Part 2
La durezza di cuore è meno offensiva del disprezzo, ma però spiace talmente, che difficil cosa ella è il rimanere affezionato inverso a quegli che la dimostra. Fa stomaco il modo con cui il vicerè ragguagliava il conte Fontanelli, ministro di guerra, del quasi totale eccidio dell'esercito italico. Un capitano, per vero dire, non piange i soldati che gli cadono a fianco, perocchè lo stesso destino gli è forse riserbato, e coll'intenerirsi sopra chi non è più, ei può temere d'apparir timoroso per sè medesimo. Ned io vo' punto che il principe Eugenio avesse recitata l'orazione funebre dei ventisettemila Italiani sepolti nelle pianure della Russia, nè pretenderei che a loro riguardo egli avesse spesa alcuna frase patetica, e detto altrimenti che: i ventisettemila uomini partitisi meco sono ridotti a dugentrentatrè; fate altre leve, e mandatemi gente abbastanza per surrogare gli estinti; ma vorrei sotto queste parole, asciuttissime in vero, travedere un'angosciosa commozione ch'egli tentasse di occultare. Mi si opporrà certamente che la scrittura non dà altro che le parole, e che sarebbe irragionevole il pretendere ch'essa disveli commozioni che lo scrittore non volle esprimere. Una tale opinione può essere savissima; io però forte mi attengo all'opinione contraria. Mi si dieno due scritti contenenti l'uno e l'altro le stesse parole; ma il primo de' quali sia stato vergato sotto l'impulso d'un potente, benchè represso, affetto, e il secondo, all'incontro, non sia altro che il resultato di un calcolo; e la lettura del primo mi commoverà, forse a mia insaputa, mentre dall'altro non sarò punto punto commosso. Non si dà forse persona, per quanto io avviso, la quale non abbia provato alcun che di simile a quello ch'io dico. Saravvi alcuno che, leggendo un qualsiasi racconto, non siasi sentito di repente commosso e quasi colpito nel cuore da una parola semplicissima in sè stessa, e che per la centesima volta fors'anco gli cade sott'occhio senza che mai gli abbia fatto dianzi un tale effetto?
Il comico o risibile non sembra esso, del pari che il patetico, connesso per un certo quale misterioso vincolo con una tal parola, espressa in quel tal momento, con quella tale giacitura? E ciò donde deriva? da che lo scrittore, commosso egli stesso o dal dolore o dall'allegria, imprime nella frase uscita allora allora dal suo cuore o dal suo spirito, una parte della disposizione che gli diede la forma. Questa frase ha ricevuto dal suo autore una fisionomia, la quale, simile in tutto alla fisionomia del volto umano, non potrebb'essere attribuita a causa veruna fisica e materiale.
Tornando al principe Eugenio, io dico che quegli il quale si è sentito commosso nell'intimo del cuore dal racconto delle sciagure provate dai nostri nella Russia, sente dileguarsi rapidamente la sua commozione al leggere le lettere e i rapporti del vicerè d'Italia, tranne che l'indignazione sottentri allora alla mestizia. Da siffatti documenti sarebbe impossibile il ritrarre che si tratti d'uomini estinti e di altri destinati a perir come quelli. Vi troviamo prescritto che nel numero uno vadano a fondersi i numeri due, tre, quattro, cinque, tanti insomma che valgano a formare un soddisfacente complesso; che un tale stato di ufficiali di un corpo sia conservato, in difetto del suo reggimento; e particolarmente e anzi tutto che altri uomini giovani e atanti sieno strappati dalle braccia di un vecchio genitore, d'una consorte, d'una famiglia bisognosa, per mandarli, lontan lontano dalla patria loro, a compire le vuote file, a saziar la vendetta e l'odio del nemico: e ciò a qual fine? A quello di servire all'ambizione d'un uomo e di un popolo stranieri entrambi dell'Italia; di sorreggere alcuni istanti di più uno stato di cose per cui l'ultim'ora dovea ben presto scoccare, e che null'altro avea fruttato agl'Italiani che menzognere promesse, e quindi speranze deluse.
