Storie da ridere.... e da piangere
Part 8
Peppino infilò gloriosamente l'androne tenendo nella sua destra mano il braciotto rotondo di Armida, e salì, come era solito fare, il primo ramo delle scale per arrivare ad una certa nicchia senza statua dove tutti i giorni si fermavano per dirsi addio il meglio possibile. E, salendo, parlava. Da quando aveva visto rinvenire la sua innamorata nella farmacia di Piazza Guglielmo Pepe, forse per la gran gioia, forse credendo che ci fosse bisogno di tenerle sollevato il morale, aveva incominciato a parlare; a parlare di un monte di cose a casaccio: del tempo che passa presto anche quando pare di no, del puzzo dell'etere, di quando tre mesi prima s'era svegliato anche lui e s'era ritrovato in una gran pozza di sangue abbracciato alla testa del suo cavallo morto, di suor Nicoletta e di suor Pacifica che erano due angioli incarnati, dei tassametri che sono una bella cosa quando non diventano più ladri del vetturino, dei denari che quando uno li ha spesi non ce li ha più, del giorno benedetto dello sposalizio che avrebbero avuto due bei cavalli e una carrozza da principi, della casetta che li aspettava al loro paese e a quell'ora già la stavano imbiancando dalla cantina al tetto, del mal di mare che gli aveva fatto rifare il core nell'andare a Bengasi, dell'Italia che ora diceva sul serio e ormai gli arabi l'avevan capito, e non solamente gli arabi.... e di altre e altre infinite cose.
Quanto alla bella Armida, levato qualche «oh dio! oh dio!» appena rinvenuta, poi non aveva più fiatato.
-- Poverina, quanto è buona! -- diceva lui tra sè. -- Non mi sente nemmeno, tanto pensa ancora alla disgrazia di quella povera Felícita! -- e seguitava a parlare senza fermarsi mai, per distrarla.
Ma finalmente, così parlando sempre, arrivarono alla nicchia sacra al loro amore; e Peppino, che quando arrivava lì il petto gli rintoccava come un campanile il sabato santo, allungò il solito braccio intorno al collo della sua bella e se la tirò bravamente sotto l'elmo preparando labbra e occhi a quel saporitissimo bacio che da cinque mesi era l'_alt_! desiderato di tutte le sue giornate e il _march_! delizioso per i sogni di tutte le sue notti.
-- Che è stato?! -- gridò spaventato Peppino. Armida gli aveva appiccicato una maledetta manata sul collo e s'era divincolata da lui; e salendo in furia le scale gli strillava:
-- Poverino! anche il bacio vorrebbe, dopo quelle belle cose che m'ha detto! Sperava che me ne fossi dimenticata!... O non son cattiva? O non hai detto che son cattiva? E allora, perchè mi vuoi baciare? La gente cattiva non si bacia. Si bacia quella buona.... Va a baciare Felícita!
Arrivata al primo piano, schiavò con rabbia l'uscio di casa e entrò. Ma poi si riaffacciò e gridò:
-- Spòsatela!
E richiuse, che parve una cannonata.
La deserta nicchia, forse in premio dei suoi fedeli servigi, ebbe finalmente quella sera una statua. E fu quella del povero Peppino. La statua del rincorbellimento.
L'elmo sulle ventitrè, le braccia ancora mezzo sollevate, le mani aperte, le labbra ancora strette e protese com'erano per attendere il bacio, le gambe in una scomoda posizione, sì che sembrava stesse ritto per miracolo, gli occhi grandi e fissi come due bersagli. Se gli si fosse aperta la testa, al posto del cervello io dico si sarebbero trovate due sole parole:
-- È possibile?!
LA VITA È ALLEGRA!
Il caso singolarissimo di un giovane che s'era buttato giù da un terzo piano, dimostrando tutta la buona volontà di ammazzarsi, ed era invece cascato sopra dei materassi, riuscendo soltanto a slogarsi le due spalle, aveva messo di buon umore tutta la _Sala del pronto soccorso_. Era sorta una rumorosa disputa tra due giovani medici, pretendendo ciascuno di possedere il segreto per accomodare più prontamente le spalle; e, allora, uno più anziano aveva tirato fuori il suo cronometro d'oro e aveva gridato ai due: -- Avanti, questo è il caso di far la prova! A Lei il destro. E a Lei il sinistro. A chi fa prima: uno! due!... e tre!!
