Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 11

Chapter 113,536 wordsPublic domain

Il silenzio in quella terza stanza della locanda _Villa di Parigi_ durò oltre due ore, senza che nulla venisse a turbarlo. Ogni tanto, dalle due stanze attigue veniva qualche rumore, scricchiolìo di letti su cui pesanti corpi addormentati si voltavano e si rivoltavano; qualche parola forte, detta nel sonno: una grossa scarpa cadde, da una sedia, a terra e qualche bestemmia giunse, farfugliata da coloro che erano mezzo svegli; ma la porta chiusa impediva di udir bene. Dalla via, ogni tanto, qualche rumore attenuato giungeva: era un passo grave, di qualcuno che rientrava in quegli sporchi e oscuri paraggi intorno Via Porto; era qualche passo incerto e strascinato di mendicante, di trovatore di mozziconi, di cenciaiuolo disperso in quell'intrico di straducole: era il canto balbettato di un ubbriaco che gridava raucamente il ritornello di una canzone sentimentale: ed era, più spesso, qualche fischio lungo, espressivo, a cui un altro fischio lontano, debole, rispondeva, il fischio tradizionale dei malandrini, il fischio dei ladri, che, nella notte, fa fremere di sgomento anche coloro che sono chiusi e difesi nelle loro case, al sicuro, nei loro letti. Ma tutto ciò arrivava affiochito dalla distanza. Due volte, quando si udirono dei fischi più vivaci, più lunghi, nella strada, Maddalena Sgueglia si svegliò dal suo sonno di persona infermiccia e tossicchiò un poco, sordamente: poi ricadde nel suo torpore. Così, sulle teste, sui corpi di quegli uomini sconosciuti che dormivano nelle stanze seguenti, sui corpi e sulle anime di quegli uomini certamente miseri, forse viziosi, forse criminali, si distendeva, nell'ambiente di una povertà estrema, di ospitalità duramente venale, di comunanza umiliante e repugnante, di contatti pericolosi sotto ogni rapporto, si distendeva il beneficio del sonno. E nella camera ove le tre donne e le due bimbe giacevano, sulle tre donne e sulle due creaturine venute da opposte vie, da miserie differenti e pure eguali, venute da una giornata di fatica, di delusioni e di stanchezze mortali, venute da tutte le torture umane, ignote torture, in quella camera che esse usavano insieme, non conoscendosi, nulla sapendo l'una dall'altra, costrette a quell'unione e a quel contatto, su quei letti duri, fra quelle lenzuola aspre che appena ne covrivano i corpi, sotto quelle coltri pesanti che non davano calore, in quella camera, anche, si distendeva il sonno, divino beneficio di ogni creatura umana, la più infelice, la più abbandonata, la più dispersa, nel mondo.

A un tratto, la maniglia della porta che metteva in comunicazione le due stanze, si schiuse: qualcuno comparve nel vano.

— Chi è? — chiese Maddalena, la giovane malata, che aveva un sonno leggerissimo, alzandosi sul letto.

— Zitto! sono io, donna Carminella....

E il donnone, la cui voce era molto turbata, si accostò ai letti, traballando sulle sue gambe corte e grasse.

— Che cosa è? Che cosa è? — chiese Maddalena, agitatissima.

— Non abbiate paura: è cosa da niente; — balbettò la padrona di casa, parlando più forte, quasi per risvegliare le altre persone dormienti.

— Che è successo? — domandò Fortunatina, la serva, levandosi sul letto, con la figliuola più piccola attaccata al collo. L'altra si era già levata dai piedi del letto e si guardava intorno.

— Ci vuole pazienza, ci vuole.... sono disgrazie.... — balbettò ancora donna Carminella.

— Che disgrazie? Che disgrazie? — chiese, tutta tremante, la donna, l'ultima arrivata, dal suo letto.

E quando vide che tutte erano sveglie, l'enorme donna pronunziò la frase spaventosa:

— Vi è la polizia.

Maddalena Sgueglia dette in un grido stridulo e si nascose la faccia fra le mani; Fortunata si mise a piangere, tirandosi le due figliuole accanto; l'altra donna non parlava, ma si udivano battere i suoi denti dal terrore.

