Studi Intorno Alla Storia Della Lombardia Negli Ultimi Trent An

Chapter 7

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Ma non appena dileguaronsi i timori cagionati dalla perseveranza del tumultuar della plebe, che gli autori o promotori dei fatti del 17 e del 20 d'aprile, si riposero all'opera e mossero con passo sicuro verso lo stabilimento d'un novello ordine di cose. Il Consiglio comunale avea convocato i collegi elettorali, i quali, instituiti da prima unicamente per proporre al governo i candidati a certe cariche determinate, si trovarono trasformati subitamente in depositari della sovrana potestà. Assembratisi il giorno 22, benchè in numero insufficiente, confermarono la novella provvisionale Reggenza, riserbandovisi di aggiugnervi altri membri appartenenti ai dipartimenti non ancora invasi dalle truppe alleate. E non solo confermarono nel comando di tutte le forze dello Stato il generale Pino, ma disciolsero tutti i pubblici ufficiali lombardi, sia civili che militari, dal giuramento di fedeltà inverso al governo del vicerè, loro ingiungendo di prestare alla reggenza un altro giuramento giusta la formola da essa già compilata. La deputazione mandata a Parigi dal senato fu dichiarata, da questi effimeri despoti, richiamata da ogni ufficio, e, quel che più montava, l'istesso senato fu dichiarato abolito. I captivi per reati d'opinione, di coscrizione, di frodo delle tasse furono liberati, e si bandì l'amnistia pei disertori, pei contumaci o refrattari ed altri. Cosiffatti decreti sono, a parer mio, piucchè sufficienti per dimostrare irrefragabilmente come i collegi elettorali erano allora in uno stato di mente che ritraeva della pazzia; ma ove il lettore, proclive all'indulgenza, non volesse attribuire quella farraggine di decreti stanziati in sull'orlo, per così dire, del precipizio, ad altro che a soverchio d'impreveggenza, io aggiugnerò ancora ai già riferiti particolari, la risoluzione che nel giorno 22 precedette la chiusura della seduta dei collegi elettorali. Ordinavasi per essa che i Sovrani o i ministri delle grandi Potenze, i comandanti in capo delle truppe degli Alleati, e quelli dell'esercito italiano venissero immantinenti ragguagliati dei provvedimenti dati dai collegi elettorali, e fra altre cose, della nomina del generale Pino; aggiugnendovisi qual coronide, che si avesse a compilare un indirizzo per richiedere le Potenze Alleate di concorrere a stabilire la felicità dell'Italia. In tal modo un corpo illegalmente convocato, abusante le facoltà conferitegli dalla legge, un corpo assumentesi in proprio e senza veruna legale autorizzazione la parte di sovrano, un corpo, infine, a trafatto rivoluzionario e privo d'ogni appoggio, si dava, pieno di folle fidanza, in balía di coloro che ambivano il suo posto, e si lusingava pazzamente con la speranza di essere sorretto da loro! Inutil cosa è ormai il mostrare la sciocchezza di quei disegni; che furono dal fatto spietatamente atterrati.

I collegi elettorali e i loro partigiani avevano cionnonpertanto parecchi giorni ancora di rispitto, duranti i quali potevano impunemente e senza ostacoli far la parte di sovrani. La seduta del 23 aprile ebbe principio con la nomina del consigliere di Stato Lodovico Giovio a presidente d'essi collegi, dopo del che il presidente novello esortò i collegi a meglio esprimere le loro domande alle potenze alleate, chiedendo loro, esempigrazia, _instituzioni liberali e un capo independente, il quale, ignoto a tutti ancora per alcuni istanti, potesse tuttavia fin d'ora accogliere nel suo cuore i nostri voti e ricevere le nostre benedizioni_.

Piacque il consiglio ai collegi, i quali, senza pure demandare, come porta l'usanza delle assemblee deliberanti, la cosa alla disamina di una commissione, furono solleciti di compilare, nella seduta medesima, il futuro statuto italiano.