Conferivano pure altre circostanze ad aggravar l'avversione de' Lombardi inverso al vicerè. E diremo anzi tutto, per non omettere di notare le più puerili, che vi conferivano i portamenti dei conti Paradisi e Vaccari, due dei principali sostegni del partito francese in Italia. Il conte Paradisi, di Modena, era un dotto, un bell'ingegno, uomo d'aspetto aggraziato, di nobili e affabilissimi modi, ricco assai, di nome chiaro e di grande autorevolezza. Non così ben nato, nè così dovizioso, nè dotato di tanta grazia come il conte Paradisi, il conte Vaccari, suo amico, ponea, per così dire, in comune con lui il suo capitale d'ingegno e il bel conversare, a tal che l'uno e l'altro formavano come il centro d'una eletta brigata in cui difficil cosa era l'ottenere l'accesso. Coloro cui piace segnare attorno a sè stessi come un cerchio cui a pochi è dato superare, non sanno di quant'ire contro di sè medesimi facciano sacco. I begl'ingegni sono sempre un po' mal visti dal vulgo; ma una brigata di begl'ingegni che tengasi a bella posta appartata per non mischiarsi con esso, dee tenersi certa d'incorrere pienamente nell'odio e nell'ira sua. In una città poco ragguardevole per ampiezza e per frequenza di abitatori, in un tempo di generale irritazione, e di effervescenza delle passioni politiche, ambiziose, egoiste, non v'è calunnia, non beffa, non ischerno da cui una brigata di begl'ingegni possa preservarsi. In Francia, ai tempi della Rivoluzione, al boia davasi il carico di disciogliere siffatte brigate. Nell'anno 1814, in Milano, quantunque le cose non paressero disposte per nulla onde dar luogo ad un sì tragico scioglimento, poco mancò tutta via che il conte Paradisi e i suoi amici non iscontassero con la vita il fio di aver voluto godere il poco grave diletto di mostrarsi da più di quei che li circondavano.
Il segretario degli ordini del principe Eugenio, per nome conte Méjean, erasi tirato addosso, più ancora che non avessero fatto i conti Paradisi e Vaccari, lo sprezzo e l'odio de' Milanesi. Era il Méjean francese, e godea dell'assoluta fiducia del vicerè; talmente che se non vi si fosse attraversato l'espresso e formale divieto dell'imperatore, sarebbe salito in pochi anni alle più eccelse dignità dello Stato. Coloro che hanno praticato costui quand'era in auge, accertano ch'ei non difettava di abilità; ma quanto alle doti del cuore, egli non gode di fama sì buona. Questo difetto era in lui ricompensato da un'ammirazione cieca per l'imperatore e pel vicerè; ammirazione di cui esagerava talmente l'impressione, che non potea non irritare così lo spirito un po' beffardo de' Lombardi. Io ho in questo momento sott'occhio una lettera del Méjean al Villa, prefetto di polizia in Milano, data da Mantova il dì 30 marzo 1814, nella quale egli sclama contro la voce che correa d'un armistizio pattuito fra il principe Eugenio, e i duci delle truppe nemiche, asserendo esser quella voce non solo falsa, ma destituita d'ogni verosimiglianza; chè niuno era, a sua detta, in grado di dover pattuire alcunchè di simile, e non avea nemmeno le facoltà necessarie a tal uopo. L'armistizio, che fu sottoscritto di fatti il 16 aprile susseguente, diè poi una formale smentita alle previsioni del conte Méjean; ma il poco intendimento ch'egli in quell'occasione appalesava è ancora scusabile a paragone di quello ch'ei mostra nell'istessa lettera quando si prova a far giudizio della difficile condizione in cui si trovavano posti i suoi signori. Dopo di essersi lagnato che le mosse delle truppe nemiche attorno a Lione intercettavano le comunicazioni, per modo ch'egli era ignaro della marcia dell'esercito imperiale, aggiunge le seguenti parole: «Ma esse non possono ritardarle più a lungo (le notizie di Parigi). E poi, chi sa se le mosse del nemico attorno a Lione non sieno volute dall'imperatore? Per quanto a me, non ne stupirei».
