Part 3
La Francia, o, per meglio dire, l'imperatore, e più ancora il vicerè avevano essi pure i loro partigiani, i quali, benchè uniti per la difesa d'una stessa causa, erano però mossi da diversi motivi. La massima parte dell'esercito aderiva pur sempre al suo capo, perchè questo capo avealo spesso condotto alla vittoria, perchè il reggimento imperiale era un reggimento militare, perchè i prìncipi locati dall'imperatore sui varii troni dell'Europa, ed anzi l'imperatore stesso, non eran altro che soldati saliti da basso in alto grado; il che dava ad ogni soldato una segreta speranza di grande avanzamento. L'esercito e il principe Eugenio erano stretti fra loro da quell'invisibile vincolo onde sono stretti gli uomini che hanno insieme tentato grandi fatti, e durato stenti, fatiche e pericoli. Camerati ei sono, e questo titolo è più sacro talvolta, che non sia quello di amico. Avea pure il vicerè alcuni partigiani fra i membri dell'amministrazione, e quelli in ispezieltà che appartenevano all'antico ducato di Modena e Reggio. Gli abitatori di quella provincia d'Italia, gente svegliata ed operosa, perspicace e risoluta, eransi mostrati, fin dai princìpi della potenza napoleonica, caldi fautori delle novelle idee che la rivoluzione francese portava inscritte nei suoi vessilli. Giustamente pregiati dall'imperatore, che travedere seppe, frammezzo alla effervescenza delle passioni liberali, il pratico senno ond'essi erano copiosamente forniti, e chiamati nei consigli imperiali, concorsero efficacemente i Modenesi alla creazione di quel codice che forma per avventura oggidì il più bel titolo per cui l'imperatore debba essere con grata ricordanza onorato dalla posterità. Lo scambievole affetto dei Modenesi e del governo franco-italico fu poi in seguito sempre fomentato da meriti e rimeriti; talmente che, in occasione delle turbolenze insorte nella seconda metà dell'aprile del 1814, i membri della così detta _fazione estense_ furono quelli che con maggior calore sostennero fino agli ultimi istanti il principe di già vinto.
Meriterei la taccia d'ingiusto inverso alla mia patria se non confessassi che il partito eugeniano non constava già solo di militari devoti per istinto ai loro capi, a quella guisa che il cane al padrone, di ufficiali del governo, ed in ispezieltà di ufficiali modenesi. Eranvi, eranvi certamente uomini prescienti del prossimo avvenire, i quali, veggendosi presi di mezzo tra la potenza imperiale tentennante, e quella floridissima degli alleati, e volendo sfuggire alle strette della prima, del pari che a quelle della seconda, e perciò conoscendo il bisogno imperioso di reggersi da sè medesimi, temevano sopra ogni cosa quella diminuzione delle forze italiane che potea provenire dal porle in opera intestinamente, e quell'indebolimento dei vincoli che stringevano ancora la nazione italiana, il quale dovea derivare dalla introduzione di mutamenti nella costituzione dello Stato. Eranvi, certo, uomini di tal fatta, ed io ne conobbi parecchi, i quali dicevano: «La nostra presente condizione non è beata, e siamo vogliosi di migliorarla; ma per ottenere l'intento è forza accordarci con potentati che non potrebber vedere di buon occhio le nostre riforme. Ci troviamo perciò in grado di dover esigere date condizioni in ricompenso dell'appoggio che daremo a questo, anzichè a quell'altro sovrano. Ma qual è di loro cui sia più necessario il nostro appoggio, e che perciò più volonterosamente si adatterà alle riforme chiestegli da noi in iscambio? Non è egli il più debole? Ecchè? Dobbiamo ottener grandi concessioni, e ci faremo a chiederle al più forte, a quello che può agevolmente far senza di noi? Sarebbe questa una vera mattía, perciocchè, se imponesi la legge al debole, il forte l'impone egli stesso».
