Storie da ridere.... e da piangere

Part 6

Chapter 63,764 wordsPublic domain

-- Ecco! vede che Lei m'ha capito subito! In quel momento qualcuno girò con molta energia la chiave nell'uscio di casa: ed entrò, infatti, un giovanotto biondo, con due baffetti arricciati, molto ben pasciuto e molto ben vestito: passò in mezzo a noi quasi senza salutare, andò diretto a un uscio, l'aprì, entrò, e richiuse rapidamente. Ebbi il tempo di vedere che era entrato nella cucina.

-- Quello.... -- incominciò a dirmi la cugina carnale della prima moglie del signor Romolo, -- quello sarebbe....

-- Un altro parente.... a quanto pare!

-- No, ma.... quasi.... Diventerà presto, via!... È il fidanzato della figlia di Romolo.

-- Di quale figlia, scusi.... Non son tutti piccini?

-- Ma no! si tratta del sangue di quell'anima santa della prima moglie!

-- Ah! ho capito!... ci sono qui in casa anche i figli del primo letto....

-- Eh! ormai.... -- esclamò malinconicamente la signora -- .... una è monaca, l'altra è maritata.... viene qui giusto la domenica a mangiare un boccone con noi.... In casa non c'è rimasta altro che questa creatura di vent'anni.... buona sa, buona come un angelo.... e brava per la casa.... uh! non esce mai.... sempre a lavorare dalla mattina alla sera!

-- E.... sposerà presto?

-- Mah!... -- e qui un sospiretto: -- Chi lo sa? Questo fiorentino è un bel ragazzo.... ma non ha impiego.... Sarà un anno che lo cerca e non lo trova.... Intanto mangia qui con noi....

-- Per bacco! Ma questo è un refettorio!

Qui fummo interrotti da un rumore di colluttazione e di ingiurie che veniva dalla cucina. La porta si aprì impetuosamente e apparve una graziosa figurina bionda, rabbuffata e spaventata che, senza vederci, gridò:

-- Papà!

Immediatamente il grido fu ripetuto da tutti i ragazzi, che uscirono in frotta dalla stanza vicina alla mia.

-- Ah! chiami papà! -- gridò il bel giovinotto rincorrendo la ragazza. -- Sai che paura?! To'!... te ne dò un altro! -- e, prima ancora di dirlo, le aveva già allungato un ceffone sonorissimo, ed era rientrato in cucina, mentre l'inventore accorreva dal suo laboratorio.

Io avevo cacciato fuori tanto d'occhi; ma la signora con la quale conversavo me li fece rientrare subito dicendomi, senza scomporsi affatto:

-- Le solite cose da innamorati.... signore mio!

Intanto l'inventore, cui la fretta e la commozione avevano sconvolto le sembianze, e résele ora piuttosto raffaellesche che peruginesche, era corso ad abbracciare con gran delicatezza il capo biondo della figlia, e stringendosi il visetto infocato e lacrimoso contro il petto, le diceva con tenerezza materna:

-- Ninny! piccina mia! dillo a papà tuo che cos'è stato.... t'ha picchiato quel cattivo.... eh?... ancora?... Ma perchè?... Ma che cosa vuole?!... che cosa gli dobbiamo fare di più?... La bontà e la pazienza dovranno pure avere un limite!... Non ci pensa lui che io son romagnolo!!

-- Romagnolo?! -- ruggì di dentro il giovanotto, e poi continuò spalancando l'uscio di cucina: -- _Icchè_ la mi vorrebbe fare? sentiamo un poco!

-- Per l'amor di Dio, babbino mio! Sii buono! non gli rispondere! -- gridò la giovanetta aggrappandosi al padre e baciandolo. Come a un segnale dato, i sei bambini si attaccarono per di dietro al camice dell'inventore, strappandone al primo impeto tre bottoni.

-- Mettervi alla porta! -- gridò rinculando il vecchio, tutto bianco come il suo pelo. -- Mettervi alla porta! Sarebbe ora!

Questa volta la paciona mia interlocutrice aveva creduto bene di muoversi: era andata a prendere il bel giovanotto sotto braccio e, stringendoselo con visibile soddisfazione al fianco, lo trascinava dentro la cucina dicendogli: -- Su! via, Ettorino!... non vedi che c'è gente?... Lascialo dire: adesso si va a tavola, e lì finisce tutto, lo sai! Guardiamo piuttosto che non si bruci l'abbacchio!

