Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni e delle cagioni del difetto d'energia dei lombardi

Part 5

Chapter 53,628 wordsPublic domain

Intanto che questi dibattiti avvenivano nell'aula del senato, i partiti del di fuori si agitavano, si credean prossimi al trionfo, e disponevansi ad afferrarlo. Pareva giunto per tutti l'istante di operare; chè l'imperatore Napoleone era caduto, e il vicerè non potea cansarsi dal cader esso pure, se non col sostegno degl'Italiani. Doveano dunque omai gl'Italiani accertar la caduta del vicerè, negandogli il loro appoggio. Gli Austriaci mitigati si deliziavano nel numerare anticipatamente i tanti benefizi di cui Casa d'Austria avrebbeli senza dubbio ricolmati. I Muratisti s'aspettavano di momento in momento l'arrivo della vanguardia del re di Napoli; i sedicenti Italiani-puri argomentavansi d'indovinare qual sarebbe il principe a cui le Potenze Alleate affiderebbero la cura della felicità della Penisola; infine gli Austriaci-puri faceano più retto giudizio delle cose, e si aspettavano il pieno conseguimento dei loro voti. Un solo timore angustiava ancora questi animi, altronde agitati, e turbava la loro letizia: ed era che l'esercito, come correane voce, fossesi dichiarito pel vicerè. Or quest'esercito, italiano di nascita, non meno che d'animo, non era privo d'alcun ascendente sul resto della nazione. Arrogesi che il governo, costituito e perciò stesso dotato d'una certa quale forza, era composto di ufficiali per la maggior parte fedeli e intendenti. La diminuzione d'alcune imposte, lo stanziamento di uno o due provvedimenti desiderati dal popolo, poteano trarsi dietro una subitanea resipiscenza della pubblica opinione, e far risorgere la devozione e l'affetto laddove testè non si udiva altro che il sordo mormorio della malacontentezza e dell'odio. Ad ogni patto era d'uopo impedire che avvenisse un tale cambiamento. Ed ecco il come si governarono, per conseguire il loro intento, i nemici de' Francesi.

Disciogliere violentemente il governo, far sì che la popolazione milanese trascorresse a tali eccessi da rendere impossibile ogni sua riconciliazione col principe Eugenio, tale esser doveva lo scopo degli Austriaci puri, degli Austriaci mitigati, dei Muratisti e degl'Italici sedicenti puri. Il senato era allora per la città di Milano, il corpo veramente investito della potestà amministrativa e politica. Importava adunque assai l'atterrarlo, e per quest'uopo si pose in opera due modi diversi. Fu sparsa anzi tutto la voce che il senato avea stanziata la perdita dello Stato, che i più formali impegni erano stati contratti nella seduta del 17 aprile col principe Eugenio, che questi era stato accertato nel modo più positivo come non si sarebbe accettato accordo di sorta co' suoi nemici, nè sottoscritto alcun trattato che non avesse per fondamento la ricognizione definitiva di lui qual re d'Italia. Dipendere, diceasi, i destini dello Stato dal buon volere delle Potenze Alleate; esser queste mosse verso gl'Italiani dai più propizi sensi, ma opporsi la dignità loro a che esse venissero mai sur un piede di eguaglianza a trattato con un soldato salito ad alto grado, ch'era stato sempre loro nemico. Eppure in siffatta congiuntura ostinarsi il senato ad esigere quell'unica cosa che le Potenze Alleate non consentirebbero giammai a concedere; cioè la ricognizione del principe Eugenio a re d'Italia; rigettar esso ogni altro compenso da questo all'infuori; ributtare ostinatamente le benevole ed amichevoli profferte delle Potenze, volere pertanto immerger di nuovo lo Stato nei guai della guerra e in tutti quegli orrori che ne conseguitano; esser pertanto il massimo flagello della patria e risoluto a spietatamente sagrificarla.

