Suor Giovanna della Croce: romanzo
Part 13
La seconda pietanza appariva sulle tavole posteriori ed era distribuita nei piatti, rapidamente, per essere messa innanzi ai trecento poveri. Si trattava di una larga porzione di carne, cucinata napoletanamente a _ragù_, cioè nuotante in un sugo scuriccio e denso, dove son mescolati lo strutto, la cipolla e la conserva di pomodoro: intorno a questa porzione di _ragù_, per ogni piatto, vi erano tre o quattro patate, cotte nel medesimo brodo di _ragù_. E la voracità suscitata dalla lunga astinenza, la gelosità di chi, da anni, non ha mangiato carne, fece ridiventare animalesche, novellamente, quelle faccie di banchettanti. Moltissimi inghiottivano la carne, senza tagliarla, lacerandola coi denti, mentre il restante del pezzo si abbandonava sulla bocca o rimaneva sospeso alla forchetta; moltissimi non sapevano adoperare il coltello e si vedevano confusi e taciturni, guardanti silenziosamente il loro pezzo di carne; altri ne avevano tagliato un frammento e dopo averlo lungamente assaporato, riponevano il rimanente, per conservarlo a qualcun altro, per mangiarlo, loro, chi sa, l'indomani. Adesso, all'odor del timballo che ancora fluttuava nell'aria, si univa quello del _ragù_, insieme ai poco buoni odori di tutta quella umanità povera e sudicia; ma gli uomini in _redingote_ e tuba seguitavano, imperturbabili, il loro affaccendarsi, ma le signore continuavano il loro giro, prendendo i piatti con le loro mani gemmate, a forza, da quelle di camerieri, perchè i poveri fossero serviti più presto.
La signora snella e fine, dalla voce che esprimeva una costante commozione di bontà e di dolcezza, si era fermata, in quel momento, di fronte a una povera, che stava aspettando la sua seconda pietanza, a testa china. Era una donna dall'apparenza vecchissima; la sua pelle del volto, fra giallastra e brunastra, aveva i solchi che vi possono mettere, forse, settantacinque e più anni di vita, ma di vita tormentata, torturata, fra tutti gli stenti. Cento storie di tristezza si leggevano in quel volto di decrepita, attraversato da tutte le tracce che lo sconvolsero. L'antichissima mendica era molto curva, con le spalle ad arco e col mento aguzzo, che quasi le batteva il petto: non doveva avere quasi nessun dente, poichè le labbra erano rientrate completamente sulle gengive e la bocca era rincagnata, il naso scarno dei decrepiti piegandovisi sopra. Portava, indosso, questa vecchissima mendica, uno straccio incolore di veste nera, dalle maniche troppo corte, che lasciavano vedere due mani cadaveriche: al collo aveva un cencio di scialletto di lana bianca, ma non annodato, sibbene bizzarramente tenuto fermo con uno spillo sotto il mento quasi con un singolare criterio di castità, ridicola a quell'età e in quella condizione: sulla testa che doveva esser canuta e forse rasa di capelli recenti era curiosamente annodato un fazzoletto di cotone nero, messo in tale foggia che pareva ella si fosse voluta bendare, poichè il fazzoletto le nascondeva anche le orecchie, annodandosi sotto il mento. Era collocata, questa vecchissima donna, quasi in fine della mensa dei poveri, verso l'alto della sala Tarsia, verso l'emiciclo: e colà, lontano, il movimento era molto meno vivo, la gente vi accorreva con minor premura. Essa stessa, la mendica, si era messa in un posto dimesso e non moveva le braccia per paura di urtare i suoi vicini, e non si voltava nè a dritta nè a sinistra, come raccolta nell'aspettativa.
In verità, adesso, il viso candido dai fugaci chiarori rosei della giovane signora, si era trascolorato sotto una espressione di malinconia: come un velo torbido ne aveva leggermente appannato lo scintillìo glauco degli occhi verdi grandi. Quello spettacolo di miseria, di sporcizia, di sventura, di vizio, di abbandono, aveva finito per turbare la sua secura coscienza di donna bella, amata, felice, inebbriata di vita. Forse, ella era già pentita di esser venuta, in uno slancio spontaneo e ingenuo, ad assistere a quel banchetto di povertà e di dolore; forse, già affrettava col desiderio il momento di andarsene. E prendendo il suo piccolo coraggio a due mani, si piegò verso l'antichissima donna, dal corpo curvato in due, dalla testa bendata di nero e china sul petto; tentò l'ultima interrogazione a quella povera più solinga, più taciturna e più abbandonata delle altre.
— Avete fatto una buona Pasqua, è vero? — le chiese, non sapendo trovare nulla di nuovo, nulla di meglio.
La vecchissima mendicante levò il viso tutto tagliato dalle rughe, dalle pieghe, dalle deformazioni dell'età, fissò sulla signora un paio di occhi castani, velati dall'umido e della vecchiaia, dalle ciglia arse, ma conservanti, questi occhi, una dolcezza triste e umile. Pure, non rispose.
— Non vi è piaciuto, di aver questo pranzo? — insistette la signora, con uno sforzo, sentendo che doveva strappare una qualche parola alla poverella.
— Sì, Eccellenza, — mormorò la vecchia, dalla benda nera che le fasciava la fronte e il collo.
— Sono molto buoni.... tutti quanti.... molto buoni, — soggiunse la signora, con un intenerimento nella voce, per sè, per le altre signore, per i gentiluomini.
— Sì, Eccellenza, — rispose, ancora, fiocamente la vecchia dal fazzoletto fermato sotto la gola con uno spillo, in intenzione singolare di castità.
