Storie da ridere.... e da piangere
Part 9
-- Vede? -- osservò Cecco. -- Ecco un'altra causa della disgrazia di quest'oste: ha una figliuola che par fatta dalle mani di Dio: nossignori, non vuol che serva gli avventori: gli altri farebbero a pugni per averci un richiamo simile!... e lui....
-- L'onestà prima di tutto, -- confermò il genzanese che portava i due bicchieri sopra un piatto tutto dipinto a fiori. -- Se mi va a male il negozio lo chiudo e torno in campagna, mio caro signore; ma se mi va a male la figliola, che faccio? Non la posso mica chiudere! -- e rise soddisfatto.
-- Dice benissimo, -- approvò il principe caldamente, osservando con grande interesse la ragazza, la quale, sebbene avvezza a questo paragone paterno, non cessava perciò di arrossirne con una cotal grazia boschereccia da innamorare.
Quando Rina ebbe lavato il litro e lo guardò contro luce limpido e gocciolante, il principe disse al genzanese: -- E, a me, in via eccezionalissima, vorreste concedere il piacere d'essere servito dalla vostra brava e bella figliola?...
Rina servì il litro, anche questo sopra un piatto tutto dipinto a fiori. Le si aggiunse nuovo rossore sul vecchio, e i denti per questa ragione sembrarono più bianchi e gli occhi più splendenti all'ombra delle lunghe ciglia nere.
-- Quanta salute! -- esclamò a fior di labbra il principe, e pensò: -- Che il segreto della Vita stia tutto lì: nell'avere una salute come quella! -- Poi soggiunse: -- Riempici anche i bicchieri, che noi li vuoteremo alla tua felicità! Sei contenta?
-- Grazie, -- disse Rina, e mescè.
-- Sentiamo un po' -- disse il principe. -- Che cosa aspetti tu dalla Vita? Che cosa desideri? Che cosa chiedi?
-- Ma!... Non saprei, -- rispose Rina alzando un po' le spalle. -- Tutto quello che mi succede mi piace! L'ha fatto così bene Domineddio il mondo!
Negli occhi attenti del principe passavano ombre e sorrisi.
-- Ci ho un dispiacere solo, -- continuò Rina, -- quello di non avere conosciuto la mia povera mamma: ma mi consolo perchè la vedrò in paradiso.... E poi il babbo mi vuol tanto bene....
-- E così, -- disse il principe immergendosi sempre più in una dolce stupefazione, -- tu non desideri nulla?
-- Oh! Ma noi si può bere lo stesso! -- gridò Cecco che non resisteva più a star col naso sul vino senza bere, -- perchè le ragazze non dicono mai quello che desiderano!
Il principe bevve d'un fiato il bicchiere che Cecco gli tenne, ma senza sapere ancora levare gli occhi da quel benefico e nuovo spettacolo che la vita gli offriva (nè sapeva se per fargli bene o male); e per la prima volta gli passò nel cuore un certo senso di sollievo per esser rimasto vivo, per avere ancora orecchie e occhi, per udire e per vedere.
-- Sì! Sì! ha ragione il nostro Cecco, caro signore! -- tonò Gigione il genzanese, -- se sta a aspettare che lo dica lei! Ma io lo so bene quello che desidera la mia ragazza.... Una certa casa sulla piazza del paese, vero Rina? tutta rimbiancata di fresco,... -- e Rina si rifaceva rossa come un geranio -- .... che appena entrati ci si senta un profumo di farina, di prosciutti, di spezie, di mobilia nuova, di biancheria pulita, un cantar di galline, un ridere di bambini.... Eh? Rina?... Poi cinque vignarelle da sommare a quelle che ti lascerò io....
-- Basta, babbo! -- gridò Rina scappando nel retrobottega.
-- Come «basta»? -- gridò lui. -- Se me fermassi qui ce mancherebbe er mejo! E che sarebbe sta grazia de Dio, se nun te ritornasse tutte le sere 'l tu' Pippo con le primizie della vigna, e con la voja de baciatte!
-- Ah ah! -- urlò Cecco. -- È un ber giovane Pippo! un vero rubbacori! -- e riempì di nuovo i bicchieri: -- Mo' che sapemo tutto potemo béve con più cuscienza! -- e bevve il secondo d'un sol fiato.
