Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 2

Chapter 23,781 wordsPublic domain

Di nuovo, a queste parole che esprimevano tutta la umile tragedia del loro cuore trangosciato, risuonarono i clamori delle monache. Esse si erano separate dal mondo, trenta, quaranta, cinquant'anni prima, per sempre: esse avevano giurato povertà, castità, obbedienza e _perpetua clausura_ a Dio: lo avevano giurato e avevano tenuto, sin quasi alla morte, il loro giuramento. Ora, lo infrangevano.

— Noi saremo in peccato mortale, — disse, terrorizzata, la badessa.

— Dio è buono, madre.

— Chi infrange i voti, è in peccato mortale....

— Dio ha tanto perdonato, madre mia!

— Sì, ma noi saremo in peccato mortale.

— Ne parlerò a Sua Eminenza.... egli vi manderà, presto, una parola consolatrice. È troppo afflitto per venire. Verrò io.... domani sera.... — mormorò egli, nella pochezza del suo spirito e nella bontà del suo cuore.

Ancora, silenzio. Poi, di nuovo, suor Teresa di Gesù, parlò, lentamente.

— Voi dite.... domani sera? Dobbiamo, dunque, andarcene subito?

Il povero prete non rispose immediatamente. Malgrado la sua limitata intelligenza, egli comprendeva che era quello l'ultimo colpo. Poi, si decise.

— Dopodomani, lunedì.

Quando la povera vecchia badessa udì che solo due giorni dividevano lei e le sue monache, da quella cacciata crudele, che violava la loro anima e gittava i loro corpi all'abbandono e alla miseria, le forze che fin allora l'avevano sorretta, le mancarono. Vacillò e cadde fra le braccia delle sue sorelle che la raccolsero, lacrimando, cercando di rianimarla. Mentre la conducevano via, circondata, seguita dalle suore, lentissimamente, don Ferdinando de Angelis salutò e benedisse quel gruppo plorante. Andavano, ora, nel lungo chiostro che rasentava il giardino, andavano, le Sepolte Vive, sostenendo la loro antichissima badessa, quasi morente di dolore, esse stesse riboccanti di amarezza: e i pianti si erano quetati. Ma i passi erano più molli, più stracchi, trascinati a forza: ma sotto le tuniche nere che sfioravano la terra, sotto i mantelli neri che le avvolgevano, sotto i veli neri che celavano il loro viso, esse, d'un tratto, sembravano assai più caduche, più vecchie, più prossime alla morte. Alcune si appoggiavano alla muraglia bianca del chiostro, come se svenissero: altre voltavano la testa verso il giardino, guardando dov'erano le tombe delle loro sorelle, morte in convento e colà sepolte, guardavano fissamente, verso le tombe.

*

La cella di suor Giovanna della Croce era fiocamente illuminata da un lumino da notte, nuotante nell'olio di un bicchiere: il tutto formava una lampadina, innanzi a un crocefisso, lampadina che restava accesa, giorno e notte, per speciale divozione alla Croce e al Divino che vi era confitto. La regola impediva alle Trentatre di tenere lume acceso, quando andavano a letto, o nella notte: strettamente, si sarebbero dovute spogliare all'oscuro e vestirsi, alla mattina, nelle ombre crepuscolari dell'alba. Ma era concesso loro di far ardere qualche modestissima lampada, in omaggio alle immagini che più veneravano: suor Giovanna non avrebbe potuto dormire, senza quella piccola luce che rischiarava il Crocefisso. Talvolta, nella notte, il lumino si consumava, l'olio galleggiante sull'acqua finiva, la lampadina si spegneva: la suora si svegliava subito, in preda ad ansietà. Nella celletta, con le pareti coverte d'immagini sacre, di quadri e quadretti, di cerei pasquali, di rami d'ulivo benedetto, non vi era se non un letto, una sedia e un piccolo cassettone. Le pareti erano rozzamente imbiancate a calce: sul pavimento i freddi e polverosi mattoni rossi delle più povere case napoletane: lo stesso letto era composto di due trespoli di ferro: un solo materasso e un solo cuscino. Di fronte al letto un balcone: la celletta occupava un angolo orientale del monastero di suor Orsola, al secondo piano, e l'occhio vi avrebbe potuto scorgere il magnifico panorama di Napoli e del suo golfo, se un'alta e fitta gelosia di legno non ne avesse impedito la vista, mentre permetteva all'aria di entrare. Nei primi tempi della sua monacazione, quella gelosia attirava costantemente la persona di suor Giovanna: ella non poteva resistere al desiderio di guardare, ancora, di lontano, di lassù, lo spettacolo delle cose. Anzi, si era confessata di quest'abitudine profana, come di un peccato: ed era un peccato, poichè quelle contemplazioni la riconducevano alla sua vita del mondo, amaramente. A poco a poco, con gli anni che passavano, con la giovinezza che finiva, con le memorie che si cancellavano, ella aveva vinta la tentazione. Ora, da anni, nè la sua persona, nè i suoi occhi erano attratti dalla gelosia: ella aveva dimenticato che da quel balcone, alto come una torre, sul giardino del convento e sul Corso Vittorio Emanuele, aveva dimenticato che da quel balcone si scorgeva il mondo.

