Suor Giovanna della Croce: romanzo
Part 6
Suor Giovanna non rispose. Guardò la nipote, il balcone e una espressione di tristezza e di confusione le si dipinse in viso: più lente, più fioche, si sgranarono le _Ave Marie_ e i _Pater_ sotto le sue dita, avvezze al trascorrere dei grani del rosario. Adesso, la nipote si era installata dietro i cristalli e fissava il balcone dirimpetto, nel vivace e rumoroso Vico Lungo Teatro Nuovo; dietro i cristalli, il giovanotto con cui ella amoreggiava, era fermo aspettandola al convegno. Si guardavano, si sorridevano: poi, una telegrafia vivace, di segni, di lettere alfabetiche, riprodotte con le dita, cominciò, mentre suor Giovanna della Croce, sospirando, aveva voltato la persona in là, per non vedere. Ma questo non bastava, a Clementina. Ella disse a sua zia:
— Scusate, _zi monaca_, ma debbo dire qualche cosa a Vincenzino. — E schiuse i cristalli, lasciando entrare il freddo di una giornata rigida di febbraio; si mise a parlare col giovanotto di rimpetto, che aveva aperto i cristalli, con voce moderata, dalla soglia del balcone. Come aveva cercato di non vedere, triste, imbarazzata, la vecchia monaca tentò di non ascoltare, e s'immerse in altre orazioni, sebbene avesse finito il rosario. Clementina cercava di parlare nitidamente, ma piano, e dal fondo della stanza suor Giovanna della Croce dovette, per forza, udire le ultime parole del colloquio d'amore:
— .... Stasera, stasera.
Clementina chiuse i cristalli, rientrò nella camera: dalla sua parte, il giovanotto era sparito. Animata e colorita, durante quella breve scena di amore, Clementina riprendeva, ora, il suo aspetto smorto, indifferente, annoiato. Si avviava per andarsene, quando la zia la chiamò:
— Clementina?
— _Zi monaca?_
— Perchè, figlia mia, fai questo? — le domandò la vecchia suora, guardandola negli occhi, ma senza severità.
— Che cosa? — rispose la fanciulla subitamente scossa.
— Quest'_amicizia_.... con questo giovane.... — mormorò la monaca, che non voleva, per pudore, precisare bene.
— Non è amicizia, è amore, — dichiarò Clementina, impertinentemente. — Io voglio bene a Vincenzino, Vincenzino mi vuol bene, per questo lo faccio.
— Non sta bene, figliuola mia, non sta bene! — e crollò il capo, suor Giovanna.
— Perchè non sta bene? Tutto il mondo amoreggia, — continuò l'insolente Clementina.
— Non tutti, non tutti, figliuola mia.
— Voi non ne sapete niente, perchè siete monaca e siete vecchia. Tutto il mondo amoreggia e io pure. Tutte le mie amiche hanno l'innamorato, io che sono più bella di loro, anche lo ho.
— Non parlare così, — disse, piano, suor Giovanna della Croce, il cui volto pieno di rughe si andava covrendo di rossore.
— Io dico quello che penso, _zi monaca_. Sia maledetta la bugia! Sono ragazza e non debbo nascondere che amoreggio. Sono le donne maritate che lo debbono nascondere! — replicò sfrontatamente la fanciulla.
— Zitto, Clementina, zitto! — e la povera monaca, scandalizzata, fece atto di turarsi le orecchie.
— Le donne maritate anche fanno all'amore, se lo volete sapere, _zi monaca_. Ed è una vergogna, perchè si potrebbero stare al loro posto! La portinaia qui abbasso, ha per amante una guardia di pubblica sicurezza, che ogni sera viene a trovarla nel casotto; e Concetta gli fa trovare il caffè e il bicchiere di vino. È maritata o no, Concetta? Qua sopra, al secondo piano, l'avvocato de Gasperis ha una donna maritata che viene a trovarlo, due o tre volte la settimana, di notte, e se ne va la mattina. Io l'ho vista salire e scendere, e voi pure, eh! _zi monaca_, l'avete vista?...
— Gesù, Gesù, che scorno, una ragazza, parlare così! — esclamò la monaca che soffriva enormemente di quei discorsi.
— Eh, le ragazze capiscono tutto adesso! — gridò Clementina che era entrata in uno stato d'isterismo. — Le ragazze non sono più stupide come una volta, a tempi vostri, _zi monaca_! Foste stupida voi ad andare nelle _sepolte vive_, per mio papà che vi aveva tradito, per mammà che vi aveva rubato il fidanzato! Mammà ha fatto altro che questo, dopo....