Nel conte Méjean poneva il principe Eugenio, siccome ho detto, la massima fiducia. Questo prototipo dei cortigiani, degli uomini saliti in alto da abbietta fortuna, che si ostinava a non tenere i successivi e prolungati rovesci degli anni 1813 e 1814, che per effetti dei sublimi, comunque incomprensibili, segreti concepimenti dell'imperatore; e che degli sgraziati eventi d'allora non trovava possibili che questi due scioglimenti: o una splendida e decisiva vittoria riportata dall'imperatore, o un accordo onorato di pace tra l'imperatore stesso e gli altri potentati; con istentato disdegno parlava dei timori di quelli fra' Lombardi ch'erano amici dei Francesi, e delle speranze di quegli altri ch'erano o partigiani dell'Austria o fautori dell'independenza italica; e faceasi dagli uni e dagli altri odiare, perchè si mostrava non mai dimentico di appartenere alla nazione conquistatrice e di trovarsi accasato presso la vinta.
Giova qui riferire un fatto il quale, benchè accaduto dopo i tempi di cui parlo, può tuttavia essere contemplato nell'enumerazione delle accuse fatte al vicerè. Offese questi sconsigliatamente il generale Pino, affidandogli un poco rilevante comando in una delle città della Romagna; e questa mortificazione del Pino fu, se non una delle cause, uno almeno dei pretesti della defezione di lui, della quale mi toccherà parlare in appresso. Basti qui avvertire che l'accordo fatto tra Murat e Pino non rimase a lungo occulto al generale Zucchi, che ne venne in cognizione per una lettera del re di Napoli al Pino, cadutagli nelle mani, dalla quale evidentemente appariva il tradimento di quest'ultimo.
L'involontario ribrezzo che ogni uomo onorato prova a bella prima contro una delazione qualsiasi, un sentimento forse di amicizia per un antico commilitone, la vergogna fors'anche di svelare il tradimento di un concittadino, congiunti probabilmente ad altri motivi ch'io ignoro, trattennero il generale Zucchi dal recare al vicerè la lettera venutagli in mano. Correva allora la metà di febbraio, e il principe Eugenio, aggiugnendo alla passata una nuova imprudenza, lasciava intanto il generale Pino senza ufficio e bisogna in Milano, dicendo aspettare buona occasione per valersi del senno di quel generale. Il carteggio di quell'anno tra il vicerè e il Pino, ben mostra da quale insaziabile cupidigia fosse roso quest'ultimo; perocchè, sebbene avesse un salario di 145,000 franchi all'anno, non cessava perciò dal chiedere continuamente danaro, e dal lagnarsi della misera condizione in cui diceva essere. Nel vicerè poi si scorge da quel carteggio una dispettosa impazienza delle importunità di quel soldato in alto salito, il quale con un'entrata di 145,000 diceasi povero e tacciava d'ingratitudine altrui. Prudentemente avrebbe allora adoperato il vicerè, se avesse dissimulato il disprezzo che in lui eccitavano le instanze del generale; ma conviene tuttavia confessare non esservi cosa più atta a stomacare un cuore retto ed onesto, che il vedere un uomo fortunato il quale si lagna del suo destino, frammezzo alle pubbliche calamità. Conturbato dalle dolenti parole che gli volgevano da ogni parte i parenti dei giovani soldati morti in Russia, non che quelli dei soldati più giovani ancora, ch'erano chiamati allora all'armi ed alla difesa della patria; testimonio degl'immensi sacrifici di sangue e di sostanze che l'Italia continuava a fare a pro dell'imperatore; consapevole della gravità delle circostanze e della condizione quasi disperata delle cose; temendo per la propria consorte, pei propri figli, per sè medesimo; con quale occhio poteva egli il vicerè leggere queste lettere in cui il Pino faceva continue istanze per nuove elargizioni a suo favore? Non è però dubbio che il tuono asciutto e alcun po' beffardo con cui il principe Eugenio raccomandava al ministro della guerra le domande del generale, non abbia conferito ad accrescere la stizza e il malumore di questi.