Neppure nella triste sera in cui don Ferdinando de Angelis aveva data la notizia orribile, rientrando nella sua celletta per riposare, suor Giovanna della Croce si era accorta, più, che vi fosse un balcone. La notte era lunare: passando pei lunghi chiostri, nel movimento del ritorno alle celle, ella aveva visto il cielo chiarissimo, e le estreme mura del convento fatte anche più bianche. Ora, chiusa la piccola porta della sua cella, senza mettere il catenaccetto, perchè la regola lo proibiva, suor Giovanna era caduta inginocchioni, innanzi alla sua sedia, col moto abituale di ogni sera, tendendo le braccia al Crocefisso. Ma se le sue labbra mormoravano le rituali parole dell'orazione, l'anima sola si concentrò nella preghiera, restando confusa, turbata, agitatissima.

Da molti anni, suor Giovanna aveva obbliata ogni cosa della sua vita anteriore alla monacazione. Prima dolorosa, angusta, opprimente, insopportabile a un temperamento passionale come il suo, la vita delle Trentatre aveva finito per domare quell'anima ribelle, quel cuore impetuoso, quel sangue troppo caldo. Suor Giovanna della Croce aveva molto patito, dei suoi voti: aveva pianto di rabbia, di noia, di tristezza, di languore, per molto tempo: ma le supreme consolazioni, lente, tranquille, costanti, erano discese su lei, con il regime mistico, morale e fisico di una esistenza claustrata, con quelle consuetudini umili, semplici, candide, quasi puerili, delle giornate monacali, con quel rimpiccolimento della esistenza materiale, quella continua elevazione spirituale nelle orazioni, con quelle formule sempre ripetute del rito che spezzano le volontà, suadono le volontà spezzate e stringono l'esistenza in un anello. La regola delle Trentatre, così austera, così dura, così assoluta, le era divenuta dolce, ella ne seguiva tutti gli ordini, con cuore obbediente e persino tenero.

Suor Giovanna era stata, nel mondo, una creatura d'impulso, facile all'entusiasmo, alle lacrime, al furore: nel chiostro, tutto questo ardore si era temperato, equilibrato, si era messo fedele e umile al servizio di Dio. Le era dolce, questa regola, per cui, con gli anni, tutto il passato si era cancellato dalla sua memoria. Chi era più, lei? Non una donna, non una creatura muliebre: era una monaca, una sepolta viva. Come mai si era chiamata, nel mondo? Non lo ricordava. Sapeva solo il suo nome del chiostro: il nome preso in omaggio al suo Signore e al suo dolore, il nome di suor Giovanna della Croce. La pace, l'obblio, _un'altra vita_, quello che essa aveva chiesto al Cielo, dandogli la sua gioventù, la sua bellezza, il suo ardente desiderio di amore, di gioia, di felicità, le era stato accordato. Aveva la pace e aveva l'obblio: viveva _un'altra vita_.

