Part 4
Se alcuno, impugnando le mie conjetture, ricusasse di ammettere che dal vicerè vennero fermati in quell'epoca tali progetti, io chiederogli il come si possa spiegare in quest'ultima ipotesi la sua contumacia agli espressi comandamenti dell'imperatore, il quale, chiamandolo a sè con tutte le sue truppe, ingiungevagli di abbandonare l'Italia. Un solo motivo, o per meglio dire, pretesto, allegò il vicerè per palliare la sua disubbidienza. Disse cioè di temere la diserzione dei soldati italiani, i quali, divelti dalla propria patria e tratti verso la Francia, verrebbero a sapere l'occupazione del loro paese per parte delle truppe nemiche. Ed allegava in prova le molte diserzioni recentemente accadute nell'esercito, di soldati nativi dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche. «Se i soldati delle province venete», diceva egli, «mi abbandonano per accorrere alla difesa dei loro propri lari, che fia per accadere allorchè tutto quanto l'esercito si troverà nella istessa condizione in cui si trovano ora le soldatesche native delle province venete?» E noi diremo che darsi potea veramente che una parte dell'esercito disertasse pria di passare le Alpi; e che inoltre le truppe italiane si comportassero in Francia con minor animo ed ardore che in Italia; ma soggiugneremo che in ricompenso le truppe francesi che il vicerè tenea presso di sè avrebbero pugnato con raddoppiato valore se fossero state condotte alla custodia dei confini della loro patria. Il vicerè non aveva egli ragione di temere che all'udire dell'irruzione in Francia delle truppe della Lega, i soldati francesi che erano da lui trattenuti in Italia, non disertassero da una contrada straniera per accorrere a salvare la loro terra natia? No, il timor puerile d'una diserzione in massa non fu quello che indusse il principe Eugenio a resistere ai comandamenti dell'imperatore, ma bensì il pensiero, forse non ancora del tutto fermato nel cuor suo, di non abbandonar la contrada in cui poteva ancora conseguire uno splendido posto. Il 9 di novembre del 1813 fu il giorno in cui il vicerè scrisse all'imperatore il come e il perchè non ottemperasse a' suoi comandamenti.
A mezzo circa il dicembre il re di Napoli e il vicerè d'Italia abboccaronsi nella città di Guastalla. Il vicerè andò in calesse al luogo convenuto; accompagnato da un segretario e da un aiutante di campo. Giunto a Guastalla, scese all'albergo in cui trovavasi di già il re di Napoli, e si trattenne con lui per tre ore. All'uscire dalla conferenza, il vicerè raggiunse i suoi compagni, che stavano aspettandolo sulla piazza posta davanti all'albergo medesimo, e comandò brusco si attaccassero i cavalli: salito poi nel calesse coll'aiutante di campo e col segretario, stette un lungo tempo pensoso e tacito. Finalmente con dispetto esclamò: «Non puossi far nulla con cotestui; egli non vuole punto farsi capace che la caduta del tronco si trae dietro necessariamente la caduta dei rami». Aggiunse in appresso alcune parole che parevano alludere ad un disegno che era stato da lui stesso inutilmente proposto a Murat. I due che lo accompagnavano in quella congiuntura, o certamente almeno uno di essi, ch'era uomo di alto intelletto ed eloquentissimo, tentarono di far capace il vicerè che il suo posto era in mezzo del popolo di cui aveva accettata la sovranità, anzichè al séguito di un capo che gliel'avea data dianzi. Era il vicerè una di quelle menti corte cui giova appuntellar con imagini i propri raziocini, e che non si sceverano facilmente da un'idea di cui sieno o autori o editori, per ciò solo che troppo arduo fora per loro il surrogarvene un'altra. Il poco frutto delle giudiziose instanze dei compagni del vicerè in quella congiuntura, non mi fa meravigliare. La comparazione dei rami che cadono inevitabilmente quando l'albero è atterrato, era pel principe Eugenio un argomento irrepugnabile, contro del quale l'acume dell'istesso Machiavelli sarebbesi spuntato. Sarebbe stato forse più fruttuoso il contraporre un'altra imagine a quella posta innanzi dal vicerè; il fargli, cioè, avvertire che prima di scagliare la scure contro l'albero o troppo vecchio o condannato a perire per qualunque altro motivo, l'ortolano spesse volte ne recide un ramo, e, ripiantatolo diligentemente, lo inaffia, lo pota, lo protegge, lo cresce, cosicchè diventi albero alla sua vôlta. Questa semplicissima risposta avrebbe fatto, o ch'io m'inganno di grosso, maggior impressione nell'animo del vicerè, che non le più sottili deduzioni della più sana politica.
