Storie da ridere.... e da piangere

Part 4

Chapter 43,823 wordsPublic domain

Era pretto spirito delle Pampas, e convengo che bisogni essere stati laggiù per credere il gran ridere che scoppiò in tutti a quella infernale arguzia.

Ma durò poco.

Chè non ebbe appena finita l'ultima parola il vecchio, un occhio gli fu coperto da un biascicotto nero e gocciolante.

Baciccia gli aveva sputato in faccia il suo tabacco.

Il vecchio si voltò come una iena: si guardarono per un attimo dentro gli occhi.

Ma prima ancora che la gente capisse che cos'era accaduto, il vecchio aveva già spaccato una guancia di Baciccia con un colpo di _revenje_.

Baciccia gli attanagliò la nuca e con la destra gli strinse la canna della gola. Il vecchio si levò una rivoltella dalla cintola e cominciò a sparar colpi nel ventre di Baciccia.

Allora la gente che stava per dar manforte al vecchio, si riparò come potè: e padre e figlio si rotolarono nella polvere fin sotto le zampe dei cavalli, lasciando una gran striscia di sangue; e i cavalli si impennarono, montandosi sulle groppe l'un l'altro, e nitrendo, e mostrando il bianco degli occhi, e pestando quei due poveri corpi, finchè furono qualche cosa di inseparabile fatto di carne e di polvere.

«ITALIEN, LIEBE, BLUT...!»

(_romanzo tedesco rimasto a mezzo per merito mio_).

La conoscenza ce la fece fare il signor Pigia-pigia.

Sapete chi è. E saprete anche che lui non si preoccupa di formalità. Pieno di semplice buon cuore, se vi scorge solitario e truce in mezzo a qualche folla che aspetta e puzza, conficcato là in quel fango vivo come un malcapitato bolide memore dei cieli abbandonati, ecco vi piglia e, così, senza preamboli, vi scaraventa addosso a una donna; per di dietro, per davanti, come capita capita. Novanta volte su cento avviene un miracolo. Voi sentite immediatamente che il vostro destino dipende da quella donna; quella donna sente subito che voi siete fatto per lei.... Che appena ella si alzi sulla punta dei piedi, consentendo ad appoggiare i suoi due gomiti sulle vostre due mani aperte, ecco sembrerà a lei e a voi di volare per gli spazi infiniti, stretti sulla groppa di un fido ippogrifo. Il puzzo della folla? -- odor d'ambrosia! Le gomitate? -- farfalle che vi cozzano volando! Le ore? -- minuti!...

Questo accadde quando il signor Pigia-pigia ebbe il gentile pensiero di presentarmi a _fräulein_ Zita K., a ridosso della facciata di Santa Maria del Fiore, un'ora prima del rinomato Scoppio del Carro, la mattina di Sabato Santo del 1900.

-- Roba vecchia?

-- Roba vecchia. Pur troppo! La roba nuova è tutta da piangere.

E c'è passata molt'acqua su queste mie ragazzate, e torba assai! Ho paura di non mi ricordare. Racconterò a salti e a capriole. Ma insomma, la storia è così terribile che rabbrividirete lo stesso.

Zita era magra, ma senz'ossa: una grande capigliatura d'oro che le pesava sul collo; un paio d'occhi verdi verdi e grandi grandi.... Ce n'era d'avanzo per i miei diciott'anni.

A proposito degli occhi, vi dirò che mi servirono per farle un delizioso madrigale appena, dopo il primo scontro un po' rude, il signor Pigia-pigia ci permise di passare.... dai fatti alle parole.

-- Avete degli occhi magnifici! -- le dissi.

-- Occhi di Sfinge, occhi fatali! -- fece lei con un'aria tra ironica e impenetrabile.

-- No! -- esclamai io con profonda convinzione. -- Ma che Sfinge d'Egitto? Domandate al primo ferroviere che vi capita che cosa vuol dire occhio verde: _Via libera!_

Se i posteri vorranno valersi di questo esempio per dimostrare che io non sono mai stato poeta, facciano pure.

Ammesso però che lo scopo dei madrigali non sia di piacere ai posteri, ma di far breccia nel cuor della donna desiderata, quel mio madrigale vale almeno quattro canzonieri a scelta vostra tra gli infiniti che la nostra amorosissima letteratura vanta e vanterà sempre mai.

La breccia fu anzi così fulminea, così travolgente, così larga, che questa storia non meriterebbe la pena d'esser raccontata.... se il diavolo non ci avesse messo la coda.