Non poteva, in quella sera, pregare, la Sepolta Viva! Fra le incertezze mortali del suo spirito, deviato dal suo corso naturale di pensieri e di sentimenti, sentendosi strappata, crudelmente, alla pace, all'obblio, alla sua seconda vita, brani di esistenza le riapparivano innanzi alla mente, da anni ed anni mai più evocati, nelle ore di solitudine, da anni ed anni mai più semplicemente rammentati. Si nascondeva il viso fra le mani, la suora, quasi per difendersi contro l'assalto delle memorie. Ella si era chiamata, nel mondo, Luisa Bevilacqua. Aveva appartenuto a una famiglia di borghesi agiati: i suoi genitori avevano un commercio, all'ingrosso, di mercerie. Ella non aveva se non una sola sorella, Grazia Bevilacqua: un solo fratello, Gaetano Bevilacqua. Il fratello era maggiore di lei, di età: minore, la sorella. Ah, ora li rivedeva, ambedue: la sorella bionda, grassotta, bellina, vanitosa dei suoi occhi azzurri e dei suoi capelli d'oro, mentre ella, Luisa, era bruna, alta, snella, col viso lungo, non bello, con gli occhi neri, vivaci e i folti capelli neri, il tipo comune napoletano: rivedeva il fratello Gaetano, bel giovane, elegante, sprezzatore della borghesia paterna, tutto dedito alla vita mondana, schiavo di amici più aristocratici di lui: li rivedeva, questo fratello e questa sorella, ambedue egoisti, freddi, calcolatori, avidi, sotto le seducenti apparenze della giovinezza e della leggiadria, ambedue adorati dai genitori, mentre ella non raccoglieva se non un affetto distratto e glaciale dagli stessi genitori!

— Signore, Signore, quanto mi hanno resa infelice! — ella disse, a bassa voce, rivolgendosi al Crocefisso.

Trasalì. Chi aveva parlato? Quale era quella voce che, come trent'anni prima, si lagnava di essere stata trattata con crudeltà dalla gente che più amava? Che era quel lamento? Altre volte, per anni, la celletta aveva udito quei gemiti, quei sospiri, quei singulti. Ma, da tutto quel tempo, la sua grande sventura si era dileguata, come una nuvola al vento: da tanto tempo, il suo cuore era risanato dalla ferita sanguinolenta! Chi le mostrava, ancora, quel puro sangue del suo cuore, sgorgante per un colpo datole da una mano fraterna? Luisa Bevilacqua, nel mondo, a venti anni, aveva amato, di un amore forte e geloso, un giovane, non del suo ceto, più ricco, più fortunato, un giovane che si chiamava Silvio Fanelli: ed egli aveva amato Luisa, con trasporto. I genitori Bevilacqua assegnavano a Luisa, per il giorno in cui si maritasse, trentamila lire di dote, mentre Grazia, sua sorella, la carità, ne aveva cinquantamila: mentre Gaetano, il primogenito, il maschio, il signore della casa, aveva tutto il resto della fortuna, non piccola. Fiera, generosa, disinteressata, Luisa Bevilacqua non chiedeva ragione della disparità: sapeva che si sarebbe maritata per amore e non per danaro: sapeva che il suo Silvio era, egli stesso, nobile, leale, sincero. Le nozze fra Luisa e Silvio furono presto accordate, per contentare l'ardente passione che li legava. Il giovane adorava la sua fidanzata, la fidanzata adorava Silvio e ne era mortalmente gelosa.

— Oh Dio, voi sapete come mi fu tolto! — ella esclamò, battendo con la fronte sulla paglia della grezza sedia.

Ancora! Ancora! Ancora suor Giovanna della Croce ripeteva il grido di disperazione di Luisa Bevilacqua, la sepolta viva ripeteva l'atroce parola che aveva infranto il cuore della fidanzata! Poichè ella era stata tradita. Come la luce del sole, a Luisa Bevilacqua era stato chiaro il tradimento di Silvio Fanelli con sua sorella, Grazia Bevilacqua. Avevano scherzato insieme, prima, i due traditori; egli senza pensarvi troppo, con la fatuità degli uomini, l'altra per il desiderio di far dispetto alla sua sorella maggiore: a poco a poco, si erano inoltrati nella via dell'amore, prima celatamente, col gusto del frutto proibito, poi tanto apertamente, affrontatamente, da far tutto noto alla tradita. Perchè non era ella morta di dolore, in quel giorno della scoperta? Non era morta, per orgoglio. Nessuno aveva avuto una parola di biasimo per i due traditori: nessuno aveva avuto una parola di pietà per Luisa Bevilacqua. Ella si era irrigidita, contro lo spasimo. I suoi genitori, suo fratello, i parenti, gli amici, tutti avevano congiurato per trovar grazioso che un fidanzato passasse da una sorella all'altra, avendovi pensato meglio: e che sposasse la seconda, invece della prima. Ella stessa, la tradita, pallida, immota, incapace di lamento, aveva dichiarato che non teneva a Silvio, che non teneva al matrimonio e che volentieri cedeva quel fidanzato a sua sorella. _Volentieri_! Ella aveva pronunziato quella parola, spinta da una forza interiore. Qual forza?