-- Fegataccio sa, signore? questo Pippo, -- continuò il genzanese vedendo che il principe lo guardava come chiedendogli di seguitare, -- fegataccio, sì, ma giusto, e de core bono! Due polsi, a vent'anni, che passano i miei, cavalcatore, giostratore, cacciatore che non ha l'eguale.... e Rina non perchè sia la figliola mia.... ma è proprio la donna che je ce vole.... Eppoi già, appena visti se so' voluti bene!...
-- Io bevo per la felicità della vostra Rina! -- gridò il principe rosso in volto e commosso. -- Fatemi bere!
E Cecco con gran letizia l'ubbidì, facendo scolare anche l'ultima goccia nella bocca del principe. Poi, prima di bere il suo terzo bicchiere, lo alzò gridando: -- Sicchè, aspettiamo li confetti!
-- Bisognerebbe che venissero presto davvero, -- borbottò Gigione con un mezzo sospiro, e assicurandosi bene che Rina fosse abbastanza lontana per non udirlo.
-- Perchè? -- fece Cecco.
-- Perchè, caro mio, quello nun è omo da stasse fermo: se nun è caccia permessa, è caccia de frodo! Intanto che aspetta la sua, ho paura che s'ingegni con le donne dell'altri!...
-- Quello se capisce! -- interruppe Cecco.
-- Già, -- disse Gigione, -- ma almeno se le andasse a cercare un po' distante di qui.
-- Che? ci ha niente niente, quarche giretto qui vicino? -- dimandò Cecco ridendo.
-- State zitto! -- fece Gigione dondolando il capo pensieroso. -- Non ho potuto saper dove preciso, ma ci giurerei che non è a cento metri di qui! Avete a sapere che alle nove ha salutato Rina quel birbaccione, perchè, dice, che andava su al paese; e invece un'ora fa, -- e chinò il capo tra il principe e Cecco, sussurrando le parole in mezzo ai folti baffi, -- un'ora fa l'ho visto io, qua sull'angolo, sotto il lampione; che se lo sapesse la povera Rina mia, je verrebbe chi sa che male!
-- Nun avete provato a mette 'l zippolo a quella botte de veleno là? -- disse Cecco accennando con disprezzo all'accattone che russava più forte di prima. -- Quello sa li fatti de tutti, garantito.
-- Ho provato, nun parla.
-- Dateje un paro de pugni bboni, come feci io, 'na vorta!...
-- Ma io lo so.... l'ho indovinato perchè non parla quel «Testaccia di morto», -- ribattè il genzanese soffocando sempre più il suo vocione, -- perchè quelle tre fojette là son pagate da lui, da Pippo....! ce giocherei la testa che son pagate da Pippo.... perchè je tenga mano.
-- Pol essere, sicuro! -- sentenziò Cecco ricaricando i bicchieri fino all'orlo, e presentando poi il litro vòto all'oste.
Quando il genzanese l'ebbe riportato pieno, e si fu poi anche riaccomodato al suo posto solito, appoggiando il gomito nudo al banco e la testa alla tozza mano, dimostrando l'intenzione di licenziare i noiosi pensieri e aprir le porte a quella brava gente che sono i sogni; Cecco allora si rivoltò tutto verso il suo strano compagno, con una mossa che pareva significare: -- Finalmente, a noi! possiamo un po' parlare dei fatti nostri!
E infatti incominciò: -- Ce sarà una cosa che faccia più bene der vino? Eh?... Già ve vedo che state mejo.... e avete bevuto solamente due bicchieri.... tre con questo che ve do' adesso.... Che so' tre bicchieri?! robba da ride! E pure!... -- Si fermò perchè s'accorse che, senza volere, aveva ridato del _voi_ a quel pezzo grosso; e pensò ridendo di cuore: «Non foss'altro che questo: je rido del _voi_ e manco se n'avvede.... Perchè? perchè er vino è come Dio: pett'a lui so' tutti uguali.... nun conosce nè poveri nè signori!»
A metà del secondo litro, mentre il genzanese si era già definitivamente congedato dai suoi pensieri, e di Rina il principe non vedeva più altro che una mano, di tanto in tanto, allungarsi per prendere a uno a uno i panni dal monte del bucato, sotto la luce verdolina del gas, nella stanzetta accanto; il cuore di Cecco era stato stretto da una infinita compassione per il suo compagno.