E in mezzo alle risate dei colleghi e alle occhiate significative degli infermieri, la gara s'era iniziata.
Quel lungo e magro corpo ancor mezzo svenuto, sotto le violente manovre dei due competitori, paffuti e sbarbati per l'appunto tutti due, sembrava un gran burattino litigato da due ragazzi imbizziti.
La gara era già durata la bellezza di cinque minuti primi, quando il poveretto gettò un breve grido, spalancò gli occhi e fece una mossa istintiva in avanti, come per scappare dal lettuccio impaurito; ed ecco che proprio questa mossa fece ritornare, nello stesso istante, i suoi due omeri al posto loro, lasciando i due medici ricoperti di sudore a guardarsi strabiliati.
Un infermiere dal naso grande e rosso, il quale non era altri che il famoso Cecco detto Scacciapensieri che tutti i reparti di quell'ospedale romano si disputavano per passare un'ora allegra, e che in quel momento nessuno osava guardare in faccia per non scoppiare in una risata, si fece presso al paziente, lo tirò su a sedere sul lettuccio e incominciò a rivestirlo, mentre i medici s'eran tutti ritirati in un angolo della sala commentando l'esito della gara e accendendo sigarette.
Quando si vide infilata la camicia, il suicida si lasciò di nuovo cadere supino e disse con solennità:
-- Ora lasciatemi morire, mi vestirete dopo.
Cecco fece una risata che ne rintronò tutta la sala:
-- Embè che volete? n'antra volta v'ammazzerete mejo! pe' sta volta....
-- Non muoio? -- domandò l'altro come fosse sinceramente spaventato da questa idea.
-- Ve rincresce proprio?... Andate là che è mejo pagà na _fojetta_ a me che morire! -- esclamò Cecco rimettendolo su a sedere di peso.
Come si fu persuaso di essere tutto intero, ed ebbe messo finalmente i piedi in terra, quel candidato alla morte, bocciato, gettò un mezzo urlo: non c'era osso nè muscolo nè nervo del suo corpo che non gli sembrasse trapassato da una spilla! Tuttavia cercava di infilar l'uscio più presto che poteva, sostenuto dal braccio di Cecco.
Non così presto però che il medico anziano, quello che era stato arbitro nella gara, non lo vedesse e non gli gridasse: -- Ehi! Il nome! il nome! -- affrettandosi verso un tavolino, vicino all'uscio, dove era il registro.
Il disgraziato si fermò di botto tentennando sulla persona e una vampa di rossore gli accese il volto emaciato e dolcissimo di vecchio trentenne.
-- Ebbene? Aspetto voi, -- gli disse il medico senza guardarlo, dimenando la punta della penna sul registro.
-- C'è proprio bisogno di dichiarare il nome?... Una volta che non è andata come desideravo....
-- Chi capita qui o morto o vivo che sia, deve lasciare il suo nome, -- affermò con sussiego il medico. -- Tutto quello che si può fare, -- aggiunse poi osservando con meraviglia la enorme confusione di quel volto da re santo, così sottilmente disegnato, -- tutto quel che si può fare è di sbagliare un poco la scrittura del cognome.... Se crede.
-- Oh! sarebbe pur troppo inutile, dottore.... anche storpiato, il mio nome si capirebbe ugualmente... La mia tragedia sarà coperta di ridicolo!!
Un po' diffidente, un po' incuriosito, il medico chiuse gli occhi e sentenziò: -- Eppure il regolamento parla chiaro: noi non possiamo trasgredirlo.
-- Il regolamento dice, -- rispose il poveretto con voce di preghiera, -- che il nome deve essere scritto lì, è vero?
-- Sicuro!
-- Ma non dice altro?...
-- No.
-- Dunque io posso chiederle il gran favore di non mostrare a nessuno il registro.... e specialmente a nessun giornalista.... saprò ricompensare il suo silenzio....
-- Oh! questo credo bene che potrò farlo.... -- disse il dottore cominciando a convincersi di aver a che fare con qualche persona di gran riguardo. -- Fatti in là, Cecco; e lei dica pure il suo nome nel mio orecchio.
Cecco si fece in là grattandosi la testa voluminosa e dicendo tra i denti: -- Te saluto! È na persona fina, questa!
-- Eh!!? -- gridò a un tratto il dottore mandando addietro di mezzo metro la seggiola dov'era seduto. -- Il prin...?
-- Per pietà, dottore!
-- Lei è il prin...?!
