Suor Giovanna della Croce: romanzo
Part 3
— Sorella mia, fra poche ore avremo lasciato suor Orsola.
— Sorella mia, fra poche ore saremo fuori pel mondo....
— Sorella mia, fra poche ore...
— .... Fra poche ore....
Le voci erano tremanti. Poi, come l'ora si avvicinava al mezzogiorno, le suore divennero più taciturne. S'incontravano, si salutavano appena, facevano meccanicamente il segno della croce: alle volte, due si appartavano, in un angolo: e si udiva qualche frase: così....
— .... Io vi sono stata quarant'anni....
— .... Io trentotto....
— .... Avevo diciotto anni, quando vi sono entrata....
— .... Io ne aveva venticinque....
A mezzogiorno, dopo averle riunite in una sua grande stanza, la badessa le esortò, di nuovo, a soffrire, nel nome di Gesù e della sua Passione, nel nome degli ineffabili dolori di Maria, questa tribolazione: e le pregò di raccogliere, nelle loro cellette, la poca roba che loro apparteneva, cioè il secondo vestito che possedevano, quello delle grandi solennità, poichè le Trentatre non potevano avere più di due vestiti: unissero anche la loro rozza biancheria. Ella stessa, che apparteneva alla nobilissima famiglia dei Mormile e che aveva dato a suor Orsola una grossa dote, aveva fatto preparare la sua poca roba dalla sua conversa Cristina: era, dietro il suo seggiolone abbaziale, un semplice fagotto, chiuso in uno scialle oscuro.
— E le immagini? — esclamò la piissima suor Veronica del Calvario. — Possiamo portare, le immagini, via?
— Quelle delle vostre stanze, sono vostre. Distaccatele e portatele via.
— Potessimo portar via il nostro _Ecce Homo_, dalla chiesa!
— Potessimo portar via la statua della Madonna!
— Il Sacramento, dall'altare!
— La Scala Santa, la Scala Santa!
— Le mura del convento, le care mura!
Così esclamavano, gridavano, quelle infelici, con un balbettìo puerile. Col movimento delle sue antiche mani scarne che, da tanti anni, si erano mosse solo per pregare e per benedire, la badessa tentò di chetarle.
— Andate, andate, obbedite, figlie mie.
Andarono. Tutte le porte delle cellette erano aperte, sul lungo corridoio del secondo piano: in fondo alle piccole stanze, le monache andavano e venivano, togliendo il poverissimo loro corredo dal cassettone, distaccando le immagini, i quadretti, i crocifissi, i cerei pasquali, i rosarii: a ogni distacco, esse baciavano religiosamente l'oggetto, dicevano delle preghiere, si raccomandavano:
— Oh Gesù Cristo, pietà di noi....
— Madonna della Salette, guidateci voi....
— Sant'Antonio, che fate tredici grazie ogni giorno....
— Sant'Andrea Avellino, considerateci come se fossimo in punto di morte....
Qualcuna, gittata bocconi sul letto, ne baciava il cuscino su cui aveva posato il capo, da tanti anni; qualcuna, come disfatta, si era seduta sull'unica sedia, le braccia prosciolte; qualcuna vagava intorno, con attitudine smarrita, toccando e baciando gli oggetti.
Quando, a un tratto, un passo rapidissimo attraversò il lungo corridoio: era Giuditta, la conversa, portinaia, che fuggiva verso la grande stanza della badessa, gridando affannosamente:
— È spezzata la clausura, è spezzata la clausura! Vi sono _quelli_ del Governo!
Come una grande raffica di vento passò lungo le celle aperte, come il rombo di un temporale si diffuse per suor Orsola Benincasa. In preda a una paura folle, invincibile, dimenticando l'età, la debolezza, le monache uscirono, correndo dalle loro celle, passarono, correndo, anche le più tarde, anche le più vecchie, anche le più acciaccate, per il corridoio, entrarono, correndo, dalla badessa, rifugiandosi dietro la sua sedia, come bimbe anelanti, affannando, balbettando, strette in un gruppo, attaccate al seggiolone:
— È spezzata la clausura.... è spezzata la clausura.
Senza dir verbo, suor Teresa di Gesù si era levata in piedi. Si vedeva solo un po' di tremito delle sue rugose mani, su cui brillava l'anello di argento abbaziale.