— Eravate voi. Signore, che mi chiamavate, — mormorò la suora, guardando Gesù in croce, subitamente intenerita.

Sì, il Signore l'aveva chiamata a sè, poichè il mondo di egoisti, di disumani, di crudeli, non era fatto per quell'anima appassionata di Luisa Bevilacqua: poichè la immensa delusione dell'amore ne aveva incenerito ogni speranza e ogni desiderio, dandole solo la nostalgia della solitudine e della preghiera, poichè tutti coloro che ella aveva amati, erano stati falsi, sleali, brutali, con lei: e una sola via di verità, di dolcezza, di luce, le balenava, innanzi. Prima che le nozze di sua sorella Grazia Bevilacqua con Silvio Fanelli fossero celebrate, Luisa Bevilacqua aveva dichiarato, fermamente, recisamente, che non poteva resistere alla vocazione pel chiostro: che questa vocazione era così vivace da farle prescegliere il convento governato dalla regola più aspra, dove la clausura non fosse solo perpetua, ma rassomigliasse alla morte. Certo, coloro che avevano tradito e i loro complici se ne turbarono: certo, tentarono vagamente di distorla: certo, non seppero spiegare al pubblico, onestamente, quella risoluzione. Furono vani tentativi di opposizione. La fanciulla li vinse. Quando entrò, come novizia, nel monastero delle Trentatre, aveva ventidue anni; ne aveva venticinque, quando pronunciò i voti eterni: ed erano, adesso, trentacinque anni che ella aveva posto il piede nel convento fondato da suor Orsola Benincasa, senza uscirne mai più, senza mai più rivedere nè i genitori, nè fratello e sorella, nè parenti, nè amici, mai più.

— Solo voi, Signore, — ella soggiunse, dolcissimamente, guardando il Redentore, sulla croce.

Questa era la semplice e comune istoria di suor Giovanna della Croce. Così le si ripresentava, tutta quanta, questa volgare istoria, nella notte silenziosa, nella solitudine della sua cella. Altre volte, quando era ancor giovane, nel convento, e i suoi capelli tagliati crescevano irruentemente, sotto la bianca benda che le fasciava la fronte, questa storia le era parsa un dramma tremendo, che solo il suo cuore era stato capace di subire, senza rompersi per lo schianto: altre volte, nella sua piccola mente, ingrandendo i contorni dei fatti, nel bollore del suo sangue giovanile, sotto le sue vesti nere di sepolta viva, sotto il suo gran velo nero che mai, mai, la monaca deve rialzare, innanzi ad altri, le era parso di essere l'eroina del romanzo più straziante. Lentamente, tutto questo aveva perduto ogni grandezza, ogni importanza, ogni valore: lentamente, i fatti si erano diminuiti, diminuiti, erano spariti: e i sentimenti ardenti si erano smorzati, sotto un velo crescente di cenere. Anche adesso, in questa notte di inquietudine, di dubbio, di tristezza, la sua storia, riapparsa in tutta la sua precisione, non le era sembrata la sua, ma quella di un'altra: le parole che le erano sfuggite, non erano partite da lei, ma da un'altra persona, che era vissuta, nel passato, che era sparita, nel presente. Ella si era liberata, in Gesù. Non certo, aveva avuto le crisi mistiche della Grande Carmelitana, nè i trasporti di Santa Caterina, nè le estasi di suora Luvidina: la sua fede era stata breve, circoscritta, modesta, continua; e la sua fede, così come era stata, le aveva data la liberazione.