Questi erano sensi veramente assennatissimi; ma non il senno, bensì la passione, la sconsigliatezza informa i partiti. Mentrechè i varii partiti surti contro il governo viceregale, affaccendavansi, cospiravano e trascorrevano a maneggi che difficile si è il qualificare, gli assennati, di cui ho testè fatto menzione, non avean nemmeno pensato a numerarsi, a conoscersi, e tampoco a pigliare alcun provvedimento per far prevalere la loro opinione. Deploravano essi l'acciecamento dei loro avversari; sforzavansi di aprir loro gli occhi coi ragionamenti; erano ascoltati con deferenza, ed anche con reverenza, ma appena erasi dileguato nello spazio il suono della loro voce, le ree passioni, l'invidia, l'ambizione forsennata, i privati rancori, gli stolti e ridicoli divisi superavano agevolmente la sana e incontrovertibile argomentazione di quei veri politici.
Ho sin qui parlato di tre partiti, l'austriaco, l'italico, il francese, promettendo di far poscia cenno degli altri partiti di mezzo, che s'incrocicchiavano fra loro e per certi versi si confondevano. Cionnonpertanto, ho di già accennato, relativamente al partito francese, che questo pârtivasi in due categorie, l'una dei fidiservitori dell'imperatore o del vicerè, ufficiali di milizia o civili; l'altra degli uomini saputi ed illuminati, che comprendevano il gran pericolo che traevasi dietro il tentare un interno ravvolgimento mentre il nemico affacciavasi alle porte, risoluto d'aprirvisi il passo a forza. Gli altri due partiti suddividevansi anch'essi, come il francese, in due categorie. Ed anzi la seconda categoria del partito austriaco e quella del partito italico rassomigliavansi talmente, che facile era lo scambiarle l'una per l'altra. Ed ecco il come.
Il partito austriaco puro volea, per così dir, cancellare con un tratto di penna i quindici anni della dominazione francese; unire di nuovo la contrada all'impero austriaco; riporla in quelle medesime condizioni da cui tratta aveanla gli eserciti francesi; far giuramento di fedeltà al discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II. L'esercito austriaco era accampato sulla riva manca dell'Adige; l'esercito italiano si rannicchiava, ned era fuor di ragione l'immaginarsi prossimo il dì felice in cui quest'ultimo avrebbe cessato di far contrasto ai progressi dell'esercito nemico. In espettazione di questo giorno bramato non v'era da far altro che rimanersi tranquilli, scavar sordamente le fondamenta del governo viceregale, e dargli poi l'ultimo crollo quando fosse prossimo alla caduta, e infine aprir le porte all'esercito austriaco allorchè non vi fosse più per custodirle l'esercito italiano. Ben sapeva questo partito quel ch'ei si voleva; e se procedeva a rilento, la via battuta da lui guidavalo però dirittamente alla meta.
