Sul libro degli ultimi casi di Romagna e sulle speranze d'Italia fondate su Carlo Alberto
Part 2
Ed il vostro libro che voi credevate di poter introdurre quando che sia e spargere fra le mani dei vostri compaesani, ditemi di grazia ebbe forse una sorte migliore di quella, che fu toccata ai vostri partitanti? A migliaja mi scrivevano da varie città della Penisola esserne entrate le copie in Piemonte anzi nella capitale, ma invece quaranta persone, dalle quali nulla potrà sperare giammai l’Italia, nulla ponno temere i nostri tiranni, avevano ottenuto col permesso del ministro di Polizia di ritirarne una copia per uno con patto, anzi con sacramento di non la prestare o lasciar leggere ad altri, ovvero di tenerla scrupolosamente sotto chiave, e dopo qualche tempo anche queste in parte vennero ritirate per ordine di S. Maestà, da cui voi assicuravate avreste avuto immancabilmente coll’approvazione dell’opera l’assenso ad una illimitata introduzione. Chi mai avria detto, che un uomo di vostra età, con tante attinenze ed appoggi potesse venire ingannato nella sua aspettazione sì compiutamente? Io istesso che non conto la metà dei vostri anni, e che non sono dei più difficili a credere, e prestar fiducia, non avrei mai nemmeno per sogno preso un marrone di tal natura, e tornare in conseguenza più di danno che non di vantaggio a miei compaesani. Ma se per avventura queste cose non fossero sufficienti a convincervi del contrario della vostra asserzione, potreste leggermente assicurarvi meglio dei riguardi che il nostro Re ha pegli scrittori, i quali anche dopo una terribile falcidiatura della censura ottenuta l’approvazione, osarono pubblicare cose che in qualche maniera potevano muovere il mal’umore del governo; se di ciò interrogaste l’Avvocato _Angelo Brofferio_, il sig. _Edoardo Soffietti_, il sig. _Delpino_, il sig. _Tallone_, ed il sig. _Lorenzo Giribaldi_, da essi intendereste come sia facilissima cosa anche dopo l’approvazione, locchè è assai più ingiusto e barbaro, l’essere invitato ad una conferenza coll’ispettore di Polizia, e l’essere detenuto in arresto o in cittadella, od al palazzo di piazza Castello per uno scrittore, non dico ardito al punto da tentare colla penna e colla voce di illuminare il popolo, e farlo entrare in se, ma solo che non sia venduto, o che procuri a poco a poco di mettere sotto occhio la necessità delle più indispensabili riforme, che i governanti si ostinano a niegarci quanto più veggono avvicinarsi il tempo che a ciò saranno costretti contro loro volontà. Figuratevi quanto non sarebbe loro per accadere qualora la penna tingessero nel fiele, e togliessero a descrivere e disvelare i misteri della nostra società, a metterci sottocchio qualche quadro dell’intollerabilissima nobiltà piemontese, dei raggiri, dell’impostura, e ridicolezza di molti impiegati che tengono il maneggio delle cose e le conseguenze deplorabili della _via economica_ infatto di giustizia tanto accetta a Carlo Alberto, ed agli altri sovrani Italiani! In tal caso io sono d’opinione che non solo ci vorrebbe che ogni scrittore appartenesse ad una famiglia per affumicati diplomi, per resi servigi, per ricchezza e potenza di parentado ben visa dal governo, come si è appunto la vostra, ma sì ancora farebbe di mestieri la precauzione di svignarsela prima della pubblicazione delle loro opere, lungi dalla patria per non vedere tali puntelli a crollare, e dovere o presto o tardi essere fatti segni alla più accanita vendetta di chi non sa, non vuole, e non potrebbe mai perdonare, il perchè il perdono dipende da troppi affine possa liberamente nel nostro paese essere adottato, e d’altronde saria pressochè per tal gente un volersi ruinare da se, un volere rinunciare al loro passato, presente, e futuro, al qual punto