Ma si fermò. La vecchia monaca si era levata in piedi, tremante, con le mani tese, chiedendo, imponendo silenzio alla creatura sfacciata, che gridava le brutali verità della vita. Clementina s'interruppe, balbettò:
— Scusate, _zi monaca_.... ho i nervi, oggi....
Fece per uscire, ma tornò indietro, e cavò una lettera, larga, dalla tasca.
— Mi sono scordata di darvi questa lettera che il postino ha portata.
E se ne andò subito, lasciando suor Giovanna della Croce in mezzo alla stanza. con quella larga lettera fra le mani. Un tremito mortale scuoteva le fibre della monaca; mentalmente, ella si raccomandava a Dio, perchè vincesse la sua confusione e il suo dolore. La ragazza aveva taciuto, era partita: un altro minuto ancora e la vecchia suora avrebbe pianto di umiliazione, di pudore offeso, di vergogna, innanzi a sua nipote. Così, non potette aprire subito quella lettera, tenendola nelle mani, distrattamente, quasi non vedendola, quasi essendosene dimenticata: si andò a gittare sulla sedia, nel vano del secondo balcone, quello che dava sul Vico Primo Consiglio, dirimpetto alla casa muta e cieca. Teneva curva la testa, curve le spalle: si sentiva piegata sotto un peso atroce, che lentamente la schiacciava. Restò così, qualche tempo. Poi, si rammentò la lettera. Guardò il francobollo timbrato; veniva da Roma; portava questo indirizzo: _Signora Luisa Bevilacqua, già monaca nell'Ordine delle Sepolte Vive_. L'aprì, la lesse. La lesse di nuovo, più piano, parola per parola. Il suo viso era diventato plumbeo e il capo era caduto sul petto.
Quando, un'ora dopo, Grazia Bevilacqua entrò nella stanza di sua sorella monaca, la trovò a quel posto solito, di fronte alla casa oscura e silenziosa. Suor Giovanna della Croce teneva il tombolo del merletto sulle ginocchia, ma non lavorava: le mani lunghe e magre erano abbandonate sul cuscino, coperto di tela verde. La monaca pareva assorta, niente altro.
La sorella, meno vecchia di lei di cinque o sei anni, non le rassomigliava. Era bionda e i suoi capelli erano tinti malamente, tanto che assumevano, qua e là, ombre verdastre: il viso era bianco e gonfio di un cattivo grasso: una costante espressione di malcontento torceva quella bocca, che era stata molto bella. Come sua figlia Clementina, Grazia indossava una vestaglia sgargiante, carica di nastrini, di ciuffetti, di cascate di merletto e portava dei braccialetti ai polsi: ma il corpo si deformava nella grassezza, rompeva la fascetta. Si sedette di fronte alla sorella monaca.
— Che fai? — le domandò, senza interesse e senza curiosità, tanto per entrare in discorso.
— Niente, — disse suor Giovanna, con voce fioca.
— Non ti senti bene? Vuoi qualche cosa? — replicò l'altra, con gelida premura.
— Grazie, non voglio nulla. Sto bene.
— Sei qui, sola sola, da molto tempo? Ho avuto tanto da fare io! Ho tanti guai, tanti guai!
— Nessuno è solo, in compagnia di Gesù e di Maria, — rispose la monaca, a voce bassa.
Tacquero. Si vedeva bene che Grazia Bevilacqua voleva dire qualche cosa d'importante alla sorella. La guardava: le bianche e flosce palpebre batterono sugli occhi azzurro-grigi che erano stati così belli e così perfidi.
— Luisa? — chiamò Grazia.
— Non mi chiamare così. Chiamami Giovanna, — soggiunse la monaca, scuotendosi.
— Come vuoi tu: Giovanna, Luisa, per me è tutt'uno. Purchè ti ricordi che mi sei sorella, mi basta!
La monaca, tratta dallo stato di stupore, in cui si trovava, levò gli occhi in viso alla sorella, improvvisamente attenta.
— Io sono in un mare di tristezze, Giovanna. Con quel poco che mi è restato, non giungo a far vivere la mia famiglia e me, che a stento; tu lo vedi. Non è colpa mia, credilo. Silvio, mio marito, si è divorato quasi tutto il suo avere e una parte della mia dote: io, è vero, ho voluto sempre figurare, mi è piaciuto di mostrarmi al mio grado, ma ti giuro che non ho sciupato molto....
