Part 10
Essendo il generale Teodoro Lecchi il più ragguardevole tra' congiurati, non era possibile che l'esistenza del comitato direttore fossegli rimasta occulta; epperciò sopra di lui pose in opera la giunta i suoi artifizi. Il signor Ghisilieri, nuova maniera che era di giudice-dilettante, avea per costume d'entrare ogni mattina per tempo nella camera del generale, sorprendendolo così appena desto. Egli conosceva l'indole mite ed affettuosa di lui, l'affetto quasi appassionato ch'esso nodriva per la propria famiglia, la divozione di lui inverso la madre, la quale dal canto suo, pia e tenera com'era, lo prediligea fra tutti i suoi figliuoli, e non potea rassegnarsi a quella sciagura, tanto più che, sentendosi presso a morte, temeva di non più rivederlo. Non ignorava il Ghisilieri alcuno di questi particolari, e studiavasi di trarne profitto. Dopo chieste affettuosamente notizie della salute e della disposizione d'animo del generale, diceagli: «Vengo in questo punto di casa vostra. Ah quanto siete amato! Quante lagrime fa spargere la vostra sventura!» Nominava allora le persone più strettamente congiunte col generale, attribuendo ad ognuna di esse commoventi parole. Poi veniva a parlare della madre del generale. Moribonda allora nel letto per un insulto apopletico, essa era priva di cognizione; ma il figlio non erane edotto, e il Ghisilieri gliela dipingeva, all'incontro, come unicamente preoccupata del destino del figliuolo, e solo intenta a trovare il modo di procacciarsi l'immensa felicità di vederselo presso. «Vostra madre», soggiugneva il Ghisilieri, «è una santa donna, ma non può stare senza di voi, e se non ritornate nelle sue braccia, essa morrà disperata». Continuava il Ghisilieri in su quest'andare finchè avesse tratto a forza le lagrime agli occhi e sulle guance al generale; poi quando lo vedea tutto commosso e tremante, quando leggevagli in volto o ne' sussulti del petto agitato, il veementissimo desiderio di tornare fra' suoi, allora, facendo le viste di seguire il naturale corso del suo pensiero che da questo subbietto del discorso lo conduceva ad un altro, veniva a parlare del processo. «E questo comitato direttore», diceagli, «perchè mai vi ostinate a negarlo? Il vostro processo sarebbe finito bentosto, se mutaste favella, e così disporreste tutti i giudici in vostro pro. Io vi parlo in nome di vostra madre, datemi fede», nè cessava dal ragionare in tal modo se non in quanto il generale cessava di rispondergli. Egli è inutile l'avvertire che il generale, uscito di prigione, seppe non senza stupore che il signor Ghisilieri non era mai stato una volta in casa di lui, nè mai avea veduto alcuno dei membri della famiglia Lecchi! Il comitato direttore non fu confessato da veruno, e forse non esisteva nemmeno.
Compiutasi l'istruzione del processo, venne l'ora della sentenza. Riuniti nella grand'aula del palazzo, accerchiati da numerosi soldati, avevano di già gli accusati udito la lettura dell'atto di accusa e le dispute dei loro difensori, quando giunse colà un messo latore di una lettera indirizzata al presidente del tribunale. La prese questi, e lettala, la consegnò al giudice che sedeva a destra di lui, il quale la diede all'altro, e così via via, sicchè fu letta da tutti i membri del tribunale. Tutti, leggendola, davano segno non dubbio di soddisfazione, di rispetto e di commozione, alcuni perfino sorrisero nel guardare i prigionieri, e il presidente, facendo le viste di non potersi tenere, proferì a mezza voce le parole _buona notizia_. Per quanto significative fossero quelle testimonianze, non poterono rassicurare i prigionieri contro l'effetto probabile delle conclusioni fiscali, lette subito dopo dal regio procuratore, e nelle quali richiedeasi dal magistrato contro di loro la capitale condanna. Ond'è che quando, usciti dalla sala, furono ricondotti nel carcere, la curiosità loro intorno alla lettera la cui lettura avea tanto visibilmente commosso il tribunale, era indebolita d'assai. Non tralasciarono però essi d'interrogare intorno al contenuto di quella lettera le guardie che gli accompagnavano, e seppero che vi si leggeva la formale assicurazione delle misericordiose disposizioni di S. M. inverso a loro.