Tre uomini entrarono nella grande sala, con aspetto tranquillo. Innanzi andava un signore alto e magro, dalla barba rossa ben pettinata, dagli occhiali legati finemente in oro, vestito con la sobria eleganza di un uomo che ama di piacere, anche a cinquant'anni. Correttamente, teneva in mano il suo cappello a cilindro lucidissimo e un bastone dal pomo d'oro cesellato: sulla fisonomia inespressiva non si vedeva di vivente se non un sorriso amabile e gelido, non mancante di una certa ironia. Era il prefetto Gaspare Andriani, un prefetto, dicevano, a pugno di ferro e a mano di velluto. Accanto a lui era un giovine, pallido, bruno, dai bruni mustacchi arcuati, dall'aspetto freddissimo, anche egli assolutamente elegante: un giovine consigliere di prefettura, il cavalier Quistelli. E ancora, più indietro, un altro signore, dalla fisonomia comune, dall'aria servile ed annoiata, vestito decentemente, col tradizionale paio di guanti neri che indica il funzionario di Questura. Tutti tre si avanzarono verso la badessa, con una certa cautela; e fu con una voce melliflua e curvando ipocritamente la testa sovra una spalla, che il prefetto disse: — Sono dolente di dover compiere una missione ingrata, illustre signora. Io vengo a prendere possesso, in nome del Re, del monastero di suor Orsola Benincasa e di tutti i suoi beni mobili ed immobili.
— Io protesto, in nome della regola di suor Orsola Benincasa, in nome della comunità che rappresento, per le suore qui presenti e per me, contro la violazione della clausura, — disse, con voce limpida, la vecchia badessa, fissando i suoi occhi, di sotto il velo, in quelli del prefetto.
Costui torse un po' lo sguardo, s'inchinò e con affettata galanteria rispose:
— È spiacevole per me, illustre signora, non poter accogliere tale protesta. Il mio Governo ha sciolto le corporazioni religiose e queste clausure per noi non esistono.
Senza badare a queste parole, suor Teresa di Gesù continuò:
— Io protesto giuridicamente, amministrativamente contro questa presa di possesso illegale, ingiusta ed iniqua. E mi riserbo di far valere, debitamente autorizzata, davanti al magistrato, i nostri diritti.
Il prefetto si voltò verso il suo consigliere di prefettura, dandogli uno sguardo sarcastico: costui, correttissimo, sorrise anche lui, con una punta di commiserazione. Ambedue si strinsero lievemente nelle spalle. La povera suor Teresa di Gesù aveva ripetuto la formula di protesta, che Sua Eminenza le aveva mandata, in iscritto, per mezzo di don Ferdinando de Angelis: ma ne sentiva la inefficacia, la inanità, dinanzi a quegli uomini che avevano violato la perpetua clausura di quelle porte, come se entrassero in un caffè. E udiva, alle sue spalle, ai suoi lati, il forte anelare di quelle monache, il loro tremor forte che scuoteva la sua seggiola, e sentiva che quella era l'ora più affannosa e più dura della sua vita, vecchia come era, debole, senza difesa, senza sostegno, contro quella violazione.
— I tribunali decideranno, — disse, con falsa compiacenza, il prefetto. — Vostra Reverenza voglia, per adesso, rispettare il fatto compiuto. E mi dia modo di eseguire tutta la mia missione, senza ostacoli, senza difficoltà.
Mentre sciorinava i fiori della sua eloquenza burocratica, dal primo momento che era entrato in quella stanza, il prefetto sogguardava verso le monache, anche il consigliere di prefettura, anche l'ispettura di questura, ammiccavano da quella parte. Una curiosità volgare li teneva, supponendo chi sa quali volti fiorenti di bellezza e di gioventù sotto quei veli, pensando ai terribili voti che avevano sepolte vive quelle donne, lì dentro, sottraendolo all'amore, alla gioia, alla vita. Le monache, vedendosi guardate, si stringevano anche più dietro il seggiolone, come un branco di pecore folli; si serravano il mantello intorno la persona, si tenevano fermo sul volto il velo.
— Vostra Reverenza ha inteso? — domandò il prefetto, con un tono dolciastro.