— Ma perchè fate questo? — esclamò donna Carminella. — Perchè strillate? Perchè piangete? Che vi può accadere? Che vi può fare, la polizia?

— Madonna mia, Madonna mia! — seguitava a gridare Maddalena.

— Pure questo, pure questo! — esclamava, fra le lacrime, Fortunata, la povera serva.

L'altra, la terza donna, allibita, certo, non proferiva verbo, ma si comprendeva che il suo terrore doveva essere più grande di quello delle altre.

— Ma infine, se non avete fatto nulla, la polizia vi lascia in pace! — gridò donna Carminella che cercava, ella stessa di dominare la sua inquietudine.

— E che ci viene a fare, dunque, la polizia, se non abbiamo fatto nulla? — esclamò Maddalena, che non si dava pace.

— Ci viene.... ci viene.... — perchè ci deve venire, — mormorò la donnona: — queste visite si fanno sempre....

— Sì, quando si cerca qualcuno per arrestarlo! — gridò Fortunata, che era più esperta.

E Maddalena, Fortunata, le due bambine, si misero a gemere, come se fossero sul punto di essere ammanettate e condotte in carcere. La donna ignota taceva, taceva; ma, probabilmente, era irrigidita dal terrore.

— Non si arresta nessuno! — sentenziò donna Carminella. — Nessuno, capite, alla _Villa di Parigi_! Qui, ladri e assassini non ce ne vengono.

Ma il tono era più audace che sicuro; si scorgeva che la grossa tenitrice della locanda, non era certa di quello che dichiarava.

— E, intanto, la polizia è qua! — gridò Maddalena. — Ci possiamo alzare almeno? Ci possiamo vestire?

— Non vi è tempo: il delegato è nella prima stanza, — disse donna Carminella, a bassa voce, per rispetto.

— Pure in letto, ci dobbiamo far vedere? — strillò Fortunatina, la serva, battendosi la faccia con le mani. — Oh, che mala sorte! Che mala sorte!

— E zitto, zitto, Fortunatina! Non gridate, che è peggio! Un poco di pazienza, un poco di pazienza!

— Mammà, mammà, io ho paura della polizia, — mormorò con voce soffocata, una delle bambine a sua madre.

— E questo ci manca, che le bambine si mettano a strillare!

Intanto, dei passi si udirono nella stanza attigua. Immediatamente, vi fu un silenzio di terrore nelle stanze delle donne. Macchinalmente donna Carminella aveva acceso un piccolo lume a petrolio, che era sovra un comò e nella stanza si era diffusa una luce più viva. Le tre donne erano tutte sollevate sui letti; Maddalena Sgueglia mostrava un viso consunto, affilato, sotto una massa di capelli castani disciolti e un par d'occhi stralunati; Fortunatina aveva un volto tutto divorato dal vaiuolo, a trent'anni, mostrandone cinquanta, rotta dalle fatiche, dalla fame, dalla mancanza di riposo: e la terza donna col lenzuolo tirato sulla figura, quasi a nascondersi tutta, lasciava vedere solo la sua fronte giallastra e rugata e un par di occhi infossati sotto le orbite, occhi di umiltà, di tristezza e di spavento. Adesso, dall'altra stanza, dei rumori si udivano, un parlottar concitato, un affrettarsi di esclamazioni fra ironiche e rabbiose, un andare e venire di passi. Donna Carminella, immobile, rigida, vinta anche essa da un terrore che non giungeva più a nascondere, tendeva l'orecchio, ma non osava muoversi dal centro di quella stanza. Tutte sembravano impietrite: e le due bimbe avevano nascosto il viso sul petto della madre, chiudendo gli occhi.

Di nuovo, la porta si aprì: entrò il delegato seguìto da due guardie in divisa. Il delegato era un giovanotto trentenne, alto, con un paio di mustacchi sottili, di lineamenti non brutti, ma con un'aria così dura di sbirro, con un aspetto così seccato e irritato di quelle visite, a quell'ora, che tutto il suo viso ne diventava ripugnante. Senza salutare nessuno, si avvicinò al letto di Fortunatina, la serva: costei lo guardava, senza fiato, pallidissima.