_Fräulein_ Zita non era sola.

Mi presentò infatti un complesso di molta carne e di molte ossa mal assestate, una specie di abbozzo vivo, al quale non diedi lì per lì nessunissima importanza.

-- Mia sorella maggiore.

-- Tanto piacere. -- E continuai ad esercitare la mia pressione sulla sorella minore.

Ma, ahimè! passò ben poco tempo che io dovetti persuadermi della assoluta impossibilità di fare come se quello strano animale non esistesse.

Nè crediate che, nella sua doppia qualità di sorella maggiore di età e di peso, intervenisse per temperare i nascenti perigliosi fremiti d'amore nel cuoricino di Zita, o per imbrigliare un po' i miei balzani diciott'anni. Mai più!

Lo strano animale mi _studiava_, semplicemente.

Ma mi studiava come san studiare due occhi tedeschi muniti d'occhiali. Vi giuro che se mi avessero preso e messo in cima al Carro, al posto della girandola, con l'obbligo di far all'amore lassù, gli sguardi di quelle diecimila persone mi avrebber dato meno impaccio che non quel solo paio di occhiali di Lipsia.

E meno male se si fosse accontentata di guardare dal suo posto come uno spettatore di teatro che voglia spender bene i suoi quattrini.

Ma che! I suoi propositi erano ben altrimenti seri e scientifici. Non una sola mia paroletta breve, non un solo trascorrer rapido di dita, non un solo commosso avanzar di piede doveva a nessun costo sfuggirle: nulla. _Assolutamente nulla._

Figuratevi un po' voi che daffare!

Per esempio, per _lo studio_ dei piedi e delle mani, ogni due minuti almeno era costretta a farsi cadere in terra qualche cosa. Súbito io ne approfittavo per sussurrare ebbre roventi parole alle pallide orecchie di Zita, vere adorabili conchigliette!... Ma quasi altrettanto súbito quella specie di enorme rospo, acculato tra le nostre gambe, balzava su contro il mio naso.

Qualche volta però non arrivava in tempo a capire i miei sospiri d'amore. In questi casi, si comportava nel seguente modo: avvicinava il suo testone alle trecce d'oro della mia Zita e aveva il coraggio veramente tedesco di chiederle che cosa le avessi detto.

Incredibile, ma vero: la mia Zita, le traduceva prontamente e fedelmente in tedesco il mio ardente francese!

Che pensare?

Spesso il grosso rospo spingeva la sua inaudita tedescaggine fino ad annotare le frasi, secondo lei, più interessanti, sopra un suo taccuino grosso come una Filotea!

Io, a questa vista, mi sentivo, dentro, l'anima ruggire come un intero serraglio in fiamme.

Ma bastava che la mia Zita girasse dolcemente il capo sul fragile collo e mi guardasse con que' suoi occhi da Sfinge.... io ci vedevo subito scritto _Via libera_, e non pensavo più ad altro.

Tuttavia, ci fu un momento in cui sentii che sarei scoppiato se non mi permettevo un piccolo sfogo; e allora, avvicinata la bocca fin quasi a baciarle l'orecchio, rantolai con una serietà impressionante:

-- Io ammazzerò vostra sorella.

Il rospo, che stava appuntando chi sa che cosa sul suo taccuino, si precipitò sull'altro orecchio di Zita per sapere che cosa avevo detto.

-- _Nichts, nichts!_ -- ripeteva Zita rossa come una fiamma.

-- Come niente?

-- Niente insomma, noiosa! -- ribattè Zita drizzando il collo come una viperetta. Le mie scarse nozioni di tedesco mi permisero di comprendere che le due sorelle leticavano come due lavandaie di Lipsia.

Grato a Zita di questa prima prova d'amore, ma nel medesimo tempo impensierito un poco di vedermi preso da lei così sul serio nella mia qualità di aspirante omicida, stavo assai in forse su quel che mi convenisse fare o dire.

Sapete chi mi venne in aiuto? Che cuor d'oro! Non l'indovinate?... Ma sempre lui! Il signor Pigia-pigia!

Chi sa come, chi sa perchè, ma certo è che proprio in questo difficile momento, io e Zita vedemmo un qualche cosa, rosso di pelo, piombare con inaudita violenza sulla schiena robusta della nostra avversaria, facendole volar via di colpo quei maledettissimi occhiali di Lipsia.