Mi saprà grado per avventura il lettore del divisamento di cansargli la fatica di leggere il minuto ragguaglio delle operazioni dei collegi, e crederassi istruito sufficientemente con la cognizione dei capitoli contenenti le domande formali dei collegi elettorali alle Potenze Alleate. Gli è ben inteso che i collegi parlavano in nome della nazione italiana, e domandavano per essa quanto seguita:

Art. 1.° L'independenza assoluta del novello Stato italiano destinato a tenere il luogo dell'antico regno d'Italia, sia ch'esso serbi la stessa denominazione, sia che assuma quella che sarà preferita dalle PP. AA.

Art. 2.° La maggiore possibile estensione del novello Stato, ma però tale che possa conciliarsi con gl'interessi e le vedute delle PP. e col novello equilibrio d'Europa.

Art. 3.° Una costituzione liberale, di cui sieno base la divisione delle potestà esecutiva, legislativa e giudiziaria, e l'assoluta independenza di quest'ultima; una rappresentanza nazionale esclusivamente incaricata a fare le leggi e a regolare le imposte; costituzione che assicuri la libertà individuale, la libertà del commercio e la libertà della stampa, e che astringa a strettissimo sindacato tutti i pubblici ufficiali.

Art. 4.° La facoltà di fare questa costituzione, attribuita ai collegi elettorali.

Art. 5.° Un governo monarchico, ereditario giusta il grado di primogenitura, e un principe la cui origine e le cui doti possano farci sdimenticare i mali che abbiamo sofferti durante il governo ora caduto.

La massima parte degli elettori avvisava che questi capitoli avevano ancora un senso troppo vago, ed avrebbeli desiderati più espliciti; ma essendo stato risposto da taluno che _non convenivasi legar le mani alle PP. AA._, una tale considerazione prevalse. Aggiunsesi solamente nella susseguente seduta, _doversi chiedere un principe nuovo, onde rimuovere il sospetto che il paese serbasse tuttora un po' di affezione al principe decaduto_. Volsesi ai Sovrani una preghiera per ottenere _la libertà di tutte le vittime sagrificate ad una causa ingiusta_, che viene a dire di tutti quelli ch'erano imprigionati per avere cospirato contro il governo franco-italo. Stanziarono infine i collegi che un'ambasceria composta d'illustri cittadini avesse a recarsi al quartiere generale delle Potenze Alleate per manifestare ai sovrani i voti della rappresentanza nazionale italiana. E furono eletti a tale uopo Marcantonio Fè, di Brescia, il conte Federico Confalonieri, il conte Alberto Litta, il marchese Giangiacomo Trivulzio, Giacomo Ciani e Pietro Ballabio, milanesi, sei membri in tutto, non noverato Giacomo Beccaria, che facea l'ufficio di segretario della deputazione.

Ond'ecco tre deputazioni mandate dalla Lombardia alle PP. AA., ma con istruzioni ben diverse. La prima, composta dal vicerè coi generali Fontanelli e Bertoletti, era nunzia d'una potestà stabilita, e recava ai Sovrani alleati le proposte d'una potenza allora declinante, ma non ancora spenta. La seconda era quella del senato, e parlava in nome di un corpo costituito, benchè riluttante col capo dello Stato. Non già proposte recar doveva essa ai Potentati, ma sì preghiere, alquanto però avvalorate dalla dignità del corpo che le proferiva. La terza, infine, rappresentava un'autorità usurpata, una rivoluzione intrapresa ed operata contro il capo dal quale procedeva la prima deputazione, e il quale era il solo che potesse tuttora trattare da pari a pari coi Sovrani alleati, e contro il corpo costituito da cui procedeva la seconda deputazione, e che poteva solo in certo qual modo legalmente eredare la potestà strappata al principe.

La rivoluzione, come abbiam detto, era trionfante in Milano, e tutti i disegni dei rivoluzionari erano stati coronati da un pieno esito. Il senato era abolito, il paese dichiarito contro il governo italo-francese; l'armistizio stipulato dal principe Eugenio col maresciallo Bellegarde, annullato col fatto; un nuovo governo stabilito, voglioso di trattare direttamente in nome della contrada cui rappresentava, con le PP. AA. Giova ora sapere come fosse accolta al di fuori la notizia di questi avvenimenti.

