Part 9
Ritornatosene questi dai congiurati, e ragguagliatili del rifiuto del Fontanelli, la costernazione si sparse fra loro. Proposero alcuni di sostituire al Fontanelli il generale Teodoro Lecchi, ma questi, mosso per avventura da soverchia modestia, opponeva, non essere il suo nome splendido abbastanza per dare splendore ad una intrapresa di tal fatta; la mitezza ben nota dell'indole sua farlo altronde male acconcio a indirizzare una mossa della fatta di quella che si dovea tentare in Milano, e in cui non si doveva indietreggiare in faccia alla necessità di sbrigarsi ad ogni costo del presidio austriaco; non essere in Milano i reggimenti dei quali potea disporre; doversi lui recare a pigliarli per condurli a quella vôlta quando la mossa fosse stata operata. Le ragioni allegate dal Lecchi per ischermirsi dall'onore di dare il primo e più tremendo colpo agli Austriaci, furono poi anche poste innanzi alla vôlta loro dagli altri congiurati. Non potendo invero tentarsi una mossa militare di tanto rilievo senza un capo ben noto, si riconobbe con dolore doversi per allora deporre il pensiero e le speranze. Separaronsi i generali con gli occhi lagrimosi e il cuore angosciato, non osando nemmeno proporsi di differire la cosa ad altra occasione, che non erano sicuri di saper afferrare.
Progetti sì presto abbandonati, macchinazioni rimaste affatto ineseguite impacciavano il maresciallo Bellegarde. Il pericolo era passato, e per impedirne il ritorno, il 18 novembre fu dato ai capi dei reggimenti italiani l'ordine di recarsi in Alemagna, ed eseguito il 21. Ma la brama austriaca di vendetta non era appagata, e sì dovea venir fatta paga; ed ecco il come il maresciallo Bellegarde avvisossi di conseguire l'intento:
Savoiardo di nascita, il Bellegarde aveva ancora in patria dei congiunti poveri e oscuri, i quali, chiusi nelle cupe valli dell'Alpi, s'affidavano nel cugino per trovar mezzo di uscirne. Uno di questi congiunti era noto al maresciallo per la sua valenzia nell'arte degl'intrighi e della menzogna, e a lui si volse egli per tendere ai liberali italiani un agguato. Partì costui dietro la chiamata del cugino da Ciamberì nella diligenza per a Milano; ma non appena fu lungi dai luoghi in cui era troppo conosciuto, spacciossi per vegnente da Parigi, e assunse il nome di visconte di Saint-Aignan, dicendo di appartenere alla nobile famiglia di tal nome, la quale nel servire all'imperatore avea tenuto di servire alla Francia, e di buon grado erasi allora rappattumata coi discendenti degli antichi suoi re. Per mala ventura, uno de' compagni di viaggio di questo impostore fu il Marchal, altro de' complici della congiura militare testè abbandonata; presso il quale l'impostore, ufficioso ed entrante, come sogliono essere gli uomini di tal fatta, s'insinuò ben presto, e venne con lui in tanta intrinsechezza, che non durò stento a conoscerne le opinioni politiche, e i sensi ch'esso nodriva verso il governo austriaco. Giunto a Milano e venuto in casa del Marchal, il visconte parve di repente risoluto ad aprirsi a lui. Gli confessò che il re di Francia Luigi XVIII, il reggente d'Inghilterra, e specialissimamente poi il duca di Angulêmme l'aveano spedito a Milano per iscandagliare le disposizioni della popolazione. Il re Luigi, il reggente d'Inghilterra e il duca suddetto non poteano sopportare in pace che questa bella contrada, stata unita per tanto tempo alla Francia, ne fosse ora staccata, non già per godere della propria independenza, ma per subire un giogo straniero. Angosciati erano i loro cuori da un tale spettacolo, ond'è che avevano concepito il pensiero di infrangere le catene di cui era l'Italia gravata. Ora, l'Italia era essa disposta ad accogliere le generose proposte? Era essa impaziente dell'oppressione austriaca? Era essa parata a far qualche sforzo per conseguire l'intento? ad esporsi a qualche pericolo? a tentare alcuna mossa? Ciò desideravasi conoscere.