Il primo a ridere naturalmente fui io. Ma fu question di minuti secondi, chè Zita dovette anche scoppiare a ridere, e poi il sorellone, e poi il bolide di pelo rosso, e finalmente tutti. Torno torno, per un raggio di cinque o sei metri, non fu altro che un abbaiar di risa.

Dopo le risa i commenti:

-- Grazie! quello si credeva di ppasseggiare su per la facciata d'idDomo come se la fosse a giacere!

-- Sorte ch'egli ha messo i' nnaso su i' ttenero n'i'ccascare!

-- La signorina l'aspettava lo scoppio dinanzi, e la l'ha avuto di dietro!

-- _Ja! Ja! Ja!_ -- faceva il sorellone.

E giù nuove risate a scroscio.

Tutto, assolutamente tutto sarebbe andato benissimo, se quel qualche cosa rosso di pelo, se quel bolide di pelo rosso, non fosse stato, oltre che acrobata e poeta, anche un carissimo amico mio.

Mi spiego.

Una persona qualunque, capitata giù, così, dalla facciata del Duomo, ritrovandosi senza rotture d'ossa sulla groppa di una creatura di sesso femminino, avrebbe súbito avuta la netta visione del suo dovere: far la corte a quella donna, prescindendo da qualsiasi criterio d'estetica, farle la corte ad ogni costo: per riconoscenza. Non vi pare? Io avrei eternato nei miei scritti il suo eroismo per ricompensarlo di avermi reso felice.

Ma quello, ripeto, era un amico carissimo.

Un amico carissimo non può accontentarsi di fare ciò che farebbe una persona qualunque.

E infatti, dedicati non più di cinque minuti alle facezie d'occasione, l'amico carissimo si innamorò perdutamente di Zita.

Io, che lo conoscevo da un pezzo, appena lo vidi diventar serio e buio, dissi tra me: «Ahi! l'amico punta su Zita». Improvvisai una serie di manovre per fargli capire che Zita era roba mia e guai a chi me la toccava; ma sì! quello apparteneva alla categoria degli epilettoidi in amore. E chi lo fermava più?

Di buio si fece cupo; di cupo, torvo; di torvo, truce, e ringhioso, e ispido come un gatto pestato.

Quando il Carro scoppiò, eravamo rivali.

Ed eccoci di colpo trasportati dalla più lieta commedia, alla più fosca tragedia.

Era di maggio. Tutta Firenze odorava di rose e di donne.

La gente posata trovava che, le giornate umide, le fogne puzzavano, che certe vuotature non avrebbero dovuto chiamarsi «inodore» ecc., ecc.; ma per noi ragazzi vi giuro che Firenze odorava tutta di rose e di donne, soltanto di rose e di donne, nient'altro che di rose e di donne.

Dopo una corsa artistico-storica a Pisa, le due sorelle teutone erano ritornate a Firenze....

Cioè: adagio!

Voi mi domanderete certamente perchè, innamorato com'ero di Zita, non l'avessi accompagnata a Pisa. Ebbene: allora torno volentieri un passo addietro e ve lo dico subito.

A Pisa le sorelle K. dovevano incontrare un grosso branco di connazionali che risaliva l'Italia a marce forzate, al quale branco appartenevano non so quante loro cugine e zie e zii che non desideravo di vedere. Ma tre giorni soltanto erano scorsi, quando il postino mi consegnò una lettera che odorava di lei.

«Ils sont passés, semblables à une orage d'été. Combien de bruit, mon cher ami!... Oh! qu'elle est aimable cette petite ville fleurie en silence à coté d'un Camposanto.... Mais.... que je suis seule ici!............»

Dodici puntini oltre il punto esclamativo.

Non c'era altro che pigliare il treno.

E infatti tre ore dopo mi trovavo già comodamente disteso in uno scompartimento di terza classe col mio bravo biglietto per Pisa infilato nella fascia del cappello e in bocca due sigarette accese.... Due, sì: nient'altro che un innocente ed economico sistema che allora adottavo per _epater le détestable bourgeois_. Avevo fatto fabbricare un bocchino apposito, a doppiere, una maraviglia del genere, che non avrei prestato per un'ora neppure a Dante Alighieri.

E questo non era niente: ne avevo in cantiere un altro a cinque bocche da fuoco, signori miei! destinato a far epoca negli annali studenteschi fiorentini.... Ma, per carità, non complichiamo le cose. La storia del mio bocchino a cinque fuochi ve la racconterò un'altra volta.