come venissero in pensiero di discendere incomincerebbero, non v’ha dubbio, dalle dovute mutazioni di reggimento. Ma a che pro io mi spargo in cose, di cui al presente momento al pari di me sarete già forse convinto? Di fatto quelle maraviglie che dal Sovrano nostro, dai varii ministri, dai grandi della piccola nostra Corte, da ogni parte insomma vi venivano mosse intorno al fermare più a lungo la vostra dimora in Torino, quell’offerirvi incarichi per lontani paesi, ec. ec. non erano segni manifesti che il vostro soggiorno li inquietava, non erano taciti consigli perchè faceste la vostra valigia e partiste per qualche altra terra? Onde anche voi malgrado il sostegno della vostra fama, del vostro merito, della vostra famiglia che ha poderose branche, e dei vostri amici più possenti che schietti, temo forte abbiate presto a ricevere ordini in vece di esortazioni, e se stiamo a quanto si va ascoltando per via di Pò e di Dora, difficilmente alla comparsa di questa mia tontera vi potrò rivedere a percorrere questi nostri nuovi lastricati, ed udire la vostra parola che sebbene erronea perchè dettata spesso da mente illusionata, pure sempre interessante, perchè sincera e generosa.[1] Del resto riguardo a quanto voi diceste sul piccolo rischio che uno correrebbe nella nostra Italia prendendo a parlare delle universali tendenze della Società, e delle speranze del popolo Italiano, voglio ancora osservarvi qualche cosettina, ed è che non solo nel nostro beatissimo paese ciò è impossibile senza i più gravi pericoli, ma anzi appare poco meno che delitto agli occhi sovrani l’essere letterato, quando non siasi disposti a far l’apologia dell’augustissima Casa di Savoya, tanta è la tema che si ha, noi propaghiamo la conoscenza dell’onta, e della abbiezione nostra, il dovere di cittadino verso di noi e dei nostri discendenti, e della patria! Ne è chiara pruova il letto di Procuste in cui vengono messi i componimenti letterarii d’ogni genere, ma sopra tutto quelli drammatici, i quali per l’appunto sarebbero i più acconci a sussidiare la opera nostra, a giovare alla rigenerazione del paese; che nulla più che la commedia può educare il popolo a virtù, destarlo dallo stato di ignavia, di sonnolenza e di viltà, d’incitarlo a cose grandi, siccome nulla più che la tragedia è atta ad ammansare la ferocia dei tirannelli, a farci concepire contro d’essi odio implacabile ed eterno, ed a recare loro spavento col pensiero del nostro risvegliamento, quando davvero gli scrittori intendano gli obblighi loro, ed in ogni maniera s’adoperino per soddisfarli; insomma quando il concetto nazionale, come sempre dovrebbe essere, fosse il più vagheggiato nella lor mente, il più idolatrato nel loro core, e piuttosto ei si sentissero atti a gettare via la penna, che non ad obbliarlo. In Piemonte principalmente per potere far di pubblica ragione per via delle stampe o per via delle scene una commedia, od una tragedia, converrebbe dipingere nella prima i costumi di seicento anni fa, nella seconda sviluppare quelle passioni che più non possono riuscire di lezione in modo alcuno ai nostri potentati, e promovere il nostro utile, perchè anche nelle male cose i nostri signorotti sono infinitamente inferiori alli antichi, di cui i più anche nelle più turpi azioni addimostravano alle volte eroismo e grandezza, a differenza dei nostri che piccolissimi in tutto si addimostrano; sì per battere la carriera del tragico è d’uopo da noi mutare i principii costituenti il vero dramma italiano, è d’uopo darci uno scopo affatto opposto, cioè infame siccome fece ultimamente Domenico Cappellina il quale nel suo _Cola da Rienzo_ viene a predicarci la viltà e l’ignavia, e a tentar di metterci in uggia la più generosa, la più sublime, la più libera delle virtù.
