Suor Giovanna della Croce: romanzo
Part 4
La triste teoria delle monache discacciate dal convento si svolge, di minuto in minuto. Ognuna di esse, insieme allo stupore infantile e ai segni del pudore claustrale offeso, ha sul viso le tracce di lacrime recenti; qualcuna piange; qualcuna sembra inebetita dall'età, dalle sofferenze, dal caso straziante. A ognuna che passa la badessa suor Teresa di Gesù prova come una novella, più acuta impressione di pena: ogni distacco aumenta il dolore di tutti gli altri. Il gesto della benedizione si fa più largo, più tremante, su quella soglia, dove l'addio ha tutta la sua angoscia. Sono già passate, accompagnate da parenti vicini o lontani, da amici di famiglia, da antiche conoscenze, nove monache. Sono via, nel mondo. Suor Teresa di Gesù non le vedrà più. Ecco, adesso, ne appaiono quattro, insieme. Invano il Governo ha mandato tre o quattro volte la circolare, ai parenti presunti di queste quattro: nessuno ha mai risposto. Questi parenti sono o morti, o partiti, o non vogliono caricarsi del peso di una vecchia monaca, cacciata dal monastero. Sono queste quattro: Suora Benedetta del Sacramento; suor Scolastica di Getsemane; suor Camilla del Sepolcro; suor Genovieffa della Passione. Non hanno, queste quattro suore, nessuno. La prima, nel secolo Maria Calenda, è napoletana, di nobile famiglia, pare, completamente estinta; la seconda, Clotilde Massari, è di Bari: i suoi hanno lasciato Bari da venti anni; la terza, Giulia Melillo, è napoletana, ma non vi sono tracce dei suoi; la quarta, Gabriella Filosa, è di Casamicciola: la sua famiglia è stata distrutta dal terremoto. Sono accompagnate, queste quattro abbandonate, dal delegato di questura, il signor Domenico Trapanese, colui che era entrato nel convento col prefetto e col consigliere di Prefettura. Costui ha sempre la sua aria tronfia e volgare e, per di più, è annoiatissimo di quel che fa. Le quattro monache di cui nessuno vuol sapere, fra cui suor Camilla che zoppica atrocemente, circondano la loro badessa, balbettando, piagnucolando, lamentandosi.
— Chi sa dove ci conducono, madre!
— Chi sa dove ci gittano, madre!
— Che ne sarà di noi, madre?
— Nessuno ha avuto pietà di noi, madre!
L'antichissima badessa, ora, è alla fine delle sue forze. Queste, quattro infelici, a cui si toglie ogni ricovero, fanno frangere il suo vecchio cuore di donna. Ella chiede al delegato che, fermo, sbuffa di seccatura:
— Dove le conducete, ora, signore?
— In Questura, — dice lui bruscamente.
Suor Teresa cerca di comprendere di che posto si tratti.
— È un ricovero? — chiede, tremando.
— Eh!... sì, se vogliamo, — sghignazza il delegato.
— Ve le raccomando, signore, — ella mormora, dignitosamente.
— E va bene, signora superiora. Andiamo, _zi monacelle_, — egli dice, famigliarmente, come se indicasse la via a un gruppo di ladruncoli.
Anche le quattro, confuse, smarrite, non sapendo camminare, con suor Camilla che minaccia cadere a ogni passo, vanno via, scortate dal delegato. La folla sa, essa, chi è quell'uomo, qual sia il suo duro e triviale ufficio, che sia la questura. Comprende, subito, la folla:
— Queste non hanno nessuno.
— Le portano in Questura.
— Coi ladri! Con le cattive donne!
— Dormiranno dietro il _cancello_.
— Con le guardie e i malandrini!
— Poverette, poverette!
Le monache non odono, non comprendono, non sanno il loro destino. Vanno.
Adesso, sotto l'androne, si vede venire l'ultima monaca, suor Giovanna della Croce. Non ha trovato nessuno in parlatorio, ma l'hanno avvertita che una donna l'aspetta, fuori. Suor Giovanna ha gli occhi gonfi per aver troppo pianto: le labbra le fremono, come a una bimba. Ha l'aria vecchia, assai vecchia, stanca, malata. Anche essa s'inginocchia per farsi benedire dalla badessa: le bacia la mano, le bacia il lembo della tunica.