Io ho già riferito più tristi esempi della credulità italiana, e se invece di ristrignermi a raccontare i fatti avvenuti dopo il 1814 avessi rivangate le cose accadute fin dal primo ingresso in Lombardia degli eserciti repubblicani, ne avrei riportato un numero assai maggiore. Ed ecco una novella congiuntura in cui ebbe quella credulità i più funesti effetti. Al Marchal parve quella una occasione favorevolissima per ravviare le già dismesse fila della congiura. Il medico Rasori andava cotidianamente in casa del Marchal, la cui consorte era ammalata, e il Marchal propose subito al visconte di parlare al Rasori. La proposta essendo stata alacremente accolta, ecco che il falso Saint-Aignan e il Rasori si trovarono insieme. Ricominciò il Savoiardo la patetica sua sposizione del rammarico ond'erano crucciati Luigi XVIII, il reggente e il duca d'Angulemme. Trasse fuori lettere e mandati, da cui egli appariva un inviato plenipotenziario dei re di Francia e d'Inghilterra presso i liberali italiani. Raccomandando a quei due la massima segretezza, disse loro essere necessaria dal canto loro e dei loro amici un'intiera fiducia per condurre a buon fine i loro disegni. Lieti di vedersi inopinatamente aperta una via novella nello stesso mentre che erasi chiusa quella per la quale speravano uscir di servaggio, il Marchal e il Rasori approvarono checchè loro disse il visconte, assicurandolo che non si attraverserebbero con indegni sospetti ad una sì nobile e sì grande intrapresa. Il Rasori nell'accommiatarsi pregò il visconte di recarsi da lui il 23 di novembre per imparare a conoscervi alcuni dei principali congiurati, ed indettarsi con loro.
Il visconte e il Marchal recaronsi di fatti il dì prefisso in casa del Rasori, che stava aspettandoli con l'avvocato Lattuada e il colonnello Gasparinetti. Entrato il visconte, presentollo il Rasori a' suoi amici, dicendo: «Eccovi, signori, il signor visconte di Saint-Aignan, di cui mi fo io mallevadore»; e poi rivoltosi al visconte, gli disse: «Eccovi, o signore, i signori Lattuada e Gasparinetti, di cui mi fo parimenti mallevadore». Si pigliò tosto a ragionare, gl'interrotti progetti furono riposti in campo, i nomi dei congiurati passati a rassegna, novelli disegni discussati. Non ne farò minuto racconto, perocchè niuno di questi novelli disegni fu seriamente stabilito. Troppo acceso era il desiderio dell'insorgimento nei liberali italiani; laonde non era possibile che ne investigassero profondamente i mezzi, le speranze e i pericoli. Quello che si fermò, egli era di ristaurare ad ogni costo il passato, di cancellare dalla storia italiana i due mesi ultimi scorsi, di tentarlo almeno, di non trascurare perciò veruna occasione, e di non badare ai pericoli. Avea il Lattuada portato le varie minute di costituzione fra le quali tra' congiurati militari non era ancora stata fatta l'elezione; ed a speciale richiesta del visconte si assunse l'incarico di compilare colla scorta di quei diversi progetti una costituzione. Il colonnello Gasparinetti promise di stendere un bando per l'esercito, e il Rasori un manifesto al popolo. Il Marchal dovea incontanente recarsi dal re di Napoli per assicurarsi della cooperazione di lui; e il Rasori partire alla vôlta di Douvres per porre sotto la protezione del Reggente il novello Stato italiano; dopo del che, reduce in Francia, otterrebbe, volendo colà accasarsi, giusta le promesse del Saint-Aignan, un'onorata e lucrosa carica. Il visconte poi dovea far pagare al Lattuada per mezzo d'un banchiere di Lugano un milione di franchi, destinato a pagare la diserzione che facea di mestieri nei reggimenti italiani partiti alla vôlta dell'Austria. Indettatisi in questi termini, i quattro congiurati si separarono promettendo di riunirsi di nuovo il 26 di novembre, e di recare al convegno un progetto definitivo di costituzione, un bando all'esercito e un manifesto al popolo. Furono tutti fedeli alla promessa nel giorno prefisso; ma