— Perchè mi dici queste cose, Grazia? Io le so.
— Non le sai bene! Non le sai abbastanza! Sei monaca: queste cose del mondo, non le puoi capire perfettamente. Sono guai, sono guai grossi....
— Dio ti assista!
— Aiutati che ti aiuto, dice Dio! Se non marito Clementina con un giovane ricco, se non procuro una sposa ricca a Francesco, come faremo? Perciò porto in giro la ragazza, perciò faccio dei sacrifizii per far vestire bene Francesco: qualche buon partito, ricco, molto ricco, deve capitare, all'una, all'altro. E allora tutti saremo prosperi, felici, anche tu, Giovanna....
— Io chiedo al Signore la pace, — disse la suora con un profondo sospiro.
Grazia era inquieta, agitata, sulla sua sedia. Aveva fatto tutto quel preludio fra querulo e ipocrita, per venire a un fatto concreto.
— Per ora, sono nell'olio bollente, Giovanna. Debbo dare quattro mesi al padron di casa, cioè trecentosessanta lire, a novanta lire il mese, ed egli strepita per averle. Mi ha anche citato due volte: un giorno o l'altro, mi sequestra questi pochi mobili.
— Oh, Gesù!
— Così è. Non si vergogna di fare strepito per questa sua brutta casa, con l'inconveniente grave che vi è....
— Che cosa? — chiese, inconsciamente, la monaca.
— Nulla, — disse Grazia, cangiando discorso, dopo aver sogguardato dalla parte del Vico Primo Consiglio, verso la casa sbarrata e muta. — Alle corte, io ho cento lire da dare al padron di casa: ma non le vuole. Vuole tutto. Dammi tu le altre duecentosessanta lire ed esciamo di pena.
— Volentieri, Grazia, volentieri, — mormorò con voce umile suor Giovanna della Croce. — Ma non le ho.
— Non le hai? Non le hai? — esclamò, con un principio d'ira la sorella. — Come è possibile?
— Non le ho, purtroppo.
— E che ne hai fatto del tuo denaro?
— Quale denaro?
— Le mille lire! Qua non ti ho fatto pagare un soldo, di parte tua, in casa. Che ne hai fatto, di mille lire?
— Le ho spese, — disse semplicemente la monaca.
— Dove le hai spese? Mille lire, sono molte! — e la sua voce diventava furente nella delusione dell'avidità.
— .... così, un poco per volta.... le ho date a te.... a Francesco, molte, a Francesco....
— Qualche lira mi avrai dato: ed erano mille! Perchè le hai date a Francesco? Quanto gli avrai dato? Non hai più niente? — E la guardava, con gli occhi torbidi e stralunati, con la bocca gonfia che si torceva.
— Cinquanta o sessanta lire, niente altro, — disse suor Giovanna della Croce, lasciando cadere desolatamente le braccia.
— E stai fresca! Stiamo freschi! Cinquanta o sessanta lire, null'altro! E io che ti ho mantenuta, di casa e di vitto, come una signora! Io che me lo sono levato dalla bocca, per dartelo! Cinquanta lire! Te ne farai un cataplasma, di queste cinquanta lire: e io pure! Hai sciupato novecentocinquanta lire: e qui ci sfrattano dalla casa! Hai gittato il tuo denaro e se ti serve una tonaca, domani, chi te la fa? Se ti ci vuole un paio di scarpe, chi te le fa? Gittare questo denaro, così! Sempre una pazza sei stata, sempre, da quando ti andasti a far monaca per Silvio...!
Suor Giovanna della Croce sopportava in silenzio tutta la collera di sua sorella, raccomandandosi mentalmente a Dio, perchè le desse una pazienza sublime. Era vecchia, era stanca, era triste: ma il rinfaccio crudele della sua miseria e del suo abbandono, il rinfaccio del tetto e del cibo datole quasi in elemosina, e quel costante, perenne ricordo del suo amore per Silvio, facevano ardere il suo lento sangue di sessantenne. La sua mano stringeva il rosario cadente dalla cintura, convulsamente lo stringeva, come a reprimere ogni suo sentimento.