Fumavo dunque ancora le mie due sigarette, anzi non le fumavo più perchè erano finite, ma tenevo ancora il mio prezioso bocchino tra i denti, quando un'interna voce mi spinse di corsa verso l'estremità del carrozzone.

-- «Occupato!»

-- Accidenti!

E dopo un quarto d'ora di questi «accidenti» finalmente l'uscio si apre. Chi vien fuori? L'amico di pelo rosso.

-- Eh?! Dove vai?

-- A Pisa! e tu?

-- A Pisa.

-- Sarebbe ora di finirla di far l'imbecille!

-- Mi pare anche a me!

Vola uno schiaffo. Ne volano due. Ne volano tre. Mi sento afferrare il bocchino. Stringo i denti. Ma i denti non son mai stati il mio forte; ed ecco il prezioso arnese vola dal finestrino insieme con mezzo dente.

Allora non ci vidi più. Una grandinata di pugni cadde vindice sulla rossa capigliatura del rivale. Lui, fedele alla sua scuola di pugilato che consisteva nell'attaccarsi sempre a qualche cosa di prezioso, s'attaccò a una magnifica camicia di seta cruda, uscita allora allora da una bottega di via Tornabuoni: una camicia che m'era costata un occhio, ma v'assicuro che spirava voluttà lontano un miglio!

Io, súbito accortomi della nuova minaccia ai miei averi, cambiai di botto piano di battaglia, e mi accinsi ad attanagliare il collo dell'acrobata poeta, intendendo di non lasciarlo finchè lui non lasciasse la camicia. Ma, ahimè! Non ebbi tempo di mettere in atto il mio piano, che un enorme capotreno accorse a separarci; e lo fece con così robusta grazia, che un buon quarto della mia camicia passò alla parte avversaria. Voi capite bene che una camicia non è un esercito: i tre quarti rimastimi fedeli non potevano consolarmi di quel quarto traditore.

Il naso del mio rivale colava sangue come il polso di Seneca filosofo. Se non che, non avendo egli avuto l'accortezza di spogliarsi e di mettersi in un bagno prima che io gli rompessi il naso, così era tutto imbrattato di sangue come un beccaio la sera del venerdì.

Fummo allontanati.

Ma alla stazione di Pontedera ci trovammo ancora vicini. Avevamo tutti e due riconosciuto la necessità di fermarci in un porto intermedio come fanno le navi _in avaria_.

Ci guardammo con profonda compassione.

L'amico, con un'aria assai più poetica che acrobatica, mi si avvicinò e mi disse:

-- Del resto, se andavo a Pisa non ci andavo senza essere invitato....

E così dicendo mi mise sotto il naso un cartoncino cilestrino.

Mi bastò gettarvi sopra un'occhiata per scoppiare a ridere; ma a ridere! a ridere in un modo, che tutta la stazione si fermò a guardarmi. Lì per lì dovettero credere che avessi le convulsioni. Poi capirono che ridevo; e, a veder due, conciati in quel modo, tutti ammaccature e strappi, uno serio come un allocco, l'altro che si ruzzolava per tutte le panche, a quanti passavano gli s'attaccava il riso: sì che ridevano tutti come matti senza sapere il perchè.

L'amico rosso era al vertice del furore.

Ma non batteva ciglio per paura di far ridere di più.

Finalmente mi fece troppa compassione.

Allora mi alzai, gli infilai il mio braccio destro nel suo sinistro, lo trascinai fuori della tettoia e là misi senz'altro sotto al suo povero naso ammaccato il cartoncino mio, altrettanto cilestrino, altrettanto profumato, altrettanto scritto di pugno della bella Zita.

-- È una circolare!! -- stridè lui, digrignando i denti.

Ma quando mi guardò in faccia non potè più star serio.

Ci abbracciammo e ballammo un bel pezzo, come due orsi. E ballando così, saltammo sul treno che partiva per Firenze. E durante tutto il viaggio rompemmo l'apparato uditivo del prossimo cantando in coro:

Sì vendetta, tremenda vendetta Di quest'anima solo desìo!

Quella Gota, quell'Ostrogota, quell'Unna aveva avuto la caponaggine di credere di potere impunemente prendere per il bavero due tra i migliori esemplari della razza latina!

E intanto era già riuscita a farci fare a pugni! Ma....