Allato a questi amici sviscerati di Casa d'Austria eranvene altri più timidi, od alquanto imbevuti delle idee moderne, i quali professavano di non riguardare l'Austria altrimenti che come una delle nazioni collegatesi per restituire all'oppressa Europa la pace, concedendo ad ognuno degli Stati europei buone leggi, independenza e libertà. Era l'Austria, a detta loro, la naturale protettrice dell'Italia; e ad essa aspettavasi più specialmente il brigarsi delle cose italiane. Solo una strettissima lega con l'Austria potea dare all'Italia le forze necessarie per costituirsi e reggersi, e all'Italia giovava per avventura una certa quale lieve dependenza dall'Austria a fine di risarcirla dei danni cui soffriva cotidianamente pel pro dell'Italia. Non era infatti giustissima cosa il pagare, almeno in parte, le spese d'una guerra sostenuta dall'Austria coll'unico intento di liberare l'Italia? Non si doveva egli desiderare di essere sempre custoditi da quei soldati austriaci che erano gli autori della nostra liberazione, contro le nuove irruzioni che i Francesi potessero tentare? L'imperatore Napoleone stava per cadere dal trono, e dovendo il principe Eugenio essergli compagno nella caduta, era forza offerire a un altro principe la corona italica. Ora a chi mai poteva essere più degnamente offerta questa corona, che ad un principe di quella medesima stirpe che sì nobilmente portavala prima della conquista francese, a un consanguineo di quel generoso e clemente sire che mai non avea cessato dal riguardare l'Italia con paterna benivoglienza? Per tutte queste considerazioni, l'Italia potea sperare di dipendere in certo qual modo e in forza d'una maniera d'accordo, per così dire misto, dall'imperatore d'Austria; porre le sue piazze forti nelle mani di presìdi austriaci, pagare all'Austria un tributo stanziato dalla gratitudine, ed ubbidire a un principe della schiatta austriaca. A siffatte condizioni, accettevoli certamente dopo la sconfitta, ma non mai pría della pugna, i partigiani mitigati dell'Austria ristrignevano i loro desidèri. E se può allegarsi una qualche ragione in favor loro, questa si è che l'Italia, in fatto d'independenza e di libertà, era ancora a peggior partito condotta sotto il regno dell'imperatore Napoleone, che non sarebbe stata sotto l'imperatore d'Austria ove i loro disegni si fossero incarnati.
Eccomi ora a parlare del partito che cagionò realmente la perdita dell'Italia e che mirabilmente servì ai disegni dell'Austria. Fu esso il partito dei liberali italiani, partito che pretendeva l'onorato titolo di italico puro, e che assai poco differiva da quello degli Austriaci mitigati. Gli ambiziosi mal soddisfatti dell'esercito, i membri non meno ambiziosi dell'aristocrazia milanese, i quali, avendo eletto l'aringo delle cariche di corte, anzichè di quelle della milizia e del governo, vedeano indispettiti fioccar gli onori, il credito e le ricchezze sopra i guerrieri e sopra i primari ufficiali dello Stato, e rimanerne privi i cortigiani; parecchi giovani doviziosi, rosi da gelosia del favore che il vicerè ed altri ufficiali francesi godeano presso alcune dame; un numero assai ragguardevole di teste matte o poco sode, che si studiavano di parlare il linguaggio degli eroi d'Alfieri; e certe altre di quelle teste irrequiete e agitate cui pare sempre bello ciò che non è, e sfornito di ogni pregio ciò che è; tali erano gli uomini che componevano il partito italico sedicente puro, ma che meglio sarebbe stato chiamato il partito italo-austriaco. Eravi allora in Italia una potenza dileguantesi; eravi un'altra potenza che faceasi innanzi covidosa per coglierne il retaggio; e, infine, eravi un'altra potenza ancora, la quale, spiccatasi dalla prima per non lasciarsi trarre con essa nell'abisso, sforzavasi di resistere alla seconda, procurando di tirar dalla sua tutti gli avanzi dell'una che poteano scampar dalle mani dell'altra. A quale di queste tre potenze vorrassi credere che il partito di cui parlo abbia voluto attaccarsi? A nessuna. Acciecato da un ineffabile soverchio di superbia, entrò in isperanza di poter dare l'ultimo crollo al governo imperiale, di potere sdegnosamente ributtare le proposte di Murat, e di far testa all'esercito austriaco. E come sperava esso di potere impedire i progressi di quest'esercito? Voleva forse adoperare a quest'uopo le schiere francesi rimaste in Lombardia? No e poi no. Proponevasi di conseguire il suo intento con bei discorsi, con deputazioni pacifiche, coll'invocare quei dilicati sentimenti d'onore, di probità, di generosità, dai quali i Sovrani collegati, ed in ispezieltà l'imperatore d'Austria, dovevano certissimamente essere informati. E come mai darsi a credere che le truppe austriache volessero passare il Mincio e venire a Milano, quando i Milanesi, dolcemente sì, ma nobilmente le richiedessero di non farlo? A pensare solamente ad un tal fatto, richiedevasi un grado di perversità raro veramente, e i Sovrani alleati a buon diritto avrebbero potuto chiamarsi offesi di un tale sospetto!
