Suor Giovanna della Croce: romanzo
Part 5
Ma la monaca non chiese altro. Il suo volto appassito, di claustrata sessantenne, di nuovo arrossì come quello di una giovinetta. Si tirò il mantello nero intorno alla persona, come se avesse freddo: e mentre la serva si alzava il fazzoletto di cotone sulla testa per ripararsi dal vento, uscendo di casa, suor Giovanna cominciò a portare in cucina i piatti sudici, con pochi avanzi di carne fredda, i bicchieri dove s'inacidiva, in fondo, del vinello, aprì la chiave dell'acqua di Serino, mettendovi sotto tutta quella roba sporca. Poi, presa della minuzzaglia di carbone con la paletta, accese il fuoco, perchè l'acqua pel caffè bollisse, quando Bettina fosse di ritorno. Quelle occupazioni volgari non la contristavano. In verità, in monastero, la badessa voleva che ognuna di loro, per turno, aiutasse le converse alla cucina, alla pulizia: e quella obbedienza, quella umiltà era loro cara, poichè pareva loro, nell'anima semplice e rimasta infantile, che tutto andasse a gloria del Signore. In casa Bevilacqua ella seguitava la sua opera di domesticità, ma con minore soddisfazione, in quella oscura e gelida cucina, tra quei poveri arnesi che sua sorella non pensava a rinnovare, tutta dedita all'apparenza e a un falso lusso della persona: seguitava, in compagnia di quella serva brontolona, ingorda, avida, pettegola, la cui lingua spesso correva al discorso turpe e alla bestemmia, soffrendo di quel contatto, ma soffrendone in silenzio, rassegnatamente. Quaranta, quarantacinque anni prima, quando erano nella casa paterna Bevilacqua, lei e sua sorella erano servite, godevano di un'agiatezza secura: ma gli anni erano passati, sua sorella aveva divorato, con suo marito, tutta o quasi tutta la sua fortuna e quella di casa Fanelli: era vedova, adesso, con due figli, con rendite scarse, con una ragazza da maritare, con un figliuolo che non studiava, non lavorava e cercava una dote, con la sua beltà seducente. Quasi povera, Grazia Fanelli; eppure aveva raccolto sua sorella teneramente, in apparenza. Sua sorella, come tutte le altre monache di suor Orsola cacciate dal monastero, aveva avuto, poichè i giornali conservatori e clericali avevano fatto gran chiasso, una somma di mille lire: ma si diceva che il governo avrebbe certamente restituito la dote, a ogni monaca. I più scettici dicevano che le Sepolte vive avrebbero ottenuto un forte assegno. Suor Giovanna della Croce pagava, dunque, l'ospitalità, lavorando, cercando di provvedere al disordine e alla miseria segreta della casa, cercando di renderla più decente, mentre Grazia Fanelli si tingeva i capelli biondi incanutiti e sua figlia Clementina si ondulava con la _ricciolina_. Le ventimila lire di dote di suor Giovanna si aspettavano, da otto mesi. Niuno ne parlava, ma tutti le aspettavano.
Ella stessa s'impazientava, vedendo le ristrettezze della casa, sentendo di essere a carico, privandosi molto, cavando, sempre che poteva, qualche cosa dal suo gruzzolo delle mille lire, soldi, naturalmente, ma cavandone sempre, meditando di fare un gran dono alla sorella e ai nipoti, appena le avessero restituita la dote. Le due donne non dicevano nulla, non chiedevano nulla: quando _zi monaca_ metteva fuori dei soldi, delle lire, voltavano la testa in là, fingevano di non vedere. Ed ella non si era fatta nè una camiciola di flanella, nè una sottana, nè un fazzoletto di più del suo povero corredo di convento; consumava i suoi due vestiti di suor Orsola, lavorando e stirando da sè le sue bende candide e i suoi candidi goletti. Adesso avrebbe dovuto comprare un paio di scarpe, ma esitava a spendere quelle dieci lire.
Quando la serva fu tornata e il caffè e latte fu pronto, Bettina lo portò nella stanza, ove madre e figlia si voltavano e si giravano nel letto, non avendo voglia di alzarsi, sbadigliando, la madre dal viso sciupato e logoro, dai capelli mal tinti, la figliuola con le palpebre arrossate delle bionde troppo bianche.
— Che fa _zia monaca_? — domandò la ragazza, stiracchiandosi.
— Spolvera la stanza da pranzo. È già stata a messa, — rispose la serva.
