Suor Giovanna della Croce: romanzo

Part 10

Chapter 103,610 wordsPublic domain

— Non ne poteva più, pare, con quella moglie. Essa era una birbante, una pessima donna, che lo copriva di vergogna, gli toglieva i denari, gli toglieva tutto, ed egli, così cattivo in Tribunale, non sapeva resistere a lei. Tre volte è fuggita; tre volte è tornata. Alla terza, il giudice non ha avuto la forza di vivere, con lei; vi è stato due mesi, soffrendo mille morti; stamane, all'alba, si è buttato dalla finestra.

— È morto?

— Sul colpo, sembra. Ma non se ne sono accorti, che due ore dopo: egli è caduto nel giardino dello Splendore. La moglie dormiva profondamente e non ha udito nulla. È ancora lì, non l'hanno tolto: ma io non ho avuto il coraggio di mettermi alla finestra.

— Non uno è scampato, non uno, in questo palazzo! — balbettò, sgomenta, suor Giovanna della Croce.

— Non uno! Ah, che il mio Errico non aveva fatto nulla di male, per essere così punito, e io, io che non ho avuto bene, per lui? Questa ragazza, di sopra, Concettina Guadagno, non voleva salvarsi, forse, non viveva del pentimento dei suoi antichi peccati? E la povera donna Maria Laterza, così tenera, così cara, che non vedrà più nè suo marito, nè il suo bimbo, che aveva fatto, se non maritarsi, se non vivere come Dio comanda? E quello sventurato che si è ucciso, al quarto piano, non era un galantuomo, un magistrato? Ah _zi monaca_, suor Giovanna della Croce, la religione è una bella cosa, è una grande cosa, ma il Signore ci ha troppo castigati!

— Dio sa quello che fa, — mormorò la monaca.

— Ah voi parlate così, perchè siete monaca; perchè non avete mai nè voluto bene a nessuno, nè desiderato niente; perchè non vi siete maritata e perchè non avete avuto figli; perchè non avete sofferto nella carne e nel cuore, _zi monaca_, perciò parlate!

— Forse, — soggiunse suor Giovanna della Croce, umilmente, — forse! Ma Dio sa!

— Dite questo, perchè il Signore vi ha risparmiata, in mezzo a tante disgrazie, — esclamò duramente la salernitana.

— No, non mi ha risparmiata, — la monaca rispose, levando la testa, mostrando un viso scialbo e triste sino alla morte. — Anche io ho portato una triste notizia a casa.

— E che notizia? — replicò l'altra, scossa, cominciando a intendere.

— Non importa, non importa, — soggiunse suor Giovanna.

— Dite che è, ditelo! Non vi ho detto tutto, io? Voglio sapere.

— Non è nè una morte, nè una malattia, nè un abbandono, nè il ritardo di un anno, donna Costanza.

— Ma dite, che è, infine!

La monaca si passò la mano sugli occhi. Poi, riprese:

— Mi hanno comunicato.... all'Ufficio della mia pensione, che essa era ridotta.... — balbettò la suora.

— Ridotta?

— Sì, ridotta, per economia, — continuò senza levare la voce, la suora.

— E a quanto?

— Da quarantuna lire a ventisette lire il mese, — disse, semplicemente, suor Giovanna della Croce.

— Ventisette lire?

— Venticinque e mezzo, con la ritenuta.

— Ma voi siete all'elemosina, suor Giovanna della Croce! — gridò la salernitana, rabbrividendo.

— Sono all'elemosina, — soggiunse la monaca, aprendo le braccia, desolatamente.

Un più profondo silenzio. Si guardarono e stette, fra loro, un dolore forte come la morte.

IV.