Così aveva preso tra le sue una mano del principe, il quale se n'era avvisto sì, ma non se n'era punto maravigliato come di cosa naturalissima; e gli aveva incominciato a parlare in questo modo:
-- Amico! damme retta a me che te vojo bene! Ce giocherei l'anima che tu ci hai quarchedduno che te vor male, che te vorrebbe véde a magnà l'erba co' le bestie!... e tu je dai la soddisfazione d'ammazzatte!... E te pare de fa' 'na bbella cosa?!... Ma io vorrebbe magnà e béve co' li quadrini che ci hai tu.... E scarrozzaje davanti da la mattina a la sera.... Uh! -- e s'addentò l'indice, -- s'averebbero da rivoltar ne la polvere come li cani, dalla rabbia de vedemme ingrassà! E ccusì, quanto un ber giorno er fiele je farebbe 'n botto, come a certi morti.... Pah! e te li vedressi a cascà davanti verdi! E tu allora gli avressi da métte un piede addosso, e dije: Ve sta bene, ve sta, brutti puzz.... Come? nun dico giusto?! Che ci hai da scotere il capo?
-- Io non ho nemici, mio caro, -- disse il principe, senza levare gli occhi attenti e lucidi da quel monte di bucato che calava lentamente là nel retrobottega.
-- Ah! impossibile! -- urlò Cecco.
-- Non ne ho, -- ribattè l'altro, -- oppure non so di averne; il che vale tanto come non averne.
-- E allora? Che cerchi?
-- Tutto il male che ho avuto nella vita, -- disse lentamente il principe, -- me l'hanno fatto quelli che m'hanno voluto bene.
-- Gli amichi! li parenti!... Ammazz....
-- No, no, no, no! -- gridò il principe. -- No! non si tratta di falsi amici nè di parenti malvagi. Sono stati mio padre e mia madre che m'hanno fatto il più gran male!
-- Che me dichi?!
-- Sì! Sì! -- continuò l'altro con strazio, -- anche mia madre! M'hanno fatto credere in un mondo che mi piaceva tanto, e poi sono morti: e io son dieci anni che brancolo cercando e frugando per trovare quel mondo là, capisci? e non lo trovo... non lo trovo perchè non c'è! perchè era una menzogna! Tardi, ma l'ho capito!... Eppure che cosa devo fare io se quello era l'unico mondo dove m'ero preparato a vivere, era l'unico mondo dove avrei potuto vivere!... Perchè m'hanno ingannato? perchè? Io non lo so. Le bestie non fanno così. Le bestie sanno che cosa bisogna insegnare ai loro piccoli perchè imparino a vivere tra le bestie, a nutrirsi, a combattere, a vincere!
Cecco rimase addirittura sconcertato: strinse la bocca, chiuse gli occhi come se si accingesse a pensare. Ma, a un tratto, cambiò rotta. Afferrò il litro, riempì il bicchiere del principe e glie l'accostò alle labbra senza dir verbo. Il principe bevve.
-- Finchè si fanno di quei discorsi lì, è segno che non si è bevuto abbastanza! -- sentenziò Cecco.
Ci fu una lunga pausa, durante la quale gli occhi già lucidi del principe sembrarono annebbiarsi e tremare sotto il peso delle palpebre: ma quando proprio pareva ch'egli dovesse addormentarsi, tirò fuori una lunga lunga e strana risata senza rumore, poi disse:
-- «Sarai deputato, sarai ministro, ambasciatore.... la tua parola franca, i tuoi studii, i tuoi ideali sublimi ti porteranno in cima a tutti gli onori!...»
Abbozzò un'altra risata, e poi con furore quasi gridò: -- Ma non sarebbe stato meglio dirmelo subito a che prezzo si aprano tutte le porte? a qual patto si vinca veramente in questo sùdicio mondo?!
E due lacrime discesero brillando sul suo pallore.
Cecco rimase un pezzo a guardarlo imbambolato, poi si girò sul panchetto scuotendo forte la testa; e diceva ad alta voce, ma come tra sè:
-- Me pare de sognà! S'ha da di' male de la Vita! la vorrebbero più bona, più condiscendente, più allegra! Ma nun lo vedeno che tutto quello che arzigogola lo fa per diverticce, poverina, e pe' ffacce ride! E nossignori: ce so' certi ingrati che vonno piagne pe' fforza, je vonno fa' le boccacce! Eeh.... eeh.... (e qui faceva certe strane boccacce di pianto da neonato). E ffate come me! che ve possino brucià vivi come Giordano Bbruno! Fate come me che pijo tutto per gioco e rido de tutto.... che me spacco dal ride.... e manco.... Che c'è? -- fece Cecco rivoltandosi mezzo spaventato.
«Testa de morto», ancora con gli occhi socchiusi, lo guardava e digrignava i denti e biascicava, come volesse ridere e parlare.
