Studi Intorno Alla Storia Della Lombardia Negli Ultimi Trent An
Chapter 13
Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto, ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi. Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della gendarme, fu condotto in carcere.
Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti; lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è costretto a porgli sott'occhio.
Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco, dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de' Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo' dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi; benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi, lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.
Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.
Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini diversi?
Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo; acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli, il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.
Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le guastò la salute per sempre.
Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di poco attaccamento alla Casa d'Austria.
La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria. Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a' sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava. Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza; niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa casa, per tema di destare sospetti.
Chiari vedeansi sopra tutte le lettere affidate alla posta i segni dell'infrazione del suggello. Quante persone furono chiamate dal direttore della polizia, o tratte a lui dinanzi in sembianza di malfattori, per essere da lui interrogate, per esempio, sur un discorso fatto in loro presenza in un dato giorno e in un dato luogo! Potevano ben esse negare il fatto, fosse o non fosse vero realmente; ma non poteano con ciò raddolcire l'umore aspro del direttore, il quale, contento di incutere loro un momentaneo terrore, le avvertiva con tuono d'oracolo, essergli noti i loro minimi pensieri, biasimarsi questi da lui fortemente, e poco voler tardare a dargliene pruova. Nella città non si parlava d'altro che dei tormenti inflitti ai prigionieri politici, e le segrete dell'Inquisizione pareano un nulla a udire quel che si diceva delle segrete della casa di correzione di Milano. Bucinavasi di cibi o bevande dati ai captivi per alterarne il senno e strappar loro il segreto: ma questa tortura non fu mai e poi mai posta in uso in Milano, nè dagli Austriaci; e si dee lasciarne l'ignominia al duca di Modena, che se ne valse. Se non che i mezzi posti in opera dalla giunta estraordinaria di Milano, dacchè in ispezieltà il Salvotti era stato chiamato da Venezia a Milano per farvi l'ufficio di giudice inquisitore in luogo del Menghini, questi mezzi, men grossolani certamente, erano tuttavia crudeli ed iniqui. Non posso tacere qui di un fatto che varrà di risposta a coloro i quali, per troppa ingenuità di animo, dicessero non potersi dare in Europa un governo capace di sancire, inscrivendole nel suo codice, disposizioni simili a quelle che io debbo menzionare. Ed è, non esservi negli Stati austriaci codice di processura determinato per le giunte estraordinarie, e condursi da queste i processi che sono loro demandati, a seconda delle momentanee occorrenze. Facciasi da ciò ragione dell'estensione veramente sconfinata delle facoltà concesse a queste giunte.
Il Salvotti entrava talvolta a mezza la notte nelle segrete de' prigionieri, e destandoli di repente, facea loro, prima che risensassero dallo stupore e dallo spavento, interrogazioni insidiose, per le quali vantavasi di possedere una rara perizia. La mancanza d'aere libero, e di esercizio, le angoscie d'animo ond'erano oppressi i captivi, tutto in somma conferiva a guastar loro la sanità. Parecchi caddero infermi; alcuni corsero rischio di perder la vita, mentre il Salvotti richiedeva la più piena confessione per concedere agli uni la visita del medico, agli altri il conforto di abbracciare un'ultima volta una persona carissima, o alla maggior parte l'ultimo colloquio con un confessore. Ebbevi un moribondo al quale fu negato un confessore di sua propria scelta, per imporgliene uno il quale, giusta ogni apparenza, era una spia. Avendo l'ammalato risposto che si confesserebbe a Dio, non si osò fare più lunga instanza in proposito e chiamossi il sacerdote desiderato del moribondo. Fecesi però una picciola vendetta sopra il sacerdote istesso, mandando in cerca di lui per modo da indurlo a credere ch'ei fosse chiamato in prigione per rimanervi.