-- È inutile! piccina mia, è inutile! -- ripeteva l'inventore tirato sempre più indietro dalla sua progenie, fin nel fondo del corridoio. -- È inutile! tanto un giorno ci si dovrà venire!...

-- No! credi, papà! è così nervoso Ettore; ma in fondo non è cattivo.... mi vuol tanto bene....

-- Ci si dovrà venire! piccina mia. Son romagnolo!... Che non ti metta più le mani addosso! che non te le metta! se no.... non parlo più.... faccio!!

Il bel giovanotto che stava per infilarsi nella bocca due lunghissimi maccheroni, forse per giudicar della cottura, sospese l'operazione e commentò:

-- «Faccio»?! Per me, facciamo pure!... basta che _un_ si faccia a cornate, se no _un_ ce la posso!! -- e così detto, ingoiò i due maccheroni. La signora che gli stava vicino soffocò una risata, e dandogli con la mano sulla nuca, gli susurrò un amichevole: -- Vassallone! -- e poi finì di rigirare l'abbacchio dentro il tegame.

-- Che cosa ha detto? -- gridò l'inventore laggiù dalla soglia del suo stanzone.

-- Niente, niente.... parlava con la zia! -- si affrettò a dire la fanciulla.

-- Che cosa ha detto? -- ripetè più forte l'inventore; ma un'ultima vigorosissima tirata della sua prole lo fece scomparire dentro l'uscio dello stanzone.

Stavo per rientrare nella mia camera, credendo che lo spettacolo fosse finito, quando suonò il campanello. Un po' per cortesia, un po' per curiosità, trovandomi a un passo dall'uscio di casa, aprii.

Feci appena in tempo a scansarmi, che la porta fu spalancata con impeto e un uomo basso e moro, coi capelli piuttosto lunghi, un gran cappellone da pittore, un fiasco di vino in mano, una salute invidiabile, entrò ballonzolando sull'aria della _Bohème_; Tra là laralalà.... lalà lalà lalà..... là laralalà....

Dietro lui veniva ansando, con un grosso poppante addormentato sulle braccia, una donna molto giovane, vestita modestissimamente, e così somigliante alla bionda e pallida Ninny, che subito riconobbi in lei quella tal figlia maritata di cui la signora grassa m'aveva parlato. Era il supplemento domenicale della famigliuola.

Non curandosi affatto della mia insolita persona, nè dei saluti che gli venivano dalla cucina, il rubicondo Marcello fece tutto il corridoio a passo di danza cantando il suo pezzo favorito. Quando fu in fondo si fermò, tese il braccio che teneva il fiasco, e gridò:

-- Oggi pago da bere io.

-- Vôl piovere! -- fece il bel giovanotto dalla cucina.

-- Ti vanno bene gli affari, Aristide? -- domandò la grassa signora aiutando il prode Ettore a scolare i maccheroni.

-- Benone! sora Matilde: parto per l'America! -- gridò l'allegro Aristide. -- Vi levo l'incomodo; siete contenti?

-- Sempre una nuova! -- disse scoppiando a ridere la signora Matilde, e rise anche Ettore e anche la piccola e pallida moglie.

Credendo di avere assistito anche alla farsa, mi parve giunta l'ora di chiudermi in quella mia camera, dove, secondo il buon inventore, avrei dovuto godere una pace quasi claustrale.

Dopo un'ora, sentivo procedere il pranzo con un così crescente bonumore, che dovetti chiudere il mio libro e uscirmene di casa disperato.

La notte ritornando verso il tocco, giunto su all'uscio di casa, mi trovai dinanzi il dorso di una persona, la quale si sforzava d'infilare la chiave, e non ci riusciva. Esaminai lo sconosciuto alla luce del mio cerino. Era un alto signore tutto impomatato, emanante un acutissimo profumo di violetta da pochi soldi, con piccoli baffetti e mosca sul mento; portava una _redingote_ di vecchio taglio, delle scarpe lucentissime ma crepate, una mezza tuba alla francese grave d'unto, una camicia inamidata ma sgualcita: era paonazzo in volto, e soffiava, e ad ogni tentativo fallito ringhiava la fatidica parola di Cambronne.

Non tardai a riconoscere un francese ubriaco e pensai: questo signore certo ha sbagliato uscio.

