Storie da ridere.... e da piangere
Part 5
Ma ahimè! come si fa? I disegni sono una cosa: la realtà è un'altra.... Si potrebbe stare ai disegni se si trattasse, a mo' d'esempio, di Brockhaus.... allora sì!... Ma si tratta di Zita, per Giove! di Zita, creatura di sogno! di Zita, fiore di carne! di Zita, veleno inebriante! di Zita, di Zita, di Zita, mio ricciuto amico! Come potrei farla aspettare, poich'ella brucia del desiderio di me?... Ah! no! assolutamente no! Nessun Gigi potrebbe pretendere tanto da un Fico!... e specialmente da un Fico di pelo rosso!... Tu ci metterai una settimana, ci metterai un mese, ci metterai un anno.... Io ti fo solenne giuro di favorire fraternamente i tuoi conati!
-- Hai finito? -- muggii io.
-- Sì.
-- Ebbene. Sta molto attento a quello che ti dico. Questa lettera non ha il minimo valore. È scritta, come vedi, alle ore tre pomeridiane di oggi, mentre io facevo il facchino per lei. Ma alle ore dieci pomeridiane dello stesso giorno, cioè due ore fa, quel medesimo facchino è diventato l'amante di Zita. Unito a lei ormai per la vita e per la morte, romperà inesorabilmente il naso a colui che osasse rompergli le scatole.
Detto questo, intascai la lettera, infilai il cancelletto, e sparvi nel buio.
Ma la mattina alle 7 ribussavo già alla camera dell'amico.
-- Chi è?
-- Aprimi. Son io....
-- Dormo.
-- Svegliati.
-- In che qualità chiedi di entrare?
-- Di verde messaggero della vendetta, amico mio. Fico immortale! Son successi fatti di una gravità spaventosa.
-- Così presto? Mi pare impossibile....
-- Insomma vuoi aprirmi sì o no. Vengo ad offrirti Zita.
-- Non la voglio.
-- Dimenticheresti forse che siamo legati da un patto solenne.
-- Tu l'hai rotto.
-- Come?
-- Tu hai rotto il nostro patto solenne....
-- E ti romperò anche l'uscio se non me l'apri immantinente.
L'uscio si aprì. Ma nell'istante medesimo l'amico con un magnifico volteggio era sparito oltre il letto, e là, armato d'un cantero pieno fino all'orlo, stava impavido aspettando l'assalto.
Quando vide che io prendevo tranquillamente una sedia e incominciavo con molta gravità ad esporre i fatti, depose il suo cantero, infilò una buffissima tunica cinese, due ciabatte turche, accese una sigaretta egiziana, e m'ascoltò.
Il colloquio durò forse cinquanta minuti come tutti i colloqui storici; ma in poche parole vi dirò tutto.
Quella notte l'avevo passata in piedi. Una notte da Otello. Infatti, alle sei della mattina m'aggiravo già tempestoso attorno alla Torraccia, la quale pareva dormire placidamente sotto la guardia de' suoi tre cipressi che la coprivan tutta ai miei feroci occhi.
Finalmente m'avventai come il toro.
Tenevo stretta in pugno la lettera infame: ero deciso se non proprio a strozzarla, a farle raccomandar ben bene l'anima a Dio.... che n'avrebbe avuto tanto bisogno!
Arrivo a corna sotto.
Porta aperta. E finestre spalancate!
-- Ohei! Non c'è nessuno?
Una contadina che stava a far pulizia si sporse dal balconcino di Zita e mi gridò:
-- Felice giorno, sor Luigi! Son ite a veder nascere i' ssole su a i' Mmont'alle Croci. A momenti arebber a tornare.
Entrai per aspettare. Ero stanco. La prima sedia che mi si presentò sotto, ci caddi a piombo. Ma appena sentii d'essermi seduto sopra un libro mi affrettai a sottrarlo all'involontario oltraggio. Non era un libro: era un grosso quaderno. Sopra c'era scritto:
_Italien, Liebe, Blut!_
_diario di una giovane inglese._
-- Puah! -- rantolai. -- Ecco il romanzo di Brockhaus!...
_Traduzione di C. e Z. K._
C. e Z.?!... Come sarebbe a dire?... Collaborazione forse?
Oh! ma che! impossibile! Quello Z. doveva essere soltanto una tenerezza sororale, un delicato segno di gratitudine. Brockhaus voleva offrire così un poco della sua immortalità alla sciagurata sorellina che si prestava così gentilmente ai suoi esperimenti erotici.
