Studi Intorno Alla Storia Della Lombardia Negli Ultimi Trent An

Chapter 14

Chapter 143,491 wordsPublic domain

Giunsero alla fine le determinazioni dell'imperatore Francesco intorno alle conclusioni della giunta. Alcuni degl'inquisiti furono riposti in libertà, ma assoggettati alla invigilanza della polizia, e astretti a rimanere in città. Quelli fra loro che testè occupavano una carica o esercitavano una professione dependente in qualsivoglia modo dal governo, ne erano privati. Inoltre, aggravando la disgrazia e il danno di questi uomini che avevano sfuggito la condanna, non tralasciò il governo di sparger voci sinistre contro i medesimi; voci che il pubblico accolse premurosamente. Laonde ne avvenne che, usciti dal carcere, privati della carica o della professione, rovinati per l'abbandono delle cose loro, posti in un'ingrata soggezione, pregiudicati gravemente nella salute, esclusi dal posto che aveano lasciato vacante nella società, epperciò doppiamente bisognosi, per poter sopportare la vita nei termini in cui gliel'aveano ridotta, di essere sorretti dalla stima e dalla simpatia generale, ei si trovarono all'incontro isolati frammezzo agli antichi loro amici, videro sul volto di questi non dubbi segni di diffidenza, e dovettero comprendere che nulla ormai rimaneva loro, nemmeno la stima di coloro a pro de' quali aveano posta a repentaglio ogni loro cosa. Tale si era il destino di tutti gli inquisiti riposti in libertà. Omisi di far avvertire che quasi tutti furono rimandati liberi per difetto di pruove legali, cosicchè il loro processo rimaneva aperto, ed essi potevano ad ogni istante essere tratti in carcere di bel nuovo.

I conti Confalonieri e Pallavicini, il barone Arese, Gaetano Castillia, il Borsieri e il Tonelli furono condannati a morte per crimine di alto tradimento. Se non che l'imperatore commutò poi la pena di morte, riguardo al Confalonieri, in quella del carcere duro in perpetuo; riguardo al Pallavicini, al Castillia e al Borsieri in quella del carcere duro per venti anni; riguardo al Tonelli in quella del carcere duro per dieci anni, e infine riguardo al barone Arese in quella del carcere per tre anni.

Or ecco l'accaduto in Vienna relativamente alla condanna del Confalonieri. Il padre e la moglie di lui, un vecchio cioè ed una donna già affetta dalla crudele infermità che la trasse a morte pochi anni di poi, recaronsi a Vienna per implorare a suo favore la grazia imperiale. Durante il processo contro il marito, la contessa Confalonieri erasi mostrata simile a quelle matrone dell'antica Roma, di cui i poeti, anzichè gli storici, ci hanno tramandata la dignitosa imagine. Giovane ancora e dotata di somma avvenenza, ella si chiuse nel proprio palazzo, ne sbandì i piaceri e la compagnia de' suoi coetanei, s'interdisse persino i meri e semplici sorrisi dell'urbanità, per non più attendere ad altro che alle cose del marito e ai mezzi di salvarlo. Un sì nobile dolore avea toccato persino i cuori dei primari ufficiali austriaci, o almen di quelli che non erano stati corrotti dall'abito dell'ipocrisia. Giunse a Vienna, preceduta da una gran riputazione e munita delle più instanti commendatizie pei membri più autorevoli del gabinetto. Uno dei quali, proponendosi veramente di giovarle, avvertilla come un corriere stesse pronto a partire alla vôlta di Milano onde recarvi l'ordine di giustiziare il conte; ed anzi (ma io non so bene se fosse l'istesso od un altro de' suoi colleghi) le fu in aiuto per trattenere con arte quel corriere, quell'istessa mattina in cui ella e lo suocero dovevano essere ammessi ad udienza dall'imperatore.