Sì vendetta, tremenda vendetta Di quest'anima solo desìo! Come un fulmin scagliato da Dio Gigi e Fico[1] punir ti sapran!

[1] Abbreviazione di Federico regolarmente brevettata.

Del non essere andati a Pisa incolpammo, lui la filologia, io l'anatomia, credendo che per una donna tedesca fossero scuse buone.

Ma Zita ci scrisse assai mesta e un poco indignata.... in doppia copia.

E noi incominciammo a fabbricare quotidiane lettere piene d'un ardore sempre più ardente, alle quali Zita rispose con quotidiano crescendo di passione.... in doppia copia.

Leggendoci ogni sera questi duplicati amorosi, io e il mio rosso amico pregustavamo il refrigerio della vendetta.

E venne alla fine il giorno in cui, compiti scrupolosamente a Pisa i loro doveri di compaesane di Burkhardt e di Bädeker, le due brave sorelle ritornarono, come dissi, a Firenze.

Il primo incontro toccò a me; sia perchè l'amico Fico conservava una ammaccatura pochissimo estetica sul naso, e non aveva fretta di mostrarsi, sia perchè io dovevo condurle a vedere un certo maraviglioso luoghetto di campagna dove, per il buon esito dei nostri piani, desideravamo che esse andassero ad abitare.

Già nelle mie lettere avevo levato inni alla virgiliana poesia, al fatato incanto di quel luogo. Cosicchè la prima cosa che mi chiesero, appena scese dal treno, fu di condurle a veder la mia Torraccia.

Questa famosa Torraccia (tre stanzette di pietra una sull'altra) sperduta là tra gli oliveti di San Miniato, era stata, fino a pochi giorni prima, fienile d'un cascinale vicino; ma noi l'avevamo in fretta ripulita e ammobiliata alla meglio, fidando nel romanticismo di razza che doveva trionfare, e trionfò.

Appena la videro di fuori le due K. esclamarono estasiate:

-- Ci avete trovato la casa ideale!

E dentro lo stesso: tutto bello, tutto bello! Fu deciso: salotto al pian terreno; al secondo piano camera della signorina Carlotta; al terzo piano camera di Zita.

-- Sì! sì! sì! -- strillò Zita. -- Io su in cima tra i nidi delle rondini! Ogni alba sarò incoronata di canti!

A questo punto proprio, il ventre di Brockhaus....

Oh! scusate! M'ero dimenticato di dirvi che il sorellone si chiamava bensì Carlotta, ma le avevamo decretato il soprannome di Brockhaus perchè la trovavamo somigliantissima al celebre editore di Lipsia. Come facessimo poi a trovarla così somigliante senza sapere affatto che faccia avesse quel signore, non ve lo saprei dire: ma certo è che la trovavamo somigliantissima.

Dunque.... il ventre di Brockhaus, dicevo, osò, proprio in quel sublime istante, profanare la poesia di Zita osservando in tono minore:

-- Come si fa a mangiare qua dentro?

Zita schizzò sdegnosissime parole alemanne; ma io, come colui che aveva pensato a tutto, condussi subito con me Brockhaus sulla non lontana via maestra, dentro una di quelle tutte linde e odorose e saporose trattoriole de' dintorni di Firenze, dove ho tanto lietamente amato e bevuto spolpando pollastri e sognando la Gloria!

Il padrone, già d'accordo, accettò súbito di fornire pranzi e cene alle nuove abitatrici della Torraccia.

Il prezzo mite, quel buon odor di salame, quella piramide di fiaschi in mezzo alla bottega fecero a Brockhaus l'identico effetto che le rondini avevano fatto a Zita.

E io dicevo dentro di me a tutte e due: «Ballate, ballate, ostrogote mie! Se sapeste che cosa bolle nella nostra pentola!»

Vollero sistemarsi là dentro quel giorno stesso.

Quando, alle dieci di sera, dopo aver faticato per quattro facchini, volli prender commiato da loro, Zita m'accompagnò per il viottolo tra gli olivi.

-- Cattivo! -- mi disse a bruciapelo. -- In tutta la giornata non mi hai detto una sola parola d'amore.

-- Te la direi volentieri adesso, se non fossi troppo sudato -- risposi cavallerescamente.

-- Mio povero uccello! Hai molto faticato, è vero, a fabbricare il nido della tua bella?

Che volete? a sentirmi chiamare in quel modo non mi potei più trattenere....

Incollai la mia bocca alla sua per un buon quarto d'ora.