Non è egli da stupire che non uno di questi pretesi uomini di Stato abbia posto mente alla forza onde ogni corpo costituito è di per sè dotato? che non uno abbia detto fra sè: «Tristo è il governo presente; ma tal quale esso è, dobbiamo sorreggerlo a tutta possa in questo momento, per ciò solo che esiste e che noi stessi non esistiamo, qual nazione, altrimenti che per esso, cioè a patto di avere un governo stabilito. Stringiamocegli intorno; sorreggendolo, dirigiamolo; parliamo in suo nome; operiamo parimenti in suo nome. Non concediamo che infrangasi il vincolo che ci tiene insieme uniti, che il nemico ci colga appartati gli uni dagli altri, nè che si giovi della caduta del governo esistente per imporcene un altro a suo senno?» Siffatte considerazioni non vennero in mente ad alcuno di quei liberali; adoperarono essi senza posa a gittar via le armi, a spianare le mura, ad atterrare le porte; scagliarono in mare l'ultima loro áncora di salute, e quando poi la tempesta venne ad infuriare, quando gli eserciti austriaci ebbero inondato il territorio, quando uscì fuor la parola che della Lombardia faceva una provincia austriaca, quando gli avanzi delle antiche e preziose libertà nazionali furono spietatamente annichiliti, allora parve che si ridestassero come da lungo sonno; volsero attorno stupidi sguardi, e gettarono profondi sospiri. Un tale rammarichio non era, invero, una sofficiente espiazione.
Numeroso era questo partito, conciossiachè componessesi della massima parte dell'aristocrazia milanese. Ho detto già come i giovani membri di questa aristocrazia, che aveano ambìto le cariche di corte, credessero lesi i loro diritti dalla preferenza che il governo dava continuamente agli ufficiali dell'esercito e dello Stato sopra i ciambellani e gli scudieri. Un altro motivo, non meno puerile, ma più ancora assurdo di quello accennato, concorrea per avventura nel far ligi al partito sedicente liberale alcuni membri della nobiltà milanese. Strappar la corona dalle mani del principe Eugenio, non lasciarla afferrare da Murat, tale si era l'intento degli sforzi di questo partito. Ora da ciò dovea di necessità derivare che il trono italico rimanesse vacante. Sopra di chi andrebbe adunque a cadere la scelta delle potenze alleate? Dubbioso partito era quello di conferire il titolo di re d'Italia ad un membro d'una delle case regnanti, perchè così eccitavasi la gelosia di tutte le altre. Un principe nativo era per avventura più adattato, perciocchè non dava luogo, per la sua propria irrilevanza, alle rivalità e alle gelosie dei potentati. Posta una tale massima, vedeasi chiaro che ciascuno dei membri dell'aristocrazia milanese poteva aspirare a sottentrare in luogo del vicerè. Colui che avrebbe saputo ingraziarsi colle potenze alleate, mostrarsi più autorevole presso la popolazione milanese, contribuire più potentemente a far cadere il governo franco-italico; e che pel lustro del nome, l'altezza della propria condizione, la riputazione di accortezza, la pieghevolezza disinvolta del carattere, sarebbe apparso tale da giustificar la scelta dei sovrani alleati; costui diventerebbe lo stipite fortunato di una schiatta di re. Io non imputerò già questi matti pensieri ad alcuno in particolare, ma bensì dirò che assai temo, non abbiano essi influito nell'accrescere il fiero astio del partito liberale italico contro l'ordine di cose allora esistente. Chi sa quante menti furono allettate da quell'esca sgraziata, quanti cuori ambiziosi fremettero, in quel tempo, per l'ansia d'una corona, se non independente, simile almeno a quella degli altri prìncipi d'Italia, o a quella che i Visconti, i Gonzaga o gli Estensi possedevano un tempo?