La curiosità è una bella cosa; ma il tedesco, come sapete, è una cosa bruttissima. Perciò sfogliavo sì quel quaderno a due o tre pagine per volta, ma mi guardavo bene dal durar la molta fatica necessaria per capire.
Doveva trattarsi però di impressioni di viaggio.... che Dio ce ne scampi e liberi non solo in tedesco, ma in tutte le lingue del mondo!
Salto in mazzo una ventina di pagine, ed ecco mi schizza sul naso (per Dio!) la calligrafia di Zita.
Forse un qualche ricordo particolare di viaggio.... Altro che ricordo! era una professione di fede, un credo diabolico! La signorina diceva di sentirsi un qualche cosa di terribile, di freddo, come una lama, una voce che le gridava ad ogni passo: «In questa terra d'Italia tu lascerai passando una striscia di sangue!... Il destino di due uomini dipenderà da te!».
Brutta sbrindellona! Capite che roba? Vi piace l'idea di queste due tedesche che scendono in casa nostra a fare di così bei lavori, e poi li raccontano ai loro connazionali come memorie di una inglese?
Ora capivo. La descrizione di luoghi e di costumi, le meditazioni filosofico-storiche erano affidate alla penna di Brockhaus, ma la sostanza erotica era opera tutta di Zita! della mia dolce Zita, della mia fata dagli occhioni verdi! Bisognava leggere, per credere!... Mi rodevo di non capir tutto. Ma quel poco che capivo bastava per rivoltarmi il magone.
C'erano le mie lettere tradotte fedelmente; c'erano le famose frasi raccolte dal vigile taccuino di Brockhaus; c'erano certe vampate di desiderio per i miei riccioli, ma ce n'erano almeno altrettante per il pelo rosso del collega Fico....
Datato dal treno Pisa-Firenze, c'era questo mirabile pensiero di una vergine:
«Sì. Io sarò da tanto. Sì: questi due italiani si getteranno uno contro l'altro invasati di gelosia, si sbraneranno simili a cani aizzati! E che sarà la causa di questo? Per che cosa si saranno essi perduti, insanguinati?... Per un'anima gelida che non li ama, che non può amare!... per un corpo che altri avrà e non loro mai!...».
Questo era scritto il martedì sera.
Mercoledì, mentre io facevo il facchino per lei, nel cuore della vergine era sbocciata questa commovente errata-corrige al suo pensiero del giorno innanzi:
«No! No! No! Il ghiaccio della mia nativa Cornovaglia non regge all'incendio di questo sole d'Italia. Sono degli uomini anche nella mia brumosa patria, ma non sanno guardare come mi guarda questo!...
(_Questo_ sarei stato io, modestia a parte.)
«Io brucio! Io brucio di vergogna come quando ero piccola, e debbo guardarmi addosso, credete! debbo palparmi, per esser ben sicura d'aver le mie vesti.... Ma è inutile! perchè sono certa che questi occhi vedono lo stesso, vedono la carne.... la mia carne nuda!... Ebbene sia! Sia! Getterò la mia carne viva a questi cani bramosi. L'avranno! Ma la pagheranno col loro stesso sangue. Lo giuro per le zolle sacre della mia patria!».
Se l'avessi avuta fra le mani in quel momento le avrei fatto volentieri un certo scherzo che è troppo sudicio per potersi raccontare.
Ma, tra propositi violenti, mi rifacevano anche capolino disegni di allegre vendette arzigogolate al modo de' nostri vecchi bizzarri fiorentini.
Voltai ancora pagina, così per fare, persuaso di trovarla bianca. Ma che! Altro che bianca! Era la più sporca di tutte. E non era una sola: eran dieci almeno, buttate giù calde calde, quella notte stessa. C'era tutta la faccenda della sera avanti, cari miei! ma come particolareggiata! ma come circonstanziata! che precisione! che miniatura!
E io che l'avevo creduta una creatura teneruccia nelle grosse mani della sorella, che l'avevo compatita per questo, che l'avevo amata, sì, amata, amata davvero in quell'ora dolce in cui m'era parsa tutta mia, tutta rifugiata in me come una piccola sorella sperduta in questo triste mondo, povera mendica d'amore come me, alla quale non avrei negato di difenderla e amarla anche tutta la vita, s'ella appena me lo avesse chiesto in quell'ora là!... Perchè, insomma, ero fatto così: ridevo ridevo; ma poi, in fondo, pigliavo tutto sul serio, tal quale come ora, che non rido più.