— Beata lei, che si può mettere in grazia di Dio, — mormorò ipocritamente Grazia Fanelli.
Suor Giovanna della Croce, lasciato il cencio con cui spolverava, era andata ad aprire la porta, perchè avevano picchiato. E si trovò avanti il nipote, Francesco Fanelli, il bel Ciccillo, ben vestito, come un figurino di moda, tranquillo, col suo sorriso seduttore.
— Oh, — esclamò la vecchia suora. — Sei qui! Sei qui!
E non gli disse altro, tutta tremante di gioia. Egli, sempre amabile, prese la mano rugosa e un po' callosa della vecchia monaca e la baciò rispettosamente.
— Sono stato a Caserta, con un amico, — disse, come se niente fosse, sorridendo.
— Vuoi il caffè e latte? Lo vuoi?
E si avviò per andarglielo a prendere, felice di servirlo. Egli la tirò pel nero mantello monacale.
— _Zia monaca_, mi fate un favore?
— Che vuoi?
— Ho da pagare la mia parte di viaggio. Prestatemi venticinque lire.
Col suo passo cauto e quieto di claustrata, ella se ne andò in camera sua a prendere questo denaro per darglielo. Egli fumava una sigaretta e canticchiava. Grazia e Clementina sua figlia disputavano vivamente, infilandosi le calze, nella loro stanza.
*
Sedute, una di fronte all'altra, coi piedi sui freddi mattoni, con le mani nascoste nell'ampiezza delle maniche monacali, nell'atto tradizionale delle suore, le due vecchie si guardavano, volta a volta, con occhi teneri e tristi e, volta a volta, ripigliavano un discorso lento e sommesso. L'ora non era tarda, appena oltre le quattro pomeridiane: ed esse avevano collocato le loro sedie nel vano del balcone, quello che guardava il vico Primo Consiglio: ma la giornata era grigia, di un grigio eguale e chiuso di nuvole invernali. Il pomeriggio non era freddo: ma un brividìo raggrinziva l'antica pelle di quegli antichi visi di donna. Una di esse, l'ospite, era suor Giovanna della Croce, cioè donna Luisa Bevilacqua: la visitatrice era suor Francesca delle Sette Parole, che aveva, nel mondo, il nome di Marianna Caruso. Nei dieci mesi dopo la cacciata dal monastero delle Trentatre, suor Francesca che non avrebbe avuto pace, se non le fosse stato dato di ritrovare una sua sorella _sepolta viva_, per mezzo di preti, di confessori, era riuscita a saper l'indirizzo di suor Giovanna della Croce e, malgrado i suoi settant'anni e i suoi acciacchi, venendo dall'estremo quartiere di san Giovanni a Carbonara, in dieci mesi tre volte aveva picchiato alla porta di suor Giovanna, per farle una lunga visita. Le due monache restavano sole, in queste visite, e un po' taciturne in sulle prime, guardandosi nel volto come per riconoscersi meglio: non si baciavano, non si toccavano la mano, poichè questi segni di affetto terreno sono proibiti, fra le suore. Si guardavano, sospirando: e nelle rughe che fitte solcavano il floscio e bianco volto di suor Francesca, che era stata una giovane grassoccia e rosea, nelle rughe fini che si diramavano intorno agli occhi, intorno alla bocca della bruna e magra faccia di suor Giovanna, nella espressione di stanchezza rassegnata e pure dolente di suor Francesca, nel senso di malinconia ancora ardente, ancora vivida, di suor Giovanna, ciascuna cercava di leggere la umile storia di rimpianto segreto e inconsolabile, per il securo asilo che avevan perduto, per la casa di Dio che era stata tolta loro, per la pace dell'anima che era stata loro turbata per sempre, per il cibo del corpo che era stato loro rubato. Tacevano entrambe, sole, sospirando insieme, poichè i loro cuori avevano i medesimi sussulti di tristezza, pensando al loro alto convento di suor Orsola, ove si erano sepolte vive e donde erano state discacciate, per sempre. Poi, lentamente, mentre le ombre si venivan dileguando dai loro visi incorniciati di tele candide, si parlavano pian piano, con la discrezione di chi è molto vissuto, fra il chiostro e la chiesa, con la parsimonia di gesti di chi è abituato a dominare ogni impeto fisico, sotto un regime di calma e di rassegnazione. Infine, questa era la terza visita: in un pomeriggio di febbraio, senza sole, di un bigio diffuso da un velo eguale di nuvole.