Eranvi sì in questo partito, del pari che in tutti gli altri, alcuni uomini il cui animo, naturalmente onesto, era solo traviato da falsi raziocini e dalla passione. Coloro, per esempio, che non avevano occhi se non per vedere i torti del governo francese, credevano giusto il muovere mari e monti per atterrarlo. Coloro ch'eransi veduti sì crudelmente delusi e traditi da Napoleone, sentivansi tratti invincibilmente a confidare nei nemici dello stesso imperatore, ragionando all'un di presso in questi termini: «Abbiamo qui due partiti, l'uno a fronte dell'altro; se la slealtà, la mala fede, la durezza dell'animo e l'avidità sono il tristo corredo del primo, la probità, il candore, la mansuetudine, la generosità saranno certamente le doti dell'altro. Ora, il primo si è il governo francese; buttiamoci adunque con piena fiducia nelle braccia degli Alleati, e guardiamoci bene dal concepire il minimo sospetto contro di loro». Questo linguaggio, ch'è pure strano assai, era adunque parlato da due classi d'uomini; la prima composta di animi naturalmente piccioli e stolti, cui acciecava per altra parte una soverchia vanità; l'altra, di uomini talmente indispettiti contro il governo francese, che ottimo loro pareva tutto che non procedesse da quest'obbietto della loro avversione; di uomini i quali, avendo rivolta contro di esso ogni loro diffidenza, non si trovavano più nell'intimo del cuore che miti sentimenti da rivolgere al resto del mondo.
I capi di questo partito, che assumeva a vicenda il nome di partito liberale o di partito italico puro, erano i conti Carlo Verri, Federico Confalonieri, Luigi Porro, Benigno Bossi, il marchese Carlo Castiglioni, Jacopo Ciani, ecc. Potrei fare il nome di molti altri, se non dovessi ristrignermi ad accennare i membri più importanti di questo partito, che sono pur quelli di cui non si puonno mettere in dubbio da veruno le rette intenzioni.
Non so bene se giovi porre accanto di queste formidabili opinioni che cagionarono la rovina d'Italia, l'altra, più innocente, che si aspettava la salute e l'independenza della patria dalla generosità della Gran-Brettagna. Il lord Bentinck avea per vero pubblicato di fresco un bando od ordine del giorno, in cui si leggevano queste parole: «Pare e sembra che le potenze alleate, e la Gran Brettagna in particolare, abbiano stabilito di volere l'independenza italiana». Egli è vero altresì che l'istesso lord, che allora trovavasi a Genova, non ometteva di recarsi in compagnia de' liberali italiani e di lusingarli con belle parole: il che non so a qual altro fine tendesse, se non a quello di prendersi spasso di loro; perciocchè in che mai potea giovare alla Gran-Brettagna l'ingraziarsi presso un picciolissimo numero di Italiani? E la Gran-Brettagna, sì bene edotta, com'era, del destino che le potenze alleate apparecchiavano ai popoli, poteva essa ignorare che il desiderio anche unanime di tutta Italia non doveva essere riguardato per nulla? Checchè ne sia di ciò, il barone Trecchi, giovane noto per la sua eleganza e la sua anglomania, e uomo certamente onorato e ingegnoso del pari, ma pure incapace, in quell'epoca almeno, di alcun grave pensiero, recossi a Genova dal lord Bentinck per trattare con lui del destino dell'Italia. I particolari di quell'abboccamento non mi sono punto noti; io non so altro se non che vi fu di mezzo un vessillo coi colori italiani dato e ricevuto; ma ignoro poi se sia il Trecchi che l'abbia arrecato al Bentinck per fargliene omaggio, o se il Bentinck abbiane fatto dono egli al Trecchi per inanimirlo. Questo partito, che non fece parlare di sè gran fatto, non ebbe influenza nelle cose che trattavansi allora in Milano¹.