— E intanto, come si fa, ora! — gridò, novellamente, Grazia Bevilacqua. — Come si paga, questo padrone di casa? Abbiamo bisogno di vestiti per la primavera, dobbiamo comperare della biancheria, possiamo girare lacere? E questa egoista ha buttato mille lire! Come si fa? Ma tu, cuore ne hai? Gratitudine, ne provi? Che monaca sei? Solamente di Gesù Cristo, ti occupi? Quello sta bene, in Cielo! Pensiamo alla terra! Qua ci vuole un rimedio. Tu lo devi trovare. Ti ho tenuta un anno, in casa, gratis; tu devi trovare il modo di aiutarmi....
Suor Giovanna della Croce diede un'occhiata smarrita e desolata a sua sorella.
— Cerchiamo uno strozzino, facciamo un debito sulle tue ventimila lire, firma una cambiale.... — disse Grazia, che aveva pratica di questi espedienti.
— Quali ventimila lire? — disse la monaca, trasalendo.
— La dote! La dote! Quella che ti deve restituire il Governo e che tu, se hai viscere di donna, devi dare a me ed ai nepoti. La dote! Ventimila lire!
Allora, suor Giovanna della Croce levò la testa, chiuse un istante gli occhi e rispose:
— Io non ho più nulla.
— Come? Che dici?
— Dico che non ho nulla, — ripetette, fermamente, la monaca.
— Sei pazza! Sei pazza! Il Governo non ti deve ridare il tuo danaro?
— Il Governo non mi restituirà più niente, della mia dote!
— Chi te l'ha detto? Chi te l'ha detto?
Era spaventosa, di collera, di ansietà, di smarrimento, Grazia Bevilacqua.
— Me lo hanno scritto.
— Chi te lo ha scritto? Da dove?
— Ecco la lettera, — disse la monaca, dandola a sua sorella.
Dopo la lettura, affannosa, febbrile, della lettera, vi fu un lungo silenzio fra le due sorelle. Suor Giovanna della Croce non appariva turbata: l'altra era accasciata.
— Tutto è finito, dunque? — domandò Grazia.
— Tutto è finito.
— Che ti daranno al mese? Quarantuna lire?
— Sì, quarantuna lire, — rispose senz'altro suor Giovanna della Croce.
Di nuovo, silenzio.
— Con quarantuna lire, — riprese, assalita da un nuovo accesso di rabbia, Grazia Bevilacqua, — dovendo dormire, mangiare, vestirsi, calzarsi, vi è da star bene. Sei ricca, eh!
Suor Giovanna della Croce aprì le braccia con un cenno vago e largo.
— E che intendi di fare? — disse Grazia, con voce fischiante.
La sorella trasalì, la guardò.
— Io ho figli, ho poco denaro, non ti posso mantenere, — continuò Grazia, duramente, crudelmente. — Ho speso troppo, me ne pento, ma la cosa non può continuare. Le tue quarantuna lire non servono a nulla, in casa mia. Ci vuole altro. Che intendi di fare?
— Andarmene, — rispose, senz'altro, suor Giovanna della Croce.
— Meno male, che hai capito. Ti ho tenuta dieci mesi, nessuno mi può dire nulla. Le tue mille lire, le hai disperse. Chi ne ha visto un soldo? Le tue quarantuna lire, non le voglio. Più presto si risolve questa faccenda, meglio è!
— Andrò via domani, — replicò suor Giovanna della Croce.
Esclamando ancora, trascinando il passo, col viso stravolto e la bocca piena di fiele, Grazia Bevilacqua lasciò la stanza. Suor Giovanna della Croce aspettò, immobile, rigida, che la sorella fosse lontana, all'altro capo della casa. E quando fu certa di non essere udita, suor Giovanna della Croce crollò sul suo povero letto, singultando, dibattendosi, mordendo il cuscino, gridando fra i singhiozzi:
— Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori!