— Io non comprendo, signore. Vogliate spiegarvi.
— Bisogna che tutte le monache, cominciando da lei, sollevino il loro velo e mi dieno il loro nome di famiglia, per constatarne la identità.
E un lungo grido, ripetuto da quattordici voci, sorse:
— Il velo, no! Il velo, no! Il velo, no!
— Eppure bisogna sollevarlo, care signore mie, — soggiunse il prefetto, con un sorriso, agitando con disinvoltura il suo bastone.
Ancora, esse gridarono, angosciate:
— No, il velo! No! Madre cara, madre, diteglielo, che non vogliamo, che non possiamo.
— Avete udito, signore? — disse la badessa, in preda a una profonda emozione, — esse non possono sollevare il loro velo.
— Vostra Reverenza le induca all'obbedienza, come è nel suo diritto, — disse il prefetto, meno sorridente, un po' accigliato.
— Non posso comandare loro un atto contrario alla nostra regola.
— Via, cominci a farlo Vostra Reverenza, — soggiunse il funzionario, diventato glaciale, guardando in aria.
— Io non lo farò, signore.
— Eppure, bisogna. Si decida, Vostra Reverenza.
— No, signore.
— Allora, — mormorò, con un perfetto tono di finto rincrescimento, il prefetto, — dovrò ricorrere alla violenza.
— Appunto, signore. Ricorrete alla violenza.
Con un passo da esperto ballerino di quadriglia d'onore, il prefetto si avanzò verso la badessa delle Trentatre, suor Teresa di Gesù: mise in una mano il cappello lucidissimo e il bel bastone dal pomo di oro e con l'altra, dopo aver fatto un inchino, con l'altra mano, guantata di un guanto inglese di Lean, toccò il lungo velo della monaca e lo sollevò, con un leggiadro sorriso di galanteria.
Suor Teresa di Gesù, mentre un lungo gemito di pudore offeso, di orrore religioso partiva da tutte le monache, non oppose nessuna resistenza. E un antichissimo viso di donna consumato nelle contemplazioni e nelle preghiere comparve: un viso dove alla nobiltà delle linee venuta dalla razza, si era unita la nobiltà di una vita spesa a servire il Signore, in ogni atto pietoso: un viso di donna già prossima alla morte, con qualche cosa di già libero e di augusto, in questa liberazione: un viso dove era sparso non solo il pallore della vecchiaia, della esistenza passata nell'ombra, ma il pallore di un dolore sconfinato, subìto nella più profonda rassegnazione.
Veramente, il prefetto si arrestò interdetto: forse, in quel momento, la sua missione gli sembrò meno attraente, meno curiosa, meno divertente di quello che aveva pensato prima. Guardò il suo consigliere di prefettura, un po' turbato: anche costui aveva l'aria imbarazzata. In quanto all'ispettore di questura, egli conservava il suo aspetto volgare, tronfio, di poliziotto che è onorato di un incarico di fiducia.
— Vostra Reverenza, — disse il prefetto, cavando una carta dal suo portafogli e leggendola, per dominare il suo lieve turbamento, — è la duchessa Angiola Mormile di Casalmaggiore, dei principi di Trivento?
Le palpebre della badessa batterono, replicatamente. Ella ebbe l'aria di riunire i suoi ricordi.
— Io sono suor Teresa di Gesù, badessa delle Trentatre. Ero.... sì... ero, nel secolo, quella che voi dite.
— Bene. Si compiaccia farmi constatare l'identità delle sue monache. È doloroso.... ma è così.
— Anch'esse non solleveranno il loro velo, se non con la violenza.
E allora, con la stessa buona grazia di prima, con una celata, e mal celata curiosità, il prefetto si inoltrò verso le monache. Queste tremavano a verga. Ma imitando la loro superiora, non aprirono bocca, non fecero atto di contrasto. Ad uno ad uno, i quattordici veli furono sollevati, gittati indietro. Quattordici volti comparvero. Eran volti di vecchie; di vecchie monache, in tutte le apparenze della vecchiaia, giunta nella solitudine, nell'astinenza e nella preghiera. Alcune scarne, con la pelle che le ossa parevan bucare; alcune grassocce e flosce; alcune emaciate; altre tutte rugose e pur tonde, come un frutto conservato lunghi anni; altre coi segni della decrepitezza, i nasi adunchi prolungati sulla bocca, le gengive senza denti, i menti rialzati. Tacevano: qualche fremito correva sulla loro pelle, non avvezza all'aria libera: le palpebre, ferite dalla luce, battevano. Ma su tutti i volti si distendeva un pallor grande di dolore, una espressione di rassegnazione incomparabile. Il prefetto e il consigliere di prefettura apparivano un po' seccati e, certo, delusi.