L'arrivo a Mantova dei conti Guicciardi e Castiglioni, e le istruzioni del senato ch'e' vi arrecavano, aveano chiarito il vicerè delle disposizioni del popolo milanese verso di lui, senza però immutarne (almeno in apparenza) i disegni. I deputati dell'esercito, ch'eran pure i suoi, doveano già allora esser giunti vicino a Parigi. E quelli del senato, che non poteano giugnere se non molto dopo, se doveano in fatto ricusare di dichiarirsi in suo pro, non aveano però a chiedere la sua esclusione dal trono d'Italia. Nè le PP. AA. sarebbero per determinarsi a seconda dei desideri più o meno espressi del senato italiano, ma sì a seconda delle scambievoli convenienze, e di altri riguardi non meno rilevanti. Avrebbe il vicerè adoperato con troppo precipizio ove indietreggiato avesse alla vista delle istruzioni date dal senato ai conti Guicciardi e Castiglioni; ma la sua fidanza nell'avvenire e nella benivoglienza dei Milanesi fu scemata d'assai.

Non tardò però guari a ricevere l'ultimo colpo. Le notizie del 20 d'aprile pervennero a Mantova. Grande e generale fu la costernazione in quella città. I conti Guicciardi e Castiglioni si affrettarono a pigliare il commiato dal vicerè e tornarono a Milano, ove furono accolti come traditori per avere comunicato con lui. L'esercito raunossi al grido: _Viva il principe Eugenio_! e i capi suoi accorsero a recargli le più calde proteste di devozione dei loro soldati. Supplicarono anzi acciò fosse loro concesso di muovere a Milano, pigliandosi essi l'assunto di ridurre, senza spargimento di sangue, a migliori sentimenti e a miglior senno la popolazione milanese. Caldissime erano le loro istanze; procedeano da nobili cuori, devoti alla gloria della patria, da animi semplici, ma retti, che nella pratica dei pericoli avevano acquistato un senso squisito per iscorgere subito i veri mezzi di salvezza.

Se il principe Eugenio fosse stato italiano, egli avrebbe potuto aderire alle instanze dell'esercito; ma, straniero qual era, nessuno sarebbesi mosso a credere che s'egli facea violenza al voler nazionale, proponevasi tuttavia il miglior pro della nazione istessa; nè quel che più monta, la sua stessa coscienza l'avrebbe ricisamente assolto. No, il principe Eugenio non provava per l'Italia quel tale sentimento sì forte e sì puro ad un tempo, che nel seguirne le ispirazioni non debbasi mai temer di misfare; egli era privo di quella infallibile guida. Che aveva egli in quella vece? Il suo interesse particolare. Or chi potrà biasimarlo di non avere ascoltato suggerimenti che egli stesso poteva attribuire ad un così ignobile consigliero?