Francesco I imperatore era d'aspetto così pacato, che sembrava impassibile, e l'imperio che aveva di sè stesso facealo parere mite e dolce. Egli è severo, diceano di lui i cortigiani, ma non iroso; e s'ei punisce, sì il fa per giustizia, e non per passione. La presenza del vecchio padre del Confalonieri turbò tuttavia quella serenità. Gettatoglisi dinanzi ginocchione, il vecchio chiedeagli grazia: esponeva le seduzioni a cui era stato esposto il figliuolo, rammentava i servigi da lui in altri tempi prestati, la devozione da lui e dalla sua famiglia sempre nutrita pei discendenti di Maria Teresa. Parlò alcun tempo, con favella interrotta da' singhiozzi e dalle lagrime, cui asciugava per tornare a supplicare. L'imperatore taceva, ma l'ira che bollivagli in petto parea viepiù gonfiarlo. Proruppe alla fine. Alzatosi, e, deposto repentinamente il sussiego dignitoso e l'usata dissimulazione, si fece presso al vecchio infelice, il quale, sempre inginocchioni, chinava il capo e tenea giunte le mani; gli si chinò all'orecchio e alzando le braccia, come se, suo malgrado, avesse a percuoterlo, dissegli con amaro sorriso e con voce chioccia, ma forte: «Conte Confalonieri, conte Confalonieri, date retta a queste parole: a quest'ora voi non avete più figli».

Pronta fu la contessa a sorreggere il vecchio suocero, che era stato come colpito da fulmine all'udire quelle parole. E, compressi gli affetti ond'era agitata, ripigliò ella le preghiere, cui l'imperatore, pentito forse dell'impeto a cui erasi lasciato andare, diede ascolto finalmente. Parve egli commosso, esitò e finì per promettere di spedire _all'indomani_ lettere di grazia. Per _l'indomani_ ei promise! e il corriere latore del comando di morte stava aspettando, trattenuto unicamente dal protettore della contessa! Raccapricciò la povera donna, perocchè rammentava un episodio dell'antica dominazione austriaca in Lombardia, il fatto cioè di un condannato a morte (era un conte di cui non ricordo il nome), il quale era stato giustiziato un'ora prima che giugnesse l'ordine di grazia. Mostrossi tuttavia lietissima della promessa imperiale, e all'uscir dalla reggia corse dall'amico che avea trattenuto il corriere. Lo zelo di quell'amico non s'intiepidì, chè anzi ei fece ogni sua possa onde ottenere che le lettere di commutazione di pena fossero spedite pria del comando di morte; e la contessa Confalonieri, impaziente d'ogni ritardo al giugnere nella città ove la scure pendea sul collo del marito, si pose in viaggio incontanente con lo suocero alla vôlta di Milano, tremante dalla paura che la tremenda sentenza non venisse eseguita. Dio nol volle. Confalonieri e gli amici suoi viveano, ma destinati a tal vita che allora teneasi quasi peggio che morte.

Evvi legge che comanda l'esposizione pubblica di tutti i condannati a pena del carcere per cinque anni o per tempo più lungo. Io ben ricordo tuttora il giorno destinato all'iniquo spettacolo. I cittadini onesti ed illuminati eransi chiusi in casa, sfuggendo checchè potea loro rammemorare che valentuomini doveano essere in quel giorno trattati a guisa di malfattori, pel loro troppo amore alla propria patria. Il popolo però avea subito l'influenza della doppiezza austriaca. Aveva udito leggere nei templi l'editto contro i _carbonari_; e avea sentito ripetere tante volte che i liberali macchinavano contro la vita dei poveri, contro la quiete dello Stato e la pubblica felicità che ne deriva, che avea finito per crederlo. Gl'infelici condannati soffrirono certamente di più al veder lo spettacolo di quel popolo traviato, che non soffrissero poi nel subire le umiliazioni cui vollesi altrove assoggettarli. Confalonieri, Andryane, Pallavicini, Castillia, Borsieri e Tonelli, uscirono dal carcere col saio grigio dei prigionieri indosso, e incatenati a coppia. Giunti dinanzi al palazzo di giustizia, salirono sur un palco od armadio di legno, che serve solitamente per queste esposizioni; e di colà udirono leggere la loro sentenza, e subirono gli sguardi insultanti e il mormorare espressivo della plebaglia.