-- Ma dottore! la sua promessa!! -- ripeteva con voce soffocata il povero principe tremando tutto.
-- Sì, sì! mi scusi! Lei ha tutte le ragioni, ma l'emozione della meraviglia.... capirà.... non sempre si può dominare.... Avessi almeno avuto l'onore di conoscerla di vista....
-- Dica piano! La prego!
E il dottore affidando allora a un fil di voce la sua ghiotta servilità: -- Mi permette, è vero, che Le porga il mio biglietto di visita?... Ho avuto l'onore, -- e questo lo disse ancora più piano del resto, -- ho avuto l'onore di rimetterLe a posto le di Lei due spalle slogate.... e Le assicuro che si trattava di un caso piuttosto complicato....
-- Vorrei potere ricompensare degnamente.... -- fece il principe tentando di portare la mano sinistra verso il portafogli.
-- No no no! -- si affrettò a dire il medico, -- sopratutto non muova le di Lei braccia, le conservi in una immobilità assoluta! mi raccomando, Eccellenza.... uh! _pardon!_... Piuttosto mi farò un dovere di venirLa a visitare al di Lei Hôtel....
-- Sono sceso a una modestissima pensione che mi son fatto indicare da un facchino e dove ho dato il nome d'un mio servo.
-- Eh! Capisco! -- esclamò il dottore cercando di atteggiare il volto allegro a una espressione di tragica pietà. -- Per mettere ad effetto il di Lei triste proposito Le occorreva un assoluto incognito!... Adesso Le darò un infermiere per compagnia. -- E mettendo cipiglio: -- Cecco: accompagnerete fino a casa questo signore e starete con lui finchè vorrà, avete capito? -- E al principe, ritornando dolce: -- Domani mattina, appena finito questo duro servizio, verrò a visitarLa.... Vedrà che troveremo qualche buona cura anche per la di Lei neurastenia....
-- Eh? Ma io non sono affatto neurastenico, signor dottore! -- disse secco il principe.
-- Oh, non dica così, Ecc.... Sono pur troppo le neurastenie più difficili a curarsi quelle non riconosciute dal paziente....
-- Ma, scusi! -- fece il principe con una certa vivacità che contrastava con la obbligata posizione delle sue braccia sospese al collo, -- su quali dati si basa il suo giudizio: sul mio tentativo di suicidio?... Ma non basta!... si è ucciso anche Catone, caro dottore.... e Catone non era neurastenico.... che io mi sappia!
-- E chi glielo assicura? -- ribattè il medico con un tranquillo sorriso. -- A quel tempo là i medici non capivano niente....
Cecco in quel momento aveva aperta la porta, e contemporaneamente un «oooh!» prolungato e festoso era uscito da quattro o cinque teste che si batterono una contro l'altra per veder dentro.
-- Ci ha messa una bella paura! -- gridò uno di quelli.
-- Eh? Perchè? -- domandò il principe oltremodo contrariato, -- chi siete voi?
-- Io?!... Ma come?!... non mi riconosce?... Ma, sono il padrone della pensione!! -- e soggiunse: -- Fortuna che tutto è bene quel che finisce bene! Ma intanto: se lei moriva?...
-- Non ci rivedevamo più! -- esclamò un po' seccato il principe. -- La camera era pagata.
-- Va bene: ma avrei avuto delle noie.... molte noie! Non ci aveva mica pensato lei!
-- Scusate, sono stato un grande egoista! -- ribattè il principe col viso pieno d'ironia e di schifo.
-- Sì sì! -- saltò su a dire una brutta faccia butterata dal vaiolo, -- ma tutti questi bei discorsi non si potrebbero fare ora, se non ci fossi stato io! cioè il povero portiere, cioè il povero cane da guardia con sette figli sulle spalle, che salva, come suol dirsi, la casa dai ladri, dal fuoco, dalle sporcizie, mentre riceve in premio un tozzo di pane e il disprezzo di tutti!!...
-- Bravo!! -- gridò Cecco; e tutti risero.
-- Sicuro! -- riprese il portinaio con enfasi, dopo aver dato una truce sbirciata a Cecco, -- ecco qua tre testimoni oculari: l'inquilino dell'ultimo piano che rincasava; il tavoleggiante del caffè _Ebe_ che accorse, scusate il termine, al capitombolo; il signor Nicodemo, amico di casa, che giuocava a carte unitamente a me e alla mia consorte _in del_ momento tragico, che ci lasciò un brivido nel cuore! Se il signore è cascato sul tenero, come suol dirsi volgarmente, il merito è tutto mio: il pagliericcio e i due materassi che hanno evitato lo scandalo di una morte prematura, erano i miei, che li avevo esposti all'aria della notte per ragioni d'igiene!