Interrogate il Nota, il Marenco, insomma tutti coloro che si diedero a coltivare questo ramo della nostra letteratura, ed ispecie i giovani letterati che valorosamente di continuo scendono in sì difficile palestra, a rinnovare le pruove, vi diranno quanto si struggano e giorno e notte non per incarnare il loro pensiero, ma per poterlo adombrare tampoco alla lontana, per cui tutti i tentativi riescono nulli, per cui non hassi teatro italiano, per cui Nota, Corelli, Marenco non poterono ancora emulare le glorie di Goldoni e d’Alfieri, e vendicarci dalle giuste rampogne che tutto giorno ci movono contro i nostri più grandi nemici, i Francesi.
OSSERVAZIONE III.
Si merita l’indipendenza colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’ grandi sagrifizi...
_Pag._ 7. MASSIMO D’AZEGLIO.
Nè meno di queste sentenze si presenta bizarra, strana, per non dire ridicola l’interrogazione, in cui a pagina settima usciste colle seguenti parole: _noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci la mano al petto e dire a Dio ed agli uomini: ci siamo meritato la nostra indipendenza?_ Per dio! se non ce la siamo meritata noi, quale delle nazioni antiche e moderne mai se la meritò? quale delle nazioni prostrate già risorte o anco oppresse da schiavitù mai col sangue e con ogni maniera di sagrificii, di umiliazioni, d’angustie, di dolori, e di mali ha espiato le colpe sue antiche più della nostra? Sì riandate la storia, e ditemi se altra terra può sostenere il confronto anche da lungi colla nostra? se altro popolo ha più diritti per risorgere a grandezza, a libertà del nostro? Se altra nazione pel clima, pel suolo, per l’indole generosa del suo animo, per legge eterna di natura, e del cielo, per le sue passate glorie è chiamata più della nostra a tenere lo scettro di supremazia sulle altre, e se maggiore servitù, maggiore abbiezione, più lagrimevole stato del nostro mai si può dare? Non ha sofferto abbastanza l’Italia!!!... questa nazione che fino dalla caduta del colosso dell’impero romano, bersagliata dalla fortuna, restata in possesso dei barbari i quali si strappavano l’un l’altro, e si dividevano i brani del manto dei Cesari, quindi caduta in preda dei Saraceni fu sempre afflitta, combattuta, manomessa dagli assalitori, e dai difensori, dagli estranei e dai propri figli, gli uni contro degli altri aizzati sempre dai suoi nemici! quest’Italia che fu sempre in soqquadro ora per le agitazioni che la scotevano comunicandosi dall’una all’altra estremità come il terremoto, ora pelle ambizioni e pelle avidità degli invasori, ora per le crudeltà dei Brettoni e dei Franchi, ora per le ire interne che la tormentavano, per le guerre dei principi suoi che a palmo a palmo si contendevano il terreno, per la perfidia Arragonese che lungamente la tradì, insanguinò, e divise, poscia per la Ferocia spagnuola di cui rimase così vittima misera! Quest’Italia che in tante tempeste, in tante perturbazioni ha pur sempre dimostrato tanta costanza, tanta fortezza, tanto coraggio; che giammai mancò di guerrieri magnanimi, di valorosi principi ora caduti, ed ora risorti sulla propria terra come Antei sulla propria madre! Quest’Italia che dopo d’aver dato al trono di Francia il più grande Eroe che mai abbia esistito, si vide non solo frustrata nella più lieta delle sue speranze, ma anzi tradita e venduta e più schiava resa di prima! Perocchè tutto avrebbe potuto il grande Corso per la sua patria, se l’ambizione non avesse in lui scemato l’amor della sua nazione, non gli avesse fatto dimenticare le sue promesse, nè l’avesse indotto a stendere la sua destra nella bocca del Lione di S. Marco e a