l'impostore, che giunse per l'ultimo, entrò trepidante e smanioso nella sala della conferenza, dicendo ch'era stato seguito da emissari di polizia, che aveane veduti parecchi cammin facendo, ed eragli forse venuto fatto di sottrarsi alla vista loro coll'allungare il passo; ma che in tale condizione di cose era necessario deliberar prontamente e subito separarsi. Facea l'impostore egregiamente la sua parte. Sembrava sbigottito e sdegnato ad un tempo, volgeasi bruscamente di quando in quando per vedere se non aveva alcuno dietro, e coll'occhio ardente, col volto acceso, parlava ad alta voce, gestiva, si dimenava. Trasse anzi di tasca una pistola da due colpi, cui disse carica, e depostala sul tavolino, presso il quale i congiurati, rimasi a tale atto interdetti, erano raccolti, esclamò: «Vengano, vengano questi bricconi, questi sciaurati, e se alcuno fa mostra di pormi le mani addosso, avrà a che fare, per Dio! con la mia pistola». Acchetatosi poscia alquanto, pregò gli amici di entrar presto in materia. Avevano i signori Lattuada, Rasori e Gasparinetti deposto sul tavolino le carte che arrecavano e ch'erano state dall'impostore bene adocchiate. Non appena le ebbe egli prese in mano e cominciatane la lettura, che l'aia della figliuola del Rasori entrò a furia nella sala e avvertì il padrone che la strada era piena di gente, e la casa accerchiata da agenti della polizia e soldati. A questa notizia, il visconte è côlto da un nuovo accesso di furore; biastemmia, si frega il fronte colle mani, si dimena proferendo parole interrotte; e approfittando dello stupore che a bella posta destava nelle sue vittime, s'avventa anzi tutto sopra la sua pistola, poi sopra la minuta di costituzione, il bando e il manifesto, e gridando voler andare a rompere il cranio a quegli sfacciati bricconi, non li temer punto, ec., balza fuori rapidamente dalla sala e dalla casa, lasciando i signori Rasori, Lattuada, Gasparinetti e Marchal più inquieti di quella gran furia e delle conseguenze che aver potea per chi vi si era dato in preda, che non pensosi di sè stessi.
Ov'erasene egli andato l'impostore? Chi lo avesse seguito, avrebbelo visto sguizzare in mezzo agli agenti della polizia, parlare a bassa voce coi principali di loro, ricevere graziosamente le loro congratulazioni, e poi trottare sollecito alla casa del suo congiunto il maresciallo Bellegarde, per annunziargli l'esito felice della sua frode. Volendo finir presto di parlar di costui, licenzierommi a romper l'ordine cronologico per riferire quanto gli accadde molt'anni di poi. Reduce in Francia, passeggiava un giorno il Marchal sotto i portici del Palazzo Reale, quando l'aspetto d'un uomo che camminava pochi passi stante, ridestò in lui repentinamente angosciose memorie. In pochi momenti potè il Marchal convincersi che punto non s'ingannava e che aveva realmente dinanzi agli occhi il falso visconte di Saint-Aignan. Corsegli contro difilato, e tenendolo afferrato con una mano gagliarda, gli sferrò con l'altra quante bastonate potè.
Torniamo ai congiurati. La precipitosa partenza del visconte, e la scomparsa delle rilevanti carte ch'erano sul tavolino non tardarono a destare in loro forti sospetti. Pensarono certamente a salvarsi fuggendo in istraniere contrade; ma non vi si seppero indurre presto abbastanza. A rilento sempre si suole fare una risoluzione penosa, e solo all'ultima estremità si cede ad una convinzione angosciosa. Rasori, Gasparinetti, Lattuada e Marchal pensavano sì sgomentati alla scomparsa del segreto emissario della Francia e dell'Inghilterra, ma non erano però lungi dal credere che si tenesse nascosto in alcun luogo; non doversi, dicevano anche fra loro, fare giudizio d'alcuno con tanta precipitazione; avere il tempo chiariti ben altri misteri. Niun d'essi, altronde, avea fatto sperimento della politica austriaca. Nei tempi che corrono si fugge, si emigra, si abbandona la patria senz'avere di gran lunga motivi così gravi di inquietudine.