Gli interrogatorii aveano luogo tra l'accusato e il giudice istruttore Salvotti, in presenza d'un cancelliere, il quale scrivea le domande e le risposte. Componea poscia il Salvotti un epilogo di tutti questi interrogatorii, di cui lasciava copia, dopo terminati i costituti, all'inquisito, esortandolo ad apparecchiare pel giorno seguente la risposta, cui davasi il nome di difesa; perocchè in siffatti processi l'accusato non può nè affidare la propria difesa ad un avvocato, nè tampoco giovarsi della dottrina e dei consigli altrui. Il captivo trovavasi adunque improvvisamente e pel breve spazio di ventiquattro ore, costretto a prendere in disamina la voluminosa raccolta delle interrogazioni ch'erangli state fatte, e delle risposte da lui datevi mesi e mesi prima, ed a difendersi. Uno di quegl'inquisiti, fra altri, stette diciotto mesi in carcere, nel quale tempo fu interrogato due sole volte, la prima, subito dopo la cattura, entrante la primavera del 1822, per non altro uopo, che per constatare l'identità della persona; la seconda alla fine dell'anno 1822; dopo del che non vide più i suoi giudici se non nel mese di ottobre dell'anno seguente, in cui fu riposto in libertà. Un captivo può egli assicurarsi dell'esattezza od inesattezza di costituti avvenuti da sì remoto tempo, quando inoltre essi sieno, come furono quelli per esempio del Confalonieri, in tanto numero da giugner quasi ai cento? Se l'inquisito tentava di ridursi le cose a memoria, se pigliava a rettificare i fatti stabiliti dai costituti, se ardivasi ad entrare in discussione col proprio giudice, egli era irreparabilmente perduto. Alcuni appigliaronsi ad un felice compenso. Pregarono l'istesso consigliere Salvotti di stendere le loro difese, in quel modo che avea steso le accuse, dichiarando di rimettersi in tutto e per tutto al suo senno e alla perfetta sua probità. Ed egli, pago di questo tratto di confidenza, si diede con una certa quale vanagloria a fare con eguale acume due parti, l'una opposta all'altra, a sostenere con l'impegno medesimo il pro e il contro. Ond'è che gl'inquisiti che posero le proprie sorti nelle mani di quello strano avvocato, furono meglio difesi che non quelli i quali vollero pigliarsi essi medesimi questa briga.
Ebbevi in questa occasione dei fratelli incarcerati e condannati per non avere voluto farsi accusatori l'uno dell'altro; furonvi persone condannate per non avere tradito il segreto ch'era stato confidato loro; e per meglio dire, quasi tutti coloro de' cui gemiti risuonarono poscia le segrete dello Spielberg non per altro vennero condannati che pel reato di non-rivelazione. Io non preterirò qui l'occasione di encomiare una volta almeno senza miscuglio di biasimo il procedere del conte Confalonieri. Non appena si fu egli addato delle vere intenzioni dell'Austria, e si persuase ch'era certa la sua perdita, e che la speranza con cui lo aveano in sulle prime lusingato, era meramente un'insidia tesa contro la fedeltà sua agli amici, che si appigliò e aderì fermamente al sistema di negar tutto. Allora spiegò quell'irremovibile forza di volere, che fino allora eragli stata sì male in aiuto. Facendo egli forse in allora giusto giudizio dei passati suoi portamenti, riguardò con occhio sereno i patimenti che gli erano destinati e cui poteva accettare a titolo di espiazione. Fatto è che niuno de' suoi compagni di sciagura ebbe a rimproverargli un momento di debolezza; e l'Italia tutta quanta, ponendogli a merito i tanti e sì angosciosi anni di captività, e la nobile rassegnazione con cui egli seppe fare il sagrificio della propria vita e della propria libertà, sdimenticossi gli sgraziati fatti del tempo addietro, e diedegli un posto fra' suoi figliuoli prediletti. In un tempo di crisi e di rivoluzioni come si è quello in cui viviamo da poco meno d'un secolo, gli uomini politici che non s'ingannino mai sono in poco numero; ma minore ancora è il numero di quelli che si purghino in tal guisa di un fallo con un eroico procedere serbato sì a lungo. Gli altri inquisiti si diportarono bene, e quanto a me, io sono accertato che non uno di loro mancò al proprio debito, e che i più fiacchi non peccarono se non contro sè stessi, vale a dire che si persuasero di non confessare se non a proprio danno. Io recherò qui di nuovo un esempio del modo adoperato dalla giunta per istrappare il segreto di bocca agl'inquisiti. Un notaio di Brescia, per nome Bontempi, avea fatto un istromento di donazione o di cessione dei beni dei fratelli Camillo e Filippo Ugoni a pro del loro zio Francesco Ugoni. Quell'istromento