— Io ho dovuto rinunziare alla divozione della Scala Santa, Giovanna mia, — disse, sommessamente, suor Francesca, — ed era la mia consolazione, in monastero. Mi dicono che vi sia una Scala Santa, a Napoli, ma in una chiesa verso Mergellina, alla fine del Corso Vittorio Emanuele: come ci posso andare, così distante dalla casa mia? Anche con l'_omnibus_, ci vorrebbero due o tre ore, per andare, per tornare. Poi, forse, non avrei la forza di fare i trentatre scalini sulle ginocchia. Sono così vecchia! Io ho da tredici a quattordici anni più di voi, Giovanna.
— Anche io ho dovuto rinunziare a varie divozioni, — riprese, piano, suor Giovanna. — Sono in casa di mia sorella, essa mi rispetta, ma è tutta _del mondo_ e certe cose non le può capire. Una volta, vi rammentate, Francesca? io digiunavo tutti i giovedì, vigilia del venerdì, in cui è morto nostro Signore: Adesso, non lo posso fare più. Mia sorella dice che sono divozioni che fanno male alla salute, mia nipote Clementina mi burla e mio nipote Francesco dice che l'ostentazione è un peccato anch'esso. Così, per non farmi notare, ho smesso il digiuno del giovedì, Francesca. Ma, che volete? non ne ho più l'abitudine, di mangiare in quel giorno, e ogni boccone mi pare che mi strozzi.
— Se ho voluto tenere accesa una lampadina innanzi al Sacro Cuore, — riprese suor Francesca delle Sette Parole, sempre a bassa voce, — ho dovuto e debbo comperarmi l'olio da me. I miei parenti sono avarissimi. Del resto sono molto poveri, marito e moglie, e sono stati ben fortunati di non aver avuto figli: quel poco che hanno basta appena appena a loro. Io non ho il coraggio di chieder loro nulla. Per due mesi, dopo che ci hanno cacciate dal convento, mi hanno tenuta con loro, senza farmi pagar niente, ma sono stati dei gravi sacrifizii che hanno fatti per me e che non potevano continuare a fare. Li vedevo sempre freddi e muti, che si guardavano, imbarazzati, seccati di questo peso che era caduto loro addosso. Sono loro prozia, non avevano obbligo di mantenermi. Adesso.... è un'altra cosa.
Un silenzio. Ognuna di esse, prima di parlare, guardava la compagna, con una breve contemplazione quieta e malinconica; poi, riannodava il discorso come se parlasse fra sè, senza interlocutore, pianissimamente, con ritmo eguale di voce, come lo scorrere costante e monotono di una fonte. Talvolta, come adesso, ambedue tacevano: sogguardavano nella stanza nuda e gelida di suor Giovanna, quasi senza vedere le cose, intorno: sogguardavano verso i balconi sbarrati della casa dirimpetto, nel vicolo deserto del Consiglio.
— Adesso, che fate? — domandò suor Giovanna, chinandosi un poco verso la sua vecchia compagna. — Adesso non siete più a loro carico?
— No, pago. Pago qualche cosa, ogni mese, — rispose suor Francesca, con un lieve sospiro. — Da quando ho avuto le mille lire che voi sapete, Giovanna, non ho avuto la forza di mangiare il pane dei miei nipoti, così, senza far nulla per loro. Sul principio, non volevano: si vergognavano: dicevano che la gente avrebbe sparlato di loro, se accettavano il mio denaro. Ma io capii che lo avrebbero preso. Ora, io pago.
— E che pagate?
— Pago quaranta lire al mese, per tutto, — disse suor Francesca delle Sette Parole, con un sospiro anche più profondo. — Mi danno una stanza, il pranzo, la servitù, l'imbiancatura, per queste quaranta lire al mese. Un po' di caffè, la mattina; il pranzo alle due; e un po' di cena, alla sera.
— E come mangiate?
— Mi piaceva meglio la cucina del convento, — disse suor Francesca, con un tono più alto di tristezza.
— Quaranta lire al mese? Le pagate da otto mesi, n'è vero? Dovete così avere già speso trecentoventi lire.
— Ne ho speso trecentocinquanta, — riprese, tristissimamente, suor Francesca. — L'olio nella lampada.... qualche piccola elemosina.... un paio di scarpe che mi son dovuta comprare.... certi fazzoletti.... io non ho più che seicentocinquanta lire. Ho fatto varie volte il conto, Giovanna. Sono solo due anni che io posso aver da vivere, con quel denaro.