Prima di entrare nella Via Porto, la donna si fermò un poco, guardandosi innanzi, quasi esitasse a procedere. Erano le nove di sera e già la popolarissima strada appariva insolitamente deserta; i radi fanali a gas non poteano che dileguare fiocamente le tenebre; e nella grande ombra notturna si disegnavano bizzarri profili di ammassi pietrosi, biancheggiavano dei monticelli, si rizzavano dei pali di legno. L'opera di demolizione della vecchissima via, era cominciata da un pezzo, ma procedeva con lentezza; l'inverno piovoso ne impediva i costanti lavori e mentre tutti gli abitanti di Via Porto si venian ritirando nelle vie adiacenti, nei vicoli, nei vicoletti, nei _fondachi_ non ancora tocchi, la grande arteria, abbandonata quasi completamente, era un ingombro di pietre, di calce, di rottami, di travi, disselciata, coi suoi fanali strappati e lasciati a giacere, lungo distesi sugli ammassi di terra, coi suoi vecchi marciapiedi diventati dei pantani di melma, d'immondizie, sotto la pioggia. La donna che doveva percorrerla, curva, guardava per terra, innanzi a sè, temendo qualche mal passo, che la facesse urtare contro qualche cumulo di pietre e cadere in qualche fosso pieno di mota: poi, con un piccolo sospiro, sollevando la gonna, si avviò con cautela. Camminava pianissimo e molto curva; ciò non le evitò di sdrucciolare malamente, due o tre volte; ogni volta si fermava, come indecisa di continuare, piccola figura perduta, in quel deserto, in quelle ombre, in quel tragitto così periglioso. Pure lo compì. Scantonò per la terza via a mano diritta e il passo della donna parve si facesse meno incerto, meno pauroso: il corpo, però, non si raddrizzò.

La donna fece pochi passi nella via Sedile di Porto e levò gli occhi in aria: scorse un fanale rosso che pendeva da un balconcino al primo piano e su cui si leggeva, distintamente: LOCANDA DELLA VILLA DI PARIGI. Il portone, non grande, era aperto: nel fondo dell'androne, innanzi a una immagine della Immacolata Concezione, ardeva una lanternina e rischiarava stranamente la figura scolorita della Vergine, sotto cui, sovra un piccolo piano di pietra, erano collocati due vasetti mezzo rotti con fiori artificiali. La donna, passando innanzi a quella immagine pia, si arrestò, tenendovi gli occhi fissi: dopo essersi segnata, dal lieve moto delle labbra, sembrava che dicesse delle orazioni. Le quali non furono molto lunghe. Dopo un novello segno di croce, la donna si staccò dalla figura di Maria e intraprese l'ascensione di una oscurissima scala, a mano diritta. Il terreno, anche sulla scala, era umido e fangoso: la donna si reggeva al muro, strisciandovi contro, in mancanza di ogni altro appoggio. Mentre compiva questa salita, un passo si udì, alle sue spalle: qualcuno entrava nel portone, camminando presto, facendo le scale con una certa sicurezza. Era un uomo alto, giovane, a quanto si poteva distinguere. Passando presso la donna che, faticosamente, saliva, si curvò ad osservarla, curiosamente. Dovette riconoscerla subito, poichè l'uomo si rigettò indietro, come soddisfatto, e disse con una voce forte, ma roca:

— Buonanotte e salute!

— Buonanotte! — mormorò una voce bassa e affannosa femminile.

L'uomo oltrepassò la donna, lasciandosi dietro un puzzo di cattivo sigaro e sparve dentro una porta aperta, sul primo pianerottolo. La donna non vi giunse che più tardi, estenuata, forse, da un lungo cammino fatto nella giornata a cui quella traversata di Via Porto e quella scala avevano dato l'ultimo tratto. Anch'ella entrò nella porta aperta, al primo piano, e si trovò in una stanza di entrata.

Una donna sedeva presso una tavola sgangherata e al chiarore di un piccolo lume a petrolio, dalla palla di cristallo verdastro, tutto unto, lavorava macchinalmente a una lunga calza di cotone rosso. Era una donna sulla cinquantina, enormemente grassa, con una grossa testa su cui si erano già fatti radi i capelli: il suo corpo non aveva più forma precisa, umana, femminile: era una massa di grasso, spalle larghissime, petto e ventre riuniti, fianchi amplissimi, braccia corte e goffe, mani rotonde, rossastre, dalle dita fiacche che si muovevano intorno ai ferri della calza. Anche il volto della donna, grosso, gonfio, con un doppio mento, con le guancie che affogavano il naso e i già piccoli occhi, era di un brutto colore vinoso, a chiazze: una espressione dura, indifferente, si distendeva su quel viso. Quando la donna udì rumore di passi, guardò verso la porta, senza curiosità, e crollò leggermente la testa, avendo riconosciuto la donna che entrava. Costei si accostò alla tavolaccia che, insieme a due sedie zoppe, formava il solo mobilio di quella stanza di entrata, e salutò, sempre a voce bassa, dove ancora restava il fiato corto della scala fatta:

— Buonanotte! donna Carminella.

— Buonanotte a voi! — rispose il donnone, con aria indifferente, senza neppure fissare colei che la salutava.

— Mi avete conservato il letto? — richiese l'altra, con non so quale timidezza.

— Ve ne sono quanti ne volete di letti, — borbottò donna Carminella. E soggiunse, subito, aspramente:

— E voi, avete portato i cinque soldi?

— Sissignora, sissignora, li ho portati, — rispose subito la donna, mettendo la mano in tasca.

— E cavateli, — disse donna Carminella, sogguardando con aria di diffidenza.

Dalla tasca della gonna la donna cavò, ad uno ad uno, i cinque soldi e li depose, dopo averli novellamente contati, sovra un tavolino, a cui si appoggiava, sempre un po' ansimante, la colossale padrona della locanda. Allora si vide, nel cerchio di luce del lume a petrolio, la mano della donna che deponeva i soldi: una mano lunga, scarnissima, dalla pelle indurita e grigiastra, su cui si disegnavano, molto grosse, violacee, le vene della mano dalle dita nodose, contratte, tremanti. La mano si ritirò, sparve, la donna restò in piedi, nell'ombra. Donna Carminella prese i soldi, li contò, li guardò ad uno ad uno, li fece anche saltare sulla tavola; poi, li intascò e soggiunse, quasi a dare una certa spiegazione:

— È impossibile fare _credenza_, capite? Qui si stenta giorno e notte, e che si ricava? Poco o niente. Se dovessimo far _credenza_, saremmo morti.

— Avete ragione, avete ragione, — mormorò l'altra, con un sospiro umile. — Vi è molta gente stasera?

— Così, così, — borbottò il donnone, sospirando anch'essa, cioè ansimando, ammansita un poco. — Ma siamo troppi. Vi sono troppe locande. Ve ne sono a quattro soldi, a tre soldi, proprio delle cantine, dei sotterranei, capite? Ancora un poco e vi saranno locande a due soldi, uomini e donne nella stessa stanza, e non se ne vergognano!

— Gesù! — disse l'altra, sonnolenta.

— Qui siete tutte donne, in una stanza, lo potete dire. Il timore di Dio, prima di tutto! Ci dormireste, voi, in una stanza dove si corica un uomo?

— Io preferirei dormire nella strada, sulle pietre, — soggiunse la donna, con un brivido di orrore nella voce.

— E perciò pagate cinque soldi! — esclamò trionfalmente donna Carminella. — Se volete andare, potete: sapete che è la terza stanza, la migliore.

— Chi vi è, stasera? — interrogò timidamente l'altra.

— Da voi? Vi è donna Fortunatina, sapete, la butterata, quella che sta a mezzo servizio: nel suo letto ho permesso che tenesse le sue due bambine. Che ci volete fare, un po' di carità ci vuole! Si stringeranno. Mi son presi solo cinque soldi; il mio cuore è troppo tenerello. Nel secondo letto, vi è una nuova, una giovane. Non la conosco. Si chiama Maddalena Sgueglia. È malata, pare. Ha una tosse, una tosse! Speriamo che vi lasci dormire. Gli altri due letti sono vuoti.

— Io vado, buona nottata! — disse la donna avviandosi.

— Buona nottata! Ho da vegliare come sempre. Faccio giorno notte e notte giorno. Dormo demani, io! Quel sonno che non mi va nè per l'anima, nè per il corpo.

— Non potreste dormire? — osservò dolcemente la donna, che voleva ingraziarsela.