fu impugnato come nullo, perchè destinato a conservare ai fratelli Ugoni le loro sostanze, che secondo le leggi portate contro gli spatriati doveano soggiacere a sequestro. Il notaio fu incarcerato e assalito in mille varii modi per trarlo a confessare la simulazione di quella donazione. Ma sia che realmente egli avesse fatto quell'istromento in buona fede, sia che comprendesse essere d'uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch'ei negò risolutamente di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto di fare un istrumento valido, e che l'atto era stato fatto nella debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto l'istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la giunta l'amicizia che passava tra 'l Bontempi e il Panigotti, nè ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un altro per sostenergli in faccia ch'esso ha mentito; il qual sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di un tale fatto e, sto per dire, d'una tale legge, il giudice istruttore disse al Bontempi, che il Panigotti, anch'esso captivo, avea confessato quel tanto ch'ei s'ostinava a negare. E aggiunse che, ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto dinanzi l'amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un tale frangente. Udendo e della cattura dell'amico e della confessione del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero di dover dare una mentita all'amico e di passare presso di lui per mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condannato ad un anno di carcere. Era egli tratto con buona scorta dalla prigione degl'inquisiti a quella dei condannati per iscontarvi la pena, quando gli venne in mente la speranza di poter conoscere la sorte dell'amico. Trovandosi vicino ad uno dei custodi, lo interrogò se il Panigotti fosse condannato alla stessa pena, se avesse a subirla nell'istesso carcere, e se non fosse soverchiamente afflitto dalla sua sventura. Avrebbe detto anche di più se il custode, che non era edotto di tutti i lacciuoli tesi agl'inquisiti dalla giunta, non l'avesse interrotto ridendo, per assicurarlo che il Panigotti, anzichè essere in carcere, era scampato e stava ottimamente in Brusselle. Il povero notaio s'accorse allora soltanto dell'abisso che gli aveano scavato sotto i piedi, e il raccapriccio cagionatogli dalla scoperta di tanta iniquità fu sì fiero, ch'egli stramazzò tramortito a terra, e non appena risensato, fu côlto da una febbre nervosa, dalle conseguenze della quale non potè mai pienamente riaversi. Il suo gastigo non dovea però finire con la fine della sua prigionia. Ricuperando la libertà, egli non ricuperò già la carica, statagli tolta per effetto della sentenza contro di lui proferita. Avanzato in età, estenuato dal carcere, e sprovvisto di sostanze, il Bontempi visse ancora alcuni anni con le limosine che gli faceano or l'uno or l'altro de' suoi soci di sciagura. Alla fine parecchi mesi trascorsero senza ch'ei fosse veduto recarsi da veruno di loro, com'era il suo solito, per chiedere, quand'era angustiato dal bisogno, un qualche soccorso. Più sollecito degli altri, uno di costoro andò in cerca del vecchio notaio, e le sue indagini lo condussero allo spedale, ove trovò il nome del Bontempi inscritto fra quelli dei defunti nella settimana precedente.
Mesi e mesi erano scorsi dacchè era stata posta in seggio la giunta estraordinaria. Contradittorie voci andavano in giro per la città. I genitori, le mogli, i figliuoli, i congiunti degl'inquisiti assediavano del continuo le anticamere dei giudici, riportando parole di conforto degli uni, minacce terribili degli altri. Il popolo, sempre mal disposto inverso quelli che la pubblica potestà perseguita, obbliava che quegli accusati erano stati già oggetto per lui di reverenza e di affetto, e omai risguardavali come malfattori. La polizia si era data molta briga per ottenere questo effetto. Essa avea calunniato gli inquisiti, dipingendoli come empi, come riprovati dalla nostra santa madre Chiesa, come biastemmiatori, come fabbricatori di veleni, rapitori di fanciulli. Quei nobili cuori, sentendosi abbandonati dal popolare interessamento, erano prostrati. L'Austria poteva esser crudele o generosa a suo senno, ma non fu nè crudele nè generosa.
Il re di Piemonte, il re di Napoli, il duca di Modena e la duchessa di Parma aveano sparso il sangue dei loro sudditi. L'Austria non imitò in questo il loro esempio. Ed ecco il perchè si può dire ch'essa non fu crudele. Ma è egli d'uopo spiegare il perchè non si può encomiarla per clemenza?