— Sì, due anni soltanto, suor Francesca, — riprese l'altra, con tono dolente.
— Io ho una sola speranza, in tutto questo.
— Che ci restituiscano la dote?
— Non ci restituiranno più niente, — soggiunse la vecchia monaca, crollando il capo. — Oltre quelle mille lire, non avremo altro, lo vedrete. Si è fatto del chiasso allora e, per far tacere la gente, ci hanno dato quel denaro. Ora, tutti ci hanno dimenticate. Io ho una sola speranza: ed è di morire prima dei due anni. Sono assai vecchia e Dio mi chiamerà presto, io spero, prima di mandarmi all'elemosina o di lasciarmi morire di fame.
Un triste silenzio, ancora. Penosamente, suor Giovanna lo ruppe:
— Io non ho neppure questa speranza, suor Francesca, perchè sono meno vecchia di voi. Debbo raccomandarmi a Dio, perchè mi tolga da questo mondo di dolore e di miseria.
— Anche voi pagate, qui?
— No, non pago. Mia sorella e i miei nipoti non hanno mai voluto accettare che io pagassi una pensione. Ma è anche peggio, sorella mia. Erano agiati: sono, adesso, in ristrettezze. Non voglio dire per causa di chi e perchè, non debbo far giudizi maligni o temerari. Spesso, il denaro manca in casa. Allora, io debbo spendere, se non voglio farla da avara, da egoista o da profittante.
— E avete speso assai?
— Eh!... abbastanza, — rispose, con voce smarrita, suor Giovanna.
— Quanto?
— Circa seicento lire.
— Seicento lire? Gesù! Più della metà?
— Più della metà, purtroppo!
— E come avete fatto?
— Così, a soldo a soldo, a lira a lira. Prima, tenevo un piccolo libro dove, ogni giorno, scrivevo quello che spendevo. Adesso, non ci scrivo più nulla.
— Seicento lire! È troppo, Giovanna mia.
— Sì, è troppo, lo so. Ci è anche quel mio nipote, Francesco Fanelli, che ha tanti bisogni.... È un giovanotto.... si vuole sposare.... cerca una ragazza.... ogni volta che mi chiede danaro, non so dire di no.
— Gli volete bene a questo nipote, non è vero? — chiese suor Francesca delle Sette Parole, sogguardando un po' di più la sua sorella in Gesù.
— Sì, gliene voglio.
— È questo il figliuolo di quel giovane che dovevate sposare, mi pare.
— Si, è questo: è il suo unico figliuolo. Il padre è morto. Se non fosse morto, io non sarei venuta qui, — soggiunse, semplicemente, suor Giovanna della Croce.
— Per paura della tentazione, forse?
— No, sorella mia. Da molto tempo, Gesù mi aveva dato la pace. E la vecchiaia, poi! Ma non sarei venuta, ecco, se Silvio Fanelli fosse stato ancora vivo. Sarebbe stato ridicolo e sciocco, ritornare qui. Ma non vi è più: da un pezzo gli avevo perdonato ed egli stesso deve avermi perdonato, in punto di morte, se gli ho dato qualche tristezza.
— Il figliuolo gli rassomiglia?
— Sì, molto.
— E vi siete confessata di tutto questo?
— Sì, suora mia, — disse umilissimamente suor Giovanna della Croce. — Per iscrupolo, mi sono confessata.
— E vi hanno assolta?
— Sì. Ma il confessore mi ha esortato a non dar più il mio denaro, nè a mia sorella, nè a mio nipote.
— Ha ragione. Quando non ne avrete più, come farete?
— Io non lo so, — disse suor Giovanna, stringendo le mani nelle ampie maniche, rabbrividendo tutta. — Non so niente.
— Io ne ho per due anni; ma voi no, sorella mia.
— Forse per due mesi, non più, e io tremo di spavento, pensandoci. Non credete che ci ridaranno la dote? No? Non lo credete? Qui, lo credono. Sovra tutto, lo sperano. Io.... io non dovrei dirlo, ma è proprio così: ritengo che mia sorella ci abbia calcolato sopra, in questo decadimento completo della sua fortuna. Quando venne.... non dovrei dirlo, è troppo triste.... non mi parlò di danaro, non fece che condurmi qui, ma io restai sospettosa, diffidente: non mi aveva mai voluto bene, mia sorella. Perchè mi raccoglieva? Sulle prime, non mi hanno detto nulla. Fra le altre cose credevano che io avessi accumulato del denaro, in convento. Voi sapete che avevamo fatto voto di povertà! Poi, si sono convinti che non avevo altro che quelle mille lire: e se le vanno prendendo allegramente, senza dirmi neppure grazie. Da due mesi, adesso, non parlano se non delle mie ventimila lire, come se fossero loro, come se dovessero averle domani.