Giunse il 16 di aprile dell'anno 1814. Ognun sa che l'esercito franco-italo, ritrattosi sul Mincio, vi si reggeva in buona condizione, e che gli ultimi fatti d'arme erangli iti a seconda. Le notizie dei fatti accaduti a Parigi indussero il vicerè ad appigliarsi a quei partiti dai quali aveva fino allora aborrito. Semplice ormai, e, per così dire, facile diventava il suo cómpito. Egli avea chiuso l'orecchio alle insinuazioni dei sovrani alleati, da cui era stato eccitato a scostarsi dall'imperatore e ad assicurare a sè stesso e a' suoi successori un trono in Italia. Avea ributtato i consigli e le instanze di Murat, che lo esortava a seguire il proprio esempio, aggiungendovi che, se troppo grave eragli il collegarsi coi nemici del suo benefattore, ei potea tuttavia, senza fraudare il debito della riconoscenza, adoperarsi da sè per la propria salvezza, e giovarsi pel suo proprio pro delle forze cui imperava. Avea in somma, finchè l'imperatore potè essere sorretto, consacrata a lui ogni sua possa e facoltà. Ma ora, caduto l'imperatore, pareva che i vincoli che univano il servitore al signore, il figliuolo al padre, il beneficato al benefattore, si fossero naturalmente disciolti. E, invero, la notizia dell'ingresso dei Sovrani alleati in Parigi, e della abdicazione dell'imperatore, data in Fontainebleau, mutò di repente e la posizione e i disegni del vicerè. Ei tosto depose l'intenzione di guerreggiare, chè bene addavasi di non potere da solo reggersi contro tutta quanta l'Europa, in quei pachi dipartimenti italici cui possedeva tuttora. Eragli aperta la via delle pratiche, ed egli entrovvi senza sostare. Le cose dettegli un tempo dal re di Baviera in nome de' Sovrani alleati gli ritornarono allora in mente, ed egli si diliberò di trarre profitto dalle favorevoli disposizioni onde credeva che quei principi fossero tuttora mossi a favor suo. Ben s'accorgeva allora che la nuova sua patria dovea essere l'Italia, e che non v'era altrove, fuori di questa contrada, posto per lui. Ond'è che non si fece pregare a conchiudere, il 16 aprile del 1814, col maresciallo Bellegarde, comandante le truppe austriache, un armistizio pel quale egli lasciava in mano degli Alleati le piazze forti poste al di là dell'Adige, e si obbligava a rimandare in Francia le truppe francesi, e ad inviare incontanente a Parigi oratori dell'esercito e del governo a chiedere ai Sovrani alleati la conservazione del reame d'Italia. Promettea Bellegarde, dal canto suo, di rimanersene col suo esercito entro i confini dei dipartimenti italici cui già occupava, e d'aspettare l'esito de' passi che si doveano tentare a Parigi.