— Non avete nessuno? — chiede la badessa, che si sente morire.
— Si.... vi è qualcuno.... — mormora suor Giovanna.
— Chi?
— Non lo so. Mi aspettano.
Difatti, fuori il portone, una donna si avanza verso suor Giovanna della Croce. È una donna oltre la cinquantina, coi resti di una beltà bionda sul viso scialbo e floscio, coi capelli già quasi tutti bianchi, pingue, sformata: è vestita con pretensione di eleganza, non adatta alla sua età. Ha sul volto una espressione d'incertezza e, forse, di sgomento. Ella si accosta a suor Giovanna della Croce e le dice, sogguardandola, non senza confusione e dubbio:
— Siete voi, suor Giovanna della Croce?
— Sono io. E voi, chi siete? — domanda con voce esitante la suora, fissi gli occhi sul volto di quella donna.
— Sono tua sorella. Sono Grazia Bevilacqua.
Intensamente si guardano, senza baciarsi, senza toccarsi la mano.
— Sono venuta a prenderti, — soggiunge Grazia, affrettando le parole sotto quello sguardo.
— E papà e mammà? — chiede la suora, infantilmente.
— Sono morti, in salute nostra, — mormora, con un sospiro, Grazia. — Io sono venuta a prenderti.
— E Gaetano, mio fratello?
— È morto. Io sono venuta a prenderti.
— E Silvio Fanelli, tuo marito? — dice suor Giovanna, senza muoversi.
— È morto, è morto. Andiamo.
— Andiamo, — dice suor Giovanna della Croce.
Ora che tutte le monache sono andate via, disperse pel mondo, la badessa, suor Teresa di Gesù, si muove per partire anche lei. È venuta a mettersele accanto una giovinetta quindicenne, biondissima, bianchissima, dall'aria fiera e nobile: è una sua pronipote, donna Maria Mormile dei duchi di Casalmaggiore e dei principi di Trivento.
La giovinetta è figliuola di una nipote della badessa ed è l'unica di casa Mormile. Sebbene quindicenne, ha l'aria raccolta e austera. Un servitore, in grande livrea, di casa Mormile, la segue. La giovinetta offre il braccio alla prozia, per andare. La badessa si volta a guardare le mura di Suor Orsola, l'ultima volta. Tremolante, curvissima, appena potendo muovere i passi, avendo esaurito ogni sua forza, oramai, ella si trascina per la discesa, al braccio della paziente, pietosa e taciturna nepote. Il gran portone si chiude, rumorosamente, dietro l'ultima delle Trentatre. E la folla, vedendola andare, rovina umana, già piena di morte, dice la parola semplice, la parola della giustizia e della pietà:
— Oh poveretta, poveretta! Non la potevano lasciar morire, lì dentro?
II.
A occhi bassi, raccolta in sè, col passo tranquillo e cauto delle donne che furono lungamente claustrate, suor Giovanna della Croce discendeva lungo la via Magnocavallo, sfiorando il muro con la sua veste nera monacale, col suo largo mantello nero che la chiudeva tutta quanta: il viso era scoperto, ma la benda bianca le fasciava la fronte sin quasi alle sopracciglia, uscendo di sotto il cappuccio nero, e il goletto bianco nascondeva il collo sino sotto il mento. Tirava un gran vento freddo mattinale ed ella rabbrividiva un poco, tremando nelle sue lane nere, sentendo più vivamente l'improvviso soffio della tramontana, per le vie deserte napoletane. Non veniva di lontano: era stata nella chiesa del Consiglio, sovra la via Magnocavallo, ad ascoltare la prima messa, come ogni giorno: una prima messa che si diceva alle sette del mattino e che solo poche popolane, qualche pinzocchera, qualche mendicante, ascoltava, nella penombra della non grande chiesa, mentre il vecchio sagrestano trascinava i passi, tossendo e scatarrando, mentre il prete appena appena si voltava verso il popolo assente, mormorando le parole sante. Suor Giovanna della Croce si era, quella mattina, anche comunicata. Quando, nel tempo felice della sua vita monacale, era sepolta viva in suor Orsola, il suo confessore don Ferdinando de Angelis, le dava il diletto spirituale della comunione una volta la settimana, sempre il venerdì, in onore della Croce: adesso, il prete era diventato più austero, più duro malgrado la sua estrema bontà e le concedeva la comunione solo una volta il mese. Talvolta ella si lagnava, sommessamente, di questa privazione.