*
Per arrivare al monastero delle Trentatre, dal Corso Vittorio Emanuele, a piedi, poichè non vi è via carrozzabile, bisogna ascendere un primo tratto di via erta, ma selciata, di fronte al grande palazzo Cariati; poi, comincia un secondo tratto di strada a grossi e larghi scalini, dalle pietre tutte smosse: si volta in un sentiero quasi campestre, ripido, lungo, dove, qua e là, restano delle tracce di scalini: sentiero che rasenta, a sinistra, l'alta muraglia chiusa e muta del convento e, dall'altra, certe casupole mezzo dirute e sporche; infine, a un altro gomito, un ultimo tratto di erta strada, ancora a scaglioni, che conduce alle due porte del monastero, la porta piccola e la grande. È un'ascensione lunga, dura e faticosa. Verso il Corso Vittorio Emanuele, la _rampa_ ha un aspetto ancora civile e popoloso; come si passa nell'aspra viottola, si cade nel deserto e nel silenzio: solo qualche rara popolana, dalle chiome spettinate, dalle vesti a brandelli, mentre culla col piede il canestro dove dorme, per terra, un poppante ravvolto in luride fasce, sta sulla porta del suo tugurio e torce, fra due sedie sgangherate, lo spago, a matasse. Da quelle parti, un po' più lontano, un po' più vicino, erano, un tempo, le grotte degli _spagari_, antri quasi zingareschi, dove si accumulavano uomini e bestie, in uno stato quasi selvaggio: la piccola industria della filatura e della torcitura dello spago, ancora, in qualche stamberga di quelle, dà un po' di pane a chi vuol lavorare.
L'ultima _rampa_, quella che mena direttamente alla grande porta del convento, è sempre deserta: ha l'aria claustrale, triste, fredda. Sulla porta piccola delle Trentatre, dove entrano a deporre i cibi, nelle mani delle converse fuori clausura, i pochi fornitori, è una croce nera, di ferro: di dietro le mura, più basse, di questo lato, non colpito dalla clausura, si vedono gli alberi di un orto. Di fronte, il gran portone sbarrato non ha nessun segno religioso. Da quel portone sono entrate, per l'ultima volta, le monache, ad una ad una, senza più uscirne; quel portone, in trenta o quarant'anni, non si è aperto se non due o tre volte innanzi al cardinale e due volte innanzi al confessore delle monache, don Ferdinando de Angelis. Chiunque è salito, lassù, per curiosità, per distrazione, per bussare al piccolo portone delle Trentatre, ha sempre visto il gran portone, il portone del monastero, sbarrato. Ora è spalancato; un androne alto, profondo, oscuro, nero, si scorge. La clausura è infranta, da due ore: e le monache, ad una ad una, lentamente, escono da quel recinto, dove credevano di essersi sepolte vive, in onore e gloria della Croce di Cristo.
Sul Corso Vittorio Emanuele vi è già folla che, avvertita del caso singolarissimo, attende: pian piano la folla è ascesa verso la prima _rampa_, è ancora salita più su, più su, per la viottola, per la seconda _rampa_, fin quasi alla porta grande, spalancata. È una folla di popolani, di popolane, di operai, di piccoli borghesi, di sartine, di fanciulli: una folla muta, paziente sul principio e un po' stupita, anche: una folla tenera, triste, sarcastica, pietosa, curiosa, burlona, animata da sentimenti diversi, tutti rudimentali. Curiosissima, sovra tutto, curiosissima di queste Trentatre, di queste Sepolte Vive che il Governo ha dissotterrate, che ha strappate alla clausura, al monastero, a ogni lor voto, e che gitta nel mondo, di nuovo; e qualche esclamazione triste, irata, compassionevole, sgomenta, frizzante, si ode, fra la folla, lassù, quaggiù, mentre si attende la cacciata delle monache.