— Voi scherzate! È impossibile. Se non faccio la guardia io, chi la fa? Possono succedere tante cose. Dio lo sa! — disse, infine, misteriosamente, donna Carminella.

— È vero, buona nottata, buona nottata!

Ancora, se ne andava.

— Il soldo pel caffè, me lo lasciate? — chiese la grossa femmina.

La donna esitò un poco.

— Veramente.... non potrei....

— Ma che, volete crepare? Meglio il caffè che il pane. Un soldo di caffè, la mattina, vi accomoda lo stomaco.

La donna crollò il capo, come poco convinta: cercò per un certo tempo in tasca, ne tirò fuori un altro soldo e lo consegnò alla donnona. Costei, di nuovo, se lo studiò: poi se lo gettò in tasca, con soddisfazione: quella piccola industria della tazza di caffè le stava molto a cuore. E diede dei chiarimenti.

— Corrono tante monete false.... — soggiunse, — domani mattina avrete una tazza di caffè, che vi consolerà. Buona nottata!

No, nella locanda della _Villa di Parigi_ gli uomini non dormivano nelle stesse stanze delle donne, come in quasi tutte le locande, a tre e a quattro soldi la notte, del quartiere Porto: la _Villa di Parigi_ conservava quest'ultimo lembo di decenza. Ma per raggiungere le stanze ove le povere donne che non avevano casa e, sopratutto, non avevano otto, dieci lire mai tutte insieme, per affittare un _basso_ e sovra tutto, sovra tutto, non avevano ne uno stramazzo nè una sedia da mettere in questo _basso_, dovevano ricorrere a questa miserabile, sudicia, immonda e talvolta infame ospitalità notturna. Per raggiungere queste stanze, le donne vecchie e giovani, zitelle e maritate, note ed ignote, bisognava che attraversassero due stanze ove dormivano uomini. Le due grandi stanze dei maschi possedevano solo quattro letti ognuna e una sedia, accanto al letto, non altro mobilio: delle funi circondavano, in alto, questi letti, delle funi a cui erano sospesi dei lenzuoli di tela grezza che formavano tenda e dividevano, sempre per la decenza, un letto dall'altro. Ma non tutte queste tele giungevano a separare completamente i letti, troppo corte, troppo strette: altre erano mezze sollevate, rigettate indietro, non curandosi quegli uomini di celarsi agli altri ospiti notturni. Un lumicino fioco ardeva nella prima stanza della locanda; un altro ne ardeva nella seconda: e s'intravvedeva, al loro piccolo chiarore, l'abbandono, simile alla morte, di coloro che erano venuti a cadere là, immersi in un sonno di piombo, dopo una giornata di vagabondaggio di lavoro, di fame, di stenti, forse dopo una giornata di vizio. Come cadaveri giacevano su quei sozzi e duri letti, ravvolti nelle coperte grigiastre e sporche che migliaia di corpi avevano coperto, ravvolti nelle aspre e male odoranti lenzuola, col capo immerso nel magro guanciale, come cadaveri, buttati lì, in un torpore, donde solo il respiro affannoso di qualcuno, il russar grave di qualche altro, il russare stridulo di un terzo, dava segno di vita, rompendo il silenzio. Vi era, nell'aria, un cattivo odore umano di corpi sporchi, di fiati graveolenti, di fiati malati, di tabacco fetido, fumato nelle pipe di creta e, malgrado il freddo di quella notte d'inverno, un tepore malsano, era nelle due camere, ove otto uomini dormivano.

La donna, per attraversare quelle due stanze, per recarsi alla terza ove si trovava il letto che le era destinato, insieme a due altri ospiti femminili, parve che avesse ritrovato un vigore che le mancava. Mentre per Via Porto, per le scale, aveva un'andatura lentissima, fermandosi a ogni passo, invece passando per quelle due stanze abitate da otto uomini dormienti, ella quasi quasi corse, rigida, fra le due file di letti, senza voltare la testa nè a dritta nè a sinistra. E malgrado che ella tentasse camminare leggermente, per non fare accorgere nessuno del suo passaggio, qualcuno si svegliò, si udirono scricchiolare gli assi di uno o due letti, sotto i pesanti corpi che si rivoltavano; uno di questi uomini, forse quello giovane, che aveva salutato la donna nella scala e che essendo giunto da poco, coricato da poco, non aveva ancora preso sonno, si levò in mezzo al letto.