*
Albeggiava. Il cielo d'inverno, purissimo, passava dall'azzurro nero, profondo e nitido della notte piena di scintillanti e trepide stelle, all'azzurro quasi bianco, uguale, quasi latteo dell'aurora d'inverno. Il silenzio grande della città, dormiente, ogni tanto era attraversato da un grido mattinale, ora lontano, ora vicino. La luce si diffondeva, limpida e cruda, dai cristalli chiusi dei due balconi, nella camera di suor Giovanna della Croce: ella non serrava mai le imposte per lunga abitudine conventuale, tutte le monache dovendo levarsi all'alba, per le preghiere del rito. L'ombra favorisce troppo il sonno, l'infingardaggine, i sogni e tutte le altre tentazioni della vita profana. La suora, quella notte, aveva avuto un riposo scarso e inquieto. Due o tre volte le era parso di udire del chiasso nel Vico Primo Consiglio, come qualche altra notte: voci irate, mescolate a grandi sghignazzamenti, una canzone di voce briaca, un ritornello di fischi e di grida. Con un moto di sgomento, ella aveva nascosto la testa sotto le coltri: le sue sempre più grandi tristezze, il suo rotolare infrenabile verso un precipizio di stenti e di miseria, la rendevano, oramai, più timida e più paurosa del giorno in cui era stata scacciata dal monastero di suor Orsola Benincasa. Di nuovo, però, il silenzio aveva dominato l'ambiente; e, nella stanza della monaca, non era restata che l'agitazione della sua anima in pena.
Pure, quella mattina, la consuetudine monacale la portò ai soliti atti di prostramenti, di preghiere, di parole e di gesti ripetuti mille volte, quando era nella calma, sepolcrale solitudine delle Trentatre, protetta dalle forti mura, simili a quelle di una tomba.
Ancora una volta ella doveva fare un povero fagotto delle sue poche robe e partire, cercando un asilo poverissimo, ove andare a vivere gli anni della sua già avanzante vecchiaia: ma, prima di accingersi a questa novella dipartita, meno straziante, forse, meno angosciata, poichè il cuore ha la lenta assuefazione al dolore, ma non meno piena di dubbi, di smarrimenti, di paure, suor Giovanna della Croce compì quanto ogni alba ella faceva, da quarant'anni. Certo, vi era alcun che di meccanico, di monotono, di esteriore, in tutto quel susseguirsi di gesti e di atti religiosi, di preci e di litanie, che si legavano l'uno all'altro, ma bene la fede li ha riuniti e li ha imposti, come un freno naturale a ogni orgasmo fisico, come esercizio, se non di elevamento, di pacificazione. Quando tutto ebbe finito, suor Giovanna della Croce andò in cucina, attraversando la casa in punta di piedi, per non risvegliare la sua avida e crudele sorella, i suoi sfrontati e duri nipoti. Con quell'abitudine sempre crescente della domesticità, della servilità, ella accese il fuoco nella cucina ancora immersa nella penombra, e mise a riscaldare un poco di caffè del giorno prima, in una cuccumetta di stagno. Era un peccato di gola, quel caffè: un bisogno di alimento nervoso, che gli anni e gli acciacchi avevano reso prepotente in lei. Anzi, per questo caffè alla mattina, il suo confessore le aveva fatto ottenere una dispensa ecclesiastica per ragioni di salute. Mentre il caffè si riscaldava, suor Giovanna della Croce lavò e asciugò le tazze che erano restate sporche, dal giorno prima.
Ora, il largo finestrone della sudicia cucina dava sul cortiletto del Palazzo Marinelli e si trovava di fronte al pianerottolo della scaletta: si vedeva la prima rampa di scale che conduceva alla casa abitata dalla famiglia Bevilacqua, e la seconda che conduceva a quella abitata dall'avvocato de Gasperis. La suora andava versando il caffè nella tazza lentamente, provando già un piacere in quell'aroma, quando udì un violento battere di porta, sopra, al secondo piano: la porta a vetri dell'avvocato de Gasperis si era richiusa con tanto fracasso da parere che tutti i cristalli andassero in frantumi. Suor Giovanna della Croce restò interdetta, bevendo il suo caffè, guardando, dal fondo della semioscura cucina, verso le scale.
Un uomo scendeva dal secondo piano, con passo rapido e deciso, col bavero del cappotto alzato, col cappello abbassato sugli occhi; e, intanto, pur si vedeva il volto di un uomo quarantenne, con una barbetta nera, l'aria tetra e truce, sparsa sovra un viso chiuso e freddo. Lentamente, trascinando i passi, come se andasse a morire, una donna lo seguiva, appoggiandosi al muro: era la donna che, due tre volte, suor Giovanna della Croce aveva incontrato per le scale, salendole cautamente, con la veletta fitta che le nascondeva il viso, con la pelliccia stretta sulla persona. Adesso, ella aveva la pelliccia semplicemente gittata sulle spalle e le vesti un po' discinte, sempre male abbottonate: portava la sua veletta in mano e mostrava un viso gracile, gentile, pallido, con un paio di occhi dolci, stralunati, una bocca fine e rosea come una tenue rosa. Mentre scendeva, taciturna, senza guardare gli scalini, silenziose lagrime le si disfacevano sulle guancie. Come ella rallentava il passo, quasi non volendo, quasi non potendo più camminare, due volte l'uomo dal viso tetro si era voltato a guardarla fieramente, e un amaro sorriso si era disegnato sulle sue labbra. Subito, la donna aveva cercato di affrettarsi. Discesero, sparvero. E, malgrado il suo candore di vecchia suora, sparita dal mondo a venti anni, prima di nulla conoscere, suor Giovanna della Croce comprese che quell'uomo era il marito di quella donna e che quella donna, sorpresa nel peccato, andava forse al più lungo e atroce martirio, forse alla più vicina morte. Suor Giovanna della Croce si segnò.
