Storie da ridere.... e da piangere

Part 3

Chapter 33,862 wordsPublic domain

Io non vidi la faccia mia in quel momento: ma se anche l'avessi vista non riuscirei a descriverla. La gioia di possedere finalmente la chiave del segreto fu subito superata dalla terribile necessità di rispondere alle ingenue domande del giovane. Vi giuro che avrei con molto piacere veduto qualcuno di voi al mio posto!

Mi concessi un piccolo insulto di tosse, poi risposi nell'unico modo possibile:

-- Oh! -- esclamai -- è veramente bellissima!

Fu come se avessi levato il zipolo ad una botte.

-- Io ormai vi tratto come un vecchio amico.... sapete, quando l'uomo si è innamorato ridiventa più debole di quando prendeva il latte.... ditemi.... ditemi se indovino oppure mi sbaglio: essa deve essere tenera come il suo cuore.... sì: dev'essere fine e elegante come una capretta d'un anno.... la vedo camminare con passo di regina qua su questa sabbia.... Pensare che tra queste migliaia di orme ci sono anche le sue! Ah! Se voi me le poteste indicare!... le bacerei!... Ma quando la mia fantasia si arrende per vinta, credete, mio signore, è se io tento di imaginarmi il suo viso..,. Oh! essa è stata molto cattiva con me! mai, mai, assolutamente mai, ha voluto mandarmi un ritratto suo.... che conforto sarebbe stato per me in questo così lungo tempo! Pensate: quindici anni che non ci vediamo: ella ne aveva allora nove e io dieci.... giocavamo molto, ma ci guardavamo poco.... quante volte mi son pentito poi di non averla allora guardata abbastanza!... Ricordo soltanto che aveva dei grandi occhi chiari come le ali di certe farfalle.... ed era bella, oh! bella! la più bella delle mie dodici cugine. Un triste giorno dovè partire con le sue quattro sorelle minori per l'Australia dove il padre aveva acquistato delle grandi piantagioni. Io fui ammalato dal dolore che provai, e mia madre e mio padre ridevano di ciò. Ci scrivemmo delle lunghe lettere dove raccontavamo quello che ci accadeva.... Man mano che noi crescevamo però, le nostre lettere parlavano sempre meno della vita che ci circondava e sempre più della nostra vita intima, finchè dopo molti anni arrivammo a veder chiaro nella nostra coscienza e capimmo che quel sentimento così bello che provavamo era amore!... Giusto tre anni sono, in un tremendo disastro ferroviario, essa fu sola a salvarsi di tutta la sua famiglia. Sperai di rivederla presto. Mio padre si era offerto di recarsi in Australia per liquidare nel miglior modo quei possedimenti e ricondurla con sè nella nostra colonia. Rifiutò in modo reciso, dicendo che poteva far benissimo da sè e che appena fatto sarebbe tornata fra noi. Dopo sei lunghi mesi annunziò finalmente la sua partenza per il Canada.... Imaginatevi come l'aspettavo! Ebbene: due giorni prima della data che ella aveva fissato per il suo arrivo, ricevetti un suo telegramma da Hong-Kong.... Che vi devo dire? Fui per uccidermi dalla disperazione: ma poi mi rassegnai.... era tanta la gioia che provavo leggendo le sue lettere e rispondendole, che la vita mi parve ancora abbastanza bella. Essa mi confortava ad aspettare, con pensieri infinitamente delicati, ma non si piegava alle mie preghiere mai.... e seguitava a girare il mondo in lungo e in largo. Sei mesi fa mi scrisse da San Francisco di California: credetti finalmente di averla tra le mie braccia. Dopo un mese era in Cile, poi in Australia, poi in India, poi in Egitto. Finalmente qua. Mi sembrò di aver diritto di non aspettare più e le scrissi che sarei venuto senz'altro a incontrarla in questo paese.... e son venuto.... ma essa è partita! Come lo spiegate voi?... vi posso giurare che ella m'ama.... ma perchè fuggirmi così.... perchè?...

Il caso, tutto sommato, era veramente degno di pietà e mi lasciò la bocca amara per più giorni, durante i quali mi guardai molto bene dal mostrarmi tra la gente per non essere seccato dalle loro ironie.