— Che fai, qui, tu? — egli chiese con voce forte e rude.

— Dormo.... dormo.... Eccellenza....

— Non hai casa?

— Mi mancano i mezzi. Eccellenza.... non ho nulla....

— Sei vagabonda, eh? — disse il delegato, con un ghigno di disprezzo.

— Nossignore, nossignore, io lavoro, io sono serva....

— Dove servi?

— Dal cavaliere Scarano, tutti lo conoscono, a San Giacomo.... Potete domandare....

— E ti chiami?

— Fortunata Santaniello, a servirvi.

— Sono figlie tue, queste?

— Sissignore, sissignore, Eccellenza!

— Non hanno padre, eh?

— Voi che dite! — esclamò la poveretta, offesa. — Non hanno padre? È all'ospedale, povero Pasquale, all'ospedale.... mio marito....

E si stringeva convulsamente le figliuole al petto, singhiozzando. Ma il delegato, senza curarsi più di lei, aveva girato sui tacchi e interrogava metodicamente la giovane malata, guardandola con maggior curiosità, ma con maggior disdegno.

— E tu, che sei venuta a fare qui? — le domandò, a sopracciglia aggrottate, masticando il mozzicone di un sigaro.

— A riposarmi un poco, signor delegato, — disse a voce bassa, tremante, Maddalena.

— Non hai casa?

— Non ho casa.

— Come vivi?

— Faccio la piegatrice di giornali.

— Neh! Guarda un poco! E quanto ti danno, al giorno?

— Quindici soldi, — e sempre più le tremava la voce, alla misera.

— Come ti chiami?

— Maddalena Sgueglia, ai vostri ordini, signor delegato.

— Padrona mia! — disse l'altro, ironicamente. — A crederti, che fai la piegatrice di giornali! A me pare che tu faccia qualche altra cosa.

— Nossignore, nossignore! — gridò disperatamente la giovane. — Io non sono quel che dite! Domandate di me, domani, alla tipografia del _Giornale di Napoli_, Maddalena, Maddalena, la malata, tutti mi conoscono. Per amor di Dio, questo ci mancava!

— E non ti offendere! Non ti offendere! — disse brutalmente il delegato. — Qua siete tutte degli angioli, in questa locanda. A sentir voi, campate tutte onestamente, come tante Madonnelle.... già.... già....

— Signor delegato, signor delegato! — esclamarono Fortunatina e Maddalena, piangendo ambedue.

Egli aveva ancora girato sui tacchi, avendo fretta, forse, di finire quella visita, in quelle stanze puzzolenti, fra tutti quei cenci sordidi, in mezzo a quella miseria. E si trovò dinanzi donna Carminella che lo guardava, immobile, con gli occhi sbarrati, piena del più grande sgomento.

— Voi prendete sempre i nomi di chi viene, qui, la notte? — le chiese, con le mani in tasca, cercando i fiammiferi per accendere il suo mozzicone.

— Ma come, Eccellenza, ma come! Sempre voglio sapere i nomi....

— Dovreste tenere un libro.... un registro.

— Io non so nè leggere nè scrivere Vostra Eccellenza....

— Ci vuole un registro.... se no, pagate la multa.... e vi chiudo la locanda.

— Va bene, va bene.... — mormorò la grossa donna.

— E chi altro, avete, adesso? — chiese il delegato, che credeva di aver finito e faceva questa domanda per scrupolo di coscienza.

— Quest'altra donna, — disse donna Carminella, scostandosi e scovrendo il terzo letto occupato.

— Oh! E voi che fate qui? — domandò, monotonamente, il delegato alla donna.

— Sono venuta per dormire, — rispose la donna con voce fiochissima, trepida, infranta.

— Ci venite spesso?

— Da qualche tempo. Non ho casa, — replicò la donna, sempre con lo stesso tono di voce debole e rotta.

— Siete vagabonda?

— No, no.

— E come vivete?

— Ho una pensione.... — mormorò la interrogata.

— Di quanto?

— Di diciassette soldi al giorno.

— E chi ve la dà, di grazia?

— Il Governo, — disse la donna e voltò la testa in là.