-- _Qu'est-ce que voi vulete?_ -- mi chiese quando si avvide di me: e io credendo di illuminarlo, subito:

-- _Entrer chez moi, monsieur!_

Ma lui, senza l'ombra della meraviglia:

-- _Mais très bien!! alors vous m'ouvrirez cette cochonne de porte!_

-- _Hein? vous logez ici?! Vous aussi? En êtes-vous sûr?_

-- _Monsieur!!_ -- esclamò il francese facendo un passo addietro, e chiudendosi nella sua _redingote_ con un gesto da padrone delle ferriere: -- _J'ai bu du veritable Pernod, en tous cas: pas de la grappa ou de ces cochonneries anglaises!!_ -- e porgendomi la sua chiave con schematica compitezza: -- _Voyez vous-même!_

Io presi la chiave, e, per essere ancora più sicuro, anzi che confrontarla con la mia, la infilai addirittura nella toppa: se la sua chiave apriva, era chiaro che quel signore aveva il medesimo diritto che avevo io, di entrare.

E la chiave infatti aprì.

Quando fummo dentro, il francese, appoggiandosi con le spalle al muro, cercò nella tasca interna un biglietto di visita e me lo offrì. Io glie lo ricambiai, poi aprii lentamente l'uscio della mia camera. Il francese attaccò con molta cura il cappello e la _redingote_ ad un attaccapanni, e poi entrò nella cucina augurandomi la buona notte.

Guardai il suo biglietto; c'era sopra tanto di corona comitale e sotto: _Ingénieur Alphonse Leroy, Paris._

Dopo una mezz'ora, volli andare a prendere dell'acqua fresca in cucina, e lo vidi raggomitolato sopra una branduccia da bambini, che russava profondamente.

Una giornata, sebbene piuttosto laboriosa come avete veduto, non era tuttavia bastata neppure a farmi conoscere di vista tutte le persone che componevano quella che il buon inventore, con commovente eufemismo, chiamava la sua famigliuola. Infatti mi mancava ancora la moglie, che conoscevo soltanto attraverso le minaccevoli parole della piccola figlia decenne e le poco delicate allusioni della signora Matilde e del bel fidanzato.

La mattina dopo, appena alzato dal letto, la lacuna mi fu colmata. La signora Brúscoli venne a farmi una visita. Era una signora vicina alla quarantina; non bella, ma di modi spigliati e garbati: era già vestita da fuori, in procinto di uscire.

Vidi che mi guardò prima di tutto da capo a piedi e certamente formulò un rapido giudizio sulla mia persona: giudizio benevolo, perchè aumentò subito i suoi sorrisi, e mi disse:

-- Scusi se le parlo francamente: ho la grande disgrazia di avere per marito un imbecille....

-- Oh!...

-- Sì, sì! un imbecille. Lei che ha l'aspetto di una persona d'ingegno....

-- Grazie!

-- Io sono franca!... Lei dando uno sguardo a questa casa, si accorgerà subito che è la casa di un imbecille!... E Lei non sa tutto!... Oh! se sapesse tutto!...

Ci fu una pausa dopo la quale la signora riprese:

-- Per colpa di quest'uomo, io mi trovo costretta a farle ora una parte antipatica.... la prima volta che ho il piacere di vederla e di conoscerla....

Capii subito di che si trattava: bisognava modificare il mio piccolo contratto d'affitto, in barba ai romagnoli propositi del buon inventore. Pur riconoscendo in parte la giustezza delle sue pretese, credetti di doverle far notare che quella camera non rispondeva in tutto ai miei desideri....

-- Di chi la colpa? -- gridò la signora Brúscoli. -- Di chi la colpa?... sempre di quell'imbecille di mio marito, che ha trasformato questa casa in un albergo dei poveri, in una succursale della Congregazione di Carità!... Ah!... non mi ci faccia pensare.... non mi faccia ricordare.... altrimenti divento furiosa, non capisco più quel che faccio!... Ma non sa Lei che mio marito era ricco.... ricco quando l'ho sposato io!... Già, se non fosse stato ricco non l'avrei sposato: mi piace dir le cose come stanno!... Ebbene: s'è fatto mangiare tutto! tutto! capisce?... e anche adesso che non c'è più niente, dobbiamo mantenere la bellezza di quattro persone inutili!... Dico dobbiamo mantenere, perchè io guadagno, sa? sono redattore-capo dell'_Avvenire Femminista_!

-- Ah!

-- Lei non è femminista?

-- Già.... io veramente non.....