Ma una mattina, ecco precipitarsi nella mia camera il giudice Cesti con in mano un piccolo giornale di Brindisi che mi cacciò sotto gli occhi aperto e ripiegato al punto dove dovevo leggerlo:

-- Legga, legga.... me l'ha mandato un mio collega.... veda che cosa ha fatto la sua _miss_.... però ad ogni modo lei l'aveva indovinata.... è un bel caso di penetrazione psicologica! Mi rallegro con lei!

Vi regalo addirittura il pezzo di cronaca del giornale di Brindisi del giorno 22 agosto.

«_Per gli amatori di sciarade_.

«Stamani alle sette, al Grande Albergo delle Indie si presentava un giovane all'apparenza inglese, di aspetto molto signorile, e chiedeva se si trovasse ivi alloggiata una certa _miss_ Mary Rudge.

«La detta _miss_ che era effettivamente arrivata questa notte nella nostra città proveniente da *** ed aveva subito destata la meraviglia dei nostri nottambuli per le sue gigantesche eccezionali proporzioni, si trovava alloggiata alla camera N. 18 del detto albergo e doveva lasciarla oggi a mezzogiorno, imbarcandosi sull'_Urania_ per Bombay.

«Fu dunque risposto al giovane inglese che la _miss_ si trovava nella sua camera. Parve raggiante di felicità e chiese di essere annunziato.

«Al semplice nome di _mister_ Tompson la _miss_ sembrò impazzire dal terrore. Chiese un'ora di tempo. Il giovane accettò di buon grado la dilazione ed entrò nella sala di lettura.

«Intanto una piccola negra, fantesca della _miss_ uscì per recarsi a consegnare i bauli della padrona al piroscafo _Urania_. _Miss_ Rudge rimase sola nella sua camera col suo fido _bulldog_. Dopo tre quarti d'ora gli inservienti dell'albergo notarono che il cane della _miss_ emetteva degli strani ululati. Ne informarono la direzione. Il solerte direttore in persona salì per constatare il fatto: bussò alla porta, nessuna voce umana rispose. Soltanto gli ululati del _bulldog_ si fecero più strazianti.

«Senza por tempo in mezzo il valoroso direttore fece chiamare la forza pubblica. Nel frattempo anche _mister_ Tompson informato della cosa, saliva in preda ad una enorme costernazione e chiamava disperatamente: Mary! Mary!

«Ma nessuno rispondeva.

«Fu deciso di sfondare l'uscio.

«Mentre ciò si effettuava, le molte persone che s'erano raccolte dinanzi alla porta che già stava per cedere, udirono a un tratto un enorme tonfo sordo come se una balla di due quintali fosse caduta dal soffitto: contemporaneamente un disperato guaito del _bulldog_ strappò loro i timpani. Sfondata la porta si rinvenne il povero cane completamente schiacciato dall'enorme peso del corpo della _miss_ che gli era cascata sopra.

«_Miss_ Rudge aveva il collo stretto ancora da una grande ciarpa di seta cui rimaneva attaccato, all'altro capo, il gancio del lume, strappato dal trave centrale della stanza.

«La scena fu dai presenti rapidamente ricostruita in questo modo.

«La _miss_ aveva voluto porre fine ai suoi giorni: a questo scopo, portato il comodino nel mezzo della camera, vi era salita sopra per mezzo di una seggiola, destando così l'allarme del fedele _bulldog_, ed era riuscita con un sangue freddo da vera balena (_sic_) ad attaccare la ciarpa al gancio del lume, a infilare la sua testa in un nodo scorsoio e a gettare lontano con un calcio sedia e comodino. E qui il _bulldog_ senza dubbio, e con ragione, impressionato, aveva dovuto risolutamente attaccarsi coi denti alle sottane di lei a più riprese e con tanta violenza che il gancio cedette e si staccò.

«La _miss_ fu raccolta svenuta, in istato di grave asfissia: prontamente trasportata al civico ospedale, fu giudicata guaribile in quindici giorni salvo complicazioni.

«Quanto a _mister_ Tompson, esso fu inutilmente cercato: nessuno riuscì più a vederlo.»