Non appena fu sottoscritto quell'armistizio, che le truppe francesi avviaronsi alla vôlta dell'Alpi, e il vicerè, spediti a Parigi i generali Fontanelli e Bertoletti in qualità di oratori dell'esercito presso le Potenze Alleate, ragguagliò il duca di Lodi, presidente del Consiglio dei ministri del regno d'Italia, delle cose operatesi, ingiugnendogli di convocare il senato per la nomina di quei senatori che si doveano spedire oratori a Parigi. Raunò in pari tempo il vicerè presso di sè le truppe italiane, e con un bando od ordine del giorno loro notificò gli atti e' provvedimenti ai quali era devenuto, dichiarandosi pronto oramai a dedicarsi tutto per la salvezza della nazione italiana. Tentò pure in allora di tirar dalla sua alcuni ufficiali malcontenti, e fra essi il generale Mazzucchelli, cui nominò capo del suo stato-maggiore generale. Era il Mazzucchelli malcontento di fatti, e dal malumore erasi di già lasciato trasportare più oltre che non potesse supporre il vicerè. Affatto inaspettata gli pervenne in Milano la lettera della sua nomina, la quale trovò, tornando a casa sua da una congrega tenuta dai malcontenti coll'intenzione appunto di abbracciare un partito sul modo da tenersi per atterrare il governo del vicerè. Adescato forse quel generale dall'alto ufficio conferitogli, o timoroso di tradire sè stesso e i suoi disegni col farsi vedere poco sollecito di accettare quel novello favore, partì immantinenti alla vôlta di Mantova, dove il vicerè avea traslocato il suo quartier-generale, senza neppure farne edotti i suoi amici. I quali rimasero alla vôlta loro attoniti alla notizia della súbita partenza di lui alla vôlta del campo nemico, ed entrarono in tanta apprensione, che due di loro, il marchese Fagnani e l'avvocato Reina, si ricoverarono subito subito in Isvizzera. Vano fu tuttavia questo timore, nè il governo del vicerè ebbe sentore alcuno di quella cospirazione.
Ad onta dei bandi viceregali e delle promozioni testè menzionate, l'esercito italico rimase attonito e costernato in sulle prime dalla notizia dell'armistizio conchiuso fra il principe Eugenio e il maresciallo Bellegarde. Ma ben presto si dileguò quella costernazione. Il generale Teodoro Lecchi assicurò l'esercito che il vicerè non s'indurrebbe giammai ad abbandonarlo, e che ogni sforzo di lui tenderebbe, all'incontro, a stabilirsi fermamente in mezzo all'esercito stesso ed in Italia. Le quali assicurazioni mutarono repentinamente in trasporti di gioia e di riconoscenza le mormorazioni che prima si erano udite. Gli è certo, di fatti, che i generali Fontanelli e Bertoletti, partitisi pria del 20 d'aprile da Mantova per a Parigi, e latori di istruzioni ufficiali per non chiedere altro che la conservazione e l'independenza del reame d'Italia, erano stati inoltre incaricati, non solo dal vicerè, ma e dall'esercito, di far instanza acciò al principe Eugenio venisse data la corona italica. Intanto l'avviso ufficiale del conchiuso armistizio, e l'ordine di convocare il senato per la nomina dei due oratori del governo da spedirsi a Parigi, erano già pervenuti al gran-cancelliere guarda-sigilli e presidente del Consiglio dei ministri, il conte Melzi d'Eril, duca di Lodi.