Il delegato girò gli occhi verso donna Carminella, come per interrogarla. Costei, incoraggiata, si piegò verso il delegato e gli sussurrò una parola all'orecchio. La donna teneva sempre la testa rivolta dall'altra parte. Il delegato le chiese, di nuovo, ma più piano:

— E volete dirmi il vostro nome?

La donna tacque. Non aveva udito, forse?

— Vorrei sapere il vostro nome....

Ella non rispondeva. Esitava forse?

— È necessario che mi diciate il vostro nome, — ripetette, per la terza volta, il delegato, ricominciando a seccarsi.

— Io mi chiamo.... mi chiamo Luisa Bevilacqua, — fu la risposta, infine, della donna, debolissima, come un soffio.

— Non avete nessun soprannome?

— No, nessuno.

— Non avete mai portato altro nome?

Ancora, ella esitò. Poi d'un tratto, come se si fosse decisa, con un gran sospiro, disse:

— Mi chiamo Luisa Bevilacqua. E non ho mai portato altro nome.

*

Le campane della Pasqua di Risurrezione allegramente risuonavano per l'aria tiepida primaverile, in quella domenica bella di mezzo aprile. La gente entrava ed usciva dalle chiese, dove finivano i canti delle messe solenni e seguitavano le orazioni delle messe piane: alla porta delle chiese si vendevano immagini e mazzi di umili violette pasquali, da vecchi e da bimbe: agli angoli delle vie più aristocratiche i fiorai offrivano delle rose tea e dei lilla fragranti, fiori più ricchi. Il viavai era grande, dovunque, per le strade piene di sole, lungo i magazzini che ancora non si decidevano a chiudere le loro imposte, vedendo la folla che si fermava innanzi alle vetrine scintillanti. Donne giovani e giovanette andavano lente, lungo i marciapiedi, guardando innanzi coi loro begli occhi dolci e fieri, napoletani, ove si alternano, seducentemente, il languore e la vivacità; uomini e giovanotti venivano loro incontro, o le fiancheggiavano o le seguivano, in cerca di un'occhiata, di un sorriso, di un cenno tenero. Il movimento delle carrozze padronali e da nolo era continuo, crescente; fra due giorni vi erano le corse dei cavalli, il grande spettacolo a cui partecipano, animatamente, nobili e popolani, in Napoli. Tutto, intorno, aveva un'aria di gioia, che veniva dalla luce bionda del sole, dalla carezza dell'aria, dalla giornata di festa, da quel sentimento di liberazione e di giocondità onde è presa la folla, dopo le tristezze della Settimana Santa. Da ventiquattr'ore le campane che avevano taciuto, risuonavano, con toni gravi e con toni cristallini, in liete volate, ora lontane, ora vicine: e il mondo godeva quel millenario anniversario della Resurrezione del suo Redentore.

In alto della via Toledo, proprio in alto, ove essa finisce nella piazza Dante e vi perde il nome, diventando, dopo, la salita Museo, sul lato sinistro di chi ascende verso piazza Dante, è una strada che conduce al palazzo di Tarsia. Strada di transito, per andare verso le vie di Pontecorvo, di Montesanto e della Pignasecca, la via Tarsia è molto frequentata nei giorni feriali: poco, nei giorni festivi. Invece, in quella domenica di Pasqua, lungo i due suoi marciapiedi, uno che rasenta le case che sporgono, dall'altra parte, in piazzetta Latilla, l'altro che rasenta il piccolo e popolare teatro Rossini, molta gente andava in su, verso il palazzo di Tarsia. Qualche gruppetto già si vedeva dove sbocca la grande rampa di via Pontecorvo, gruppetto di gente fermata che aspettava, in silenzio: altrove, sotto il portone del palazzo dirimpetto a quello di Tarsia, altri piccoli gruppi erano fermi. È il palazzo di Tarsia, palazzo municipale, dalla architettura che vorrebbe imitare, malamente, il disegno di una delle deliziose case pompeiane, tutta la facciata di questo palazzo, a un piano, era adorna di trofei di bandiere: piccole bandiere abbastanza grame, in verità! Anche il peristilio che arieggia, come ho detto, quello della villa di Diomede a Pompei, aveva, lungo i muri bianchi, alcune piante verdi, messe colà in maniera di addobbo. Innanzi al peristilio e fra le sue bianche colonne, degli uomini andavano e venivano, dando degli ordini, parlottando fra loro: ognuno di quegli uomini portava una lunga _redingote_ e il cappello a cilindro: più, all'occhiello della sua _redingote_, portava una coccarda di seta rossa e gialla, come segno di riconoscimento.