Si levò dalla terra su cui era inginocchiata, con le membra indolenzite. La sua tristezza era diventata mortale. Nulla del passato l'addolorava più: nulla poteva addolorarla di quel che era stato. Ma era mortalmente triste. Giovane, battuta dai marosi della vita, nel mondo, era venuta a salvarsi in quel convento, sottomettendosi alle privazioni, agli stenti, alle obbedienze più cieche: aveva vissuto trentacinque anni sotto una regola ferrea, che la opprimeva e la esaltava, insieme: si era invecchiata, colà. Aveva quasi sessant'anni. Non aveva specchio per vedere il suo viso, ma sapeva che i solchi del tempo vi erano impressi profondamente: erano corti, sotto le bende, i suoi capelli, ma ella sapeva che erano tutti bianchi. Adesso, certe fatiche, certe penitenze, certe astinenze la trovavano debole e scoraggiata. Adesso, nella preghiera, non trovava che dolcezza molle e quieta, mai più entusiasmo. Si sentiva ed era vecchia. Neppure sapeva più i suoi anni. Forse, pensava anche di averne di più. Infine, infine, aveva trascorso tutta una vita, là dentro, avendo giurato al Cielo di non uscirne mai, se non morta, di stare lì dentro, in povertà, in castità, in obbedienza: aveva giurato sull'altare, con parole tanto sacre, che le avevano fatto terrore. In quel securo porto, ella era stata la serva del Signore, tranquilla oramai, scampata a ogni bufera; e credeva, era certa, di restarvi sino all'estrema sua ora, agonizzando e morendo in quella sua celletta, su quel suo letto! Certa! Non aveva giurato? Non si era votata, così? Non era una Sepolta Viva? Non era una delle Trentatre? Adesso, prima della morte, tutto si mutava. Il suo giuramento non valeva più: contro suo grado, il suo voto era infranto. Quella celletta, fra un giorno, non era più sua: quel monastero non era più la sua casa. Doveva staccarsi dal giuramento, dal voto, dalla clausura, da Dio: fra un giorno. Moriva di tristezza.

E alla tristezza si univa un terrore infantile, indomabile. Dove sarebbe andata, fra un giorno? Uscendo da quella porta del monastero che, un giorno, le era parso si chiudesse per sempre alle sue spalle, qual via avrebbe presa? Dove si sarebbe diretta? Da chi si sarebbe ricoverata? I suoi? Chi? Vivevano? Chi, di essi, viveva? Non erano, forse, partiti, dispersi, morti? Dove cercarli? Da chi? Da trentacinque anni ella non aveva visto nè la città, nè le sue vie, nè le sue case, nè i suoi abitanti: non sapeva più nulla, non aveva più una notizia, non ne aveva chieste, non gliene avevano mandate. Dove, dove andare? Sola, vecchia, sgomenta, confusa, imbarazzata, addolorata, fra i suoi veli, nelle sue vesti nere, sepolta viva, ridonata al mondo, dove, dove sarebbe andata a cadere? E se non trovava nessuno? Come vivere, dove vivere? Di che vivere? Ognuna di loro aveva portato una dote, in quel convento, ella stessa vi aveva portato le sue ventimila lire, poichè la famiglia le aveva decimato anche i suoi denari. Dicevano alcune, che il Governo avrebbe loro restituito il denaro: altre crollavano il capo, dicendo che il Governo non avrebbe dato nulla. Di che campare allora? Un terrore, un terrore le saliva nell'anima, come a un bimbo che fosse restato solo, una notte, all'oscuro, in un gran letto, donde la sua mamma, morta, fosse stata portata via: il terrore dell'ignoto, delle tenebre, del vuoto: il terrore del vasto mondo, pieno di cose orribili e incomprensibili: il terrore che fa gelare il sangue, che fa sudar freddo, che fa battere i denti. Le parve, in quell'accesso, a suor Giovanna della Croce, che tutte le consolanti immagini della sua stanzetta fossero sparite; che il Crocefisso fosse stato travolto via; che la lampada si fosse spenta, per non riaccendersi più mai: e che ella brancolasse nel buio, vacillando a ogni passo, credendo di precipitare....

Una luce sottile penetrava dalle gelosie sbarrate. E la monaca che, da anni, non vi si era accostata, vi andò avidamente: e guardò, attraverso le fasce di legno incrociate, il cielo all'aurora e il mare lontano, tutto di un bianco argenteo e i tetti delle case napoletane che emergevano dalla bruma dell'alba. Quello era il mondo. Colà doveva tornare. Tutto era stato inutile. Tutto era stato invano.

Desolatamente, sconsolatamente, ella mirava l'orizzonte e il paesaggio e piangeva.