— Ora, siete _nel mondo_... — mormorava don Ferdinando, senza soggiungere altro.
— È vero, sono _nel mondo_, — ripeteva lei, con un profondo sospiro, pensando che nella vita profana il Signore poco si concede.
Affrettava il passo suor Giovanna della Croce, tutta chiusa nella sua consolazione umile, un po' puerile anche, di aver preso parte alla Santa Tavola. Non doveva andare molto lontano. Con sua sorella Grazia Bevilacqua Fanelli e coi due suoi nepoti Clementina e Francesco Fanelli, suor Giovanna abitava un piccolo appartamento, in fondo al cortile del numero novantadue, in via Magnocavallo Appunto, per non girare troppo per le strade, in quelle vesti monacali che attiravano l'attenzione, ora benevola, ora schernitrice, alla sua età già avanzata, per quel timore vivo e quasi infantile del mondo esteriore, da cui nulla poteva guarirla, suor Giovanna della Croce aveva scelto la chiesa del Consiglio per le sue divozioni quotidiane; solo per confessarsi, ogni primo giovedì del mese, andava lontano, nella chiesa di Santa Chiara, per trovarvi don Ferdinando de Angelis. Erano appena le sette; la via Magnocavallo era deserta, silenziosa, sporca; qualche raro portone si veniva aprendo, da qualche portinaio ancora sonnacchioso; qualche _basso_ di povera gente si schiudeva, lasciando uscire qualche operaio che andava al lavoro. Suor Giovanna della Croce scantonò subito nel portone semiaperto del numero novantadue: la portinaia, una donna magra e scialba, coi resti di una bellezza sciupata dalla miseria e dai parti numerosi, incinta, grossa, avvolta malamente in uno scialle di lana rossa, a maglia, tutto stinto, la salutò lamentosamente:
— Lodata sia la Vergine, _zia monaca mia_!
— Lodata sia, — rispose, a bassa voce, la suora, volendo passare avanti.
Ma la portinaia, sospirando, gemendo, la trattenne.
— _Zi monaca_, diteglielo voi, alla sorella vostra, donna Luisa, ditele che non ne posso più, col signorino don Ciccillo!
— E perchè? — chiese, quasi involontariamente, la monaca. — Che ha fatto, mio nipote?
Poi si pentì. Non aveva promesso a Dio, al confessore, a se stessa, di non occuparsi di cose profane, di cose mondane?
— Stanotte non è ritornato a casa, — soggiunse la portinaia, querulamente. — Gravida come sono, non ho dormito per aprirgli la porta subito, quando avesse bussato.... Aspetta, aspetta, chi te lo dà!
— Mio nipote non è rientrato? — mormorò la monaca, pensosa, a capo chino.
— No. Niente. È vero che mi regala qualche cosa, quando torna tardi. Ma quando non torna.... io perdo il sonno e egli se ne scorda, non mi dà nulla.... un giovane come lui....
— Prendete, Concetta, — e, messa la mano in tasca, la monaca dette qualche soldo alla donna piagnucolosa.
— Grazie, grazie! Che peccato, un giovane come lui perdere le notti.... così.... a giuocare.... o chi sa dove....
La monaca aveva subito abbassato gli occhi, arrossendo, assumendo un contegno distratto. La portinaia si raumiliò:
— Lodato sia il Sacramento, _zi monaca_ mia.
— Lodato sia!
Suor Giovanna della Croce attraversò il largo cortile del palazzo, lasciò a destra la scala grande, penetrò in un corridoio e si trovò in un cortiletto, dove era la scala secondaria di quel grande edificio. Salì le scale strette, un po' oscure e si fermò su quel primo pianerottolo, cercando la chiave di casa. In questo un passo lieve si udì, venendo dal secondo piano, dopo una discreta chiusura di porta, sempre al secondo piano. Una donna, una signora, scendeva lentamente, sola, come stanca, appoggiandosi alla ringhiera: era vestita con eleganza, ma in fretta, coi panni che le pendevano addosso, male aggiustati, male abbottonati: il colletto della sua pelliccia era alzato. Pallidissima, del resto, dietro la veletta del suo cappello, con un paio di occhi mortalmente stanchi, dalle occhiaie oscure, con una bocca bella ma dalla piega affaticata e come amareggiata. Vedendo la monaca, esitò un momento, poi passò, a capo chino, col suo andare abbattuto, di chi ha una grande lassezza fisica e morale.