Mi fo ora a parlare di quei giorni che tennero dietro immantinenti alla ritratta dalla Russia. Già prima di quegli sciaurati eventi il conte Fontanelli, ministro della guerra, aveva avviato verso il Nord la brigata Zucchi. La divisione Palombini fu in appresso richiamata di Spagna, e contemporaneamente con le novelle leve s'incamminò per alla Russia. Ventottomila Italiani raggiunsero il vicerè in Alemagna, e formarono sotto gli ordini suoi una parte di quell'immensa linea militare che distendevasi dal Baltico all'Adriatico. L'esercito degli alleati, più numeroso dell'esercito imperiale, e schieratogli dinanzi, procedeva mentre l'altro indietreggiava. Entrambi giunsero a tal modo, da un canto, fino al Reno, e dall'altro, per a traverso le Alpi, fino all'Adige.
Ond'ecco il vicerè risospinto di posto in posto, di piazza in piazza, da Mosca a Verona. Le province venete erano invase dalle truppe austriache, quantunque Venezia reggessesi tuttora contro il blocco. La neutralità svizzera poco stette ad essere violata, per lo che i Francesi poterono giustamente temere d'essere assaliti a' fianchi come pure quasi alle spalle; il re di Napoli parea vacillante nella fede dell'alleanza, e il grido che corse bentosto della sua defezione non permetteva al vicerè di volgersi confidentemente a lui. Nè deesi poi sdimenticare che grande era la defezione nell'esercito italiano fra' soldati che appartenevano alle province occupate dall'Austria. Il desiderio di difendere o almeno di proteggere le proprie case, il timore di tirar rappresaglie addosso alle proprie famiglie col rimaner nelle file de' Francesi, si affacciavano allo spirito dei Veneti come tanti motivi più gravi e più sacri, che non fosse il debito di fedeltà ad una causa straniera e ad un padrone parimenti straniero.
Le avversità che parevano piovere sopra l'imperatore e i suoi, ridestarono nei cuori degl'Italiani certi pensieri che la sola necessità avea fino allora attutati. Non era dunque più invincibile l'imperatore; l'arte di far chinare dinanzi a sè ogni cosa era da lui perduta; non era più altro che un uomo col quale si potea trattare, e cozzare altresì con successo. Non appena entrò questa convinzione negli animi degl'Italiani, che parve infranto subitamente il giogo e con esso il vincolo che univa a forza tutte le volontà italiane; di modo che sursero, quasi per incanto, un gran numero di partiti. Dei quali sarammi concesso menzionar qui i principali.
Gli antichi partigiani di Casa d'Austria vedeano le truppe del discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II giunte in distanza di due giornate di cammino dalla capitale, e andare intanto ritraendosi su tutta quanta la linea quelle dell'usurpatore. Sentivano spirare dal canto loro quel soffio misterioso della vittoria che dà animo anche ai meno intrepidi, e che, volgendosi all'uno o all'altro dei campi nemici, sembra, per così dire, diffondere anticipatamente lo sgomento in quello degli eserciti che dee andare in rotta, e la letizia del trionfo in quello che è destinato a riportarlo di fatto. Pei veri e fidi partigiani di Casa d'Austria, com'erano i conti Giuseppe Gambarana, Alfonso Castiglioni, Ghislieri, Giulio Ottolini, il marchese Maruzzi di Venezia e parecchi altri, la rivoluzione e la dominazione francese nel reame d'Italia non erano altro che accidenti, passeggera tempesta che il sole del governo austriaco dovea dissipare ben presto. Non toccava loro far altro che affrettare quell'avventurato ritorno, e perciò potea giovare l'addormentare quegl'indisciplinati ragazzi ch'eransi infiammati all'udire le voci di progresso, di libertà, d'independenza, di gloria, e che non ancora sapevano pregiare al giusto suo valore l'amministrazione quieta, regolare e inalterabile di Casa d'Austria. Scaltri erano questi Austriaci puri, nè la dissimulazione in politica era loro punto ripugnante. Perciò la vinsero.