I partiti che più sopra ho tentato di dipingere, scindevano anche i membri stessi del governo e del senato. Il duca di Lodi, i conti Paradisi, Vaccari e Prina, il conte Veneri, presidente del senato, e molti altri de' principali personaggi erano schiettamente additti all'ordine di cose allora esistente; ma il maggior numero dei senatori entravano a parte delle speranze e dei desidèri dei partiti che tenevano il di mezzo fra gli Austriaci-puri e gl'Italici. Credettero questi di giovare alla patria cospergendo di triboli e d'ostacoli la perigliosa via per la quale il governo franco-italico vacillante incedea. Essi pure preparavano, a propria insaputa, il trionfo dei fautori di Casa d'Austria; ma per quanto avversi fossero al governo esistente, si conduceano però, nel consesso di cui faceano parte, con un po' di quel pratico senno ond'erano dotati, e sopratutto con quello spirito di moderazione che dovea dispiacere a que' violenti ed irragionevoli che componeano per la massima parte le fazioni austriaca, liberale, muratista, ec., poste al di fuori del governo. Videsi di fatti, poco poi, quell'istesso senato che ricusava di chiedere alle potenze alleate per re d'Italia il vicerè, fatto segno alle invettive della plebaglia, e disciolto colla forza da essa, qual colpevole di abbietti sensi, e di servilità verso il principe Eugenio, e qual traditore dell'indipendenza italiana. Tale è pur sempre il destino di coloro che presumono di traccheggiarsi fra' partiti estremi, senz'abbracciarne o riprovarne alcuno.
La notte del 16 venendo al 17 aprile il duca di Lodi avea fatto convocare il senato pel dì susseguente. Riunitosi il senato, il conte Veneri, presidente, lessegli anzi tutto 1.° la lettera di convocazione del duca di Lodi; 2.° un messaggio di questi; 3.° un'idea di decreto. Nulla eravi di particolare nella lettera di convocazione. Il messaggio del duca di Lodi al senato non intendeva ad altro che a spiegare le cause che lo tenevano inchiodato in letto, e a far avvertire quant'attenzione richiedesse l'argomento per cui era stato convocato quel corpo. L'idea, infine, di decreto che il duca proponeva al senato, conteneva una breve esposizione di motivi, ed era concepita come segue:
Art. 1.° Una deputazione del senato si recherà senza dilazione presso l'imperatore d'Austria, e lo supplicherà di ordinare la cessazione delle ostilità fin dopo il definitivo stanziamento dei destini dell'Italia per parte delle Potenze Alleate.
Art. 2.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà inoltre supplicato a volere intercedere presso gli altri Sovrani alleati a fine di ottenere che l'Italia sia ammessa a godere dell'independenza e di tutti i benefizi promessi all'Europa intiera.
Art. 3.° S. M. l'imperatore d'Austria sarà supplicato inoltre a voler ottenere dagli altri Sovrani che, conformemente al quarto articolo degli Statuti nazionali italici, l'Italia sia infine assoggettata ad un principe independente, ed in ispezieltà al principe Eugenio, il quale per le sue virtù, le sue cognizioni e la sua condotta si è meritato giustamente la reverenza e l'amore degl'Italiani, ec.
Non appena il presidente conte Veneri ebbe terminata questa lettura, il conte Guicciardi, austriaco mitigato, surse a parlare, e propose di investigare anzitutto se la convocazione straordinaria del senato fatta dal guarda-sigilli fosse regolare, o se, all'opposto, il duca di Lodi non paresse adoperare piuttosto da capo dello Stato, mentre in realtà non era altro che capo del governo. Aggiunse, non potersi procedere alla elezione d'un nuovo re senza prima avere ottenuta certezza che il trono era vacante di fatto e di dritto, cioè senz'avere ricevuto la notizia ufficiale della morte del re o della sua rinunzia, la quale ultima, inoltre, non si potea tenere per valida se non con certe date condizioni. Parve che il conte Guicciardi volesse trarre in lungo la cosa; e per chi pone mente che in questo momento le truppe francesi sgombravano la Lombardia, che l'armistizio non dovea durare se non fino all'adempimento della missione dei deputati lombardi a Parigi, e veniva naturalmente a cessare se questa non avea luogo, per chi pone mente a ciò non vi può essere dubbio intorno alle vere intenzioni di costui.