— Non avremo mai restituita la dote, — disse, monotonamente, suor Francesca delle Sette Parole.
— Voi lo dite! — disse, angosciosamente, suor Giovanna della Croce. — E mio nipote, invece, crede il contrario. È già andato a Roma, due volte, da persone del Governo: gli ho dato cinquanta lire alla volta. Sempre ha portato delle buone notizie. Si rincorano, fanno i loro conti, rimandano il pagamento di vari debiti a quel tempo, fanno progetti di nuove spese.... È una cosa che mi fa spasimare, ma non oso di parlare, sorella mia.
— Ma vi trattano bene? — chiese suor Francesca, con affetto.
— Quando pensano a questo denaro, sì, — disse suor Giovanna, a voce anche più bassa. — Non sono interessati, forse, ma sono bisognosi: che farci? Mi hanno data una buona stanza, vedete. Io lavoro in casa: fo di tutto. Non servo loro, servo il Signore. Ci avevano abituate alla fatica, vi rammentate? Ma faticavamo in letizia, allora. Qui vi è noia, vi è malinconia: spesso, litigano forte, fra loro, la madre e la figliuola. Si dicono delle cose brutte, assai brutte.... io ne soffro, suor Francesca.
— Pazienza, pazienza!
— Sì, pazienza, è vero, ne ho; ma niente di quello che succede, mi piace. Nè la madre nè la figlia amano il Signore: vanno in chiesa la domenica, solo per occupare un'ora. Fanno la burletta sulle cose della religione. Io mi alzo e vado via, quando questi discorsi cominciano: non posso udirli. Sento che ridono alle mie spalle: adesso, ridono anche più....
— Fermezza, nelle tribolazioni!
— Quando sono sola, piango qualche volta, suor Francesca. Io penso che accadrà di me, quando non avrò più un soldo e quando costoro avranno perduto ogni speranza di avere le ventimila lire! Ora, vengo spesso in questa stanza, mi isolo, mi metto a tessere il merletto, qui, su questo balcone....
— Potreste venderli, questi merletti, suor Giovanna, — mormorò suor Francesca, toccando i fuselli.
— Venderli? E che me ne darebbero? Io non conosco nessuno. Così potessi! Questo merletto serve per l'altar maggiore della chiesa, qui, del Consiglio....
— È bello: uno simile, lo potreste vendere.
Tacevano. Imbruniva. Le loro persone si abbandonavano, stanche, abbattute, nelle vesti nere. Il volto molto bianco, di un bianco di cera, di suor Francesca delle Sette Parole si distingueva, nelle prime penombre: quello bruno e sottile di suor Giovanna si riempiva di ombre.
— Voi passate le giornate, qui, suor Giovanna?
— Sì; dirimpetto, vedete, abitano persone silenziose e solinghe, che non ho mai viste, che non schiudono mai le finestre, nè i balconi. Nessuno mi osserva: io non osservo nessuno. E mi sembra, talvolta, di esser ritornata a suor Orsola....
— Oh, suor Orsola era un'altra cosa, — mormorò suor Francesca delle Sette Parole. — Niente vi somiglia, sorella mia. Quanti anni ci siamo state, quanti!
— Troppo pochi!
— Sono fuggiti come un giorno. Mi pare di aver sognato; penso che ho sognato. Vi rammentate di suor Clemenza della Spine, quella piccola?
— Sì, povera suor Clemenza, mi ricordo! Come era divota delle anime del Purgatorio! Ed era così brava nel fare i letti, tutte quante la pregavano, perchè rifacesse loro il letto! Che ne sarà stato?
— Chi lo sa! Anche suor Gertrude delle Cinque Piaghe era buona, non è vero? Un po' superba, forse, della sua nascita: ma era un piccolo difetto. Se ne pentiva, poi si batteva il petto, mi ricordo. Certe notti, per questo peccato di superbia, si batteva con la disciplina. Che ne sarà avvenuto?
— Chi lo sa! Tutte le suore mi erano care, ma suor Veronica del Calvario mi sembrava una santa....