Mentre che queste accuse andavano attorno di bocca in bocca, e ridestavano nell'intimo de' cuori l'odio che vi si ammucchiava da lungo tempo, i capi delle fazioni austriaca-mitigata ed italica-pura, o italo-austriaca, preferendo apertamente le vie legali, apparecchiavano una protesta contro il senato ne seguenti termini concepita: «Dando retta alla pubblica voce, il senato nella sua seduta del 16 corrente, seduta intorno alla quale nulla è trapelato al di fuori, avrebbe discussato e deciso un affare della massima importanza per il reame. Ammettendo che nelle presenti congiunture sia necessario di appigliarsi a straordinari provvedimenti, i sottoscritti giudicano cosa indispensabile il convocare, conformemente ai princìpi della nostra costituzione, i collegi elettorali, nei quali soli è posta la legittima rappresentanza nazionale». E a quest'atto erano apposte meglio che cencinquanta firme, prime fra le quali eran quelle dei capi dei varii partiti. Allato dei nomi dei conti Confalonieri e Porro, dei Ciani, de' Verri, de' Bossi, de' Triulzi, ec., i più ragguardevoli degl'Italici sedicenti puri, vedeansi i nomi dei conti Alfonso Castiglioni, Giulio Ottolini e Antonio Greppi, austriaci puri; quello del conte Giovanni Serbelloni, austriaco mitigato, e quello perfino del barone Trecchi, partigiano, forse unico, dell'Inghilterra. Questa petizione o protesta, come che voglia appellarsi, era indirizzata al podestà di Milano, conte Durini, il quale, dopo averla sottoscritta egli pure, la trasmise al presidente del senato, conte Veneri.

Siffatti compensi erano certamente fatti per privare il senato d'ogni forza morale, e poteano anche aver per effetto lo scioglimento di quel consesso. Ma ciò non bastava; era duopo, come ho detto testè, di far trascorrere la popolazione talmente, che fosse poi impossibile il rappattumarla col governo esistente. Or quando mai una popolazione la rompe essa irremissibilmente con un governo? Ognun lo sa: egli è quando commette un gran misfatto. Era adunque duopo che il popolo milanese commettesse un misfatto contro alcuno de' primari ufficiali dello Stato. E a ciò s'intesero di comune accordo certi membri dei diversi partiti macchinanti contro il governo italo-francese.

Io sarò ora imperiosamente costretto a proferire nomi ben noti, irrogando a parecchi di essi un severo biasimo. Ogni giorno vengono meno alcuni degli uomini che furono oculari testimoni delle scene tremende di quel tempo, e la maggior parte di loro si portano seco nella tomba il segreto ch'ei possedevano, e cui la storia ha diritto di conoscere. Il perchè, lasciato in disparte ogni riguardo di persone, io mi affretto a raccogliere le mie ricordanze e quelle dei miei contemporanei, a fine di apparecchiar materiali agli storici futuri dell'Italia.

Il mese d'aprile dell'anno 1814 è certamente per molti de' Lombardi argomento di angosciosa e amarissima ricordanza; e più d'uno di essi tentò di poi di liberarsi da quell'angosciosa memoria, sagrificando alla patria le sostanze, la quiete, la sicurezza e la libertà. Altri, meno scrupolosi, furono cionnonpertanto puniti dal disdegnoso abbandono di quegli stessi in pro dei quali ei si fecero traditori ed assassini. I primi vogliono essere trattati con maggiore riguardo degli altri; ma la verità dee essere conta sia riguardo agli uni, che riguardo agli altri; e basterà avvertire, pria d'entrare in materia, che gli uni s'ingannavano nel far giudizio delle cose, gli altri nel far ragione degli effetti che queste cose doveano partorire per loro.