LA BEFANA DI BACICCIA.

Perfino i _ragazzi_ si permettevano di chiamarlo per soprannome, e non solamente in terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini, ma anche a bordo dove egli, essendo _marinaio_, era loro superiore.

E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento, ci si tiene quasi quanto alla vita. Così, che se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse arrischiato a chiamar _Bascia sciavate_ il peloso dispensiere, il quale si godeva quel bel soprannome per essere appassionato collezionista di scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe buscato un tale scapaccione da non ritentare mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar _Oegio fritu_ il terribile guercio livornese, nostromo di bordo, avrebbe avuto subito rotte le reni da uno di quei maledetti calci, veri gastighi di Dio, per i quali egli era altrettanto rinomato a Cardiff, a Penzacola, a Cile o alla Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando che l'aveva visto nascere.

Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio di maniche: si poteva tranquillamente chiamarlo col suo soprannome di _Va bèn_: perchè Baciccia con tutti i suoi muscoli d'acciaio, era uno di quegli uomini così buoni e pazienti che è come se portassero sulle spalle un gran cartello con scritto sopra: «Non metto paura a nessuno». Se considerate che, in fondo in fondo, in barba a tutte le maraviglie del progresso, un uomo vale ancora tanto quanta è la paura che sa mettere negli altri, presso a poco come prima del diluvio universale, potete fare il calcolo esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino» schietto e capace come pochi: questo sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a' nostri giorni, saper fare il proprio mestiere ed essergli affezionati?

Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta che gli bisognava un lavoro eseguito a puntino e diceva sempre: -- Quell'animale di _Va bèn_ ne vale quattro di nostromi! -- ma soggiungeva: -- Però se fosse nostromo lui, sarebbe la fin del mondo! -- Una sera, anzi, nella _camera_ glie lo fece addirittura a lui, questo discorso, a Baciccia.

Le prime parole gli fecero alzare gli occhi da terra, le ultime glie li fecero ritornar bassi com'eran soliti stare, ed egli concluse come già ci aspettavamo che concludesse: -- _E.... va bèn!_

Aveva sempre concluso così, nella vita!

E c'era tutta una leggenda in proposito, che lo precedeva a suon di risate dovunque andasse: e tra le risate ce n'erano di buone, ma anche di cattive.

Si raccontava, ad esempio, che, quando era stato dinanzi al sindaco, per sposare, questi si fosse dovuto accontentare del suo «_E.... va bèn!_» invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava poi anche ch'egli avesse ripetuto la medesima frase, modificandone soltanto il tono, quando, poche ore dopo, s'era accorto che la sposa non rendeva quel buon suono di coccio senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto, in ispecie se la pentola non è piena d'oro! In sette anni di matrimonio, poi, gli eran nati in casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n'aveva trovato uno nuovo; l'ultimo viaggio era durato due anni: niente di male! Ne aveva trovati due. E tutti biondi come il farmacista. La leggenda voleva che egli avesse sempre detto: _E va bèn!_ Nè una parola di più nè una parola di meno.

Da soldato di mare era stato un esempio di coraggio e di disciplina. Glie ne avevano fatte di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma i superiori lo avevano sempre benvoluto. E stava proprio per finire la ferma senza aver fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo! quando, una domenica, nel golfo di Spezia, mentre stava affacciato alla murata del suo incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un barchetto a vela pericolare in una virata un po' brusca, e imbarcare acqua, e abbattersi. Era di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana che tagliava la faccia: c'erano vicino a lui altri quattro o cinque marinai ed erano tutti vestiti a festa che aspettavano l'ora di andare a terra. -- Bisogna mettere in mare la scialuppa! -- grida uno. -- Mettiamola! -- risponde l'altro, e dànno mano.

Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov'è, dove non è: finalmente uno lo vede, a cinquanta metri, che filava come un delfino, a salti, nero, tra la schiuma bianca. Il giorno dopo, l'ufficiale in seconda, che si picca d'essere oratore, è incaricato di radunare l'equipaggio in parata per un plauso solenne a Baciccia. Dopo un buon quarto d'ora di discorso, cioè sul più bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle e fa per andarsene; un _capo_ lo trattiene per la giubba: -- Non è mica finito! -- Ma lui, di rimando, senza scomporsi:

-- _E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!_

Proprio come si trattasse di una minestra troppo acquosa. Baciccia era in buona fede: poichè quel discorso era fatto per lui, credeva in coscienza di poter dire «basta» senza offendere nessuno.

Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto i sorrisetti maliziosi dei colleghi imbestialirono l'oratore, che chiuse rapidamente il discorso, e poi mise ai ferri il festeggiato e una quindicina di compagni.

La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza di bastardo. C'era chi si ricordava d'esser stato presente al primo incontro di Baciccia con sua madre, la quale, vedendosi deprezzare la propria carne a causa dell'età, era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare incetta di carne fresca.

S'erano incontrati a un tavolino del _Caffè Centrale_. Li aveva fatti incontrare là la vecchia levatrice che l'aveva raccolto e che poi era stata sempre la intermediaria tra quelle due creature che non si erano mai vedute: eppure erano madre e figlio! La madre, di tanto in tanto, aveva mandato alla _buna dona_ dieci franchi in oro per il piccolo Baciccia, ed essa li aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando la vecchia arrivò davanti al tavolino dov'era Baciccia, con quella gran signora tutta carica di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui capelli, impellicciata d'ermellino come una imperatrice, con un cappello che sembrava un bastimento a tutte vele spiegate, e disse: -- Ecco tua madre! -- Baciccia, che compiva quel giorno diciott'anni, e già a Marsiglia a Barcellona a Genova aveva avuto occasione di vedere roba simile, fece un certo verso storcendo la bocca, e poi disse, strascicandosi più del solito le parole:

-- _E.... vaa beèn!_

-- _Qu'il est fort!_ -- esclamò la madre esaminandolo con un'occhiata che lo fece arrossire. -- _Joli garçon!_ -- aggiunse ancora la madre, e gli offrì delle sigarette egiziane in un astuccio d'argento dorato.

Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e da fumare, lui. Poi, come sua madre si dilungava in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare ch'essa aveva sempre cercato d'aiutarlo un poco, facendo anche qualche sacrifizio per lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata e callosa sotto il suo grosso panciotto di velluto e ne cavò fuori un libretto della Cassa di Risparmio e disse alla madre:

-- Quando sarai malata in qualche ospedale, e non ci sarà un cane che ti guarderà, ricordati che i tuoi quattrini che m'hai mandato son tutti qui.

La madre, che aveva già toccato il tavolino di ferro e il suo rametto di corallo e fatte le corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:

-- _Pòscite müì d'en aççidente!_

E così s'erano lasciati quel giorno; ed era la prima e anche l'ultima volta che si dovevan vedere nel mondo.

Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio s'era avverata, e la madre, fatta memore dell'aiuto promessole, glie l'aveva mandato a chiedere con una lettera profumata e imbrattata di lacrime. Baciccia aveva spedito i denari. La madre, che non sapeva quanto valeva la parola di quel ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa e pianse d'un pianto che la stupì, tant'era nuovo per lei, e volle scrivergli un'altra lettera di otto pagine, dove le lacrime non si vedevano ma si sentivano nelle parole, e dove, sperando di ricompensarlo, gli comunicava una gran notizia che aveva saputo per un «vero miracolo» allora allora. Il padre di Baciccia non era morto niente affatto, come le si era voluto far credere, ma era vivo e verde non solo, ma anche ricco e senza figli: aveva delle fattorie nell'America del Sud e aveva anche la sua brava casa in città a La Plata in _calle 24 esquina 13_.

-- _E va bèn!_ -- disse tra sè Baciccia. -- Quando capiterò da quelle parti, andrò a vedere che faccia ha.

Da quando aveva detto queste parole, erano passati otto anni, e l'ultima lettera di sua madre, nella tasca interna del suo panciotto di velluto, era diventata un mazzetto di sedici fogliettini gialli e sbrindellati, legato accuratamente in croce con del refe nero. In quegli otto anni Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca di Buenos Aires e tutte e tre le volte i compagni che sapevano la sua storia, gli avevano consigliato di prendere un giorno di permesso e fare una corsa a La Plata: infine, con sei _pesos_ se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e.... chi sa mai? Se andava male, era male di poco; ma se andava bene, si trattava di diventar un signore da un giorno all'altro!