strapparne la lingua, ad ammorzare quella fiaccola, che invece doveva riaccendere del più vivace e bello splendore, e la quale per ciò appunto che era sul termine di sua vita meglio poteva rinfacciarci co’ pallidi suoi crepuscoli la nostra vergogna, la nostra dappocaggine e scuoterci dal letargo di morte a vivere novello. Non merita infine abbastanza questa Italia, che devesi vedere assiduamente spolpata, succhiata, e carca di catene dallo schifoso Tedesco, lupo alla cui rabbiosa fame in avvenire mal sarà per satisfare la lombarda e veneta contrada, se per noi non vien tosto rincacciato nella agghiacciata sua tana? Sì quest’Italia che un Papa Gregorio immiserì, insanguinò al punto di superare tutti i Tiranni dell’età passata nelle sue esecrande azioni e nella sua infame lega coi Tedeschi, e per convincersi come gli stia bene la sentenza d’Alfieri: _il Papa è Papa e Re_, sicchè _dessi abborrire per tre_: si rifletta che il numero durante il suo regno delle vittime a cui fece salire il patibolo ascende a OTTOCENTO e SETTANTADUE, oltre ai non pochi che segretamente si fecero trucidare in prigione senza processo, senza sentenza di Tribunale e per consiglio di quel famoso suo Segretario Lambruschini, che Iddio tenga lungamente in vita perchè possa sentire maggiormente il peso dell’universale disprezzo! Quest’Italia che nella parte sua più bella e deliziosa è tenuta peggio che schiava da un Ferdinando che non so se più abbia a nominare _buffone_ o _carnefice_ de’ suoi sudditi, giacchè sì nel rendersi ridicolo che odioso ed esecrando toccò l’ultimo segno a cui possa giungere non un principe, ma un barbaro! Quest’Italia che un Granduca di Toscana corona di viole e di papaveri, con una bugiarda mitezza di governo l’assonna e la snerva, col promovere l’ozio, i divertimenti, e colle Feste continue l’uccide, e colla speranza del lotto e delle tombole le fa vivere una vita simile all’agonia dell’etico, e giunse a renderla insensibile, fredda, indifferente alla vista di tanti monumenti che al forestiero che visita quella terra parlano sentimenti del più eroico valore, della più sublime virtù, e destano in core un vulcano d’affetti, il fanno fremere colla memoria del passato sulla fiacca, nulla, infelicissima nostra età! Quest’Italia infine (per tacere degli altri Signorotti) che un Carlo Alberto dopo averla vilmente tradita nel vent’uno, e barbaramente defraudata nel trentatre, tradisce continuamente e deride per soprappiù, trastullandosi della sua buona fede, con farsi credere a quando a quando disposto alla favorevole occasione di cancellarsi d’in sulla faccia il marchio della più esosa viltà! Vero insulto a chi generoso lo riconoscerebbe a fratello, a padre, vero adoperare di malvagia anima, d’anima infernale, che dimostra ben chiaramente, che la via dell’infamia per lui incominciata tutta vuole percorrerla fino alla fine e fare inorridire delle sue gesta nonchè le venerate ombre de’ suoi antenati _Carlo Emmanuele_, ed _Emmanuele Filiberto_, tutta l’umanità! Quando è dunque o Massimo, che noi a ragione possiamo raccontare un’illiade di maggiori guai? quando potremo noi dire di meritarci la nostra salvezza, se fin ora non l’abbiamo anche meritata? Sì quando verrà il giorno che dobbiamo valorosi intendere tutte le nostre forze alla grand’opra? il giorno che il nostro sagrificio potrà dirsi grande, bastante, e consumato? che infrante potremo vedersi cadere a piedi le nostre catene? quando ai nostri conati, ai nostri voti vedremo sorridere da lor sepolcro le anime di tanti giovani Eroi caduti sotto la scure dei nostri Tirannelli, martiri veri della patria, della libertà?
OSSERVAZIONE IV.