E tacquero. Pareva che nulla più si dovessero dire, che nulla vi potesse essere di comune, fra quella vivente immagine di grazia, di eleganza e di ricchezza, e quell'emblema di ogni decadimento; fra la giovane signora e la misera che aspettava il suo pezzo di carne.
— Ora avrete la carne. Vi piace? — le domandò, con un tremolìo d'interesse.
— Sì, Eccellenza: mi piace.
— Sarà molto tempo, è vero, che non ne mangiate più, povera donna?
— Molto.... molto tempo.... — balbettò la infelice.
— Siete senza famiglia, è vero, povera donna?
— Io non ho nessuno.... nessuno, — replicò la vecchia, con voce smarrita.
— E che ne è, della vostra famiglia? Che ne è?
— Saranno morti.... — disse la vecchia, a occhi bassi, — saranno partiti.... non lo so....
— E siete così, abbandonata, povera donna? — disse la voce, un po' emozionata, della signora.
— Sì, abbandonata, — disse, sottovoce, l'altra, a capo basso.
— Come vivete, allora, povera donna? Come vivete?
— Mi dànno.... mi dànno diciassette soldi al giorno, — e parve che un ultimo bagliore di rosso, salisse a quel viso consunto.
— Chi? Chi ve li dà? — chiese la donna bella, chinandosi ancora, in preda a una curiosità più forte.
— Il Governo, Eccellenza.
— Ah sì! E perchè?
— Perchè.... perchè ero monaca, — e la confessione fu fatta tremando.
— Monaca? Monaca? Eravate monaca! — gridò la signora, in preda a uno stupore doloroso.
Ora mettevano innanzi alla vecchissima donna che era stata monaca, tanti anni prima, mettevano il piatto della carne, ove il pezzo rossastro, brunastro del _ragù_ era circondato da quattro o cinque patate rossastre anche esse, perchè cotte nel sugo del _ragù_. Ma la poverella non lo guardò neppure, il piatto: teneva le due mani scarne, gialle, cadaveriche, dalle vene gonfie e violacee, collocate ai due lati del piatto e non si muoveva. Sì, un rossore estremo le bruciava i pomelli.
— E dove, dove eravate monaca? — chiese la signora, con una pietà grande nelle sue parole.
— Nel monastero delle Sepolte Vive, — rispose la vecchia.
— Me ne ricordo, me ne ricordo, io era piccina! Molti anni fa, è vero?
— Sì, molti anni.... molti anni, — disse la vecchia, vagamente, dolentemente.
— Quanti anni? Quanti?
— Forse venti anni. Forse: non mi ricordo bene.
— Vi danno diciassette soldi al giorno, è vero? Che potete fare, con diciassette soldi? Cercare l'elemosina, è vero? — e la tenerezza triste, metteva quasi delle lacrime nella voce della signora.
— No, — mormorò, subito, la vecchia. — Io non cerco l'elemosina.
— E perchè? — chiese candidamente la giovane.
— Perchè mi vergogno.
— Ah! — esclamò l'altra. — Qualcuno vi aiuta, allora?
— No, Eccellenza; nessuno mi aiuta.
— Nessuno? Nessuno?
— Dicono che ho la pensione dal Governo: e nessuno mi aiuta.
— Oh, povera donna! Voi, forse, eravate una signora?
La vecchia donna crollò il capo, come se si trattasse di una cosa assai lontana:
— Sì.... sì.... ero una signora.
— E come vi chiamate? Come vi chiamate? — soggiunse la bella giovane, con una grande dolcezza.
— Io mi chiamo Luisa Bevilacqua.
Un silenzio.
— Mangiate la vostra carne, — disse la giovane.
Con mani tremolanti, la vecchia afferrò il coltello e la forchetta e si diede a tagliare la sua carne: la giovane la guardava, commossa, con l'interesse vano e inane che si prova innanzi a un caso straziante e sorprendente, ma a cui nulla si può fare. Poi, una novella curiosità la punse, mentre la vecchia sminuzzava il suo pezzo di carne.
— Ditemi: non avevate un altro nome, in convento?
L'altra si fermò dal tagliare e stette pensosa.
— Non portavate un altro nome? Un nome di religione?
La vecchia taceva. Non, forse, il viso si era cosparso del pallor plumbeo delle creature vecchissime?
— Ve lo siete dimenticato, forse, il vostro nome di religione, dopo tanti anni?
Ella non rispondeva, a occhi bassi, immobile.
— Possibile? Possibile che abbiate scordato il vostro nome di religione?
La bocca della vecchia, infine, si schiuse, a stento e disse:
— Mi chiamavo.... mi chiamavo suor Giovanna della Croce....
E col suo antico nome, uscito quasi per forza dalle sue labbra, dagli occhi velati della vecchiaia, sul volto consunto, due lacrime lente scesero, caddero nel piatto della carne. Col capo sul petto, invece di mangiare, la vecchia lasciava scorrere le più amare lacrime della sua vita, col suo nome.
FINE.
DELLA MEDESIMA AUTRICE (edizioni Treves).
_Il ventre di Napoli_ (1883). 3.ª edizione. L. 1 — _Il romanzo d'una fanciulla_. 3.ª edizione. » 2 — _L'Italia a Bologna_. Con 15 incisioni » 2 — _All'erta, sentinella!_ 3.ª edizione » 4 — _Il paese di cuccagna_, romanzo. 2.ª ediz. » 3 50 _Gli amanti_. 2.ª edizione » 4 — _Le amanti_. 2.ª edizione » 4 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Suor Giovanna della Croce, by Matilde Serao