— Poverette, poverette!
— Che ne sarà di loro, che ne sarà?
— Oh malann'aggia il Governo!
— Tutto deve rubare, tutto!
— Hanno preso i loro danari, ora prendono il monastero.
— Lo vedrete che si vanno a maritare, quelle monache.
— Sono vecchie.
— Qualche giovane, ci sarà.
— Poverette, poverette!
— Gesù Cristo non lo dovea permettere.
— Sono castighi, sono castighi!
L'androne del gran portone attira gli occhi di coloro che, spinti lentamente, sono giunti sino alla soglia. Qualche cosa, in quel buio, apparisce. È una monaca, vecchissima, sorretta da una conversa; è la badessa suor Teresa di Gesù, che viene a mettersi sulla porta, per salutare, ad una ad una, le sue monache, che se ne vanno via. Le sue palpebre sono rosse per qualche lacrima versata, bruciante come tutte le lacrime della estrema senilità. Degli ondeggiamenti di emozione corrono lungo la folla, dalla porta del convento, giù, giù, sino al Corso Vittorio Emanuele.
— È la badessa, è la badessa!
— Che sacrilegio, Madonna mia, che sacrilegio!
— Dove siamo arrivati!
— Povera vecchia, pare che se ne muoia.
Così, passa la prima monaca. È suor Gertrude delle Cinque Piaghe, una vecchia alta, magra, asciutta e snella. L'accompagna chi è venuto a raccoglierla, un suo fratello prete, meno vecchio di lei, di pochi anni: suor Gertrude va piano, col velo gittato indietro, _poichè questo è stato l'ordine_, a occhi bassi, senza scambiare una parola con suo fratello, un sacerdote dall'aria raccolta e triste. Nel vedere la badessa, sulla porta, suor Gertrude si scuote, si ferma, si abbassa su quella mano scarna e la covre di baci:
— Per l'ultima volta, madre, beneditemi, — ella mormora, a voce bassa, per soggezione della folla che più si accalca.
— Ti benedico, ora e sempre, figliuola. Addio, — dice la badessa, a capo chino, anche lei.
Suor Gertrude delle Cinque Piaghe oltrepassa la soglia, dopo un momento di esitazione, si avvia lentamente, accompagnata a passo lento da suo fratello, va, va, tra un fremito lunghissimo della gente: ella scompare alla cantonata, è nel mondo, via. Un'altra monaca si avanza, dall'androne: è suor Clemenza delle Spine, piccina, delicata, con certi lineamenti minuti che nascondono, nella gentilezza, la sua età già molto avanzata. Col viso quasi nascosto dal fazzoletto, tutto intriso di pianto, ella seguita a singhiozzare, mentre un suo cognato, un vecchio che ha sposato una sua cugina, unico parente, che ella non conosce, che non la conosce, un vecchio che ha l'aria di un umile impiegato dello Stato, le sta accanto, imbarazzato, intimidito, muto.
— Me ne vado, me ne vado, madre mia, addio! — esclama convulsamente la suora, baciando l'anello di argento della badessa.
— Ti accompagni il Signore, in ogni passo, sino alla morte, — risponde la badessa, temendo di scoppiare in singulti anche lei.
Suor Clemenza delle Spine ha un moto di repulsione, guardando la strada brulicante di gente, la strada che conduce giù: non sa reprimerlo. Il pianto la soffoca, di nuovo. Ma deve obbedire, passa la soglia, cammina, cammina, senza vedere dove mette il passo, acciecata dalle lacrime. E nella folla, qualche donna già piange, nel veder passare quella plorante: qualche collera scoppia in ingiurie contro il Governo.
— Ladri e assassini!
— Povere anime di Dio!
— Che infamia è stata questa!