Una sommossa può essere sorgente d’immensi beni, come d’immensi mali; d’immensa gloria, come d’immensa infamia, la salute d’un popolo, o la sua totale rovina.
_Pag._ 26. MASSIMO D’AZEGLIO.
Finchè dite essere un fatto gravissimo quello d’intraprendere una rivoluzione, finchè dite essere anche il fatto più grave, a che possa il cittadino por mano, e che perciò vuole essere bene ponderato, ben preparato per essere bene condotto, io sono di pieno avviso con voi, e tutti quelli che per poco ragionano deggiono essere dalla nostra; ma quando asserite che questo fatto può condurre _ai più fatali errori, che può essere fonte d’immensa gloria, come d’immensa infamia_, scusatemi se vi osservo che date nel più grande strafalcione che si possa da uno scrittore pronunciare, se vi pruovo che vi siete lasciato scappare di bocca una grande bestialità, di cui in niun modo vi avrei potuto credere autore se per voi istesso non fosse ampiamente svolta ed espressa nel vostro libro. Come mai può dirsi infame un’azione suggerita dal più grande e nobile affetto, dal più sublime desiderio, dalla più eroica virtù? un’azione consacrata dal dolore, dal patimento, dal sacrificio de’ propri beni, delle cose più care, della vita? Un opera per essere cattiva, malvagia, od infame vuol essere fatta con fine cattivo, malvagio, od infame, del resto giammai potrassi dir tale senza sragionare, poichè l’opera che è buona per principio è sempre lodevole, anche quando lasciasse luogo a tristi conseguenze, le quali se possono qualche volta far compiangere chi ne è la causa innocente, se possono rendere men bello e glorioso il merito dell’autore, se possono convertirla in danno quando invece da essa si aspettava utile immenso, non è mai che possa autorizzare uno a biasimarla, a condannarla, ad incolparla d’infamia, o di _pazzia_. Infame e pazzo quegli piuttosto vorrebbesi dire, il quale osa profferire una tale bestemmia, il quale dissuade, scoraggia da simile impresa chi dovrebbe scaldare, incitare, ed illuminare perchè più facilmente se ne consegua l’intento. Predicate l’unione, l’amore come principio unificante delle popolazioni, delle masse, e delle famiglie, guardate che alla massima fra le generosità s’accoppi la massima prudenza, ma non togliete a scemare, a spegnere la più nobile fiamma che pur troppo non brucia più le anime nostre come bruciava quelle dei nostri padri, che dai loro sepolcri ci rinfacciano la nostra vergogna.
Voi proseguite che l’intraprendere di propria autorità, il porre mano a dar la mossa pel primo ad un tal fatto è atto tremendo per chi abbia in pregio la giustizia, la fama propria, e della nazione, la carità di patria, e l’amore degli uomini, e perciò altamente da biasimarsi; ma quando mai un uomo solo s’accinse da principio a siffatta impresa non solo negli ultimi casi di Romagna, ma sì pure nei primi? E quand’anche fosse che uno solo avesse l’ardire e la possanza d’incominciare l’opera da se perchè dovrà cotanto condannarsi dove è certo che il suo desiderio, il suo affetto, il suo pensiero è quello dei più, e che al primo grido della sua voce, al muovere del primo suo passo mille e mille bracci si uniranno immantinenti al suo, mille e mille anime concorreranno seco intrepide al cimento.