Due o tre volte, di sera, stando nella cucina a spegnere il fuoco, a mettere in ordine piatti e bicchieri, suor Giovanna della Croce aveva visto salire questa signora, lentamente, quasi furtiva, nascosta dietro la sua veletta fitta e l'aveva udita penetrare, senza bussare, dalla porta socchiusa nella casa del giovane avvocato, al secondo piano. Anche passando, la signora lasciò un sottile profumo di muschio. La monaca crollò il capo ed entrò in casa. Aveva la piccola chiave della porta di servizio, poichè non voleva disturbare sua sorella e sua nipote, passando dalla loro stanza: esse dormivano sino a giorno alto, ogni sera vegliando sino a ora tarda, rincasando da piccole serate di giuochi e di ballonzoli, talvolta avendo, in casa, amici e amiche, facendo del chiasso, giuocando a carte, suonando il pianoforte, qualche volta anche ballando, tra otto o dieci persone. Suor Giovanna della Croce attraversò la fredda cucina e una stanza da pranzo molto poveramente arredata, dove, sulla tavola, erano dei piatti sudici di grasso, dei bicchieri con qualche dito di vino, dei tovagliuoli macchiati; la madre e la figliuola avevano cenato di qualche avanzo del pranzo, rincasando, e avevano lasciato tutto lì, calcolando che suor Giovanna della Croce avrebbe pensato a pulire e a riordinare tutto, quando si fosse levata di letto. In verità, esse fingevano d'irritarsi, quando la vedevano piegarsi a ufficii anche servili, e sgridavano l'unica domestica che avevano, un mezzo servizio, come suol dirsi, una sudiciona malcreata, ghiottona e pigra. Ma, in realtà, poichè per umiltà, per atto di dedizione e per occupare il suo tempo, suor Giovanna della Croce lavorava a tener pulita la casa, esse lasciavan fare, poltrendo sino alle nove, perdendo tempo, dopo, a pettinarsi, a infiocchettarsi, civettuole madre e figlia, di quella ostinata e delirante civetteria povera borghese.
Suor Giovanna della Croce, prima di mettersi al lavoro, rientrò nella sua camera. Questa era una delle migliori del piccolo e seminudo appartamento: formava angolo e aveva un balcone sul Vico Lungo Teatro Nuovo, un altro balcone sul Vico Primo Consiglio. La stanza aveva l'aspetto monacale, invero, col suo lettuccio un po' gramo, con le sue molte immagini sulle mura, e i cerei pasquali, e l'acquasantiera: ma le ostentate premure di Grazia Bevilacqua verso sua sorella avevano messo un piumino sul letto e un tappetino innanzi al letto, sui mattoni lucidi. Nel vano del balcone, verso il Vico Primo Consiglio, erano due sedie: sovra una era posato un tombolo di stoffa verde, su cui era fissato coi suoi spilli e coi suoi fuselli un merletto cominciato. Quel vano era il posto preferito di suor Giovanna della Croce quando aveva finito di dar mano alle faccende di casa. Ella non amava l'altro balcone, quello di Vico Lungo Teatro Nuovo: quella via era popolatissima, frequentatissima, piena di gente a ogni balcone, a ogni finestra, i suoi _bassi_ erano pieni di donne, di bimbi, un vero formicolio di persone, su e giù, da per tutto. Anche, dirimpetto, abitava un giovanotto bellino, molto elegante, con cui sua nipote, Clementina Bevilacqua, scambiava saluti, sorrisi, parole dolci, segni d'intelligenza: e sebbene _zia monaca_ fingesse di non vedere, di non udire, ella aveva organizzato tutto quel maneggio sotto gli occhi di lei. Suor Giovanna della Croce si rifugiava presso il balcone, chiuso, del resto, che dava sul Vico Primo Consiglio. Era un vicoletto, piuttosto: nessuno o quasi nessuno lo attraversava, di giorno. Dirimpetto al balcone della monaca, vi erano due balconi sempre o quasi sempre serrati, con le gelosie verdi chiuse e abbassate: raramente, in estate, le mezze gelosie si sollevavano un poco o, un poco, si schiudevano