Dopo essere colà rimasti per più d'un'ora, vennero tratti di nuovo nella guisa stessa in carcere, ove passarono ancora alcuni giorni pria di partire alla vôlta dello Spielberg. Invano i loro congiunti arrecaron per essi quei materiali conforti che non sono interdetti nè ai ladri nè agli assassini, i quali sieno in grado di procacciarseli. Volle l'imperatore che i condannati politici avessero a soffrire di più che i galeotti. Ad un pittore amico della casa Castillia, il quale seppe che a Gaetano Castillia era concesso di recare con seco un libro di orazioni, venne in mente di delineare sur un foglio di quel libro i ritratti della sorella e del vecchio genitore del prigioniero; ma essendosi i custodi addati che quest'ultimo tenea per un lungo tempo il libro aperto all'istesso luogo senza voltare la pagina, vollero vedere che cosa ci fosse dentro, o il libro fu incontanente confiscato.

Alla fine il tristo convoglio si avviò; e i condannati, scorrendo quelle vie sì piene per loro di grate memorie, quelle campagne che avevano sì spesso percorse e alcune delle quali loro appartenevano, disperarono certamente di rivederle un'altra volta. Dissero un lungo ed eterno addio all'incomparabile verzura de' nostri prati, al placido azzurro del nostro cielo, alla splendida luce, e ai caldi raggi del nostro sole. Abbandonavano la patria e avevano perduta la libertà; si può egli dare maggiore sventura?

«La buona compagnia che l'uom francheggia »Sotto l'usbergo del sentirsi pura»

non veniva loro meno certamente. Io però non saprei dire se l'animo mio sia più fiacco di quello degli altri uomini, o se siamo tutti soggetti alle istesse debolezze; ma, in quanto a me, confesso che difficilmente potrei serbare ferma ed intatta la stima di me medesimo, a dispetto del biasimo universale. Trattisi un uomo virtuoso come si tratta un malfattore; gli si dimostri disprezzo, avversione, commiserazione all'uopo; sia egli esortato a pentirsi; non gli si lasci udire giammai la verità; sia un tale supplizio per un lungo tempo prolungato, e vedrassi che costui finirà per dubitare di sè stesso. Fra' condannati di quei tempi, ebbevene forse taluno per cui un tale tormento s'aggiunse agli altri, assai meno fieri di questo. Il contegno della popolazione milanese in tutto il tempo dell'esposizione pubblica dei condannati politici fu tale invero dal far entrare quel dubbio cocente negli animi timorati. Il difetto di simpatia o, per meglio dire, l'indifferenza che i condannati videro sui volti nel loro passaggio, ne esacerbò certamente l'angoscia. Un grand'amore di patria richiedesi per esporsi a siffatta ventura; e la storia di queste splendide annegazioni è il più valido argomento che si possa addurre per ismentir formalmente le parole di tutti coloro che ritraggono l'Italia come un mucchio di rovine abitate da una schiatta tralignata.