Rispose il conte Dandolo, doversi quistioni siffatte non altrimenti discussare che da una commissione; e fece instanza acciò in sull'atto si procedesse alla nomina di commissari, e si dessero a questi almeno due giorni di tempo per bene investigare la cosa. Indarno i conti Veneri, Paradisi e Vaccari cerziorarono il senato che il vicerè con sua lettera aveva fatto abilità al duca di Lodi di convocare il senato semprechè le congiunture lo richiedessero; che per isbaglio unicamente, e non a bella posta, egli si era espresso in modo che pareva adoperare piuttosto qual capo dello Stato, che qual capo del governo; invano invocarono un comitato segreto: «Non usò mai il senato», rispose il Guicciardi, «di ridursi in comitato segreto». Inutili furono eziandio le loro instanze acciò il senato venisse a diffinitiva risoluzione nel giorno stesso. Stanchi alla fine di tante contradizioni, pregarono i senatori: avvertissero che l'armistizio non avea altro scopo che quello di aspettare l'esito delle pratiche da affidarsi ai deputati lombardi; badassero che nulla farebbe sostare le truppe austriache al di là del Mincio e fuori di Milano, se il senato non mandava suoi deputati a Parigi. L'esercito raccolto in Mantova aver già (aggiugnevano i conti Veneri, Paradisi ed altri) acclamato re d'Italia il principe Eugenio.
Il ricusare, dopo questi assennati e forti avvertimenti, di nominar deputati e di dar loro le necessarie instruzioni era tuttuno che dichiarare apertamente che le truppe austriache sarebbero le benvenute; ed un certo quale nazional pudore non concedeva in quell'epoca una confessione siffatta. Coloro che in sulle prime si erano mostrati disposti a non fare alcun caso del messaggio del duca di Lodi, si tacquero; ed essendosi abbracciata la proposta del conte Dandolo, si stanziò che la commissione comporrebbesi di sette membri, dei quali ecco i nomi: i conti Dandolo, Guicciardi e Verri, il marchese Castiglioni, e i signori Costabili, Cavriani e Bologna. Non uno di quelli che avevano propugnata la proposta di un comitato segreto, o anche soltanto il messaggio del duca di Lodi, venne eletto membro di questa commissione, la quale fu tosto dal presidente Veneri invitata a riferire al senato sul datole incarico alle otto pomeridiane del giorno medesimo.
I conti Dandolo, Guicciardi e Verri andarono in nome della commissione suddetta dal duca di Lodi per essere ragguagliati delle facoltà ch'egli avea, e della gravità dei casi. Appagati intorno a questi due punti, riunironsi coi loro colleghi, e la sera medesima presentarono, giusta l'invito ricevuto, al senato il loro rapporto, nel quale faceano le seguenti proposte: 1.° Il senato invierà tre deputati alle grandi potenze per tributare loro il proprio omaggio, e supplicarle di far cessare le ostilità, e di concedere all'Italia l'independenza. 2.° Coglierà il senato con premura quest'occasione per offerire al principe Eugenio la protesta della perfetta sua stima e del sincero suo attaccamento.
Mal si potrebbero descrivere lo stupore e la costernazione degli uomini assennati e non traviati dalla passione, allorchè udirono cosiffatte proposte. Esclamarono che si doveva anzitutto o nominare il principe sotto il cui governo l'Italia volea rimanere, oppur nulla chiedere alle Potenze; perocchè il chieder loro la felicità, l'independenza e la pace in termini generali era lo stesso che darsi in balía, senza veruno schermo, al loro beneplacito. «Ecchè?» dicevano essi con ardore e quasi con disperazione; «non vedete voi che dal punto che il regno d'Italia rimane vacante, esso non esiste più? Non vedete voi che, abbandonando il principe Eugenio, voi stessi vi date in preda dei suoi nemici? Non istate già per recare proposte alle Potenze Alleate, ma state per deporre a' loro piedi le vostre libertà, la vostra independenza. E che cosa significano quelle proteste di stima e di attaccamento che fate al principe Eugenio, allora appunto che ricusate d'unirvi con lui? Possibile che non sentiate che queste vane formole diventano, in siffatte congiunture, un insulto anzichè un omaggio?»