*

Con fermezza, avendo nelle due notti e nel giorno di preparazione, raccolte tutte le sue estreme forze, volendo anche una volta dare esempio di rassegnazione e di obbedienza alle sue monache, suor Teresa di Gesù, la badessa, aveva comunicato loro che tutte, e lei, dopo di tutte, erano forzate a lasciare il convento di suor Orsola Benincasa il lunedì, alle tre pomeridiane. Di nuovo, fu un accorrere attorno a lei, con uno sgomento puerile, con un profluvio di domande, ingenue, bambinesche, con un gemitio sommesso delle più vecchie, delle più taciturne: la badessa non sapeva rispondere altro, che di raccomandarsi a Dio, il quale non le avrebbe abbandonate.

Fermo era l'accento della misera donna, colpita da tanta sciagura, nell'ultimo limite della sua età e del suo coraggio, ma vi trapelava lo smarrimento di una coscienza candida, sgominata da un castigo inaudito, inaspettato, ineluttabile. E dalla sera prima, a ogni parola, a ogni atto, a ogni passo, dalle labbra delle monache esciva un ritornello tetro, lugubre:

— Sorella mia, è l'ultima volta che diciamo le preghiere del vespro, insieme.

— Sorella mia, è l'ultima volta che cantiamo il _Pange Lingua_, insieme.

— Mia sorella, è l'ultima sera che passiamo, insieme, per questi chiostri.

— Sorella, è l'ultima notte che ci concedono di dormire, in questa cella.

A ognuna di queste frasi mortali, di abbandono, di distacco, di addio, tutte le altre chinavano il viso, sotto il velo: ad alcune, le meno vecchie, più sensibili, le mani riunite si torcevano, convulsamente. Quando l'ora del riposo venne, nessuna voleva andare nella sua stanzetta, prolungando la veglia, raggruppate nei corridoi alla porta del refettorio, in piedi presso lo scalone, a piccoli gruppi, parlottando rapidamente fra loro, con quel mormorìo un po' infantile delle monache, con quelle voci un po' leziose, in cui una gravità era passata, velandole, facendole roche di emozione. Due e tre volte la badessa, pazientemente, aveva mandato le converse a pregare le monache, perchè si ritirassero, perchè andassero al riposo, poichè il dì seguente era il giorno della gran prova: ad una ad una, funebremente, le monache rispondevano:

— È l'ultima notte....

— È l'ultima notte....

— È l'ultima notte....

Alla primissima ora mattinale, si videro cose anche più commoventi. Suor Veronica del Calvario, malgrado i suoi settant'anni, la piissima suora che, dicevano le altre monache, era in un profondo stato di grazia, si era levata di letto, malgrado gli anni e gli acciacchi, ed aveva passato la notte nel coro, sola, in orazione, uscendo di lì, all'alba, tremando di freddo e balbettando confusamente delle _Ave Maria_, ancora. Suor Francesca delle Sette Parole, non avendo pace nella sua celletta, si era andata a distendere sui gradini della Scala Santa: quella scala, a imitazione di quella di Roma, aveva trentatre gradini, che le più giovani, le più forti suore, salivano per voto, per penitenza, sulle ginocchia: una scala che, ogni giorno, le più mistiche suore venivano a bagnare di lagrime, nell'impeto e nella commozione della orazione: suor Francesca delle Sette Parole vi era restata tutta la notte, abbracciando convulsamente la pietra benedetta. Nella notte, sotto il chiarore lunare, suor Giovanna della Croce, non potendo reggere allo spasimo, era discesa in giardino e aveva fatto dei mazzolini, coi poveri piccoli fiori, dei mazzolini legati da un filo di refe: questi mazzolini di fiori, essa li era andati spargendo sulle tombe delle suore, che erano morte in convento nei tempi trascorsi, e che erano state seppellite colà, quando la legge lo permetteva: ella era passata di tomba in tomba, nella notte chiara, in preda a una pena acuta, senz'accorgersi dell'ora, del posto, di sè: e le sue vesti nere erano molli di rugiada, alla mattina, e il velo, bagnato, le si attaccava alla faccia. Dopo le preghiere di mattutino, a ogni minuto che trascorreva, a ogni piccolo atto che facevano, a ogni passo che davano, monotonamente, con la più tetra monotonia, nella idea fissa delle piccole anime, nelle parole monotone di chi si aggira intorno a un solo breve sentimento, le monache dicevano:

— Sorella mia, fra poche ore non saremo più qui....