E voltai in fretta quelle miserabili pagine fino all'ultima. Qui c'era, tradotta in bel tedesco, la lettera che io tenevo ancora appallottolata nel pugno: la lettera all'amico rosso.
E c'erano due righe ancora che dicevano:
«M'ha risposto una sola parola; _adorabile!_... E verrà. Verrà folle di desiderio.... lo condurrò giù sotto le stelle, tra l'ombre pallide degli olivi.... fin là.... fin là.... dove iersera.... E glie lo dirò. Sì: gli dirò: _Qui! Qui è stato! qui l'amico tuo m'ha stretta.... m'ha soffocata.... e pronunciava il tuo nome.... e rideva di scherno...._ Se gli dirò così, gli vedrò uscir dagli occhi fiamme rosse come i suoi capelli!...».
Era tempo. Rimisi il bel romanzo sulla sedia, ci strofinai sopra ben bene e con intenzione, quello che dianzi vi avevo strofinato per sbaglio; poi presi un pezzo di carta e ci scrissi con caratteri nervosissimi:
«Je sais tout. Mais il ne t'aura pas. S'il viendra ce soir, je le tuerai dans tes bras. Garde-toi».
E via di corsa dall'amico Fico.
Notte buia. Grandi cumuli soffusi di biancor lunare vanno veloci per il cielo nero. Gli olivi della Torraccia piangono stridono curvati senza dubbio dallo Spirito della Tragedia che s'aggira già furibondo.
L'ora è vicina.
Scocca.
L'amico impavido, ravvolto in un bruno mantello di suo nonno, si fa sotto il balconcino e chiama: -- Zita.
Zita gli aveva mandato nel pomeriggio un teatrale biglietto avvertendolo della mia minaccia. Dire a un uomo: «Non venire, altrimenti rischi la vita» è come dirgli: «Vieni, altrimenti ti considero un vigliacco». Perciò Zita doveva esser più che certa che il mio rosso amico sarebbe venuto.
Infatti, ben nascosti tra gli olivi, noi l'avevamo veduta andare e venire per la sua cameretta, ora acconciarsi allo specchio, ora scarmigliarsi come presa da una sùbita disperazione, poi chiamare il sorellone, e leticarci sonoramente, poi aprire il balconcino e guardar giù e guardar su, e poi richiuderlo, e poi riaprirlo.
Ora, quando si sentì chiamare nella notte, io la vidi balzare atterrita. Forse, conoscendoci ancora così poco, non aveva potuto capire qual di noi due la chiamasse.
Alla seconda capì, e disse con un fil di voce:
-- Sei tu!
-- Sì! -- rispose l'amico Fico. -- Fuori non saremmo sicuri. Meglio ch'io salga. Ho tante cose da dirti.
Disse lei:
-- No!!
Disse lui:
-- Sì!! Serra bene le imposte, e scendi ad aprirmi!
Entrato l'amico, ci fu un gran scatenaccìo. Poi un gran silenzio.
-- A noi! -- dissi palpando il mio bellissimo pugnale del Cinquecento.
C'era qualche preparativo da fare. Trascinare una balla di patate di sessanta chilogrammi sotto la Torraccia. Arrampicarsi su per il muro fino al secondo piano approfittando di certi radi pioli che v'erano piantati e tenendo in bocca il capo della fune a cui era legata la balla. Una volta entrati nello stretto balconcino di Zita, issare con la suddetta fune la suddetta balla, legandola sospesa fuor della balaustra.
E tutto questo fu fatto: nè una farfalla avrebbe più silenziosamente volato.
Oh!... mi dimenticavo di parlarvi di un certo barattoletto importantissimo! Ma non m'ero affatto dimenticato di portarlo su con me e di posarlo in un angolo prestabilito del balconcino di Zita.
Non avevo più niente da fare, fuorchè aspettare.
Ma questa proprio mi parve la faccenda più difficile.
Si ha un bell'essere amici! Si ha un bell'esser legati da un patto solenne; anzi, da due patti solenni!... ma quello star lì fuori al fresco, mentre l'altro stava dentro al caldo....
Eravamo d'accordo che io avrei aspettato lui per muovermi. Il quale _lui_, fatto comodamente il suo comodo, si sarebbe accostato alla finestra dicendo forte: «Vieni, Zita, raccontiamo la nostra gioia alle stelle, alle nubi, al vento!» e così dicendo avrebbe aperto di botto le imposte del balconcino.
Eravamo d'accordo così, è verissimo. Ma, per Bacco briaco! _est modus in rebus!..._ Anche in quelle _rebus_ lì, non vi pare?