La condotta del vicerè in quel punto fu onorata per ogni verso. Fu semplice, schietta, ricisa; ma fu terribile per gl'Italiani. «Non voglio», diss'egli a tutti, a' suoi generali, ai suoi soldati, ai suoi congiunti, alla consorte, ai nemici, «non voglio pormi per forza a capo di una contrada che non mi desidera. L'Italia è già pur troppo da commiserarsi; essa lo è da gran tempo, e sta per esserlo vieppiù; io non debbo aggravare i suoi guai aggiugnendovi la guerra civile, e tutti i flagelli che l'accompagnano. Io mi pensava potermi reggere ancora dopo la caduta dell'imperatore, e ciò per la speranza di trarre a salvezza la contrada che mi è stata affidata. Questa contrada ributta il mio appoggio; e ciò basta. Me ne ritorno al mio benefattore, al mio capo, al padre mio, a colui del quale io aveva sempre desiderato di condividere il destino». Era il vicerè edotto, in allora, del trattato di Fontainebleau, che assicurava a Napoleone uno Stato fuori di Francia, vale a dire in Italia. Sordo ormai alle instantissime suppliche di tutti coloro che faceano retto giudizio della condizione dello Stato italiano, il principe Eugenio conchiuse il 23 di aprile col maresciallo Bellegarde un'altra convenzione, per la quale quest'ultimo entrava in possesso non solo della capitale, ma e dei dipartimenti da cui per lo innanzi era stato escluso. Questa convenzione, rimasta segreta fino al giorno 26, e sospettata soltanto dalle truppe italiane, sparse fra esse la più angosciosa inquietudine. Pensieri di ribellione covavano in tutti quegli animi, e parole di minaccia uscivano dalle labbra di tutti i soldati, insieme con le espressioni della più intiera devozione verso il principe Eugenio e con le più calde suppliche acciò non partisse. Ma tutto era omai indarno. La principessa Amalia, sgravatasi quindici giorni prima, era venuta a raggiungere il principe Eugenio, suo marito, in Mantova, seco portando la numerosa sua famiglia. La guardia regia recossi il 26 a Milano, ov'era stata chiamata dalla provvisionale Reggenza. Il principe Eugenio avea di già fatto rimettere, la mattina del giorno stesso, al prefetto Vismara del dipartimento dell'Olona; lo scettro e la corona d'Italia, che prima egli avea tolti seco, per tema che si preziosi oggetti non cadessero in mano dei nemici. Alla sera del 26 l'ultima convenzione del vicerè e del maresciallo Bellegarde fu pubblicata; e un reggimento austriaco entrò tosto nella città di Mantova per pigliarne possesso. Alle quattro antimeridiane del seguente giorno, 27 d'aprile, il principe Eugenio, la principessa Amalia, i loro figliuoli, scesero lo scalone del palazzo, seguiti soltanto da alcuni fidi servitori, ma aspettati alla porta dagli ufficiali e dai soldati dell'esercito italiano, che li salutarono piangendo, non senza rinnovellare ancora una volta le loro proposte, le loro offerte, le loro preghiere. Il principe mostrossi forte commosso, e disse poche parole; ma questa volta fu dalla commozione impedito di proferirne di più. Dolsegli forse allora di avere sì tardi cominciato a riguardare l'Italia come la sola contrada in cui potevano avverarsi per lui splendidi destini.

La è cosa da notarsi che nè il principe Eugenio, nè il maresciallo Bellegarde si diedero il minimo pensiero del novello governo instituito in Milano, e dei tanti atti col quale sforzavasi questo d'illustrare il suo avvenimento. Come era facile a prevedersi, nè l'uno nè l'altro non faceano caso se non delle potestà costituite e riconosciute per legali, se non per legittime. Due eranvene in Italia a fronte l'una dell'altra; la potestà franco-itala e la potestà austriaca. Dichiarandosi contro di quella, la contrada non faceva altro che dichiarirsi a pro di questa, e a tal modo fecero ragione delle cose la potestà trionfante non meno che quella decaduta. Quant'è al governo rivoluzionario, che, non essendo sostenuto dall'esercito, avea creduto di piantarsi di mezzo tra i due partiti nemici e farsi riverire da entrambi, non ne fu fatto pur cenno nella novella convenzione che dava l'Italia agli Austriaci. Solo questi fecero le viste di riguardarlo come una congrega di buoni cittadini, solleciti di scampare la patria loro dagli orrori dell'anarchia e di farla passare, senz'agitazioni e trambusti, nelle mani dei suoi signori legittimi. Si può inoltre supporre che, affrettandosi di consegnare tutta la Lombardia agli Austriaci, il principe Eugenio realmente avvisasse di preservarla in tal modo dalle sciagure d'una guerra civile che facilmente poteva accendersi fra l'esercito e i cittadini milanesi. Ma se questa fu sollecitudine del nostro meglio, fu certamente sollecitudine funesta; perocchè per noi, che abbiamo assaggiato i frutti ch'essa produsse, è ormai evidente che meglio sarebbe stato l'incorrere nei più sanguinosi ravvolgimenti, e immergerci in tutti gli orrori della guerra civile, anzichè aprir l'ádito nelle nostre città a un solo dei soldati austriaci.