Dopo il partito austriaco rimaso vincitore, io pongo il partito italico che avrebbe dovuto vincere, riserbandomi d'accennare in seguito i partiti di mezzo, talmente vicini fra loro da confondersi insieme. Il partito italico, denominato anche _muratista_, proponevasi di separar l'Italia dalla Francia, non meno che dalle potenze collegate, e farla stare e camminare da sè, col mezzo delle forze che già in essa esistevano e delle quali potea valersi in sull'atto. Queste forze ad ostro erano comandate da Murat, a borea dal principe Eugenio. Opportuna cosa è qui pertanto l'investigare sino a qual punto il re di Napoli e il vicerè d'Italia fossero meritevoli dell'assoluta fiducia degl'Italiani.
Per corto che fosse il senno del re di Napoli, i fatti avevano parlato a sì alta voce, ch'egli pure doveva averne inteso il linguaggio. L'imperatore stava per cadere; suoi vicari dovevano essi cader secolui, oppure tentare di reggersi da sè? Non era difficile cosa il dar risposta ad una tale domanda; e certo coloro che hanno rimproverato Murat di tradimento, si son mostrati a trafatto esigenti in fatto di fedeltà. L'imperatore, per vero, era il benefattore del re di Napoli; ma la caduta di questo re non poteva fare aiuto alcuno all'imperatore; che anzi solo col serbare la sua corona avrebbe potuto Murat in alcun tempo render servigi all'imperatore o ai membri della famiglia di lui. Nè già dovea Murat volgere l'armi sue contro il cognato, ma dichiarare soltanto, che col salire il trono di Napoli egli avea cessato di tenersi per un luogotenente dell'imperatore dei Francesi, ed erasi fatto italiano, e come principe italico voleva difendere la propria patria contro una novella invasione. Un suo accordo a tal uopo col principe Eugenio; l'uso fatto dall'uno e dall'altro delle loro forze congiunte per custodire i passi dell'Alpi; l'aperta chiamata fatta da loro pel concorso dell'Italia intiera alla difesa della causa italiana, ecco quel tanto che doveasi fare, e che ai due membri della famiglia imperiale, fra' quali era allora diviso l'imperio della Penisola, avrebbe fruttato la gratitudine e la devozione della massima parte degl'Italiani, ed una splendida condizione, e la reverenza di tutta quanta l'Europa. Ho detto già che Murat aveva inteso i dettami dei fatti accaduti, ma debbo aggiugnere che inteseli solo imperfettamente. Imperciocchè, se avvidesi esservi per lui in Italia un cómpito da eseguire, se addiedesi che l'ostinarsi a cadere con l'imperatore, per ciò solo che l'imperatore cadeva, era sciocchezza, anzi che fedeltà, andò poi errato grandemente nella scelta di un appoggio. Da vero soldato qual era, Murat non vedeva altro che l'esercito, cioè le truppe imperiali dall'un canto, e quelle delle potenze alleate dall'altro; e perchè le prime cancellavano, ne trasse ch'era forza volgersi alle seconde e riunirsi con esse. Quant'è alla Italia, non pareva essa altro a Murat che una sedia sulla quale desiderava sedersi egli stesso, e non già un corpo animato, una nazione investita del dritto e della facoltà di determinare il proprio destino. Tenendo ad accordi colle potenze alleate, Murat incorse la taccia d'essersi collegato coi nemici del suo cognato e del suo signore, e in vece di farsi il capo d'un partito ragguardevolissimo, che solo sarebbe stato degno del nome di partito italico, videsi fatto seguace di quella cieca fazione che si aspettava dalla grandezza di una delle potenze confederate il ritorno dell'età dell'oro.