-- Mi dia la mano! Anch'io ci credo poco al femminismo.... ma pàgano, e anche abbastanza bene. E io vendo la mia penna.... come un uomo!

-- Non si potrebbe essere più femminista di così!

La signora rise, mettendo in mostra due file di denti un po' disordinati, ma bianchi. E poi continuò:

-- .... E così, dicevo, manteniamo la bellezza di quattro persone! Le pare che ci sia del cervello, quando si è in nove in famiglia, e di questi tempi! con sei figli piccoli, che bene o male dovranno pur crescere!... Eppure è così: manteniamo quattro persone: quanto a Matilde, meno male, fa le faccende di casa.... io non saprei, nè potrei, occuparmi della casa... L'ingegner Leroy, quello.... è un caso speciale.... È un signore tanto fine, tanto cortese, un vero signore!... Ha perduto tutto al gioco e, un giorno, è venuto, poveretto, a offrire i suoi servigi al nostro giornale. Non può credere l'impressione che ci ha fatto! Ho pensato che, essendo ingegnere, poteva essere utile a mio marito.... e infatti mio marito ne è stato contentissimo.... contentissimo proprio!!... -- aggiunse ridendo; e poi riprese con impeto. -- Ma io domando per quale ragione dobbiamo dar da mangiare al fidanzato della mia figliastra! Me lo sa dire Lei perchè?

-- Io no davvero, signora mia!

-- Ma non basta: adesso, dopo il fatto di ieri sera, ci rimarrà sulle spalle anche la figliastra maritata, vedrà!...

-- Quale fatto, scusi?

-- Non c'era Lei?... Non c'ero nemmeno io. Ma è presto raccontato. Badi che è graziosa! da far ridere anche la luna! Ieri, a metà del pranzo, quel pazzo del marito si è alzato, e ha detto: «Sono le tre: è giunta l'ora di partire per l'America! bevete alla mia salute come io bevo alla vostra!» Tutti si son messi a ridere. Sono abituati alle sue buffonate: anzi, per stare meglio allo scherzo, dice che tutti l'hanno abbracciato e baciato com'egli pretendeva, e l'hanno lasciato uscire aspettandosi chi sa quale lieta sorpresa. Sa quale è stata questa sorpresa? È stata che non s'è più visto!

-- Per Bacco!

-- Capisce?!... Se lo scherzo dura, avremo sulle spalle la moglie e il pupo. E allora mi deciderò una buona volta a far qualche cosa di bello anch'io: me ne anderò via di casa!... Del resto l'ho già detto a mio marito: o via lei, o via io. Scelga lui: io sono stufa.

-- Speriamo che le cose si accomodino....

-- Mi scusi, eh? signore mio.... non so perchè ma.... ho sentito il bisogno di sfogarmi un poco con una persona capace di capirmi....

Il discorso ritornò sul prezzo della camera: aggiunsi quindici lire, riservandomi però di andarmene anche dentro il mese stesso, se la camera avesse continuato ad esser tranquilla come in quel primo giorno.

Quella camera era senza dubbio la meno propizia di tutta Roma per i miei studi, ma pure non trovai mai la strada per uscirmene.

C'era tanta vita intorno a quelle mie quattro mura! Quante cose imparavo ogni volta che chiudevo un libro, rabbioso di non poterlo leggere, e mi mettevo ad ascoltare le voci innumerevoli di quella casa!

Quanto era buono quel povero inventore! Bisognava vederlo alle prese con quei suoi infernali bambini, per giudicare della sua pazienza e del suo cuore. Dopo aver perduto una intera giornata ad accomodare qualche suo modello, tolto mezzo fracassato dalle loro mani vandaliche, era capacissimo di vegliare qualche ora per fabbricar loro un nuovo giocattolo destinato a divertirli la prossima domenica.

-- In fondo, creda pure che son buoni, -- mi diceva quando inorridivo per la sorte di quei suoi poveri modelli. -- Vede? guardi l'aeroplano: non me lo toccano più!...

E l'aeroplano infatti non lo toccavano più.... da quando l'ingegner Leroy li aveva avvertiti che avrebbe tagliato un orecchio a chiunque avesse osato toccarlo.