Poichè ho fatto cenno dell'indifferenza delle popolazioni lombarde inverso a quei condannati, mi tengo in debito di rettificare la esposizione di un fatto, il quale, narrato da un testimonio di buona fede, è stato cionnonpertanto falsamente e calunniosamente interpretato, per modo che una città se ne tenne offesa tutta intiera. L'Andryane lagnossi delle fischiate e delle vociferazioni con cui i condannati vennero accolti al loro passaggio in Verona: ed ei non è uomo che possa cadere in sospetto d'aver alterato scientemente i fatti; perocchè, chiuso com'era in una carrozza, all'udir le fischiate al di fuori, dovette credere che quegl'insulti erano scagliati contro di lui e de' soci. Ma pure altrimenti è spiegata la cosa dai Veronesi. Un ufficiale superiore d'un reggimento del presidio di Verona, temendo certamente di veder prorompere il popolo a qualche dimostrazione di affetto, era uscito dalla città alla testa de' suoi soldati per movere incontro al convoglio dei condannati e scortarlo fino alle carceri della città. Il comandante di Verona avvisò, per lo contrario, che quel provvedimento avesse a far prorompere più facilmente quei sentimenti che importava comprimere, e mandò frettolosamente al detto ufficiale superiore l'ordine di tornare in città e di non far che la cosa dêsse nell'occhio al pubblico. Non pervenne quest'ordine se non dopochè l'ufficiale suddetto avea già incontrato il convoglio, e nell'atto che disponeva i soldati a scortarlo. Ubbidì egli, ma per ricattarsi della contrarietà, e fare un atto di autorità nel mentre stesso che venivagli ingiunto un atto di sommessione, ordinò che venisser calate le gelosie delle carrozze in cui eran chiusi i prigionieri. Il popolo, affollato attorno a quelle carrozze e bramoso di conoscere le nobili vittime, proruppe allora in quelle vociferazioni e fischiate, che i prigionieri tennero per fatte a sè stessi, mentre in realtà andavano a ferire l'autorità militare per la sua premura d'impedire ogni comunicazione fra il popolo stesso e i prigionieri. Duolmi invero che una tale spiegazione non sia stata data più presto ai captivi dello Spielberg, chè sollevati gli avrebbe da un angoscioso pensiero.

Noti sono gli stenti e i patimenti che ebbero a soffrire quei prigionieri. Nè niuno ignora ch'ei non poterono mai comunicare coi loro congiunti, nemmeno sotto l'invigilanza dei custodi; che il Confalonieri non ebbe contezza della morte di sua consorte se non all'uscire dal carcere, che viene a dire più anni dopo il fatto; che l'imperatore Francesco aveva a sè avocata la direzione della polizia dello Spielberg, e che i suoi prigionieri erano a lui rappresentati con cifre. Ond'è che dalla fortezza gli si scrivea, verbigrazia: «Evvi un prigioniero di meno; porremo il N.° 12 al posto del N.° 11, il N.° 13 a quello del N.° 12, e così via via». Il che veniva a dire che il prigioniero indicato col N.° 11 era morto. E così pure niuno ignora l'affanno di quel carceriere che non volea lasciar mozzare al Maroncelli la gamba cancrenata, dicendo: «Io ho ricevuto un prigioniero con due gambe; ora che dirà mai il mio capo se glielo rendo con una gamba di meno?»