Come non pensare a Brockhaus? «Peccato che non sia qui adesso, dicevo tra me, chi sa che belle cose potrebbe scrivere sul suo taccuino!...»

Oh! per Bacco! voi non mi crederete. Brockhaus era proprio là a dieci passi da noi! Vidi i suoi occhiali, i suoi occhiali di Lipsia! brillare nell'ombra. Forse vi si specchiava senza saperlo, poverina, qualche maravigliosa stella del cielo.

Appena Zita s'avvide che io avevo scorto l'animale appiattato, s'affrettò a stringermi più forte e mi sussurrò:

-- Non badare a lei, è pazza per il suo colossale romanzo d'amore.

-- Romanzo d'amore?!

-- Sì: tutto d'amore!

-- Ah! finalmente capisco!... e siccome non può procurarsi un'esperienza personale perchè è troppo brutta....

Queste parole le gridai così forte che gli occhiali si spensero; e nella notte brillarono solo i verdi occhi di Zita.

_Via libera!_

Misurando con passo trionfale il silenzio del deserto lungarno, nella gran notte stellata, per andare verso la casa dell'amico Fico, che m'aspettava certo da qualche ora, vi confesso che sentivo una gran voglia di svoltare verso casa mia, o meglio ancora di tornarmene a baciar Zita.

Un solenne patto d'alleanza mi legava all'amico: questo è vero. Ma, poffare! si erano pur verificati dei fatti nuovi!

Intanto, qualche cosa di solenne era avvenuto anche tra me e Zita...! E poi: quella rivelazione del colossale romanzo di Brockhaus, non aveva forse un'importanza di prim'ordine per spiegare tutto l'inesplicabile della condotta di Zita? La verità era chiara. La povera piccola fata dagli occhi verdi era nè più nè meno che un trastullo nelle mani della strega Brockhaus. Questa l'aveva spinta nel tristo doppio gioco d'amore, sperando di poter scrivere chi sa quali stupide pagine sulla classica gelosia degli italiani....

E allora? dov'era la colpa della povera Zita? Non era forse piuttosto una vittima deliziosissima degna di compianto, e specialmente di baci?...

Ma per compiangerla e baciarla sentivo proprio, in coscienza, di bastar da solo!...

Mentre ragionavo tuttavia così, il sordo dovere m'aveva condotto al muricciolo del giardino dell'amico. Che ti vedo dentro, al chiaro d'un po' di luna nata allora? Ti vedo l'amico occupato a far capriole in giro.

Per quanto acrobata fosse, quelle capriole fatte così da solo a mezzanotte, mi diedero un po' di pensiero.

-- Oh! Fico! sei ammattito?

-- Altro che ammattito! vien dentro.

Entro; e vedo che le capriole le faceva attorno a una specie d'ara di coccio, verniciato a marmo, imitazione «Signa»; cioè imitazione di una imitazione romana, che, secondo lui, bastava a fare del suo giardinetto di via Scialoia un luogo di delizie imperiali.

-- Ma che fai?

-- Fa subito quattro capriole anche tu. Bisogna render grazie agli Dei!

-- Ben volentieri, ma io non le so fare.

-- E tu scaraventati in terra a capo fitto, scopriti il sedere, grida Evoè!

-- Si potrebbe sapere che cosa è accaduto?

-- E accaduto che da domani incomincia la nostra vendetta.

-- Ah sì?

-- Leggi qua. Questa lettera: non è di quelle che lascian dubbi: è di quelle che dicono «ti voglio, ti voglio, ti voglio, son tua: carne, ossa, midollo spinale, rigaglie.... tutto, tutto, tutto!».

Domani è la mia festa! Domani è la mia festa!

(E giù capriole.)

Hai letto? Hai letto?... Rabbrividisci eh? Ma è inutile rabbrividire, mio giovane amico! Bisogna riconoscere che il pelo rosso è il re dei peli: ecco tutto. Ah! che peccato che non sia rosso anche tu! In ventiquattr'ore la nostra vendetta sarebbe fatta. Invece tu, povero mortale dai ricciolini castani, ci metterai tre settimane per arrivare dove io arriverò domani sera!... Me ne duole sinceramente per l'estetica della nostra vendetta! Certo era magnifico, era latino, simbolico, cesareo che la rea barbara fosse piegata ad ambe le nostre voglie in una sola notte, ricevendo la dimane il nostro cumulativo biglietto di ringraziamento, secondo i sottili disegni da noi architettati....