Che diavolo gli voleva dire?
Vuotato il bicchiere che gli stava pieno davanti, «Testa de morto» riuscì a dire quel che voleva:
-- Oh! te! Si hai tanta voja de ride.... perchè nun vai.... a da' 'n'occhiatina su.... a casa tua?!
Detto appena questo, stralunò gli occhi e ricadde sul marmo del tavolino.
-- Sporca bestia senza padrone! -- rantolò Cecco, alzandosi. Poi súbito scosse le spalle e fece una gran risata, e si rimise a sedere rivoltandosi al suo compagno.
Ma il principe non lo udiva nè lo vedeva più. Aveva ora gli occhi chiusi e sulle labbra un piccolo sorriso dolcissimo. Rina, lieta forse di esser vicina al termine del suo lavoro, aveva incominciato a cantare una vecchia nenia dell'Agro, ed egli, certo a quella nenia, s'era addormentato.
Cecco, vedendo quel giovane stanco piegarsi lentamente verso il tavolino, provò per lui un vero senso di protezione paterna, e pensò: «Guarda come s'addormenta bene al canto! Mica è un omo, questo! è un bambino: je ce vorrebbe la mamma che l'addormentassi così tutte le sere!»
Ma quando Cecco si vide solo in mezzo a quella gente che pareva tutta morta, ebbe paura di qualche cosa. Volle ridere: ma poi ci ripensò e capì che era inutile. Che serviva ridere ora che quella sporca bestia, quel «Testaccia di morto» gli aveva cacciato i suoi denti da cane nel cuore?
A un tratto si trovò nella destra un _bísturi_.
Come? Quando l'aveva cavato dal suo astuccio senza avvedersene?... Se lo nascose presto nella tasca della giacca.
S'alzò pian piano, andò a guardare dai vetri dell'uscio, poi l'aprì: stette a contemplare la sua casetta lì di faccia, che sembrava un giocattolo dimenticato da un bambino sotto una pioggia di stelle.
«Che ce vado a fa'?!» disse forte Cecco riscrollando le spalle. Ma non si mosse dalla soglia dell'uscio.
E come si mosse, fu per traversar la strada: «Servirà pe' ffaje una sorpresa.... pe' daje un bacio che nun se l'aspetta!...»
Intanto il principe sognava. Sognava una gran casa sulla piazza d'un paese, tutta imbiancata di fresco di dentro e di fuori, piena di prosciutti, di farina, di panni lavati, di galline, di bambini ridenti, dov'egli era padrone, e Rina era sua moglie. Gli pareva di ritornare allora allora dalla caccia e di scaraventare il carniere in mezzo alla cucina per abbracciar presto la sua bella massaia. E gli pareva di durare un gran pezzo a tempestarla di baci sul viso rosso infuocato, finchè, alzando la testa, vedeva sul muro, appeso, tra i prosciutti, un ritratto antico, dall'abito uguale a quello di un suo antenato, ma con la faccia di Cecco tale e quale, che rideva e gli diceva movendosi: «Vedi, vedi che la vita è allegra? Vedi che avevo ragione io?!» Allora aveva incominciato a ridere anche lui, ma di cuore, come non si ricordava di aver mai riso in tempo di sua vita; e ridendo giù a scroscio, guardava Cecco e gli ripeteva a perdifiato: «Grazie Cecco! Grazie Cecco! Grazie Cecco!...» e il suo riso cresceva ancora, e lì appesa la faccia di Cecco gli continuava a dire: «Vedi? Vedi che la vita è allegra? Vedi che avevo ragione io!?...»
Ma Cecco, il vero Cecco, a quell'ora, allagava la sua casa di sangue.
E la povera Rina cantava ancora!
IL CAVALIER ALLEGORIA.
-- _Seconda?_ -- domandò il facchino correndo avanti.
-- _Prima!_ -- rispose il cavalier Allegoria con lo stesso calore con cui noi grideremmo «Viva l'Italia!».
-- Tutto per lei! -- gridò il facchino spalancando lo sportello d'uno scompartimento vuoto e facendovi quasi volar dentro la valigia che portava.
-- Piano! piano!... un po' di riguardo, per quello Iddio! È vera vacca! -- strillò il cavaliere arrivando tutto ansante e saltellante. Poi subito, rigirandosi di qua e di là in gran fretta e battendo le mani presto presto, incominciò a gridare: -- Giornalaio!... Birraio!... Psss...! Cuscinaio!... Sigaraio!... Psss!