Due o tre giorni dopo la narrata scena, il medico Rasori e i suoi tre amici vennero arrestati. Il maresciallo Bellegarde aveva in mano prove esuberanti per trarre a perdizione quei quattro infelici; ma ciò non bastavagli. Ei volea porre addosso le mani sopra i complici della congiura militare, e a questo fine soltanto aveva fatta ordire la picciola congiura secondaria in cui si erano immischiati quei quattro soltanto. Aveva già egli per via dei rapporti del falso visconte, piena cognizione dei particolari della congiura militare; ma non sapea come recare dinanzi ai giudici cosiffatti rapporti, e arrovellavasi dal desiderio di strappar di bocca ai captivi delle confessioni simili a quelle ch'erano state fatte all'impostore, suo cugino. Un uomo, divenuto poi celebre nei fasti dell'austriaca polizia, uno di quelli che più adoperarono nel fabbricare quella ampia ed inestricabile rete che avviluppa tutti i Lombardi, e che talmente costringe le facoltà naturalmente libere del loro intelletto, da annichilirle, vo' dire il signor Pagano, si prese l'assunto di captare la confidenza dei captivi. Ed ecco il come vi si accinse.
Il colonnello Gasparinetti era interrogato da un maggiore austriaco, cui assisteva il signor Pagano. Negava egli tutto, e così le promesse, come le minacce erano state indarno adoperate per espugnare la sua costanza. Una mattina, il maggiore austriaco interruppe l'interrogatorio per uscire un istante, lasciando il prigioniero solo col signor Pagano. Il quale, appressatosi tosto guardingo al colonnello Gasparinetti, non senza guardarsi attorno, quasi per tema di essere sorpreso: «Colonnello», dissegli a bassa voce e con tuono commosso, «colonnello, guardate che cosa vi facciate. Non vi avvedete voi che vi perdete, nell'impugnare ostinatamente quello che tutti i vostri complici hanno confessato? Nissuno di loro vi ha risparmiato, e voi, per timore forse di metterli in pericolo vi attenete a questo fatale sistema d'impugnativa! Ahi! perchè non avete un po' più di confidenza in me? Non sono io pure italiano? Poss'io vedere un Italiano, un compatriota correre ciecamente alla perdita senza gemere, senza tentare d'oppormici?» Fattisi udire in quella i passi del maggiore austriaco, il Pagano tornossene tacito al suo posto. Rientrato il maggiore, fu ripigliato l'interrogatorio, ma il colonnello Gasparinetti rimase alcun tempo senza rispondere, assorto nelle sue meditazioni, tetro, costernato. Alzossi alla fine, e movendo il passo verso la tavola sulla quale il maggiore scrivea, dissegli lentamente e col tuono di un uomo che si è indotto ad una difficile risoluzione: «Scrivete, signore. Io, colonnello Antonio Gasparinetti, eromi fermamente proposto di lasciarmi mozzare il capo anzichè proferire una sola parola che potesse nuocere ai miei amici; ma poichè essi stessi hanno parlato, poichè hanno preferito il compenso della confessione a quello della impugnativa, farò com'essi in quest'occasione, come ho fatto in molt'altre. Dichiaro pertanto ec.....» E qui sì lo scopo della congiura, che i nomi dei congiurati, i mezzi di cui poteano valersi, i loro disegni, i sussidi nei quali speravano, ogni cosa, in somma, fu esposta coi più minuti suoi particolari dal colonnello Gasparinetti.
Convien dire che la confessione sia un atto che corrisponde a un qualche segreto istinto del cuore umano, perocchè non solo vediamo gli uomini determinarvisi agevolmente, ma anche compierla con trasporto allorchè vi si sono determinati. E invero il Gasparinetti non si ristrinse in questa circostanza a narrare i fatti noti agli altri captivi, e cui potea supporre essere stati svelati da loro; ma espose perfino i propri pensieri, le speranze ch'egli avea concepite, le parole dettegli in privato da questo o quello dei congiurati non ancora arrestati. Riferì fra altre cose che, avendo un giorno incontrato il generale Teodoro Lecchi, questi aveagli detto, stringendogli la mano: «Animo, mio caro Gasparinetti; se Fontanelli ricusa di condurci, ho buona speranza che Zucchi sottentri in sua vece». Il che era vero; ma perchè riferirlo dacchè non era stato udito da testimoni e dacchè il generale Lecchi era tuttora libero? Questo bisogno di dir tutto spiattellatamente, anche a giudici, fu ancor più forte pel comandante Cavedoni, il quale, sostenuto pochi giorni poi ed esortato a confessare progetti già ben noti altronde, non si fece molto pregare. Dopo avere risposto alle interrogazioni fattegli, trascorse più oltre, esponendo le idee sue proprie, e come ei si proponesse d'unirsi ai rivoluzionari di Modena dopo avere aiutato il trionfo della rivoluzione di Milano. Il quale soverchio di confidenza fu poi cagione che il Cavedoni, poich'ebbe terminato di espiare in Mantova il reato di congiura contro l'imperatore d'Austria, fu consegnato nelle fiere mani del duca di Modena. Nè con ciò finirono le sue sciagure. Arrestato un'altra volta a Modena, nè meglio schermitosi dalle instanze de' suoi interrogatori, fu nuovamente condannato. Arrestato poi finalmente la terza volta, e di nuovo in Modena, e prevedendo un trattamento eguale a quello che aveva di già subito due volte, si uccise colle proprie mani con una pistolettata, e giunse in tal modo a preservarsi dal fatale sdrucciolo delle confessioni; sdrucciolo da cui i ministri della polizia austriaca sanno ottimamente trarre partito.