S'imagini ora quale fosse lo stato di questi uomini accusati di congiura militare, indeboliti da una prigionia di già assai lunga, e da morali torture, e i quali dopo avere udito il regio procuratore far contro di loro instanza per la capitale condanna, venivano ricondotti nel carcere per aspettarvi la lettura della loro sentenza. Gl'istanti che passano tra la chiusura dei dibattiti e la lettura della sentenza non sono essi più angosciosi di quelli che precedono la morte? Non si concentra essa su quei brevi istanti la compassione che sentesi pei condannati a pena capitale?
Ora in questa sì terribile condizione, in questa crudele espettazione, di cui si tenta di sminuir la durata per gli stessi malfattori, il governo austriaco lasciò gli accusati per ben tre anni! Non mancò tuttavia un pretesto per colorire questo inconcepibile obblio delle leggi dell'umanità; e questo pretesto, al par di tutti quelli cui l'Austria s'appiglia, fu da goffo e da ipocrita. A udire i membri e gli amici del governo, per mera pietà furono gli inquisiti lasciati in dubbio del loro destino. E perchè la condanna non poteva essere altrimenti che asprissima, e perchè, d'altra parte, S. M. avea fatto promettere una rilevante mitigazione degli effetti di quella inevitabile severità; perciò in sulle prime il pretesto potea parere plausibile; ma apparve poi chiaramente l'impostura quando, scorsi i tre anni, tornò la sentenza da Vienna. Si vide allora che il giudizio della commissione, tutt'altro era che spaventevolissimo per gl'inquisiti, perocchè non eravi riconosciuta l'esistenza d'una congiura. Or dunque, perchè mai i pretesi autori d'una congiura che non era esistita, erano essi lasciati da tre anni a gemere nel fondo d'una prigione? perchè mai lasciar loro ignorare il proprio destino? E in ciò appunto si ravvisa in tutta la sua bruttura l'austriaca doppiezza. Si sarà già avveduto il lettore che ciò non poteva avere altro fine che quello di prolungare l'orribile incertezza da cui trovavansi angosciati i captivi. Ma perchè mai, con quale pretesto erano essi tenuti in carcere, mentre del fatto di cui erano accusati non constava punto? Si rammenti quella lettera consolante che nel giorno del giudizio era andata in giro per le mani dei giudici, e avea sui pallidi loro volti ricondotto i segni della contentezza e della tenerezza. Quella lettera, scritta dall'istesso maresciallo Bellegarde al presidente della giunta, contenea, siccome ho detto, l'assicurazione delle intenzioni di S. M. di usar clemenza; ma aggiugneva che acciò l'imperiale clemenza potesse brillare in tutto il suo splendore, era d'uopo apparecchiarle un bel campo, una degna occasione. Ond'è che i membri della giunta venivano eccitati a procedere col massimo rigore contro gli accusati, a condannarli ad ogni modo ed alla massima pena applicabile, a fine di lasciare alla sovrana generosità un libero corso.
Quella lettera, che non sarebbe stata scritta ove il maresciallo Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura, rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioè _a cinque anni di carcere duro_. Ma non si dovea essa frapporre l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M. volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a bastanza fondata.
Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta, siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna, esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze, fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.
La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que' subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi, che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi devoti di Casa d'Austria.
La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo, quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi, non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde. Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato. Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti, ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.
Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire dalla condizione di privato a quella di sovrano.
»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani, egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.
»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli, l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi vincitori?
»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!
»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema, il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.
»Milano, il 5 d'aprile 1815.
»_Il Governatore generale_ »Maresciallo BELLEGARDE.»
Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo. E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?
L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può dir saggio.
Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto. L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province, delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la creazione del Regno Lombardo-Veneto.
Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi, eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco, senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.
In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come, nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse, non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle intenzioni dell'imperatore.