Quanto stupore dovette allora occupare gli animi degl'Italiani sedicenti puri, che teneano in Milano la somma delle cose unitamente con gli Austriaci mitigati e gli Austriaci puri, quando furono edotti della convenzione conchiusa tra il vicerè e il maresciallo Bellegarde, nella quale niun cenno faceasi di loro e dei fatti loro, e in conseguenza della quale le truppe austriache marciavano alla vôlta della capitale! Checchè ne sia, niun d'essi parve sgomentato; e quanto a me, son disposto a credere che attribuirono la mossa delle truppe austriache, non già alla convenzione conchiusa col principe Eugenio, ma alla segreta missione dei conti Luigi Porro e Giovanni Serbelloni, partitisi da Milano alla sera del 20 alla vôlta del quartiere generale austriaco. A tal modo gli animi traviati trovano pur troppo frequentemente degl'ingegnosi compensi per prolungare la durata delle grate loro illusioni! Altronde, quando pure alcuni di coloro che reggevano allora in Milano, non avessero data alla gita dei conti Porro e Serbelloni maggior importanza di quella ch'essa avea, l'appressarsi dei reggimenti austriaci poteva essere da loro spiegato favorevolmente e conformemente ai sogni degl'Italiani. La deputazione dei collegi elettorali era partita per a Parigi, e non alla vôlta del quartiere generale austriaco. Qual meraviglia se il maresciallo Bellegarde conducea le sue truppe verso la città che, sollevatasi contro il nemico di lui, era rimasta senza forze militari in cui poter fidare, senza protezione? Qual dubbio che il maresciallo e le sue genti non si ritraessero sollecite e non isgombrassero senza indugio la città, il giorno dopo il ritorno degli statuti fondamentali del regno d'Italia e dell'atto di nomina del novello monarca? Chi ponga mente che tutti i nemici del governo franco-italo non altrimenti riguardavano la spedizione delle Potenze Alleate, che come una crociata contro il dispotismo militare e a pro dei popoli, potrà farsi per avventura capace di quell'acciecamento sì strano, ma del quale mi fo ad arrecare le pruove.

L'esercito non era ancora rassegnato a sottomettersi. Uno de' suoi capi, col quale mi sono abboccato in quel torno, diceami: «Siamo avvezzi da sì lungo tempo a vederli (gli Austriaci) fuggire dinanzi a noi, che non possiamo indurci ad accettarli per padroni». Aveva il vicerè esortato gli ufficiali del suo esercito a ben ponderare le cose prima di pigliare un partito; «perocchè», diceva egli loro, «se ricusate di sottomettervi, ad onta della convenzione da me sottoscritta, vi farete rei di ribellione militare, e vi esporrete ai più gravi pericoli».

Ma ad onta di queste ammonizioni, la tentazione fu troppo forte pei generali italiani ch'erano allora in Mantova. La fortezza era ben munita di vettovaglie e di munizioni da guerra, in guisa da poter reggere anche per un anno. Le truppe francesi, non ancora uscite d'Italia e malcontente del destino loro apparecchiato in Francia, offerivansi pronte a combattere di conserva coi generali italiani ed a militare sotto i loro ordini. I generali Grenier e Serras ne aveano fatta formale promessa. Parecchie piazze forti reggeansi tuttora a fronte degli Austriaci; Murat non era lontano. Se l'esercito italiano non conseguiva l'intento d'impedire agli Austriaci l'occupazione definitiva della Lombardia, esso poteva almeno ottener patti migliori. I generali Teodoro Lecchi, Palombini e Paolucci, e il segretario Ignazio Prina partirono la notte del 23 da Mantova, e giunsero a Milano il 24. Recaronsi tosto in casa del generale Pino, il quale si alzava appunto da tavola quando gli venne annunziata la loro visita. Parecchie persone erano allora in casa del generale, il quale, chiamati i deputati di Mantova nella sala stessa ov'era raccolta la brigata, abboccossi con loro alla presenza di tutti. Erano venuti quei generali ad offrire al generale Pino, allora comandante di tutte le truppe del regno, il comando, più rilevante certamente e più onorifico, dell'esercito italiano raccolto in Mantova, che si proponeva di far testa alla invasione austriaca. Dopo avergli descritte le forze che avevano a disposizione e manifestate tutte le loro speranze, i generali Lecchi, Paolucci e Palombini caldamente esortarono il Pino di farsi egli pure a riparare lo Stato dalla occupazione austriaca, e andavano infiammandosi nel dire, all'avvenante che i pericoli della patria e la contentezza di preservarnela si venivano rappresentando più fortemente alla commossa fantasia. Ignorando il Pino l'obbietto della visita dei suoi colleghi, ei gli aveva accolti col sorriso sulle labbra, e per prevenire in certo qual modo le congratulazioni che si aspettava, erasi mosso incontro ai tre generali con cera d'uomo contento, dicendo: «Ebbene! che avete voi detto laggiù di quanto è qui accaduto? La cosa è stata condotta assai bene; giacchè al postutto, voleavi una vittima: bastò una sola, e l'elezione non fu cattiva». Ma il piglio aggraziato del Pino mutossi bentosto quando il Lecchi ebbegli risposto che il conte Prina era un valent'uomo, onestissimo e ragguardevolissimo, e che non avea meritato per verun modo il funesto destino che lo aveva percosso. Le proposte dei generali di Mantova finirono d'indispettire il Pino. Non dava già egli più retta che con mente distratta alle loro istanze, quando gli venne in mente doversi antivenire l'effetto che siffatti ragionamenti potevano produrre sull'animo degli astanti. Perciò interruppe le parole de' suoi colleghi, esclamando con isdegnosa impazienza: _Non parliamo, non parliamo, cari amici, di queste cose; eseguite la convenzione; abbiate piena ed intiera fiducia nelle intenzioni degli Alleati, perocchè essi vogliono, siatene ben certi, l'independenza italiana quanto e più di quello che sia da noi medesimi desiderata_. Furono queste le parole dette dal Pino. All'udirle, il generale Palombini s'istizzì; predisse al Pino il disprezzo che concepirebbero di lui gli Austriaci, l'abbandono in cui ognuno lo lascerebbe, lo scapito che ne soffrirebbe la sua riputazione: ma tutto fu indarno. Non se n'offese nemmeno, il Pino: strinsesi nelle spalle e continuò a replicare ch'era d'uopo scuotere il giogo de' vecchi pregiudizi, porre dall'uno dei canti gl'ingiusti sospetti, riconoscere i buoni intendimenti delle PP. AA., ec. Andaronsene i generali di Mantova colla disperazione in cuore; ma, come dirò più sotto, non abbandonarono sì presto i loro divisi.