L'Austriaco non si affretta mai, eppure avviene di rado che le sue vittime gli sfuggano di mano; perocchè valentissimo è nell'attutare la loro vigilanza mentre si accinge a colpirle mortalmente. Nulla aveva il Gasparinetti taciuto o travisato; e il Lattuada, edotto di ciò, si era appigliato al partito di dire d'aver porto orecchio ai disegni di congiura unicamente per conoscer bene le cose e renderne edotto il governo. La cattura degli altri congiurati potea seguitare davvicino queste deposizioni, eppure parecchi giorni trascorsero nei quali il governo lentamente arrotava l'armi sue, apparecchiava le insidie in cui volea far cadere i suoi nemici, facea chiamare gli uomini nei quali maggiormente confidava, ec. ec.; nè di questi giorni giovaronsi i congiurati per ripararsi in luogo di salvezza. Ma conviene sapere che il governo austriaco vi provvide come mi fo a narrare.
Il conte Alfonso Litta, colonnello al soldo d'Austria e fratello del duca Litta, erasi ognora segnalato per la sua devozione all'imperatore Francesco. Il suo figliuolo aveva all'incontro militato nell'esercito franco-italico in qualità di scudiere del principe Eugenio, ed erasi ognora portato da leal guerriero. Aveva il cuore assai freddo e corto il senno; ma era tutt'altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa d'Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond'è che uno de' principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di far assapere destramente al conte Litta che l'imperatore conosceva appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si facessero rei d'un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi. Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli, sapersi dal governo ogni cosa: «Parto incontanente», rispose il generale. «No», replicò il contino, «ciò non è necessario, io so per buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per l'avvenire. La clemenza usata ora dell'imperatore, lo indurrebbe ad essere doppiamente severo in un'altra occasione».
I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere sconsigliato al generale un passo falso qual era l'abbandono della patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre giorni ch'ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.
Tutti i particolari della congiura erano stati così esattamente esposti dal colonnello Gasparinetti e dal Lattuada, che ai novelli arrestati era impossibile l'attenersi alla impugnativa. La sola quistione che potesse tuttora venir dibattuta fra' giudici e gli accusati era quella dell'esistenza d'un comitato direttore; esistenza di cui i giudici diceansi di già accertati, e la quale era dagli altri impugnata risolutissimamente. La giunta a cui venne affidata l'istruzione del processo e il giudizio componeasi del conte Cardani, presidente, dei giudici Freganeschi, Bonacina, Borghi e Gianni, e del regio procuratore Draghi; tutti di già celebri per l'astio feroce che aveano mostrato contro i liberali nei fatti del 1799.
Furono gl'inquisiti tratti a Mantova, e chiusi in una torre le cui fondamenta sono piantate nel lago fangoso che circonda la città: dati in balía ad uomini della fatta di quelli che componevano la commissione, aveano fortissima cagione di temere, e difficilmente perciò poteva essere serbato il segreto intorno alla esistenza del comitato direttore. Ma pure dovendo essi venire tuttora processati e giudicati secondo il codice di processura criminale del regno d'Italia, avevano difensori, doveano comparire in pubblico, e potevano protestare contro quei violenti o crudeli trattamenti che loro fossero stati fatti: era perciò duopo valersi di nuovo della astuzia.