Molti viaggiatori corsero ai finestrini credendo di vedere qualche cosa di molto interessante. Ma rimasero male: perchè videro solamente un omino rubicondo e ritondetto, tutto vestito a nuovo, tutto lustro, che, con un vertiginoso crescendo, comperava due cuscini, tre riviste, quattro giornali, cinque sigari.... e che avrebbe forse bevuto sei bicchieri di birra se il controllore non lo avesse fatto salir su in gran fretta, che il treno si muoveva già.
Appena serrato nella tiepida e morbida gabbia di velluto rosso, il nostro cavaliere si soffiò il naso con un fazzoletto di seta gialla, sfacciatamente profumato alla violetta; indi si sgravò di un bel soprabito nero con fodera di seta ed apparve in una mirabile giubba a falde, nuova fiammante.
Ah! quanto mai doveva piacere al cavaliere quel suo vestito! Ce ne volle prima che si saziasse di mirarselo. Ma pure, alla fine, seppe staccarne gli occhi; e calcatosi in capo uno smagliante berretto a scacchi e arricciatosi con infinito amore certi suoi piccoli baffi biondicci dinanzi ad uno specchietto tascabile, si sprofondò soavemente nel molle sedile e si concesse il lusso di pensare:
«E dire che io ero così contrario a questa guerra!» pensò il cavaliere. «Invece ci ho messo pancia e portafoglio! Due buoni amici!... Eh! eh! eh!.... Ma chi l'avrebbe mai detto?... Mi si riconoscevano delle qualità: questo è indubitato. Delle belle qualità di organizzatore. Allegoria di qua, Allegoria di là. Nei balli, per esempio.... nei funerali, ero desideratissimo: mi si trovava addirittura geniale, qualche volta; ma che avessi il bernoccolo del grande affarista, questo non se l'imaginava nessuno. E nemmen io me l'imaginavo. Ci voleva la guerra, per quello Iddio! Grande rivelatrice! dicono bene i giornali.... Però, tutto sommato, mi sembra ancora un sogno.... Un gran bel sogno! Ripensare a quel primo affaretto dei binocoli dove rischiai tremando lo stipendio di un mese!... È stata una fungaia: uno ha tirato l'altro.... e sempre uno più grosso dell'altro.... fino a quest'ultimo delle borraccie.... Pare uno scherzo! un problemino per la prima elementare. Mezzo milione di boraccie di guadagno per borraccia. Un milione di soldini!... Ah! santa, santa Guerra!... me lo potevi dir prima!... Già me lo sarei dovuto imaginare: la Guerra è donna.... e le donne, per me, hanno sempre avuto un debole.... Oh! Oh!... guarda come m'è venuta carina senza cercarla! -- esclamò a questo punto il cavaliere; e si concesse un buon quarto d'ora di riposo mentale.
«Veramente -- riattaccò poi a pensare -- in mezzo a tante rose, la spina c'era. Quel povero ragazzo.... il sangue mio.... là sull'Isonzo, proprio dove se le dànno più grosse! Che me ne sarei fatto di tutti questi bei denari, se il mio Ginetto.... Ba! ba! ba! non ci pensiamo nemmeno, se no, addio digestione. Al diavolo i neri pensieri, che anche questa è già per metà accomodata. Il ragazzo ha saputo ammalarsi a tempo. Adesso tocca a me a far l'altra metà. La più difficile! Ma, non sono il cavalier Allegoria, se io non mi riporto a casa il mio Ginetto riformato!»
Gettò nel portacenere il primo Avana, accese il secondo, e sorprendendosi in una magnifica posa da banchiere, rientrò trionfalmente nel primo tema della sua muta sinfonia.
«Sissignori! il salto è stato bello: da _duemila e tre_, a capitalista!... Eppure è così. Chi m'invidia crepi pure; ma non c'è rimedio. Bisogna vedermi viaggiare in _prima_, vestito come un _mylord_, con un sigaro in bocca che sembra una salciccia, proprio come un vecchio re della finanza.... Vecchio.... del mestiere, intendiamoci; non di età, perchè mi sento, per quello Iddio, certi fumetti per il capo, questa sera.... peggio che a vent'anni!... A proposito; guarda questi magnifici cuscini se non par che dicano: _Cherchez la femme!_... E perchè no?... A che cosa serve viaggiare in _prima_ e di notte, se non si cerca un po' di avventura?...»