Quando ritornò in camera sua, sempre camminando pianissimo, ebbe un movimento di decisione. Doveva andar via, in quel giorno, più tardi, non sapeva dove, ma doveva andare. Rilesse la lettera del Ministero dell'Interno, con cui le si comunicava che, secondo la legge sulle corporazioni religiose, legge citata in due tre articoli, ella non aveva altro diritto che a percepire una pensione mensile di lire quarantuna, pagabile ogni mese, a Napoli, all'Ufficio dei Beneficii Vacanti; e che si fosse presentata per ritirare i suoi documenti certificativi, per poi, ogni ventisette del mese, avere il suo assegno. Ora, quel giorno era il venti febbraio. Suor Giovanna della Croce aprì un portafogli e contò il denaro che le restava delle mille lire che sua sorella e i suoi nipoti si erano venuti divorando man mano: non aveva che cinquantasette lire. Ella non aveva che una scarsa idea di quello che costava il cibo di una persona, avendo tutto dimenticato, in quei quarant'anni, e nulla avendo appreso o molto poco, in quei dieci mesi di permanenza, in casa di sua sorella; non aveva nessuna idea di quello che costasse un alloggio, una camera, in qualunque posto. Ripose la lettera fatale e il suo denaro nel portafogli. Sarebbe andata, infine: non sapeva e non voleva altro.
Si guardò attorno. Malgrado che ne fosse stata ospite per quasi un anno, ella non amava quella camera di casa borghese, a quel primo piano basso, dove salivano tutti i rumori, tutte le voci rudi della via e le parolacce e le bestemmie e gli odori nauseanti e l'alito vizioso di una via cittadina, abitata da gente fra povera e corrotta, fra misera e feroce. La camera era solinga e nuda, invero: ma la strada vi arrivava, vi entrava, con tutte le sue cose brutte, nelle persone, nei loro atti, nei loro detti. No, non aveva amato nulla di quella stanza; forse era ingrata, poichè vi aveva avuto dei lunghi momenti di quiete e di raccoglimento: non vi aveva amato nulla, poichè l'ospitalità che le aveva dato, non era stata basata sulla tenerezza e sulla pietà, ma sul calcolo più laido e sull'avidità più sfacciata. Sì, era stata ricoverata, lì: ma le avevano elargito il ricovero solo per derubarla, man mano, del suo avere presente, solo per spogliarla di una ipotetica somma di denaro avvenire. Forse, era ingrata. Ma la sorella, i nipoti non le avean tutto tolto e, ora che non aveva più nulla, non la cacciavano via? Non poteva, dunque, amare quella stanza.
Pure, quando andò a prendere il suo tombolo dove era fissata, con gli spilli, la sottile trina cui stava lavorando, quando volle mettere il tombolo nel suo fagottello, ebbe un sospiro breve di rimpianto per quel vano di balcone, dove aveva trascorso molte ore in contemplazione, in assorbimento. Sempre quella casa muta e cieca, dirimpetto, aveva prodotto su lei un effetto di pace: non so come, qualche volta, le era parso che quella muraglia fosse quella di un convento, quelle gelosie le gelosie, di un convento, sempre sbarrate. Infine, sì, avrebbe rimpianto quel piccolo spazio ove ella aveva pensato, pregato, lavorato, seduta sulla sedia di paglia, coi piedi appoggiati sui cannelli dell'altra sedia, tenendo sulle ginocchia o il libro di devozioni, o il rosario, o il tombolo.
Quando mai un'anima, in quelle ore diurne, era passata per quella viottola, da cui il suo balcone non era più alto di quattro metri? Colà, ella aveva goduto una tranquillità perfetta.