Il conte Gambarana, già promotore e indirizzatore della rivoluzione di Pavia, ed altro de' capi della fazione austriaca pura, era il più operoso e il più risoluto fra tutti i cospiratori. Trovò modo costui d'indettarsi col generale Pino, capo della fazione muratista, e di ficcarsi nella brigata liberale che tenea le sue congreghe in casa della damigella Bianca Milesi, e in casa di madama Traversa, moglie d'un avvocato nativo di San Nazzaro, terra della Lomellina. Confalonieri, Porro, Bossi, Ciani, ec., faceano parte di quella brigata, e se non si può facilmente supporre ch'ei rimanessero affatto stranieri di quanto faceavisi, la cosa non è tuttavia impossibile, poich'essi erano in quel mentre tutti intenti a far girare attorno la surriferita protesta contro il senato, e nell'infausto giorno 20 aprile furono veduti aggirarsi, anzi nei dintorni del palazzo del senato, che nel quartiere del Marino. Il conte Gambarana ben conoscea la mite e quieta tempra del popolo milanese, e sapea benissimo che la più fiera stizza ond'esso fosse capace, dovea sfogarsi in meri gridori, e non reggerebbe giammai contro le lagrime e le supplicazioni. È generale opinione ch'egli abbia conferito con Traversa intorno a siffatta difficoltà. Questo avvocato, nativo, siccome ho detto, della Lomellina, avea in sua gioventù accumulato immensi averi, coltivando, come fittaiuolo, un gran podere del Novarese, ed era pienamente edotto della tempra della popolazione di quella provincia, del carattere, bisogni di essa, ec. Giusta la voce pubblica, avrebbe il Traversa proposto al conte Gambarana di far scendere dal Novarese a Milano un numero assai ragguardevole d'uomini rozzi e risoluti, che, allettati in sulle prime dall'esca del lucro, sarebbero in seguito trattenuti dalla passione del trambusto, dei pericoli, e forse anco del sangue. Io non vo' già dire che il Traversa conoscesse appieno tutti i divisi del conte Gambarana; e crederei volontieri che li ignorasse, o pensasse almeno di non dar mano ad altro che ad una sedizione all'un di presso innocente, a minacce, a vociferazioni, e non già al più spaventevole assassinio. Nulla voglio tuttavia tacere di quanto può spargere alcuna luce sopra il tristo giorno 20 d'aprile, e perciò duolmi d'avere a soggiugnere che il Traversa credeva avere particolare ragione di lagnarsi del ministro delle finanze, il conte Prina, perocchè, essendo stato proposto per la dignità senatoria, non potè ottenerla; mortificazione o smacco ch'egli attribuì, fors'anco a torto, a male uffizio del ministro Prina. Contadini della provincia di Novara e d'altre circonvicine province giunsero successivamente, ma in gran numero, a Milano, nel giorno 19 e nel mattino del 20 di aprile. L'incarico loro dato era quello di uccidere un qualche gran personaggio, od anche parecchi, purchè ad ogni modo spargessesi sangue, A ognuno di essi erano promesse sei lire al giorno per tutto quel tempo che fossero assenti dalle case loro; ma quegli che finì di uccidere il ministro Prina ricevette grossa somma di danaro da parte, se non di propria mano, del conte Gambarana.

L'arrivo però di questa moltitudine di abitatori del contado, il sinistro loro aspetto, le armi che sforzavansi di nascondere, e le parole che loro uscivano di bocca, dovevano porre in trepidazione la pubblica autorità. Il signor De Capitani, segretario generale del ministro dell'interno, e fungente allora l'ufficio di ministro, recossi in persona, la mattina del 20 d'aprile, al ministero della guerra per chiedere quel numero d'uomini ond'eravi bisogno per mantenere il buon ordine. Or come dovette egli meravigliarsi all'udire che due corpi di soldatesche erano appunto partiti la notte precedente alla vôlta di Sesto Calende, che il nemico, per quanto diceasi, accennava volere sopraprendere! Ma crebbe bentosto il suo stupore dietro la negativa datagli poi subito dal generale Bianchi d'Adda, allora preposto provvisionalmente al ministero della guerra. «Le mie istruzioni», così risposegli, balbettando, quel generale, «non mi concedono di mettere le mie genti alla vostra disposizione; indirizzatevi a tal fine ad un ufficiale superiore, per esempio, al generale Pino». Replicava forte il De Capitani, che il generale Pino, benchè ufficiale superiore, non avea comando in Milano, ned era ministro della guerra, o faciente le veci del ministro, ma si trovava in Milano senza corpo d'esercito e senza ufficio determinato. Non potè ottenere altra risposta, e andossene convinto di non dover fare il menomo fondamento sopra il concorso della forza armata.