La donna si precipitò sulla porta della terza stanza che era chiusa con la sola maniglia e sparve lì dentro, affannando pel cammino fatto, o, forse, per altro.

Nulla di diverso aveva questa terza stanza, ove entravano e dimoravano solo donne, dalle altre due ove dormivano gli uomini. Vi erano i soliti quattro letti, con le sedie accanto, ove erano deposte le povere vesti delle dormienti: lo stesso lumicino vi dava un po' di luce. Donna Carminella non avrebbe, certo, fatto questo consumo inutile di olio puzzolente, se la Questura non l'avesse obbligata, con continue minaccie, a tenere dei lumi nelle diverse camere. Solamente, sui quattro letti, vi erano delle immagini sacre, di carta, attaccate con la colla al muro, una Madonna Addolorata, un Sant'Antonio, un San Gaetano: una immaginetta delle anime del Purgatorio era fermata a mala pena, con gli spilli, sul muro. In un letto dormiva Fortunata, detta la butterata, la serva, il cui marito era andato all'ospedale ed ella non aveva più potuto pagare la pigione di un _basso_. Fortunatina teneva abbracciata, nel letto, per stare meglio, la sua figliuola più piccola, una bimba di tre anni, e la più grande, di cinque anni; dormiva in contrario, con la testa verso i piedi del letto. Raggricchiate, strettissime, esse non potevano muovere un piede nè una mano, senza far cadere una delle altre persone, o senza pericolo di cadere esse stesse. Ogni tanto, da quel giaciglio un sospiro di donna veniva fuori: era la povera madre che non poteva distendere le sue membra, abbattute dal diurno lavoro servile; e un balbettìo lamentoso infantile: era una delle due figliuolette che chiedeva qualche cosa, nel sonno, nel dormiveglia, che si lagnava, sovra tutto, di non potersi muovere. Nel secondo letto occupato, un'altra forma umana femminile si distendeva, ma non giaceva come le altre. Al chiarore incerto si vedeva che l'abitatrice di quel letto aveva sollevato contro il muro il suo origliere e vi aveva appoggiate le spalle e la testa. Guardando bene, fra la penombra, abituandosi a quella poca luce, si scorgeva che la giovane di cui aveva parlato donna Carminella, stava su e non dormiva, con un paio di occhi spalancati.

Rincantucciandosi dietro il terzo letto, che era vuoto, la donna cominciò a spogliarsi, senza fare alcun rumore. Fra i letti delle donne non era distesa nessuna tela, per separarli, come se il pudore, fra donna e donna, non esistesse. La donna deponeva i panni, man mano, sulla unica sedia, presso il letto: e infine vi si appoggiò un poco, come se pregasse. E, in quel momento, dal letto ove stava colei che aveva dichiarato chiamarsi Maddalena Sgueglia alla padrona della locanda, venne un secco, continuo, crescente rumore di tosse. Fra un urto e l'altro, si udiva un sospiro fischiante di colei che tossiva e, in un più lungo intervallo, un gemito:

— Oh Madonna mia!

A quel rumore fastidioso e continuato, la serva Fortunata si mosse nel suo letto, le due bimbe si svegliarono anch'esse, spingendosi, dandosi dei calci, disputandosi, infine, quel pochissimo posto che avevano.

— Zitto, zitto, — mormorava la madre, fra il sonno, stringendosene una al petto, cercando l'altra, con la mano, per farla quietare.

La giovane, più lentamente, più straccamente, seguitava a tossire, con la voce roca e bassa, con uno stridìo del fiato fra i denti: e qualche lamento, ancora, le usciva dal petto, insieme con la invocazione alla Vergine. Poi, quando l'accesso fu calmato, ella dette proprio in un grido di dolore.