Il giorno 26 di aprile entrava in Milano, seguìto da un polso di truppe, il commissario imperiale Annibale Sommariva, e vi promulgava il bando che seguita.

«Il commissario imperiale Annibale di Sommariva, ciambellano, capo dell'ordine di Maria Teresa, generale, tenente maresciallo, e colonnello proprietario d'un reggimento di corazzieri di S. M. l'imperatore d'Austria, prende possesso in nome delle Alte Potenze Alleate dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti appartenenti al regno d'Italia e che le truppe alleate non hanno ancora conquistato;

»Esorta il popolo italiano a stare aspettando con calma e fiducia quella più felice sorte che bentosto daranno all'Europa (mercè i gloriosi fatti d'arme degli Augusti Sovrani Alleati) i preziosi benefizî della pace.

»Conferma la Reggenza provvisionale di Milano, del pari che i pubblici ufficiali che sono in carica presentemente e nella città suddetta e negli altri luoghi summenzionati.

»Milano, il 26 aprile 1814.

»SOMMARIVA».

Tutto era adunque perduto. Il reame d'Italia non esisteva più, pel fatto dello scioglimento del suo governo e dell'abdicazione del suo principe. Dei due eserciti che contendevansi il possesso dell'Alta Italia, l'uno, cioè l'esercito nazionale, non avea più capo che volesse condurlo, nè parola sacra per rannodarlo. Gli Austriaci, quegli eterni nemici di ogni libertà, quei giurati nemici della italica independenza, occupavano tutta quanta la contrada, confermavano od abolivano i magistrati stabiliti, e cominciavano a far le viste di non addarsi dell'esistenza dei collegi elettorali, testè tanto potenti, predisponendosi in tal guisa a dichiarirli aboliti; il che avvenne di lì ad un mese.

Le illusioni non erano tuttavia distrutte peranco pienamente. Eravi presso ai Sovrani alleati, raccolti allora in Parigi una deputazione dei collegi elettorali, e da questa aspettavasi la salvezza dell'Italia. Toccare ad essa, dicevasi, l'esporre i bisogni della contrada, e il pattuire le condizioni della sottomissione ad un novello governo. Non si poneva mente che sgraziatamente il paese erasi di già sottomesso, e che non v'era più cosa da offrire in iscambio delle instituzioni e della indipendenza richiesta.