le grandi gelosie, ma senza far nulla o quasi nulla vedere dell'interno. Questi balconi erano a un livello più basso di quello della suora: e si accedeva alla casa, a questo solo primo piano, anzi, a questo ammezzato, da un portoncino sempre aperto, senza portinaio, la cui scaletta di marmo, un po' sporca, giungeva sulla via. Suor Giovanna della Croce aveva finito per amare questa casa dirimpetto che aveva un aspetto così austero e così taciturno: le ricordava, non sapeva come, il monastero di suor Orsola, con le sue fitte gelosie. Talvolta, ella sogguardava fisamente dietro le gelosie, presa da una curiosità bambinesca, ma non arrivava a scorgere niente. Qualche volta, aveva visto una vecchia megera di serva aprire un po' le due imposte verdi e scuotere uno straccio, con cui aveva dovuto spolverare la camera oscura e misteriosa che era dietro quelle gelosie: null'altro. Madre e figlia, Grazia Bevilacqua e sua figlia Clementina, spesso, guardando la loro monaca compiacersi dietro a quel balcone, occupata a far saltare ritmicamente i fuselli della sua trina, avevano sorriso maliziosamente fra loro. Ma suor Giovanna della Croce non aveva visto quel sorriso e, anche, troppi sorrisi maligni, sfrontati, spuntavano sulle bocche delle due donne, perchè ella, nella sua naturale e talvolta voluta disattenzione, ne tenesse conto. Facesse freddo o caldo, piovesse o tirasse vento, quando aveva finito di aiutare la serva a rifare i letti, a spazzare, a cucinare il pranzo, quando aveva terminato le sue orazioni, i suoi rosarii, le sue contemplazioni religiose, suor Giovanna della Croce veniva a mettersi al suo posto favorito, nel vano del balcone, sul Vico Primo Consiglio, di fronte ai balconi ermeticamente chiusi della casa dirimpetto, di fronte al portoncino sempre aperto. Quel silenzio, quella solitudine, le piacevano. Una o due volte, nella notte, risvegliandosi dal sonno leggiero dei vecchi, le era parso udire delle grandi risate sghignazzanti, delle voci roche, che venissero dal Vico Primo Consiglio: aveva pensato che, nella notte, delle comitive di ubbriachi, venuti dalle cantine di via Settedolori, di via Formale, delle Chianche della Carità, discendessero verso Toledo: e si era raddormentata. Di giorno, il Vico Primo Consiglio era deserto e la casa dirimpetto muta e cieca.
Prima di mettersi in giro, per la casa, suor Giovanna della Croce, poichè le era stata concessa la bella consolazione di comunicarsi, volle passare un po' di tempo in raccoglimento, meditando sul dono mistico che era in lei. Come a suor Orsola, nei buoni tempi della sua felicità monacale, ella s'inginocchiò presso il letto, appoggiandosi alla paglia della sua sedia. Ogni volta che compiva questi atti di adorazione alla Divinità, una tristezza le stringeva il cuore; il costante rimpianto della clausura, della regola rigorosa monastica, della pace conventuale, della vita religiosa, si faceva più vivo. La tela che aveva formato la sua vita di trentacinque anni, era stata lacerata, brutalmente: ed ella non giungeva a riannodare i fili infranti. Tentava di non vivere nel mondo, ma era nel mondo; tentava di rifare quella trama di preghiere, di astinenze, di devozioni, di omaggi religiosi, ma non vi riesciva se non in parte, imperfettamente, miseramente. Tutto si frapponeva fra lei e la rinnovazione della sua esistenza anteriore: e quanto ella tentava di fare, era una pallida e informe ripetizione, mancante di ogni spiritualismo, mancante di ogni conforto.
Adesso voleva assorbirsi nel pensiero della Eucaristia, ma a traverso questi sforzi per astrarsi, come le aveva raccomandato il suo confessore, ritornava una domanda inquieta, segreta: perchè suo nipote non era rincasato? Dove era? Correva qualche pericolo?
