicillo di non lasciarmi mai. Le messe, le messe, ne farò dire anche delle altre, sorella mia!

— Recitate il rosario, ogni sera, — mormorò teneramente suor Giovanna della Croce.

— Lo recito, lo recito sempre! Me lo dicevo anche _allora_, figuratevi! Io ci credo tanto! Sono così buona, ora mi faccio il fatto mio, non vedo nessuno, Dio non mi deve togliere Ciccillo.

— Dio vi aiuterà, — finì per dire la monaca, trascinata da quel sentimento vero di sgomento e di tristezza.

— Io vado a prendervi le dieci lire, — disse la giovane donna, levandosi. — Ma, aspettate, voi siete venuta per qualche cosa? Che volevate? Che portate sotto il mantello?