Intanto che queste cose avvenivano nelle carceri dello Spielberg, i congiunti dei prigionieri riceveano, due volte all'anno, un polizzino sottoscritto dal governatore della fortezza contenente queste parole: «Il signor (e qui il nome del prigioniero) gode buona salute»; oppure: «è ammalato». I passi fatti da questi congiunti a pro dei prigionieri avevano un esito diverso a seconda dei casi. Agli uni si rispondea che S. M. non avrebbe indugiato gran fatto a perdonare ogni cosa; agli altri, per lo contrario, che S. M. era stata pur troppo misericordiosa per l'addietro, ed era ormai risoluta di non più usare clemenza. L'imperatore non si tenne dal venire a Milano nel 1825, ove fu assediato dalle suppliche delle famiglie involte nel lutto. Il padre di Gaetano Castillia, vecchio venerabile, e pur costante nella sua devozione inverso all'Austria, presentossi all'imperatore, il quale dissegli con affabilità: «Tranquillatevi, mio caro Castillia; io ben vi conosco per un servitore fedele, e ben presto farò per voi ciò che tanto bramate». Andossene il vecchio, commosso, soddisfatto e quasi riconoscente; ma più anni trascorsero senza che si vedesse alcun frutto delle promesse dell'imperatore. Giunse alla fine uno dei soliti polizzini semestrali alla casa Castillia, con triste nuove dello stato di salute del prigioniero; e ciò bastò per far ammalare gravemente il vecchio genitore. Quello stesso fratello il cui sigillo era stata la causa, almeno occasionale, di tante sciagure, recossi incontanente a Vienna per rammentare all'imperatore la promessa. Fu ammesso ad udienza, e scongiurò l'imperatore a non permettere che un vecchio servitore, la cui fedeltà era stata da lui medesimo riconosciuta, chiudesse gli occhi senza poterli per l'ultima volta affisare sul caro volto del suo figliuolo minore. «Che volete?» risposegli l'imperatore con quel tuono di bonarietà che sempre pigliava parlando coi Viennesi, e talvolta altresì con chiunque: «Pensate a quel che mi chiedete; fareste voi grazia a costoro se foste in mia vece?»--«Io vengo, sire, ad impetrare una grazia, e non ad offrirvi un consiglio», rispose Giovanni Castillia. «Guardate un po' in qual modo cotesti liberali sentano la riconoscenza», riprese a dire l'imperatore: «Guardate quel Pellico! Chi non direbbe, al leggere le sue Prigioni, che tutti sono buoni, tranne me solo, che sono un tristo? Egli si guarda però dal dire che la sua pena era di venti anni di carcere duro, ch'io l'ho da prima ridotta a dieci anni, e che l'ho fatto riporre in libertà al principio del quarto anno. Egli non dice neppure che, preso da compassione della sua distretta, io gli ho fatto rimettere, deponendolo sul territorio piemontese, cento ducati d'oro. Andate, andate; siffatta gente è incorreggibile, nè si guadagna nulla a trattarli con dolcezza».

È superfluo l'aggiungere che il vecchio Castillia, essendo sceso nella tomba alcuni mesi prima dell'imperatore Francesco, morì senz'avere riveduto il figliuolo. Affranto dall'età e dalla malattia, accerchiato dagli altri suoi figliuoli, ma sempre affisato col pensiero in quello che avea perduto, ebbe gli ultimi suoi giorni pieni d'angosce e d'affanni. Pareagli continuamente di vedere agenti di polizia appressarsi al suo letto e porre le mani or sull'uno or sull'altro de' suoi figliuoli. Voler parlare, diceva, al direttore generale, volere accertarlo che niuno de' suoi congiurava, voler supplicarlo di lasciarlo morire in pace. Nè quel tremendo delirio cessò che allo spegnersi in lui della vita.

Null'altro mi rimane a dire intorno ai fatti dell'anno 1821, o nulla almeno di cui io possa accertare l'esattezza e che sia ignoto tuttora al pubblico; perocchè non la finirei più s'io volessi narrare l'infinito numero degli aneddoti che corsero per le bocche degli uomini intorno ai tormenti inflitti ai prigionieri, e alla fredda crudeltà dei giudici. Avrei dovuto per avventura riferirne alcuni per additare tutte le cause dello sgomento ormai generale in Lombardia; ma non volli farlo, perocchè mi parve essere sofficiente, anche per ottenere questo intento, la verità incontrastabile.