Suor Veronica del Calvario, la vice badessa, colei che è piena della grazia di Dio, come dicono le sue sorelle monache, colei che ha passato tutta la sua vita in astinenze e in preghiere, e Gesù e la Madonna sempre l'hanno colmata dei loro doni spirituali, suor Veronica del Calvario, ora, esce anche lei. Sul volto brunastro, magro della suora, è una serenità completa. Ella ha accettato, come un altro dono del Signore, quell'angoscia: ella è la vera figliuola di Dio, quieta, pacata, passiva, che si lascia andare dove la volontà del Cielo la conduce. Ella ha passato la notte scorsa, tutta intiera, in orazioni, nel coro, e se ne è uscita tremante di freddo, il suo spirito è calmo, per sempre. Suor Veronica del Calvario non è napoletana, è messinese: si chiama Felicita Almagià. Alcuni suoi nepoti, avvertiti della circolare prefettizia, hanno telegrafato a Napoli, alla Navigazione generale, per mandare qualcuno a prenderla, per imbarcarla e condurla a Messina. Suor Veronica del Calvario attraverserà il mare: un impiegato della Compagnia Marittima è venuto a prenderla, è un giovanotto dalla fisonomia volgare e fredda, che compie la sua missione, senza interesse, ma precisamente. Quasi, quasi, vedendo la sua badessa, suor Veronica del Calvario sorride. Le bacia la mano come ogni sera, a compieta: e la badessa la guarda, prima meravigliata, poi compresa di ammirazione. Le parti s'invertono, la badessa le si raccomanda, a quella piissima, che Dio ha già racconsolata.
— Ricordatemi ogni giorno a Gesù Crocifisso, suor Veronica.
— Indegnamente, madre mia.
Suor Veronica del Calvario se ne va, senz'esitare, fra la gente, seguita dal giovanotto. La folla sorride, vedendola così tranquilla, malgrado la vecchiaia, malgrado ella sia curva. E, intuendo, la folla, un'anima già benedetta, per sempre, le si raccomanda:
— Un'_Ave Maria_, per me, buona madre!
— Anche per me, per mio figlio malato!
— Raccomandatemi alle anime del Purgatorio!
Suor Veronica del Calvario annuisce, chinando il capo, va, va, sparisce: ella è nel mondo, non importa!
L'altra, che viene innanzi, ha nella persona, nel volto, tutti i segni della disperazione. È suor Francesca delle Sette Parole, colei che ha passato, la notte prima, distesa sui gradini della Scala Santa. Suor Francesca delle Sette Parole si chiama, nel secolo, Marianna Caruso, d'una famiglia di piccoli commercianti in generi coloniali; al tempo della monacazione, ella entrò nel convento coi denari d'una piccola eredità raccolta. Sono venuti a prenderla alcuni suoi parenti, cugini suoi, vecchi venditori di zucchero e caffè, dal lontano quartiere dei Santi Apostoli: hanno certe facce fredde e oscure, certi volti lividi, dalle labbra sottili di persone avarissime. La sogguardano, taciturni e diffidenti, venuti lì per obbligo, poichè la circolare del Governo era tassativa: essa non li guarda. Desolata, disperata, ella fa un passo innanzi e tre indietro: ella si ferma a baciare, ogni momento, le mura, gemendo, sospirando, agitandosi, come in preda a un accesso di angoscia folle. I parenti, marito e moglie, stringono la bocca, malcontenti e sospettosi. Ella si dispera, senza nulla sapere. La badessa la esorta, con lo sguardo, accennandole la folla, a chetarsi. Ma suor Francesca delle Sette Parole si gitta in ginocchio, innanzi alla sua superiora e, battendo il capo contro la sua tunica, le dice:
— Perdonatemi, perdonatemi, tutti i miei peccati, madre mia, in questo terribile momento....
— Dio ti ha perdonato, tu sei buona, va, figlia mia, non dare spettacolo....
— Madre mia, madre mia, beneditemi come in punto di morte....
Ella la benedice, mentre i parenti, infastiditi, aspettano che tale commiato finisca. Suor Francesca delle Sette Parole non vuole andar via, ella si volta, bacia il legno del portone. Ancora, suor Teresa di Gesù la esorta:
— Obbedienza, obbedienza, figliuola mia....
La suora si avvia, vacillante, a capo basso, senza voltarsi più indietro, non vede il cammino, inciampa, è per cadere. La folla si commuove, novellamente:
— È come Cristo, come Cristo, sotto la Croce!
— Questa non campa.
— Meglio per lei, meglio.