Il principe Eugenio poi non dava rêtta ad altro che a' consigli d'una fedeltà affatto cavalleresca. Egli non si era mai anzi tenuto per altro che per un luogotenente dell'imperatore, e non aveva governata altrimenti l'Italia, che come una provincia dell'ampio impero francese. Ciò appunto aveagli alienato gli animi della massima parte degl'Italiani; ma per altra parte è debito di giustizia il dire che quel suo affetto alla Francia ed all'imperatore non si dileguò nemmeno di poi che la Francia fu invasa e l'imperatore balzato dal trono. Fintanto che la proposta di separarsi dall'imperatore e di stabilirsi in Italia, a lui giunse dal canto delle potenze alleate per mezzo del re di Baviera, suo suocero, il principe Eugenio sempre la ributtò. L'esempio di Murat preoccupavagli e angosciavagli l'animo. Ma non lo vinse. Però egli pure tenea per nulla l'Italia, e quando venne il giorno in cui diliberossi di farla sostegno a sè medesimo, era già troppo tardi e l'Italia aveala rotta affatto con lui. Avrò più sotto occasione di parlare delle disposizioni personali del principe Eugenio; e qui mi basta indicare i motivi che indussero i partigiani dell'independenza assoluta dell'Italia a volgersi verso Murat, e contro Eugenio. Il generale di divisione Pino e il crocchio militare che gli si stringeva attorno, dandosi l'aria d'un partito, e ch'era composto degli amici, dei congiunti e degli aiutanti di campo del generale stesso, non che il conte Luino, capo della direzione generale di polizia, e il generale Giuseppe Lecchi, si erano indettati col re di Napoli. Vedesi dalla prima qual potente alleato fossesi procurato il partito muratiano, tirando dalla sua il direttore della polizia. Imperocchè la polizia imperiale aveva gran parte nella condotta della cosa pubblica; lo spionaggio largamente spaziava; il segreto delle private corrispondenze era violato senza scrupolo; e le precauzioni ingiunte alla polizia e i mezzi ond'essa disponeva doveano indurre in timore che nulla di quanto riguardava lo Stato potesse ad essa rimanere lungo tempo celato. Ora che cosa doveva accadere quando il capo stesso della polizia era egli pure complice di una cospirazione? Doveva, giusta ogni probabilità, avvenire che la cospirazione ottenesse il suo intento; perciocchè l'indole stessa degli uffici affidati al capo della polizia richiedeva che la potestà di questo ufficiale fosse assoluta e disciolta da ogni sopravegghianza, o, per dirla in più precisi termini, che i suoi andamenti e la sua condotta rimanessero celati alla vista di tutti. Mi si risponderà per avventura, che il partito muratiano non potè conseguire l'intento suo, ad onta della cooperazione del capo della polizia; ma io farommi ad esporre più sotto le cagioni che vi si opposero, e dirò intanto, che questo partito dovea, per seguire l'intendimento degli stessi suoi capi, nulla tentare a Milano se non contro il governo del vicerè. Questo partito, simile in ciò a tutti gli altri che ferveano allora in Italia (tranne, ben inteso, il partito francese), indirizzava i suoi sforzi contro la potenza di già vacillante dell'imperatore e dei suoi luogotenenti. Tutti volevano aspettare il giorno dopo la vittoria per ravvisarsi, numerarsi, dividersi, combattersi, perseguitarsi e spegnersi vicendevolmente. Ben sapevano i partigiani dell'Austria che, atterrato il governo esistente, non si frammetterebbe più ostacolo tra l'esercito austriaco e Milano; e i partigiani di Murat si teneano certi dal canto loro, che, non appena fossesi avverata la rimozione e la ritirata del vicerè, il re di Napoli, accorrendo a marcia sforzata, avrebbe occupata la Lombardia, prima che gli eserciti delle potenze alleate avessero fatto alcun passo. Un terzo partito, di cui entrerò fra poco a parlare, voleva esso pure, ed anzi tutto, la caduta dell'ordine stabilito.