La storia delle congiure lombarde non è già chiusa con la congiura del 1821. Quando la Francia bandì nuovamente le massime che avea recate giù dall'Alpi nell'anno 1796, l'Italia credette che un governo democratico, fondato sopra l'osservanza dei dritti d'ogni cittadino, dovesse sforzarsi di avere attorno altri governi fondati sopra analoghi princìpi, e non potesse, senza nota di follía, rassegnarsi a lasciar occupare l'Alta-Italia dall'Austria. Si parlò pertanto assaissimo di propaganda nei primi mesi trascorsi dopo l'avvenimento al trono della dinastia orlienese, ned eravi personaggio, per grande, che disdegnasse di darvi mano. Ben presto però cessarono i membri del governo di parlare di propaganda, e vi surrogarono la parola di non-intervento. La Lombardia avea fondate le sue speranze nella propaganda; quando le fu tolta quella speme, si ristrinse a desiderare che non venisse così presto abbandonato il principio del non-intervento. E invero, se questo principio non potea bastare alla Lombardia, soggetta di presente all'Austria, potea esso tuttavia assicurare la liberazione degli altri Stati italiani, i cui governi, troppo deboli di per sè, non si reggono che in grazia del soccorso dell'Austria. Società segrete avevano apparecchiata in tutta l'Italia, tranne la Lombardia, una generale sollevazione, ed un numero assai grande di Lombardi erano complici della congiura, sì per la loro qualità d'Italiani, e sì per la speranza di conseguire più tardi quel tanto che volevano cooperare ad ottenere a pro dei loro compatrioti. Io non vo' qui ripetere ciò che è stato tante volte e da per tutto replicato: che i liberali improntarono i moti di Bologna, di Modena, di Parma, ecc., con un carattere affatto esclusivo, per tema di non dare appiglio alcuno a rimproverarli d'immischiarsi nei fatti dei vicini, e di violare con ciò il principio del non-intervento; che la notizia dell'appressarsi delle truppe austriache non fu mai udita che con disdegno dai cittadini degli Stati sollevati, per essere i medesimi persuasi della inviolabilità del principio del non-intervento; che l'ingresso definitivo di queste truppe, e l'impossessamento per parte loro delle contrade sollevate, fu cosa al tutto inaspettata, e vero sovvertimento del principio dietro il quale erasi operata la rivoluzione. Notissime sono tutte queste cose, e la sposizione degli ulteriori particolari ch'io potrei soggiugnere intorno a quelle congiure e a que' congiurati, porrebbe in pericolo tutti coloro che sono stati sdimenticati dai governi nelle loro persecuzioni. Avvertirò soltanto che se la congiura del 1821 fu ordita di conserva col principe ereditario di Piemonte, quella del 1831 fu concertata col duca di Modena. L'ambizione di fare una bella comparsa sedusseli entrambi; la paura di perdere uno Stato sicuro, benchè mezzano, col volersene creare un altro glorioso, ma incerto e pieno di pericoli, trattenneli entrambi. Le leggi della probità non furono da veruno di essi servate; il duca di Modena si rivolse contro i rivoluzionari ch'egli avea inanimiti, a quel modo istesso che avea fatto dieci anni prima il principe piemontese. Ma questi, più felice dell'altro, non ebbe a condannare di propria mano le macchinazioni che aveva approvate, nè a sottoscrivere di proprio pugno le sentenze di morte contro i suoi partigiani. Abbandonando i rivoluzionari, non fece altro che denunziarne i disegni al maresciallo Bubna e al re Carlo Felice. Il duca di Modena, all'incontro, fece mozzare egli stesso il capo al Menotti, suo amico e suo complice.

Potrei descrivere le trame dell'altre congiure ordite dopo il 1831. Ma le stesse ragioni che mi hanno costretto a tacere delle circostanze tuttora ignorate che si riferiscono alle sollevazioni del 1831, mi sforzano di tacere eziandio di queste nuove macchinazioni, che non ebbero effetto alcuno. Io mi sono proposto di mostrare il come e per quali mezzi sia venuto fatto all'Austria di trasformare un popolo irrequieto, energico, operoso, ambizioso, sindacatore, impetuoso, in quell'altro popolo freddo, inerte, indifferente, sgomentato, cupo e disanimato che abita ora l'Alta-Italia. Se io non ho fallito lo scopo, avrò adoperato per modo che il lettore non ne abbia smarrita la vista, e che, tenendo dietro a' miei passi sulla via da me percorsa, egli abbia, per così dire, sentito l'oppressiva influenza del sistema austriaco calarsi lentamente sul popolo da me descritto, e tarpargli a poco a poco la vita istessa. Per proseguire e condurre a termine l'opera mia non è necessario narrare novelle congiure. Basterà ch'io spieghi alquanto minutamente i mezzi posti in opera dall'Austria, sì per impedire che si rinnovelli o si tenti alcun moto rivoluzionario, e sì per conoscerne e punirne l'intenzione.