Le parole del generale Bianchi d'Adda chiudevano un senso della più alta gravità; poichè esprimevano il fatto che le truppe non erano più sottomesse ai loro capi legittimi e regolari, ma solamente ad uno dei capi della rivoluzione che stava per prorompere.

Che faceva egli allora il generale Pino, questo soldato salito in alto, questo congiurato, già riguardato da' suoi eguali e da' suoi superiori come loro capo, questo generale di secondo grado, che, testimone della caduta dell'imperatore, presumeva di potere assidersi nel seggio di lui? Egli era quel desso che avea fatto partire per a Sesto Calende i due corpi da me menzionati; ma non parendogli sufficiente questa precauzione, il mattino del giorno 20 facea chiudere tutte le truppe nei loro quartieri. Il che è sì vero, che essendo venuto fatto al signor Vercelloni di raccozzare quaranta o che granatieri de' veliti e quarantotto dragoni a cavallo sotto il comando del capitano Bosisio, cui condusse alla prefettura di polizia, che era pochi passi stante dal luogo in cui accadevano gli orrendi fatti che sto per descrivere, in quella appunto che questa poca soldatesca, giusta gli ordini del prefetto di polizia Giacomo Villa, stava per recarsi al luogo del tumulto, il colonnello Cima, aiutante di campo del generale Pino, frettoloso accorrendo, ingiunse al capitano Bosisio di ricondurre immantinenti i suoi soldati nel proprio quartiere, e di tenerveli chiusi fino a nuovo ordine. Io debbo qui riferire un'altra circostanza di fatto, toccante il generale Pino, che merita di essere ricordata: ed è che appunto nel mattino del 20 di aprile questo generale riscosse una somma di cinquantamila franchi, statagli da poco conceduta a titolo di gratificazione dal vicerè.

Due catastrofi, funeste entrambe del pari alla independenza italiana, segnalarono l'infausto giorno 20 d'aprile. Mi fo ora a descrivere la prima in ordine di tempo, la quale fu pure la meno deplorabile.

I senatori eransi indettati di raunarsi di bel nuovo il 20 d'aprile, sebbene i loro deputati, eletti nel dì 17, i conti Guicciardi e Castiglioni¹, fossero già pervenuti a Mantova per ricevere i passaporti e le credenziali dal vicerè, e insieme un salvocondotto del maresciallo Bellegarde, onde imprendere poi il viaggio per a Parigi. Benchè il tempo fosse piovoso, il che per lo consueto basta ad attutare la turbolenza della plebaglia, poterono agevolmente i senatori addarsi che l'accesso al palazzo era ingombro d'una moltitudine stranamente composta di cere mal note, nella quale uomini in assetto decente vedeansi frammisti ad altri che sembravano, all'incontro, appartenere agl'infimi ordini della società. Avvertirono certamente eziandio i senatori che il palazzo non era custodito giusta il consueto, giacchè vi era di guardia un drappelletto di forse otto o dieci reclute. Ma checchè volgessero in mente a tale proposito, le loro riflessioni furono tosto interrotte dal mormorio che sorgeva in quella moltitudine all'arrivo di quei senatori che la pubblica voce indicava come spalleggiatori della proposta del duca di Lodi, e dalle acclamazioni con le quali erano salutati i senatori noti per essersi dichiariti contrari a quella proposta.

¹ Il conte Testi era rimasto a Milano per cagione di mala salute.

Riuniti nella solita aula delle consulte, e non punto intimiditi dal romore che udivasi al di fuori, udirono i senatori la lettura del processo verbale della seduta precedente, e l'approvarono: dopo del che il presidente conte Veneri comunicò, non però ufficialmente, al senato la protesta di cui qui sopra ho riportato i termini, e la lettera d'invio del podestà Durini, che accompagnavala. Non appena fu terminata questa lettura, che il capitano Marini, additto al comando della piazza, chiese instantemente, in nome del corpo degli ufficiali della guardia civica, di essere ammesso al periglioso onore di custodire e difendere l'assemblea del senato. Ottenutane la venia, concedutagli con fidanza e riconoscenza, lo stesso capitano Marini accorse con una grossa mano di guardie nazionali, e discacciò brutalmente i soldati stanziali che erano appostati alle porte stesse dell'aula del senato.