Questo nipote, Francesco Fanelli, era il più giovane dei due figliuoli di sua sorella. Aveva ventidue anni solamente; alto, snello, coi capelli castani, due occhi grigi-azzurri e due mustacchietti biondi, portava, in sè, una rassomiglianza perfetta con suo padre morto, Silvio Fanelli. Mentre Clementina, biondissima, pallida, con gli occhi biancastri, ma leggiadra sempre, era simile a sua madre, col viso un po' inespressivo delle bionde e un'aria fra altiera e leziosa, Francesco Fanelli aveva l'aria dolce e ridente di suo padre, e una seduzione fisica che egli rendeva più grande, occupandosi moltissimo della sua persona, perdendo un tempo grande alla sua _toilette_, spendendo tutto quello che gli davano e che soleva portar via a sua madre, in abiti, in camicie eleganti, in cravatte, in cappelli alla moda, profumandosi da capo a piedi, portando anelli di brillanti al dito e fiori all'occhiello. La sua seduzione fisica non era inconscia: sapeva di esser un bel giovane ed adoperava questo suo potere con tutti, sorridendo, mostrando i suoi denti bianchi, facendo brillare dolcemente i suoi occhi, dicendo delle frasi con la sua voce molle, un po' femminile, delle frasi che, quasi, egli cantava. La madre e la sorella erano costantemente in collera contro lui, per la sua indolenza, per la sua indifferenza, per il suo continuo bisogno di danaro, mentre esse vivevano maluccio, con gli avanzi della fortuna paterna e materna; ma bastava che Francesco si presentasse, tutto bello, tutto elegante, con la sua aria lieta di sè e del mondo, coi suoi sguardi vivaci, col suo sorriso di bel giovanotto fortunato e felice, perchè le conquistasse anche loro. Egli era indifferente, ma carezzevole; egoista, ma gentile; esigente, ma sempre giocondo ad amabile; capriccioso, ma pieno di vezzi e di moine: freddissimo, in fondo, avido di tutti i piaceri, ma celante questa sostanza del suo essere, sotto il più incantevole aspetto. E suor Giovanna della Croce, la vecchia zia monaca, invece di concentrarsi nel ringraziamento al suo Signore, per essere disceso in lei, si chiedeva ove mai si fosse smarrito suo nipote, Francesco Fanelli. Correva egli qualche pericolo forse? Così giovane, una notte lontano dalla casa, dove, dove mai poteva essere? Stava da mezz'ora, così inginocchiata, volendo invano fermarsi sovra i beneficii mistici della comunione, suor Giovanna della Croce, quando bussarono alla porta della cucina. Si levò, rinunziando alla contemplazione. Chi bussava, era la serva Bettina: bisognava aprirle, unirsi a lei, per le faccende di casa. Infine, non era un atto di obbedienza, di rassegnazione alla bontà divina, quell'adoprarsi, in casa, presso coloro che le avevano aperte le braccia, che l'avevano ospitata? Non era suo dovere? Era vecchia e certi servizii pesanti la stancavano: ma molte cose le poteva fare ancora, per alleggerire la serva, che non bastava a tutto. Bettina borbottava sempre: la casa era grande, le padrone erano capricciose e colleriche, quindici lire di mesata e uno scarso pranzo: ella non finiva di borbottare.
— Hai portato il caffè? — le chiese la monaca.
— Caffè? Non avevo denaro, — rispose l'altra, levando le spalle.
— Grazia, non te ne ha dato?
— No. Doveva comperarsi una scatola di cipria per sè e un paio di guanti per la signorina: come poteva pensare al caffè? — brontolò la serva.
— Tieni: va a comperarlo, — disse suor Giovanna, mettendo la mano in tasca.
— Datemi anche i soldi per il latte, allora. Sapete che il _signorino_ ama il caffè e latte.
— Il _signorino_ non vi è, — soggiunse la suora, a voce bassa e tremante. — Non è rientrato.
— Tornerà più tardi, — disse indifferentemente la serva.
— Tu credi? Veramente?
— Eh, _zi monaca_ mia, non si è mica perduto, a ventidue anni, — esclamò la serva, cinicamente.
— Sarà sano e salvo? Una notte fuori di casa, così, chi sa dove!
— Eh, lo so io, dove è! — borbottò la serva.