-- Me rallegro! -- gridò Cecco che da un pezzo la maturava. -- E ce fai un discorso accusì lungo pe' dicce che ce tieni lo spasseggio sulli letti?!... E ce porti pure li testimoni oculari?!...
La risata fu generale.
Il principe parve quasi ridesse con gli altri; ma subito il suo riso si rifugiò sull'orlo delle sue labbra ed egli disse a denti stretti: -- E così dovrei il resto della mia vita.... ai vostri insetti.... Domani.... domani li compenserò dell'incomodo, state tranquillo!
Il padrone della pensione ed anche il portiere eloquente volevano salire sulla _botte_ nella quale, sostenuto da Cecco, si era accomodato il principe; ma questi disse subito: -- No no, prego di lasciarmi, non intendo rincasare ancora.
Cecco salì trionfante al suo fianco, mentre il principe ordinava al vetturino: -- Via Appia! -- e la carrozza si moveva.
-- To' -- disse Cecco spalancando la bocca, -- dalle parti di casa mia!
-- Ci vado spesso, specialmente le notti di luna piena, -- mormorò il principe.
-- Oh! -- fece Cecco, -- allora, se lei ci pratica per quelle parti, avrà sentito nominare un certo Cecco detto Scacciapensieri?
Non ebbe appena finito di far questa domanda che se ne pentì, e se ne rimproverò mentalmente secondo una sua particolare abitudine: «Pezzo de somaro, questo è 'n signore che ce va 'n carrozza, giusto pe' vvedè la luna, e l'osterie manco le guarda....»
Infatti il principe gli rispose: -- No, mio caro, io vado spesso da quelle parti, ma molto fuori dell'abitato....
-- Se capisce! -- si affrettò a gridare Cecco, -- anzi mi scuserà la libbertà che mi son preso...
-- Cecco, detto Scacciapensieri, eh? -- soggiunse il principe ripensando a quel soprannome che lo aveva colpito.
-- Sissignore per servirla.
-- Siete voi?!
-- Io in persona.
«Che notte strana e favolosa è questa per me! -- pensò il principe; -- mentre dopo ore di lotta e di spasimo, deciso, cerco la Morte, la Vita m'aspetta sul lastrico, m'accoglie ridendo su due materassi sudici, e mi dà per compagno un uomo che puzza di vino e si chiama Scacciapensieri!»
Cecco lo fissava coi piccoli occhi posti a cavaliere del suo gran naso rosso: avrebbe avuta una gran voglia di parlare, ma poi si accontentava di guardarlo così, fisso, e di pensare. Pensava: «Che razza di animale sarà mai questo, che si voleva ammazzare, mentre aveva ancora chi sa quanti quattrini in tasca! Già, quando s'è detto signore, s'è detto matto! Guarda un po' se questa è l'ora da andare a passeggiare in _botte_, alla mezza notte! che nun incontri un cane che te veda! manco 'n amico che schiatti d'invidia... Pori quadrini!! Basta: per me ci guadagno sempre: meglio che all'ospedale qui si sta. Te ce rifiati a questo freschetto! È un gran bel mestiere fare il signore, ha ragione la mi' Esterina!!» E gli occhi gli brillarono pensando alla giovane e bella moglietta che s'era presa da poco tempo, e che a quell'ora doveva dormire sola sola, nella loro cameretta, in quella ultima casa solitaria, e forse non si sognava nemmeno che il suo Cecchino le stava per passare sotto le finestre, disteso in _botte_ come un _lorde_, per andare a veder sorgere la luna dietro le tombe della via Appia!
Non c'erano che due cose capaci di fargli venire lucciconi di desiderio al solo nominarle: la moglie e il vino. Era dunque naturale che il ricordo di una gli richiamasse quasi sempre il ricordo dell'altro.
«Eppure, -- pensò infatti Cecco, -- questa sigaretta è fina, non c'è che dire, in carrozza ci si va bene.... ma io sento che qualche cosa mi manca! 'Na _fojetta_ almeno ce ne vorrebbe! Ma sì! Come faccio a dirglielo? Chi sa perchè me metterà tanta suggezione questo morto resuscitato!»