Quanta mite potenza d'amore era nascosta in quelle quasi comiche sembianze di padreterno, che m'avevano fatto ridere il primo giorno! In certi momenti, io arrivavo a sentire ora, per lui, quasi un attaccamento figliale; sentivo il contagio della sua grande bontà impadronirsi di me, come una vertigine. Perdevo delle intere giornate a lasciarmi spiegare le sue invenzioni perchè ciò gli faceva un gran bene; lo accompagnavo nei suoi tentativi quotidiani, e quotidianamente infruttuosi, per collocare i suoi ritrovati, e lo sostenevo, se bene inutilmente, di consigli e di argomenti. Avevo perfino trovato per lui, in fondo a me stesso, delle recondite e insospettate qualità di brigatore, tanto bramavo di dare a quella canizie misconosciuta, come la chiamava lui, la gioia di un piccolo trionfo!

Ma che! tutte le sue invenzioni o erano poco interessanti, o erano troppo imperfette, o erano impratiche per il gran costo, o erano inutili, o, nel miglior caso, erano già state inventate da altri.

Una vera disperazione!... per me, badate bene: non già per lui!

Egli sosteneva impavido le più ironiche, le più atroci critiche; e ad ogni sconfitta nuova, concludeva invariabilmente: -- Non tutte le ciambelle posson venir col buco, si sa! Io ce l'ho la mia ciambella col buco sicuro: è l'aeroplano. Appena Leroy avrà terminato gli studi per il motore, troveremo i danari per andare a Parigi insieme, e tornerò ricco!...

Per un mese si era vissuti in quella casa in una specie di sospensione: quel bel tipo del signor Aristide non s'era fatto più vivo, e la povera moglie, sfinita dalle veglie penose e dall'allattamento, non si riconosceva più. Tuttavia si sperava ancora di rivederlo da un momento all'altro.

Pendeva ancora sul capo del povero inventore la minaccia della moglie: «O fuori lei, o fuori io!». E quella non era donna da minacciare invano.

Ma che cosa avrebbe potuto fare quella povera figlia sua, debole, affranta, con un bimbo al petto, senza un'arte.... Come pagarle una camera ammobiliata altrove? Non era più semplice dare un posticino anche a lei dentro quella casa, e dividere per tredici quello che fino allora s'era diviso per dodici? Così la pensava lui: ma la moglie non si smoveva: «O fuori lei, o fuori io!»

Si andò avanti discutendo fino al giorno in cui arrivò dalla Prefettura una comunicazione che riguardava il signor Aristide. Egli si era veramente imbarcato a Napoli per l'America: erano mancati gli estremi per arrestarlo possedendo egli tutte le carte in regola e dichiarando di aver affidata la moglie alla famiglia paterna, questa consenziente.

Infatti era verissimo!!

La tempesta si scatenò.

Fu tutto inutile quello che tentai di dire e di fare in quella triste sera. La signora Brúscoli fece nella notte stessa il suo baule e la mattina alle sei lasciò la casa.

Il disgraziato si mise a piangere come un bambino.

Tre giorni dopo la signora Matilde, che era già cresciuta di qualche chilo dal piacere d'esser rimasta padrona del campo, venne a cercarmi, tutta felice, come se portasse la più lieta novella di questo mondo:

-- Avevo ragione sì o no, io?! Da quando se n'è andata quella sfacciata, l'ingegnere non dorme più qui.... son tre notti. Mi pare chiaro! che cosa ne dice Lei?

-- Io?!... Ma io non dico niente, cara signora Matilde!

-- E intanto quello stupido di Romolo non ci crede! -- continuava la signora Matilde. -- Io dico che non ci crederebbe nemmeno se ce li trovasse! Capisce che fortune capitano a certe donne!... Col povero marito mio, buon'anima, ogni volta che mi provavo a parlare con un par di calzoni, erano schiaffi garantiti!...

Io evitavo il discorso, anzi mi ostinavo a far le viste di non crederci, ma pur troppo da un pezzo m'ero accorto di quella tresca e ne avevo ora le più certe prove.

L'ingegnere veniva tranquillamente a casa ogni mattina verso le dieci e andava diretto allo stanzone. Se ci trovava il vecchio gli gridava il suo solito: -- Bon giorno, _camarade_! Avete voi un sigaro?

Il vecchio si cercava nel taschino alto del panciotto e glie ne dava uno o mezzo: quello che trovava; poi cercava in fretta il cappello e usciva di casa.

Allora l'ingegnere si metteva a lavorar di numeri e a disegnare con insolito accanimento.

-- Quanto tempo vi manca per finire il disegno del motore? -- gli volli chiedere.

-- Peuh! una _quinzina_ di giorni al _maximo_.