¹ Io non vo' già negare che l'Inghilterra non fosse in quell'epoca la potenza mossa da minor interesse a volere la perdita del regno d'Italia, e perciò quella altresì in cui più opportunamente poteva l'Italia confidarsi; ma dico che il passo fatto dal barone Trecchi presso il lord Bentinck era di niuna conseguenza: perocchè in Italia non eravi partito inglese, e l'Inghilterra, pria di prendersi briga, avrebbe richiesto non solo che un tale partito esistesse, ma altresì che fosse più potente di tutti gli altri insieme riuniti.
La cura di delineare e dipingere le disposizioni degli animi in questi tempi, mi ha costretto a trasandare in quest'ultime pagine la cronologica serie dei fatti. La ripiglio adesso per non più scostarmene.
Ho detto che il vicerè era al suo quartier generale di Verona, e le truppe della Lega accampate sulla opposta riva dell'Adige. Egli vi ricevette, entrante il novembre dell'anno 1813, una lettera dell'imperatore, il quale, vedendosi rispinto ogni dì e fino nei suoi propri Stati dalle forze soverchianti degli Alleati, ingiugneva al vicerè di abbandonare l'Italia e di ridursi in Francia con tutte le sue truppe italiane e francesi, onde raccozzare così lo sforzo intiero del suo partito. Fu il principe Eugenio immerso da questo comandamento nelle più crudeli perplessità. Contuttochè egli fosse sinceramente affezionato e devoto all'imperatore, suo padre adottivo e suo benefattore; contuttochè nodrisse una preferenza pur troppo viva per la sua patria, a detrimento dell'Italia, il vicerè era uomo tuttavia, e principe, e padre di famiglia: vo' dire che non avrebbe rinunziato senza rammarico ad un'alta condizione, ad uno splendido aringo, a una corona independente. Ritirandosi con le sue truppe in Francia, poteva Eugenio ritardar la caduta dell'imperatore; ma allontanandosi dal paese cui egli governava tuttora, e che poteva essergli conservato, ei rendeva certa la caduta propria. Difettava evidentemente il vicerè di idee chiare e ferme quanto a politica. Fra quali partiti aveva egli l'elezione? Serbar fede all'imperatore, servirlo sino all'ultimo e perire con lui;--o abbandonare l'imperatore, e volgersi dalla parte delle potenze alleate, come avea fatto il re di Svezia, e come parea volesse fare Murat;--o separarsi dall'imperatore, senza contrarre alleanza coi nemici di lui, lo sposar francamente la causa dei popoli a lui sottomessi, chiamandosi apertamente loro capo e loro difensore ad un tempo. Il primo partito sarebbe stato nobile, ma dissennato; il secondo, giudizioso, ma vile; il terzo, nobile, giudizioso e generoso ad un tempo. Ma Eugenio non seppe abbracciarne ricisamente alcuno. Non era già sì devoto all'imperatore da indursi a rifiutare una corona di cui potea non essere debitore ad altri che a sè stesso, e rifiutarla per ciò solo che non la dovrebbe all'imperatore. La rettitudine del suo cuore inducevalo a ributtar con isdegno le offerte che gli venivano fatte da parte degli Alleati. La condotta e i disegni di Murat eran tuttora per lui un enimma ch'ei si proponeva di spianare. «Alla fine poi», diceva egli fra sè, «ove tra me e Murat non possa seguire accordo, ove la caduta dell'imperatore diventi inevitabile, sarà giunto per me il tempo di provvedere ai miei interessi e di cercare appoggio là dove posso trovarne senza arrossire; cioè nel popolo italiano, e nell'esercito, che non ha mai ricusato di seguirmi».
Ma egli era troppo tardi, siccome ho detto, allorchè il vicerè s'appigliò al partito di rivolgersi all'Italia.