E in verità, una singolare differenza vi era fra quei signori affaccendati che entravano ed uscivano dal grande salone severo del palazzo di Tarsia, con i gruppi di uomini e di donne, gruppi sempre crescenti, che si andavano formando nella via, intorno al palazzo; folla, infine, di uomini e di donne, che tenean gli occhi fissi sulla porta del salone terreno, quasi ansiosamente. Mentre i signori erano correttamente chiusi nella _redingote_, alcuni, più civettuoli, mostranti dalla _redingote_ aperta il panciotto bianco, e alcuni, persino, desiderosi di sembrare della persona elegantissimi, stringenti nel pugno un paio di guanti tortorella, non calzati, la piccola folla che attendeva, muta e pure inquieta, tranquilla e pure ansiosa, aveva tutto un altro carattere.

Era una folla di poveri, di mendichi, quella che si era già raccolta, quella che si veniva raccogliendo: e mentre, qua e là, la povertà delle vesti di qualcuno appariva decente, in generale, quelle vesti e quegli aspetti rivelavano la povertà annosa, passiva, oramai di nulla vergognosa, caduta nell'abbiezione della massima sudiceria, del massimo sbrandellamento. Non solo i vestiti erano laceri, ma nessuna mano provvida era più venuta a rammendarli, a mettervi una toppa: non solo i vestiti erano stracciati, sbrandellati, sfilacciati, ma erano scoloriti, pieni di macchie, fangosi, trascinati per le vie piene di melma, sporcati addosso di notte, su giacigli ignoti, sporcati di notte, forse, nelle notti ove quella gente dorme all'aria aperta, accoccolata sui gradini di una chiesa, accoccolata sugli spiragli di una cucina, di un sotterraneo. Alla luce del sole, alla chiarissima luce primaverile, quelle vesti che erano dei cenci, mostravano tutto l'orrore della lunga povertà, della lunga incuria, della crescente degenerazione: dicevano non solo la miseria, ma l'abbandono; dicevano non solo l'abbandono, ma l'oblio di ogni decenza e di ogni pudore; dicevano non solo tutto questo, ma dicevano il profondo cinismo del vizio, il cinismo fatale, assoluto, che viene dall'aver troppo digiunato, dall'aver troppo avuto freddo, dall'aver troppo patito, dall'aver troppo disperato della vita, degli uomini e di Dio.

Le donne portavano delle gonne stinte, cariche di toppe di altri colori, che si erano consunte e lacerate alla lor volta e che non erano state rammendate; delle gonne pendenti da tutte le parti, tenute su a stento, battenti contro i piedi, a frangia di fango; portavano delle vite di altre vesti, che mostravano il luridume della fodera, sotto le braccia, ai gomiti, al collo: vite senza bottoni sul petto, con le maniche troppo corte che lasciavano vedere i polsi nodosi, rossi, nudi; vite guarnite ridicolosamente, in tanta miseria indecente, di vecchi ornamenti scolorati, provenienti, queste vite, da lontani atti di carità che non si erano più rinnovati; e portavano, le donne, al collo, sul petto, qualche straccio di fazzoletto colorato e stinto, annodato come una fune, qualche straccio di scialetto di lana, tirato invano da tutte le parti, a covrire le macchie e gli strappi del vestito. Due o tre di quelle donne erano scalze addirittura, venute dalla più nera miseria, dai sobborghi estremi della città, che confinano con la campagna; molte portavano gli zoccoli di legno, in uso ne' quartieri popolarissimi e poverissimi napoletani; molte, i così detti _pianelli_, di grossolano cuoio, senza calcagno; altre avevano delle scarpe da uomo, con chiodi grossi.