-- Ma perchè non avete più scritto alla Casa Brioche come avevate promesso?

-- Oh! inutile! impossibile!

-- Come?! tutte le vostre speranze....? le vostre aderenze....?

-- Niente! niente! inutile!

-- Ma perchè?

-- _Pas d'argent! monsieur!_ fallimento vicino!

-- La casa Brioche va male?! ne parlavate come della migliore casa di Parigi!?

-- _Je suis sans appuis, monsieur!_

-- Come? adesso non avete più aderenze?!

-- _C'est désolant, c'est désespérant, c'est tragique! mais enfin c'est ainsi!_

-- Come? ma voi parlate sul serio?

-- Sì, signore! bisognerà che io _quitti_ questa casa, _ou j'ai reçu tant de caresses_, bisognerà che io trovi da guadagnare mia vita: _voyez! je laisserai_ al signor Brúscoli i disegni del mio motore, per ricompensarlo della sua generosità....

Tentai di risollevare le sue speranze, ma fu inutile: egli aveva improvvisamente dimenticato l'arte di sognare marenghi, che gli era stata così propria fino a pochi giorni prima. Pensando che si trattasse di una passeggera sfiducia, mi riservai di ritornare alla carica il giorno dopo. Ma il giorno dopo Leroy non tornò.

Prima di sera tutto il casamento sapeva che era scappato in Francia con la moglie dell'inventore.

Per quindici giorni il pover uomo non parlò più, non uscì più dal suo stanzone, e quasi non mangiò più. Io riuscii miracolosamente a scovare uno dei molti suoi vecchi debitori, e a cavargli cento lire: cento lire che finirono tutte in cucina dove la signora Matilde non smise mai di ridere, e il biondo Ettorino picchiò e mangiò sempre di più, e la povera Ninny le prese e faticò, sempre più affezionata e paziente.

Quanto alla povera figlia maritata, s'era messa a letto con la febbre e col suo piccino, e aspettava per ore e ore che qualcuno si ricordasse di lei.

L'orda fanciullesca, già in vacanze estive, era padrona della casa. Lo stanzone era stato messo letteralmente a soqquadro. Il vecchio non sentiva e non vedeva nulla: per puro miracolo l'aeroplano stesso non aveva fatto la fine del resto.

E così passarono i primi quindici giorni; ma si sa, che l'anima umana è come il fiume: presto o tardi ritrova il suo vecchio letto.... e così, a poco a poco, lentissimamente, l'anima di quel pover uomo ritrovò le sue vecchie orme e s'incamminò di nuovo per i sentieri della sua dolce e rassegnata bontà.

Incominciò col dedicarsi tutto a guarire la sua figlia malata, e vi riuscì. Il giorno che la vide rialzarsi sorrise per la prima volta. Poi ricominciò a interessarsi ai giochi dei bambini, poi riaprì qualche libro del Flammarion, riscartabellò i suoi appunti, risorrise al suo povero aeroplano come a un amico che ritorna allora dopo una lunga assenza, ricominciò a passar la mattinata cercando quattrini per mare e per terra, e i pomeriggi accomodando i suoi modelli sfasciati; ricominciò a carezzare la sua Ninny ad ogni schiaffo che le dava il fidanzato e a minacciare sempre di diventar romagnolo e ad accomodare i giocattoli rotti ai piccini, e a inventarne uno nuovo ogni domenica per farli stare allegri; e finalmente ricominciò a sperare.... a sperare nella bontà dei suoi diabolici bambini, a sperare nel ritorno del suo genero, a sperare nel matrimonio della sua Ninny, a sperare nel suo aeroplano, nella ricchezza, nella gloria! a sperare in tutte le cose, nelle quali aveva così pazientemente sperato prima della sua ora tragica....

Una mattina di domenica mentre parlava con me e cullava il suo nipotino sulle braccia, passeggiando tra gl'ingombri del suo stanzone, gli arrivò una lettera raccomandata, che veniva da Parigi. Posò il bimbo nella sua cesta, inforcò gli occhiali, esaminò la busta; ebbe un sussulto: portava la intestazione della casa di aeroplani Brioche. L'indirizzo era scritto a macchina. Ruppe la busta e incominciò a leggere, tremando da capo a piedi. Alle prime parole il volto gli si inondò di rossore e gridò: -- L'aeroplano!... è piaciuto!... è accettato, amico mio! lo costruiscono!... ah! io impazzisco dalla felicità!!