— Era una santa, era! Quante grazie particolari aveva da Gesù, da Maria, suor Veronica! Io mi raccomandavo sempre a lei, perchè mi affidasse alla Madre e al Figlio: ed essa, talvolta, restava ore intiere, inginocchiata in estasi, pregando solo per me. Chi la vedrà più, ohimè, suor Veronica? Pregherà essa ancora per me? Dove sarà? Che farà?
— Chi lo sa!
— Voi non avete saputo più niente di nessuna?
— No, di nessuna. Solo di voi.
— E io, solo di voi. Eppure, della povera nostra badessa, avrei voluto conoscere qualche cosa, Giovanna mia. Ho cercato, ho cercato: ma non vedo nessuno, sono così vecchia, mi è stato impossibile di averne notizie.
— Suor Teresa di Gesù era la mia madre e la mia benefattrice, — disse, esaltatamente, suor Giovanna della Croce. — Io mi sono separata da lei, solo per la forza.
Ancora un silenzio, un lungo silenzio pensoso.
— Io dico che suor Teresa di Gesù deve essere morta, — soggiunse suor Francesca, come se parlasse a sè medesima.
— Credete che sia morta? Voi lo credete?
— Lo credo, sorella mia. Quando ci separammo, compresi che non poteva vivere molto. Essa deve esser morta.
— Beata lei, se è morta.
— Beata lei, se è morta.
La sera era caduta. Suor Francesca delle Sette Parole si levò per andarsene. La visita era durata molto. Anche l'altra monaca si era levata. Erano di fronte, nell'ombra.
— Diciamo qualche _avemaria_, insieme, — propose suor Giovanna, tristamente.
Orarono, un poco. Si separarono.
— Io vado. Prenderò l'_omnibus_, sino laggiù. Costa due soldi.
— Non avete paura, sorella mia?
— No. Che mi può accadere? Chi si cura di una vecchia monaca come me? È tardi: non vi sono neppure monelli, per corrermi dietro e gridarmi _zi monaca_. Vi è l'_omnibus_, quasi qui, a Toledo.
— E quando ci vedremo? — chiese Suor Giovanna. — Grazie della visita. Quando ritornerete?
— Non so. Non posso dirvi. Come vorrà Iddio. Forse, mai più: meglio separarsi, come se morissimo.
— Dio vi benedica, allora.
— Benedetta voi, sorella mia.
L'una monaca se ne andò, a capo chino, con le mani nascoste nelle maniche, nelle vesti nere, curva la fronte sotto il candor delle bende: l'altra monaca rimase, a capo basso, stringendosi nel mantello, sotto le vesti nere, con la fronte chiusa sotto la fascia bianca: una solinga, per le vie frequenti; l'altra, solinga, nella casa vuota, di fronte a una casa taciturna e oscura.
*
Due o tre volte, Clementina Fanelli aveva fatto capolino dalla porta di sua zia monaca e aveva sogguardato, con curiosità ed impazienza, che cosa facesse suor Giovanna della Croce: prima l'aveva trovata assorta nella lettura di un libro di orazioni e la suora non si era neppure accorta della presenza della nipote: la seconda volta, la monaca era inginocchiata innanzi al crocifisso, a testa bassa, mormorando delle lunghe giaculatorie; la terza, diceva il rosario di quindici _poste_, quietamente, seduta presso il gramo letto. Clementina Fanelli aveva battuto il piede pel dispetto e si era morsicate le belle labbra, sempre un po' pallide: era una bionda molto scialba, dai capelli di un biondo cenere arruffati sulla fronte e alle tempie, dagli occhi di un azzurro biancastro, dal naso all'insù, con un'aria di freddezza, d'indolenza, di seccaggine, in tutta la persona alta e sottile. Vestiva bizzarramente, del resto, anche in casa, di chiaro, con un nastrino celeste al collo nudo, che si vedeva dall'apertura del vestito, malgrado si fosse in febbraio, con le maniche che appena oltrepassavano il gomito, coi capelli fermati da forcinelle di pastiglia, da pettinessine con brillantini falsi, con due grosse perle false alle orecchie. Ella fremeva per entrare in quella stanza di suora Giovanna e per potersi avvicinare al balcone del Vico Lungo Teatro Nuovo. Quel rosario non finiva, dunque, mai? Non potendo più stare ferma:
— Permettete! — disse alla zia, entrando, avvicinandosi al balcone tanto agognato.