Egli è omai costante che i capi del partito sedicente italico puro passeggiavano in quell'ora all'intorno del palazzo del senato, e ad alta voce ragionavano intorno alle domande contenute nella ridetta protesta, cioè intorno al richiamo dei deputati ed alla convocazione dei collegi elettorali. Il più ragguardevole di questi capi era senza contrasto il conte Confalonieri, e fu egli appunto il più gravemente accagionato degli eventi di quel tristo giorno. Credettesi egli stesso in debito di pubblicare un opuscolo, per propria difesa. Ma noi diremo che se è difficile l'indursi a dare retta a tutte le taccie appostegli, non lo è meno il rassegnarsi ad ammettere per intiero la sua propria apologia, aggiuntochè uomini degni di fede per ogni rispetto manifestamente gli contradicono in parecchi punti. Egli fu dipinto come l'istigatore di tutti i moti del 20 di aprile; ma sembra che egli voglia insinuare non solo d'esserne stato straniero, ma anzi d'averli intieramente ignorati, e d'essere stato spinto unicamente dal caso o dalla curiosità nel palazzo del senato il giorno 20 d'aprile. La prima ipotesi è troppo trista per non essere ammessa senza gravi ragioni, che al postutto non esistono; giacchè non v'è pruova alcuna che il conte Confalonieri abbia o provocato o diretto la sanguinosa catastrofe con cui si chiuse quella giornata. Quanto è al credere, com'egli dice, che la sola fatalità l'abbia condotto in quel giorno per le vie di Milano, la è cosa quasi impossibile. La protesta contro il senato era in gran parte opera sua, ed egli l'avea presentata qua e là a ciascuno de' suoi amici acciò la sottoscrivessero. Ei vi manifestava un invincibile mal fidanza verso il senato e i deputati da esso inviati; ed anzi vi proponeva di surrogare al senato i collegi elettorali, il che era lo stesso che atterrare il senato. Ben sapea egli che la sua protesta doveva esser discussa e dibattuta dai senatori; or crederemo noi ch'ei si trovasse a caso alla porta del senato, dov'ei poteva agevolmente conoscere l'esito della protesta medesima. Il popolo che attorniava il palazzo, e che poco poi lo invase, domandava per l'appunto le cose enunziate nella protesta; e il conte Confalonieri si fece poi ben tosto, come diremo, l'interprete del popolo stesso presso il senato. Dovremo noi credere che la protesta scritta e la protesta fatta con alte grida e col corredo di minacce e d'ingiurie siensi trovate concordi d'incanto, e sempre a caso? Chi potrà mettere in dubbio che queste popolari dimostrazioni non fossero state predisposte dagli autori medesimi della protesta?

Io, per me, desidero di non trovar colpevole alcuno de' miei fratelli di patria, e sono altronde pronto sempre ad ammettere che quelli altresì le cui azioni meritano il più acerbo biasimo, non sieno stati traviati se non dalla rettitudine medesima delle loro intenzioni. Ma non potrei lasciarmi trarre più oltre; e laddove i fatti non sono dubbi in verun modo, laddove le cagioni di questi fatti sono aperte, io non posso, nè per compiacenza, nè per privati riguardi, tacere la verità¹.

¹ Così, per quanto tocca la condotta del conte Confalonieri nel giorno 20 aprile, io credo giustizia non imputare a lui l'uccisione del ministro Prina. Ma solo coll'attribuirgli un'eccessiva condescendenza potrebbesi assolverlo del pari da ogni partecipazione alla sommossa ch'ebbe per iscopo ed obbietto l'abolizione del Senato. Ventura è per lo storico, il quale non senza grave rammarico condannerebbe il Confalonieri, che, mentre il primo di quegli atti fu un misfatto, il secondo non sia stato altro che un fallo ed un errore.