E siccome il _modus_ non ce lo metteva _lui_, ce lo misi io, stroncando mezza, la vecchia persiana con una tremenda spallata e gridando in gola, con voce micidialissima:
-- Zita. Apri.
Quell'ora e mezza buona passata lì fuori, mi aveva portato al diapason della «montatura», nel senso teatrale della parola.
Immaginatevi come dovesse esser «montato» lui, l'ispido amico Fico, tirato giù così, a un tratto, senza preavviso da chi sa quale _rendez-vous_ olimpico!
Lo sentii slanciarsi contro la finestra come una iena. Ebbi paura che dicesse davvero.
Zita gracchiava, nascosta dietro il letto. E aveva ragione di crepar di paura, perchè v'assicuro che quel nostro incontro avrebbe fatto paura anche a due guardie di pubblica sicurezza.
Che quadro! Le due candele sul cassettone fumavano al vento e gettavano bagliori sanguigni sui nostri pugnali. Stretti in un orribile abbraccio di morte, rotolammo fuori sul balconcino dicendocene di cotte e di crude.
-- Ah vuoi scappare, vigliacco? -- rantolai io.
Lui, per tutta risposta, mi porse il barattolo di cui ho parlato più sopra. Io ci intinsi risolutamente il pugnale che ne uscì rosso e gocciolante.
-- Zita! -- gridò con l'ultimo fil di voce l'amico; e se ne discese comodamente da quell'acrobata che era, giù per quei pioli che avevano servito a me per salire.
-- Te l'ho spaccato il cuore, traditore! -- gridai io allora, slegando il sacco delle patate.
Mi sentii stretto da due braccia fredde come anguille.
-- Tu l'as tué....
-- Sssss!...
Ah!... Il tonfo di quelle patate!
Indimenticabile!
Non ho mai visto attrici far così bene la loro parte!
Io stesso n'ebbi un brivido di terrore.
Figuratevi Zita!
-- Nein! No! Pas! N'est pas vrai.... No!... Charlotten!
-- Sssss! Tu sens: il ne bouge pas! -- sussurrai con voce cavernosissima.
-- No! Peut-être il vive! Bisogna discendere a lui...
-- Inutile. È morto.
-- No!
-- Sì! Ho sentito benissimo il cuore sotto la punta del pugnale. Non ci sbagliamo noi italiani; abbiamo troppa pratica! È morto. È morto. È morto. Non ti resta che baciare il suo sangue.
E così dicendo le impiastrai tutta la faccia con l'inchiostro rosso del mio pugnale.
-- Ah!... No, no, no, no! Anch'io voglio morire!
-- Mi dispiace, ma io non posso proprio ammazzarti -- le dissi con molta serietà -- non ho tempo da perdere.
Non badò a quel che le dicevo. Si precipitò giù per la scaletta strillando:
-- Charlotten! Charlotten! Charlotten!
E io dietro, che tra poco ruzzolavo le scale dal gran ridere a bocca chiusa.
-- Charlotten! Charlotten! Charlotten!
Entriamo in camera. Non c'era.
Zita piangeva.... finalmente!
-- Ma Carlotta, dunque! Dove ti sei nascosta? Siamo vili! Quell'uomo non è morto forse! possiamo ancora salvarlo! Carlotta!
Quelle parole, tedesche sì, ma una buona volta sincere, m'uccisero il riso nel cuore. Mi fecero, vi giuro, l'effetto che fece la musica di Sant'Ambrogio al Giusti. Pensai anch'io: Povera femminuccia gettata così per il mondo, in omaggio alle cretine idee fisse del Nord sull'emancipazione della fanciulla, mentre Dio sa quanto bisogno avresti d'una buona mamma e d'un buon babbo sempre vicini e vigili, che ti dessero lezioni un po' meno salate di questa che t'han dato due ragazzacci italiani!...
-- Carlotta, rispondimi! -- gridò ancora Zita battendo i piedi con una furia pazza.
E questa volta Carlotta rispose.
Ma.... giusti Numi!... da dove rispose!!
Si sa: la paura.... li fa certi effetti!... Ma in quel momento proprio, così denso di tragedia e di filosofia sociale, sentir venire quel flebile «ja» miagolato da là dentro.... Io m'ebbi a buttar sul letto, rompendo, oltre ai bottoni dei pantaloni, chi sa quante molle, e ridere ridere ridere all'uso mio d'allora, a costo di rovinar tutto sul più bello.