È pur d’uopo che qualcuno incominci le cose e questi non rimprovero e taccia di mentecatto, di temerario e d’infame, ma lode e gratitudine somma si merta dai suoi connazionali, meno nel caso che agisse ad insaputa di tutti, senza previo concerto, e senza tutta probabilità che la sua voce fosse per trovare un’eco nel cuore della maggior parte e che bastante sussidio gli sarebbe tosto apprestato da mandar ad effetto l’intrapresa; e chi fu mai il quale negli ultimi casi di Romagna si sia condotto talmente da spensierato? Voi Massimo mio gettate troppo spesso nel vostro scritto di false premesse, e da false premesse traete false conseguenze, locchè da tutt’altra persona che non da voi gli Italiani si sarebbero aspettato. Infatti dopo d’averci parlato come se la sommossa di Rimini abbia avuto origine da uno sconsigliato di tal guisa, soggiungete a pruovare meritato il forte biasimo da voi datogli, che _l’autore della sommossa si sarebbe fatto così ingiustamente arbitro delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita d’un numero d’uomini che nè egli nè alcun altro se non Iddio può prevedere e calcolare, e se ne sarebbe fatto arbitro (quel che più monta) per usare i più preziosi beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini ad eseguire i propri giudizi, perchè senza il loro consenso, senza diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro_. Ebbene supponendo anche per vera l’asserzione che l’ultimo caso di Romagna abbia avuto tal principio; favoritemi di dire in qual modo il promotore dell’opera ingiustamente si sarebbe reso arbitro di tali cose; a me pare, e così opino sia per parere a tutti, che niuno in tal occasione adoperando come i Romagnuoli; può farsi arbitro ingiustamente della sorte, della vita, dell’avere de’ suoi concittadini, e tanto meno col basso fine per voi toccato, senza costringerli per forza ad abbracciar il proprio partito, senza strappar loro un’assenso che nell’animo gli niegano, senza insomma una forte prepotenza. Or come questa forza può essere stata esercitata imperiosamente sugli animi altrui dall’eccitatore della sommossa di Rimini, se tutti che vi presero parte o col braccio o col consiglio, o coll’ajuto d’armi e di danaro, tutti operarono più che di loro spontanea volontà sto per dire con gioja, con furore, con entusiasmo? Come uno puossi far arbitro di tutto l’altrui contro l’assenso universale, se il pensiero di promuovere la nazionale nostra indipendenza è universale, se da una estremità all’altra della penisola secondo voi, uno è il desiderio, uno il volere? Il capo d’una rivolta a cui volontariamente, e certi di quel che intraprendono tutti parteggiano, non può dirsi arbitro delle altrui libertà, delle altrui sostanze, delle altrui vite, e delli altrui diritti, ma solo la guida degli altri perchè per ingegno, coraggio, e perizia militare, o politica scienza a tutti loro forse superiore. Del resto egli appigliandosi volontariamente all’opra, resta arbitro di tutto il suo, se gli basta l’animo di sagrificarlo alla patria, siccome degli altri che a lui si affidano spontaneamente ciascuno rimane pure arbitro di tutto il suo proprio, il perchè se non avesse voluto cooperare niuno avrebbelo a ciò spinto e costretto. E poi qui la cosa era concertata; meditata da tempo, ed incominciata non per opera d’uno, ma sì di molti, e ciò merita attenzione, di molti e non del vulgo, ma persone d’educazione di non umile famiglia, sicchè non devesi muovere dubbio ei non sapessero d’essere o no corrisposti nella loro impresa dai connazionali; onde anche l’esito infelice dei loro tentativi avesse peggiorato lo stato nostro, che peggiorare da quel che è, più non può assolutamente, io non veggo e niuno può vedere la ragione per cui con diritto sarebbero stati maledetti, siccome sarebbero stati benedetti in contrario se avessero guadagnato l’intento loro. Giacchè conchiude all’opposto affatto l’argomento, che Voi ponete innanzi dicendo: che solamente quegli il quale sia messo da un altro in un ufficio può giustamente scusarsi della mala riuscita con addurre che le sue intenzioni erano buone; e non coloro che nell’ufficio si pongono da sè, imperciocchè questi anzi unicamente meritano una tale scusa (sempre nelle precennate condizioni) agendo essi solo a loro talento, quando chè chi opera per un altro deve mettere in esecuzione non li proprii ma li altrui divisamenti.