E intanto la porta San Sebastiano era passata, e le cento osterie della grande arteria romana incominciavano a sfilare, e ognuna diceva misteriose e dolci parole al cuore di Cecco il quale rispondeva con tanti sospiri. Le loro scarse luci affumicate risplendevano come tanti fari per gli occhi suoi di assetato navigante, e ciascuna lasciava un più triste buio nella sua anima.
«Coraggio, Cecco! Ecco quella de _Riviecce_ ce l'ha bono da 8.... e dijelo, sbrighete!» gli gridava lo stomaco con quanta voce aveva. Ma sì! la lingua stava ferma e _Riviecce_ passava.
«Coraggio, Cecco! Ecco _Morimo ritti_. Se te ce fermi con la carrozza e con un avventore cusì, te fa credito pe' un mese de seguito: e pparla, per dio!»
Ma che! la lingua non si voleva muovere e quell'accidente di vetturino tirava, proprio in quel punto, una frustata al cavallo, e così _Morimo ritti_ passava anche più presto di _Riviecce_. E passava _Vacce Forte_ come un sogno, e passava _Monte d'oro_ e quella del _Colombario_ e quella della _Ninfa Egeria_.... Era una disperazione da strapparsi tutti i capelli.
Quando si fu proprio persuaso che il coraggio gli mancava, e in tanto c'era poco a casa sua, e proprio davanti a casa sua stavano le ultime due osterie, e se lasciava passar quelle, addio! era fritto! incominciavano, «che Dio ci scampi e liberi, li sepolcri con la luna sopra,» i quali altrettanta consolazione parean promettere al suo macabro compagno di viaggio, quanta noia promettevano a lui: allora fu preso da un feroce disprezzo di sè stesso, e incominciò a insultarsi, a dirsene di tutti i colori: «vigliacco! infame! ladro! assassino! bojaccia....» E da principio se le diceva mentalmente; ma poi l'ira dilagante e l'esuberanza stessa del suo vocabolario romanesco richiesero l'inconscio aiuto delle labbra e della lingua, e finalmente anche quello delle corde vocali, sì che il principe fu scosso a un tratto in mezzo a una sua tetra fantasticheria, udendosi vicino una salva di atrocissime ingiurie.
-- Che cosa dite?! -- esclamò il principe. -- Con chi l'avete?
-- Eh?! -- fece Cecco trasecolato anche lui, -- e chi lo sa? l'avevo.... così.... col Destino!
-- Anche voi?... portate indegnamente dunque il vostro soprannome, o forse siete bravo soltanto a scacciare i pensieri degli altri.... la qual cosa è tanto facile!
«Sangue d'un cane! -- pensò Cecco, -- se mo' incomincia a filosofà, addio fojetta per davvero!» e allora finalmente sentì il suo cervello dare come un guizzo e scoccare la sua geniale scintilla. Aveva trovato l'_attacco_ giusto, e gridò:
-- Guardi lei se non ho ragione di dire che il Destino è infame! Davanti a casa mia ci son due osterie: una è d'un zagarolese che te dà benzina pura garantita, da fa' cammina' l'automobbili; e quell'antra è d'uno de Genzano, un galantomo de razza, che ci ha le vigne al paese e il vino come je vie ggiù dall'uva così lo porta al banco, veritiero, genuino, senza sofisticherie; s'è agro, agro; s'è dolce, dolce: ce senti dentro le qualità dell'uve, un profumo che se chiudi l'occhi, te sembra d'esse al tinello.... Ebbene, sissignore, quel zagarolesaccio fa pieno la sera e conta quattrini a manciate, e quell'altro disgraziato.... conta le gambe alli panchetti.
-- È naturale che sia così, -- disse il principe. -- Al genzanese non rimane che adattarsi o ammazzarsi. -- E per la durezza ricercata di queste parole, traspariva il pianto.
Ma Cecco voleva andar diritto al suo scopo, ormai che aveva trovata la strada buona:
-- Crede che ci abbia fatte poche quistioni io, colla gente? Ma sì! L'uomo ha la testa dura; va attorno all'inganno come le mosche attorno alla sporcizia. Eccoli là!! Eccoli là!! -- gridò a un tratto alzandosi quasi in piedi, -- vede quei due lumi ultimi? il primo, quello più grande, è di quel ladro patentato, e quello sotto, più micragnoso, è di quell'altro, onesto come l'oro!... Faccia rallentare! vedrà se dico bugia: il primo sarà pieno e il secondo sarà voto.... vedrà! Eppure vorrei farglielo sentire quello bianco asciutto da 8!... Robba da principi!!