Baciccia però non sapeva ragionar così da giocatore. Diceva: _E va bèn, gh'andièmo!_ -- ma poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia sei _pesos_ per il biglietto, non se ne sentiva la forza, e ritornava a bordo, e buona notte!

-- Se è destino, una volta o l'altra, capiterò anche a La Plata! -- diceva.

E, infatti, un giorno, mentre divorava una pagnotta imbottita di pizza di ceci, in Piazza Banchi, senza che lo avesse affatto cercato, gli era capitato l'imbarco sulla nostra _Meleda_, brigantino a palo di millecento tonnellate, il quale faceva appunto primo scalo La Plata per scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi per Port Elizabeth.

E, adesso, la _Meleda_, con tutte le vele ammainate e il tricolore al vento, tirata ora da un lato, ora dall'altro, ora dinanzi, da un vaporetto più ostinato che robusto, il quale pareva dire soffiando: «chi la dura la vince», faceva il suo ingresso nel superbo e deserto porto dell'Ensenada.

Era il giorno dell'Epifania, il cuore dell'estate australe, e sembrava che il sole fosse cascato sulla coperta per il caldo che faceva; e dal cassero, quell'aborto di metropoli che è la città di La Plata, tremava tutto ai nostri occhi, rovente nella fiamma del sole, disteso sull'orlo della Pampa bruciata, dove da trent'anni sta, aspettando che i suoi atenei, i suoi osservatori, le sue biblioteche, i suoi palazzi, e sopratutto il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani, gli servano a qualche cosa.

E, poichè la terra è sempre terra, la gioia correva come grappa per il sangue di tutti, imboccando il canale che parte in due la selvatica isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni del trinchetto e della maestra e sparsi su per l'altre vele minori a finir d'ammainarle, uomini e ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto insolito, l'unico abitatore dell'isola, il buon oste italico Pietro, che si incoccia a chiamar Chianti tutto il vino che ha in cantina, era sbucato sulla riva, presso il suo minuscolo imbarcadero, per veder che razza di gente arrivava. Il capitano ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora ch'ei ci ravvisasse guardandoci di dentro le sue due mani messe sugli occhi a binocolo, gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da farlo cascare in terra.

Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare, regolare i conti con la Dogana, e, per di più, in giorno festivo: ecco l'ora di cena.

Dopo cena i marinai si ripuliscono un poco, si mettono i loro abiti scuri, e coi berretti in mano, vengono a chiedere dei piccoli acconti di paga per andare a spenderli in terra. Il capitano con un sacchetto di monete alla mano dà, secondo i desiderî e il possibile, e segna col lapis le cifre sopra un piccolo registro lungo e stretto, nuovo nuovo. Ultimo viene Baciccia.

-- Quanto?

-- _Çinque liie, baccan._

-- _Çinque liie!!?_ -- gridò ridendo il capitano: -- _Feè attensiun! cun tütti sti dinèe in ta stacca!_

-- _Lo fa pelchè la paga ce la vól lascia' a noi, pel mancia!_ -- fece il nostromo, con animo incerto, tra lo scherno e l'invidia: -- _Domani è 'n signore lui!_

Alludeva al ritrovamento del padre, che per sessantotto giorni di navigazione era stato l'argomento preferito delle chiacchiere di bordo.

-- _No ghe vadu, stasséia,_ -- disse Baciccia scrollando le spalle -- _no ghe n'ho voeggia!_

-- Badate a quel che fate! -- disse il capitano serio serio: -- dopo quindici giorni di libeccio, proprio stamattina a sei ore si mette scirocco! per lasciarci entrare oggi, dunque! Il giorno della Befana! E volete un segno più bello di questo?! Non c'è dubbio! questa è la Befana che vi vuol bene, e ha preparato tutto in modo e maniera....