Ma, per fortuna. Zita s'era già slanciata verso quel luogo riposto, a tirarne fuori la povera Brockhaus.
Le sentii correre giù, scatenacciar l'uscio, e uscir fuori insieme.
Per Bacco! Non c'era tempo da perdere davvero. Mi buttai a precipizio, varcai la soglia guardingo: quattro salti di lupo sull'erba, e fui nelle braccia dell'amico Fico, che stava già a godersi lo spettacolo seduto sulla groppa gobba d'un olivo.
Che vi debbo dire?
Ve le immaginate voi quelle due romanziere ansanti, bisbiglianti, tentennanti, che s'avvicinavano con un lumino a olio, facendo due passi avanti e uno indietro, e sussurrando di tratto in tratto il nome del mio amico.... ve le immaginate voi quando, finalmente, scorsero quel qualche cosa di nero in terra, quando lo toccarono finalmente, quando vi lessero sopra un bel cartello che diceva:
_ITALIEN, LIEBE, BLUT!..._ _con contorno di patate._ ?...
L'AEROPLANO.
-- La mamma non c'è in casa, -- mi rispose una bambina di dieci anni, restando perplessa.
-- Dunque è proprio impossibile vedere questa camera ammobiliata? -- insistei io gettando una penosissima occhiata in fondo al pozzo delle scale. -- Ritornare quassù.... al sesto piano!...
-- Veramente ci sarebbe il babbo in casa....
-- C'è il babbo?!... E allora perchè mi dici di ritornare? O il babbo o la mamma sarà lo stesso, m'immagino!
-- Oh!... non è lo stesso.... Ma passi pure, se vuole....
La seguii per un lungo corridoio finchè entrammo in uno stanzone mezzo buio e mezzo illuminato, talmente zeppo d'ogni qualità di oggetti grandi e piccoli, antichi e moderni, comuni e rari, definibili e indefinibili, che una delle due finestre ne era per tre quarti seppellita, nè si apriva più da chi sa quanti anni, per la fortuna di un esercito di ragni che vi si era sicuramente attendato.
Di dietro a un cassone (sul quale torreggiava una fragile costruzione fatta di tasselli di legno, di stecche da busto, paglie di sigari virginia, molle d'orologio, padelline da candeliere, chiodi, tasti di pianoforte, corde di violino, munita di due grandi ali tese fatte con fil di ottone e pezzi di camìce vecchie) sbucò, al richiamo della bimba, una testa d'uomo.
Aveva.... Ma che serve descriverla? Era la testa di un padreterno; anzi, più precisamente, la testa di un padreterno del Perugino, cioè della più buona pasta di padreterni che i pittori abbian saputo creare.
-- In che cosa posso avere l'onore di servirla? -- domandò con un altissima intonazione diplomatica l'uomo padreterno. Uscendo di dietro il cassone per venirmi incontro, egli s'avvide di essere in mutande e stringendosi in fretta alla vita il lungo camice cenerino e arrossendo tra il soffice biancore del suo pelame: -- Voglia scusarmi, -- soggiunse, -- l'inventore è un operaio!
-- Ah.... perchè Lei.... è inventore?.... Mi rallegro tanto!
-- Non lo sapeva?!
-- Veramente....
-- Allora, perchè è venuto, scusi?
-- Per vedere la sua camera ammobiliata.
La fronte dell'inventore si corrugò terribilmente. Poi parve raccogliere tutta la sua volontà in uno sforzo supremo, e disse:
-- Andiamo.
E andammo a vedere la camera ammobiliata. Era grande, c'era aria, sole, vista di un po' di verde: non desideravo di più.
-- E.... quanto chiedono? -- domandai.
Nuovo e più terribile aggrottamento di ciglia: poi una risposta esplosiva:
-- Settanta lire.
-- È un'esagerazione, -- diss'io, uscendo dalla camera per andarmene. -- Mi dispiace di averla incomodata.
La piccina colse il momento per avvicinarsi all'orecchio del padre e dirgli qualche parola.
-- Facciamo sessanta, -- disse lui subito, seguendomi con un sorriso.
-- È troppo!
-- Consideri che noi non siamo affittacamere.... qui godrà della massima tranquillità!... Sotto questo tetto c'è la mia famigliuola e Lei....
-- Va bene, va bene; ma è troppo lo stesso.
-- Facciamo cinquantacinque!
-- Cinquantacinque?!... Ma le pare poco?!
-- Facciamo cinquanta! ecco: e non ci pensiamo più.