Il sostituire alla soldatesca stanziale la guardia civica nella difesa di un luogo attaccato dal popolo, egli è un favorire al trionfo di quest'ultimo. Non appena in fatti la guardia del palazzo senatorio fu essa affidata ai soldati cittadini, che la calca, tenuta pocanzi in rispetto da un drappello di truppa stanziale, passò arditamente dinanzi alla guardia civica, irruppe negl'interni cortili e fin nel vestibolo del palazzo. Il conte Confalonieri era in mezzo alla folla, e la sua voce, naturalmente sonora, faceasi talmente sentire, che il capitano Marini esortollo a recarsi a parlare al senato in nome del popolo; al che rispose il Confalonieri, non aver lui carattere ufficiale veruno che lo licenziasse a farsi organo del voto popolare.

Andava il tramestío crescendo al di fuori, e i senatori cominciavano a mettersi in apprensione. I conti Verri, Massari e Felici uscirono dall'aula, e recatisi in mezzo alla moltitudine, quella esortarono a dichiarare recisamente il suo desiderio. Non ottennero in risposta che grida confuse ed inarticolate, che davan suono di minaccia e d'invettiva anzichè di proposta e di domanda. Rientrati nel luogo delle consulte, ne uscirono un'altra, e poi di nuovo una terza volta, e sempre infruttuosamente, insino a tanto che il conte Verri, avendo ravvisato nella calca il conte Confalonieri, a lui difilato si volse, pregandolo di fargli conoscere che cosa si volesse quell'agitata moltitudine: al che il Confalonieri non si peritò di rispondere; volersi dal popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali. Un ignoto pose in mano del conte Verri un polizzino scritto, dicendogli lo leggesse ai colleghi; e questo polizzino, che non fu letto pubblicamente, solo perchè non ebbevi il tempo da ciò, era di carattere evidentemente contrafatto, e suonava così: La Spagna e l'Alemagna hanno scosso il giogo francese; l'Italia dee fare altretanto.

Avea la calca oltrepassato il vestibolo, salita la scala, e affollavasi alla porta dell'aula delle consulte, e intanto la guardia civica, non che respingerla, parea lasciarle a bella posta aperto l'adito.

Erano di già entrati nell'aula delle consulte alcuni uomini d'alta statura, di cera terribile, male in assetto, che proferivano solo minacce e bestemmie, di quei tali insomma che vedonsi repentinamente apparire nei giorni delle rivoluzioni per isparire in appresso quando la quiete è ricondotta, e il cui concorso è riguardato come una sciagura, forse inevitabile, dagli amici della libertà; e di già s'appressavan costoro con curiosa premura ai vecchi senatori, fermi ed immoti, quando il conte Verri, accorrendo per l'ultima volta presso i colleghi, disse loro, non aver essi più di due minuti per deliberare, dopo del che tutto sarebbe perduto. Parecchi ufficiali della guardia civica, fra' quali trovavasi il capo di battaglione Pietro Ballabio, si precipitarono in quella nell'aula, pallidi e spaventati. Il conte Benigno Bossi, altro dei capi della fazione dei sedicenti Italici puri, esclamò doversi promettere al popolo il richiamo dei deputati e la convocazione dei collegi elettorali; altri a lui si unirono per indurre i senatori a questa sì grave concessione. Allora il presidente, ben s'avvedendo che a lui sarebbe data la colpa se avveniva una carnificina, scrisse di suo proprio moto e senza consultare alcuno de' suoi confratelli, queste parole sur un pezzo di carta: «Il senato richiama i deputati e convoca i collegi». Ma questa carta, recata subito al popolo, non fu accolta a quel modo che dovea aspettarsi il conte Veneri. Temevasi che, attutato il tumulto, il senato non venisse ad altra deliberazione che avesse per effetto di annullare la prima. Le grida continuarono, e il conte Bossi ricomparve nell'aula significando a' senatori come il popolo non acconsentisse a ritirarsi se non era anzi tutto disciolta la seduta. Fu forza sottomettersi di nuovo, e un altro scritto uscì dalle mani del presidente il quale diceva. «La deputazione è richiamata, i collegi convocati, e la seduta è sciolta».