Ragionarono a lungo, e bene, ma senza frutto veruno. Chi si oppose più ostinatamente, e diciamolo pure, con le più triste ragioni, all'instanze dei partigiani del vicerè, fu il conte Guicciardi. Chi non ha conosciuto costui, e si farà a leggere ciò ch'egli disse in quella occasione, potrà dirlo insensato. Quanto a me, che già tempo fui in grado di apprezzare la meravigliosa sagacità e la somma scaltrezza del conte Guicciardi, io debbo con mio rammarico fare di lui un tutt'altro giudizio. Rideva senza dubbio in sè stesso il Guicciardi dei meschini suoi raziocini; ma si avvedeva che, ad onta della meschinità di essi, bastavano quei raziocini agli animi prevenuti che lo ascoltavano; s'avvedeva che così impediva l'invio della deputazione, o almeno faceva in modo ch'essa non altro recasse alle potenze alleate che vane ciance; s'avvedeva che la potenza franco-italica stava per crollare, che l'imperatore d'Austria rientrerebbe trionfante nell'antiche sue province; e tutte queste cose vedendo, faceva a queste belle speranze il sagrifizio della sua riputazione di assennato parlatore.
Ecco adunque i motivi che il Guicciardi allegava, il 17 aprile del 1814, per opporsi alla proposta del duca di Lodi, del presidente Veneri, ec. Sia il lettore avvertito che ho sott'occhio il processo verbale della seduta del senato.
Diceva il Guicciardi: essersi i senatori astretti per giuramento ad osservare gli statuti organici del reame; il 1.° e il 4.° di quegli statuti porre nella linea di successione al trono un figliuolo legittimo del re, prima di un figliuolo adottivo; doversi pertanto offerire prima al re di Roma la corona d'Italia, tranne che fossegli già stata conferita la corona di Francia. Parve che il conte Prina non tenesse meritevole questa obbiezione d'una seria confutazione; ond'è che, ammettendo senz'altro che i dritti del re di Roma erano più sacri di quelli del principe Eugenio, propose di stendere un novello capitolo in questi termini: _I deputati del senato recheranno a cognizione dei sovrani alleati il dritto eventuale alla corona italica, conferito dal 1.° e dal 4.° dei nostri statuti organici; dritto che l'ammirazione e la riconoscenza della nazione hanno viepiù consacrato_. Ma il conte Guicciardi non si dovea dar vinto sì presto. Rispose che il dritto eventuale non poteva essere invocato insino a tanto che il dritto positivo non avea cessato di esistere. Procedette poscia a parlare della sconvenevolezza che i Lombardi proponessero ai Sovrani alleati, ed in ispezieltà all'ambasciatore d'Austria, di coronare il principe Eugenio, contro del quale aveano le tante volte combattuto.
La proposta del duca di Lodi e quella della commissione essendo state poste alle voci, vinse quest'ultima. I conti Moscati e Mengotti ottennero solo che le proteste di rispetto e di attaccamento al principe Eugenio sarebbero indirizzate dal senato ai Sovrani alleati, e non al principe stesso, in guisa che potessero queste proteste venire riguardate come un tacito e modesto voto. Invano il conte Vaccari tentò di fare stanziare il capitolo proposto dal conte Prina sul dritto eventuale del principe Eugenio, chè con poco stento il conte Guicciardi ne ottenne la reiezione. Infine, i deputati eletti dal senato furono appunto esso conte Guicciardi, il conte Castiglioni e il conte Testi, ministro.
Troppo per avventura mi sono diffuso a narrare i particolari di quella memorabile seduta del senato. I fatti di cui segue la descrizione varranno a mia giustificazione; perciocchè, in vedendo lo sdegno popolare prorompere bentosto contro la così detta bassa condescendenza del senato al minimo volere del principe Eugenio, mi si perdonerà d'avere per lo minuto descritto i sentimenti ostili da cui, all'incontro, era mosso il senato verso il vicerè.