In quanto agli uomini, ai poveri, ai mendicanti, la repugnanza che ispiravano le loro vesti, era anche più grande. Pantaloni macchiati orribilmente, cento volte rattoppati, tenuti su con lo spago, troppo larghi per chi li portava o troppo corti, lasciando vedere delle ignobili calzature, dei piedi calzati da scarpe rotte e senza calzette; gabbani da neri diventati verdi, da verdi diventati gialli, senza bottoni, senza mostre, senza orlature; camicie — qualcuno la mostrava, solo qualcuno — di cotone a scacchi, dove mancava il colletto, camicie di flanella, scure, grosse, che avevano l'aspetto così lurido da fare schifo, e sovra queste camicie delle cravatte che sembravano delle corde. Molti, col bavero della giacchetta, del gabbano, alzato, nascondevano ogni traccia di camicia e probabilmente non ne avevano. I covricapo più bizzarri erano sulla testa di questi poveri, di questi mendicanti: cappelli un tempo neri e ora sparenti sotto strati di polvere e di untume; berretti senza visiera; cappelli a cencio, sfondati, messi di traverso; un vecchio pezzente portava persino un cappello a cilindro, diventato marrone e tutto a pieghe.

La faccia e la persona di quelle donne erano singolari. Quasi tutte erano vecchie o sembravano tali, affrante dalla indicibile povertà, dal cibo scarso o nocivo, dai giorni senza pane, dalle stamberghe dove dormivano in quattro o cinque, in una sola camera: molte erano vecchissime con una grossa gobba, venuta dall'età e non dalla costituzione, quasi piegate in due; poche erano le giovani e queste, a occhi bassi, si erano andate a rincantucciare negli angoli, voltando la testa in là; e fra le giovani, anche, qualcuna si celava un poco con un fazzoletto annodato sotto il mento e che si abbassava sulla fronte. Molte di queste donne apparivano malate, alcune scialbe e flosce di pelle, per anemie che non si guariscono, per perdite di sangue nei miserabili parti fatti all'ospedale, donde le mandavano via dopo due giorni, per mancanza di nutrizione; altre gialle e gonfie per malattia del sangue, per malattie cardiache, per la soverchia grassezza; alcune obese, sformate. Una era ributtante, con gli occhi cerchiati di rosso, sanguinolenti; un'altra nascondeva male un enorme gozzo, sotto una sciarpa; un'altra aveva un _tic_ nervoso, per cui, ogni tanto, il viso le si torceva ed ella dava in uno scoppio di risa frenetico; un'altra si appoggiava su due gruccie tutte scorticate. La comune espressione di queste donne era un'apatia profonda, che si stendeva sui loro visi e sui loro corpi stanchi, come rilasciati, sulle mani abbandonate in grembo, o lungo la persona; ma su questo fondo gemente, si manifestavano delle diversità. Alcune fra queste donne avevano l'aria truce e giravano intorno degli sguardi feroci; altre avevano l'aspetto timido, raccolto, quasi volessero sparire dalla bizzarra riunione; altre avevano il contegno dolente di un dolore quieto, oramai, oramai costante e inconsolabile; altre avevano l'aspetto provocante e cinico.

Quasi tutte tacevano: si appesantiva su queste pezzenti un silenzio, molte incapaci, oramai, di più lamentarsi, molte incapaci di pettegoleggiare sulla loro sventura, alcune oppresse, alcune vergognose di trovarsi colà. Erano riunite in gruppo, ma tacevano. Parecchie erano sedute sul marciapiede: una si era sdraiata lungo il muro appoggiandovisi e si era addormentata; altre portavano dei pallidi, queruli e laceri bimbi, al collo; alcune ne avevano due o tre in collo e per mano; una ne teneva cinque, attorno.

Negli uomini, le stimmate della miseria, della malattia e del vizio, erano più spiccate, massime nei vecchi, nelle loro rughe, nel colore della loro pelle, nella lacrimosità degli occhi, nei nasi adunchi, nei menti rincagnati, in quelle bocche violette, in quelle bocche livide, dalle labbra rientrate, sulle gengive senza denti; lunghe storie apparivano, di decadenze fisiche e morali, di degenerazione dei sensi e della coscienza, di traviamenti in tutte le sudicerie della persona e delle abitudini.