Il principe che lo guardava parlare e spasimare con un sottile sorriso, in cui c'erano, strano connubio, della compassione e dell'invidia, a quest'ultima uscita, non potè trattenere un breve scoppio di riso.
-- Roba da principi, -- mormorò a fior di labbra, -- che gente fortunata, i principi, è vero?
-- Ci sono dei principi che non bevono vino: quelli son più disgraziati di me! -- gridò Cecco con una voce in cui sembrò tremare un ignoto spirito profetico, tanto disperatamente egli si tendeva tutto verso l'ultimo faro del genzanese che ormai era a un tiro di sasso, e oltre il quale già si disegnavano i paurosi profili degli acquedotti e dei sepolcri, illuminati appena dalla luna nascente.
-- Che povero scacciapensieri siete, -- disse ancora il principe sorridendo, -- se avete bisogno del vino per liberarvi dalle vostre pene!
-- No! Io ho una pena sola al mondo: la sete! Ma quando Cecco ha sete non è Cecco: tutti lo sanno; se si vuol conoscer Cecco bisogna prima levargli la sete! -- gridò Cecco disperato.
-- E sia: conosciamo Cecco! -- disse quasi tra sè il principe, poi gridò: -- Ferma!
Il vetturino fermò quasi di botto, ma Cecco s'era già scaraventato giù di gran corsa nell'osteria a scuotere l'enorme genzanese che dormiva al suo banco, secondo il solito; e aveva preteso d'illuminarlo con quattro mezze parole sul grande onore che gli stava per fare, e già lo trascinava trasognato e pur sorridente fuori dell'osteria. Insieme aiutarono il principe a discendere nella bottega e a sedersi a un tavolino: a quello di destra più vicino al banco.
C'era da scegliere; erano tutti liberi, salvo uno: quello di sinistra più vicino all'uscita, sul quale erano tre mezzi litri vuoti, un bicchiere pieno, e la testa d'un uomo tutta rasata. Se quella testa non avesse russato, sarebbe stato facile scambiarla, così posata sul marmo, con un pezzo anatomico, in attesa del bisturi.
Cecco la degnò appena d'una occhiata di sbieco; riconobbe subito «Testa di morto» l'accattone più facinoroso della contrada, col quale anzi una volta aveva avuto che dire, e brontolò: -- Stasera è grascia! A chi li avrà rubbati?
Ma subito che il principe fu seduto, Cecco ebbe ben altro da fare che badare a «Testa di morto».
Ah! se Cecco avesse potuto invece sapere perchè quell'uomo stava lì!
E se chi pagava quei tre mezzi litri a «Testa di morto» avesse potuto mai vedere in che modo questa spregevole carcassa compiva il suo dovere di piantone?!...
Ma Cecco scaricava le sue minuziose istruzioni nel bovino cervello del genzanese.
-- Dateme retta, Giggi, che questo nun so chi sia, ma è un pezzo grosso: domani verrà sul giornale!!... e ce verrete pure voi!... se me fate fa' 'na bbona figura!... De quello lì, ci avete a da'! -- diceva indicando una delle tre botti che stavano in fila dietro il banco. -- Quelli no! cavate fuori due bicchieri de cristallo.... È alzata la vostra figliuola?...
-- Sì; riguarda il bucato di là.... Perchè?
-- Perchè bisogna farglieli lavare a lei i bicchieri, e anche er litro.... che risplenna....! se no c'è pure er caso che se schifi.... Allora ce famo 'na bbella figura, io e voi!... -- E così di seguito.
Quando gli parve d'aver detto tutto, prese una salvietta di bucato e corse egli stesso ad asciugare un po' di vin rosso che era sul marmo del tavolino prescelto, e continuò poi a sfregar questo marmo con tutta la sua forza per qualche minuto, come se volesse cavarne faville.
-- Basta! Basta! -- ripeteva il principe sorridendo.
Venne la figlia del genzanese, una bella e forte ragazza di diciotto anni; lavò i bicchieri sotto la cannella finchè non li sentì scrocchiare tra le sue mani rosse; li asciugò con gran cura, ripassandoli con una salvietta di tela, perchè non vi rimanessero peli attaccati; poi li diede al padre.