— Che avete? Che vi sentite? — chiese, dal suo letto, ove si era messa sotto le pesanti coltri, la donna giunta l'ultima.

— Ah, io sono malata! sono malata! — gemette la giovane, battendo la testa sull'origliere, convulsamente.

— E statevi tranquilla, allora: se no, è peggio, — soggiunse la donna, vedendo che quella continuava ad agitarsi nel suo letto.

— A che serve? A che serve? Tanto, non dormo più la notte. Mi corico per coricarmi. Appena sento il calore del letto, mi viene la tosse, questa brutta tosse e non dormo, non dormo più.

Parlava piano, Maddalena Sgueglia, perchè le mancava il fiato e perchè temeva di risvegliare la povera serva che si ravvoltolava nel letto, con le due figliuolette: e molto piano le rispondeva la donna, venuta in ultimo.

— L'avete da molto tempo, questa tosse? — chiese alla giovane, con un senso di pietà.

— Da sei mesi e più. Non mi dà pace. Con questa tosse, io me ne moro.

— Speriamo di no, speriamo di no, — soggiunse pietosamente l'ignota.

— E non è meglio? Non è meglio che io muoia? Che ci campo, io, su questo mondo? Che ci resto a fare, io?

— La volontà di Dio, la volontà di Dio!

Maddalena Sgueglia si chinò a guardare bene colei che le consigliava l'obbedienza. Ma non arrivò a scorgere che un poco del viso, la parte alta, di colei che le parlava: non vide che delle rughe profonde, scavate in una pelle giallastra: il resto della testa scompariva in qualche cosa di nero, un fazzoletto, forse, che la ignota aveva tenuto sul capo, per ripararsi dal freddo.

— Eh, proprio di me, si deve occupare il Padre Eterno? Io sono una miserabile, che campo di nascosto dalla sua volontà!

Qui un altro accesso di tosse secca, irritata, irritante, scosse il petto della giovane; e fu più lungo dell'altro. La ignota guardava, ascoltava, senza dir nulla.

— Mammà, mammà, la tosse di questa giovane non mi fa dormire, — si mise a singhiozzare una delle bimbe di Fortunatina.

— Ficcati sotto le lenzuola, turati le orecchie, dormirai, — borbottò, sempre piena di sonno, la madre.

— La sento, la sento sempre. Dille che si stia zitta, dille che lasci dormire la gente, — gridò la bimba.

— Hai ragione, hai ragione, creatura mia, — rispose la malata. — Pure il sonno a quest'anima di Dio, mi toccava di togliere! Ah che castigo, che castigo!

E un sospiro straziante le uscì dal petto.

— Non ti puoi stare zitta? — domandò la bimba dal letto, donde levava la piccola testa, con gli occhioni spalancati. — Perchè non vai da un medico? Quello ti ordina una cartina e tu ti guarisci.

— Sono andata dal medico, quando aveva denari. Mi ha ordinato la cartina: l'ho presa e non mi ha fatto niente.

— E perchè non hai preso le altre cartine?

— Perchè non avevo denari.

— Ah tu pure, tu pure, non hai denari, come noi?

— Io pure. Se no, non starei qua.

La malata sospirò di tristezza, questa volta. Anche la donna ignota, dal suo letto, dove non dormiva, sospirò: e la bimba, dai piedi del letto ove giaceva, curva come un punto interrogativo, emise un sospiro. Tacquero. Ognuna, forse, cercava di riprendere sonno, o di addormentarsi. La bimba dovette essere la prima, poichè il suo respiro leggiero si unì a quello di sua madre, più grave, più forte, a quello leggerissimo della sua sorellina. La malata anche parve che si assopisse un poco, sempre sollevata sul suo gramo guanciale, con le coperte ammucchiate sul petto e avendo gittato sui piedi tutte le sue vesti, per avere più caldo; ma si udiva, sempre, dal suo letto, un fiato breve e fischiante. Dal letto della donna ignota non giungeva nè un forte russare, nè un grosso respiro; se ella si era addormentata, doveva avere il respiro corto e mozzo dei vecchi e dei bambini.