-- Bisogna pensarci ancora.... Perchè io cinquanta lire non gliele posso dare....
-- E allora facciamo quarantacinque!
La piccola incominciò a fare gli occhiacci al padre.
Io, lieto di avere ottenuto già più di quello che speravo, mi limitavo a terminare il mio discorso:
-- .... non gliele posso dare, dicevo, perchè, capirà, anch'io lavoro come Lei per un ideale.... e il lavoro, per ora, mi vien pagato a speranze....
-- Sì eh?! Sì eh?!... -- gridò divampando e scintillando di subita commozione fraterna l'inventore. -- Sì eh?!... E allora la sua gioventù non si dev'essere rivolta invano alla canizie misconosciuta dell'inventore Romolo Brúscoli Guardi! Io sono romagnolo: questa camera Lei la pagherà trenta lire!!
La piccina gridò:
-- Bada che la mamma....
-- Non importa! -- interruppe quel piccolo padreterno furibondo di generosità. -- Sono romagnolo sì o no?... Questo signore deve avere la camera per trenta lire: e basta!
La piccina però non si diede per vinta:
-- Adesso gridi tanto forte perchè non c'è la mamma....
-- Silenzio!! dunque! -- strillò lui. -- E uscite subito di qua!
La piccina rimase lì. Io mi credei in dovere di raccomandare al signor Romolo Brúscoli di pensare ai casi suoi più che ai miei, considerando che non mi piaceva affatto di provocare discordie intestine col mio solo ingresso in quella casa. Ma ne ebbi una sola risposta:
-- Sono romagnolo!
Quando lo vidi irremovibile, pagai le mie trenta lire e presi possesso della camera.
Il mio singolare padron di casa mi aveva detto, tra le altre cose, che io avrei goduto la massima tranquillità, non vivendo sotto quel tetto se non io e lui con la sua famigliuola. Una simile affermazione mi dava dunque ragione di supporre che la sua famiglia fosse composta di lui, della bimba, e della ignota e temuta potenza femminina.
Ma ahimè! di quanto mi ingannavo!
Verso mezzogiorno, fui addirittura spaventato da una improvvisa irruzione infantile, che udii imperversare nel corridoio. Aprii l'uscio della mia camera e vidi una piccola orda arrestarsi attonita nella penombra, aspettando che li raggiungesse una signora piuttosto grassa e paciona, vestita di nero, che se ne veniva pian piano sorridendomi.
Io non riuscivo a sorridere.
-- Tutti questi bei bambini?... -- balbettai.
-- Sono tutti fratellini miei! -- gridò pronta la piccina di prima che era venuta loro incontro in quel momento, e prendeva il più piccolo per mano esortandolo a non aver paura di me.
-- Lei è inquilino nostro, forse? -- domandò sempre sorridendo la signora grassa. -- Ci ho tanto piacere!
-- Grazie, -- risposi grattandomi la testa.
-- Non si dia pensiero, sa.... per questi bambini.... Perchè oggi è domenica.... Ma gli altri giorni, sono tutti a scuola o all'asilo.
-- Meno male! -- esclamai: ma poi soggiunsi subito per timore di averla urtata: -- Del resto mi devo rallegrare con Lei.... per la quantità e per la qualità....
-- Come?... come?... M'ha preso per la mamma di questi ragazzi? I No! no!... sono la zia!
-- Sorella forse della padrona di casa....
-- No! no!... per carità! non ci mancherebbe altro!... Non ho proprio niente a che fare, io, con questa moglie qui: io ero cugina carnale della prima moglie di Romolo!
-- Ah!... cugina carnale della prima moglie del signor Romolo?!...
-- Sicuro, caro signore!
-- E vive qui, anche lei.... in famiglia?
-- Sicuro, caro signore!... Per mandare avanti una casa ci vuole una donna.... che sia una donna....
-- Ah!... Perchè la padrona di casa....
-- È un omaccio! signor mio.... peggio di un omaccio.... la vedrà!
-- Ma tutti questi bei ragazzi....
-- Già: lei è buona a farli!... Belle forze!... ma gli altri li devon allevare!... È un omaccio: creda a me!... Vuol sapere una cosa? oggi è domenica: crede che lei sia a tavola con noi? Ma che!... Hanno offerto un banchetto con dell'altre sfacciate a una brutta vecchiaccia che è venuta dall'America per trappolar la gente con le conferenze.... E così tornerà questa sera.... chi sa a che ora.... capisce?...
-- È femminista, forse? -- domandai.