Una soffiatina alla cenere della manica, un biscottino a quella del ginocchio, un'altra amorevole occhiata allo specchietto, un po' di essenza di violetta alla punta dei baffi, una pastiglia di menta in bocca, un buon colpo alle reni per star più dritto, e il rotondo cavaliere infilò brillantemente il corridoio.
Non era passata mezz'ora, che, schizzando fuori, tutto rosso e scomposto, da uno scompartimento di _seconda_: -- Che tempi! -- gridava. -- Non si può più offrire i propri servigi ad una signora che si buscano dei mezzi ceffoni, con tanto di minaccia di tirare il campanello d'allarme! È una bella porcheria!... Dopo tutto, ero io che mi degnavo di viaggiare in _seconda_ per farle compagnia!...
Così, brontolando e soffiando, sballottato goffamente un po' di qua un po' di là, andava, andava pieno di dispetto, di carrozza in carrozza.
Ma non dimenticava la sua brava sbirciatina ad ogni scompartimento, e via via strideva:
-- Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati: soldati, caporali, sottufficiali e ufficiali.... ma non ci son dunque più donne in Italia?
Senza avvedersene, trasportato dal suo bollore, era passato in una carozza di _terza_.
Ad un tratto, gettò un vero e proprio urlo.
La sua faccia diventò bianca come una rapa, poi ritornò il doppio più rossa di prima: le gambe furono in forse su quel che dovesser fare; ma finalmente rigirarono il loro rotondo padrone e lo riportarono pari pari, in gran fretta, al suo solitario scompartimento di _prima_.
Che mai aveva veduto di così spaventoso il nostro cavaliere?
Aveva veduto suo padre.
Sì. Purtroppo, data la solidità del suo sistema nervoso, impossibile sperare in una allucinazione! In fondo a quel corridoio di _terza_, a pochi metri da lui, dritto davanti a un finestrino aperto, sfidando col petto quadrato la stellata tramontana, fierissimamente puntellato alle sue stampelle, c'era suo padre.
Dove poteva mai andare quel vecchio invalido che da dieci anni almeno non saliva in un treno, e che neanche per il terremoto del '95 aveva voluto passar la notte fuori di casa? E poi (ad onta di quel mezzo accidente che gli era preso), non aveva il nostro cavaliere benissimo veduto la barba paterna accuratamente rasa, e nella bocca paterna una certa famosa pipa di schiuma, e sotto la giacca paterna tanto di camicia rossa? E potevano forse mancare appuntate a quella camicia le relative undici medaglie? Altissima tenuta, dunque; compiuto assetto da gran cerimonia!
Non v'era dubbio possibile. Padre e nonno avevano la stessa meta: il loro Ginetto ammalato.
Appena rimesso a posto il sangue, il cavalier Allegoria recapitolò la sua posizione, napoleonicamente, con due parole:
«Siamo fritti.»
«Però, -- soggiunse dopo cinque minuti di abbattimento, -- possediamo ancora due superiorità sul nemico. Prima: lo abbiamo individuato senza scoprirci. Seconda: disponendo di mezzi fisici e finanziari superiori, potremo precederlo e difficoltargli l'azione.»
E fiero di questo inaspettato risveglio del suo spirito, nonchè della terminologia già così bene assimilata in soli sedici mesi di guerra europea, assicuratosi bene che le piccole falde gli aderissero senza pieghe, allungò senz'altro la sua breve persona sui molli cuscini, chiudendo languidamente le palpebre.
L'invocato sonno non tardò a venire, e durò tutta la notte, e fu uno di quei sonni dolci e ristoratori quali la coscienza concede a coloro che per tempo l'hanno avvezzata a star zitta.
E fu lui infatti, il nostro roseo cavaliere, il primo ad arrivare al modesto ma incantevole ospedaletto che la piccola città di Riviera aveva offerto ai soldati d'Italia.
Quando il vetturino, a capo di un'erta, fermò i suoi due cavallucci ansanti e fumanti al fresco mattutino, e disse: -- Siamo arrivati! -- il cavaliere calcolò che nella peggiore ipotesi un'ora di vantaggio sul nemico gli fosse garantita dalla lunga e faticosa strada; e diede una rapida occhiata al suo prossimo campo di battaglia.
Era un delizioso albergo cinto di rose eternamente fiorite, di palme eternamente verdi e di aranci, allora carichi di frutti, preso e trasformato d'un tratto in ospedale. Era stata così rapida la trasformazione, che l'allegro edifizio non se n'era nemmeno accorto e seguitava ad offrire con sorridente furberia le sue bellezze, come se ci fosse ancora il _bureau_ incaricato di metterle in conto.