-- La Befana! -- disse senza ridere Baciccia. -- Non m'ha mai portato niente a me, nemmeno quand'ero bambino....

-- Tanto meglio! -- tonò il capitano. -- La vi porterà tutto in una volta.

Baciccia scrollò le spalle ancora.

Ma quando tutti se ne furono andati, in un momento che il nostromo non lo poteva vedere, scivolò giù quatto quatto per la _plancia_ e andò verso la città la quale accendeva allora i suoi lumi bianchi sull'incendio lasciato dal sole. E un'ora dopo aveva trovato la casa indicata dalla madre: non solo, ma era anche entrato a comprare un po' di treccia di tabacco nell'_almaçen_ di faccia, per assicurarsi che nel frattempo la casa non avesse cambiato padrone. E non l'aveva cambiato infatti: l'antico amante di sua madre era soltanto arricchito sempre di più, perchè era una fibra d'acciaio, un uomo che a cinquantanni dormiva forse cinque ore per notte e stava in sella quindici, _como un verdadero ijo del pais!_ L'_almaçenero_, un argentino di padre svizzero, che si ostinava a fingere di non capire l'italiano, se ne dimostrava addirittura entusiasta, sopratutto perchè quel signorone si serviva da lui e non nell'_almaçen_ vicino che era «d'uno sporco napoletano». E pretendeva che questa cosa facesse piacere anche a Baciccia; ma Baciccia, pur non intendendosi di nazionalismo, lo sguardava con la sua faccia larga e dura, che sembrava un Budda scolpito nel legno.

Un trottorellar sordo di cavalli sulla spessa polvere della strada, un discorrere e ridere alla pretta maniera argentina, un cigolare di portoncino che s'apriva e una voce di vecchia che salutava ossequiosa, fecero esclamare pomposamente all'_almaçenero_:

-- Eccolo! È lui! Non si sbaglia! È lui che ritorna dal _rancho_!

Baciccia scese sul marciapiede, e masticando un pezzo della sua treccia di tabacco guardava la faccia di chi l'aveva creato, alla luce che usciva dal portoncino della casa. Quella faccia rossa e solida, dal pelo brizzolato, dalla bocca larga e sempre pronta a spalancarsi al riso, non gli restò simpatica. Chi sa? Forse non gli sembrava che dovesse rider tanto chi lo aveva messo al mondo.

Tutti scesero di cavallo.

-- Vedete quanta gente invita a pranzo tutte le sere? -- disse l'_almaçenero_ entusiasmato. Non ha figli: bisogna pure che li spenda in qualche modo i suoi quattrini!

Ma ora il padre di Baciccia non rideva più: s'era imbestialito perchè il suo stalliere non era lì a portar le bestie a riposare, che erano stracche morte.

-- Gli è successa una disgrazia.... una disgrazia!... -- cercava di dire la vecchia negli intermezzi dei suo rumoroso furore.

-- Che disgrazia? -- dimandò a un tratto il padrone, avendo finalmente compreso le parole della vecchia. -- Ha rovinato qualche bestia quel maledetto camogliese? che si possano sprofondare quanti ne vive! Gli sfondo la pancia con un calcio io, se m'ha rovinato qualche bestia!

Baciccia che, passetto passetto, masticando sempre il suo tabacco, s'era avvicinato ai cavalli, non osservato, sentì bene che tutto, dentro, fin anche le budella, gli parteggiavano per quel povero ignoto compaesano suo, nato e restato povero come lui, contro quel cane rinnegato che, non contento d'avergli disonorato la madre, ora gli offendeva anche la sua patria.

-- No! No! -- disse la vecchia. -- Non ha rovinato nessuna bestia, per fortuna.... È successo che la sua bambina....

-- Che?

-- .... la sua bambina vuol camminare per forza, e non sa, ancora, e c'era il pajolo dei maccheroni che bolliva, che oggi è festa.... e lei c'è cascata dentro!

-- Aàh! -- fece il padrone rivolgendosi agli amici che l'aspettavano sulla soglia della casa, con una franca risata da gorilla. -- Si lamenta sempre, _este gringo de mierda_, che non ha carne da mettere al fuoco! Oggi, perdio! avrà fatto un buon brodo!