Storia universale del canto, Vol. 2 (of 2)
Part 8
E la scuola di Choron e di Ramier, che fu una delle più rimarcabili istituzioni secondarie che fossero state introdotte nel 1816 dalla munificenza della Ristorazione, nel breve periodo di sua esistenza, perocchè disparve nel 1830 col governo che l’avea creata, era giunta ad incendiare d’invidia il superbo Conservatorio che rimaneva lì, come sterile monolite accanto il campicello ubertoso, umiliato dai frutti straordinarj generati sì presto a gloria della Francia nell’arte del canto che nel primario istituto parea quasi spenta.
Eppur notavasi Hèrold come una celebrità, _premier chef du chant_ alla Reale Accademia.
La umile scuola elementare, malgrado la sua breve esperienza ebbe gran parte col movimento musicale di quell’epoca, ed influì sommamente alla propagazione dei veri principj dell’arte.
E quivi pure non era estraneo l’elemento italiano; chè il metodo che si professava alla scuola di Choron era poi quello del Mengozzi, dal quale maestro era sorto il più ammirabile cantante francese che sia mai stato il Garat. Fu detto dallo Scudo che, il gusto squisito e lo stile pieno di passione drammatica e di grazia di questo celebre allievo del Mengozzi, era un composto della bella dicitura francese e della vocalizzazione italiana. L’arte e il colorito del suo canto non avean nulla a che fare col cosiddetto _urlo francese_ del Nourrit padre, del Dèrivis, e di Madama Branchu, già colossi dell’Opèra. Non da questi, ma dall’umile focolare de’ buoni studj, vennero Levasseur, Adolfo Nourrit figlio, e la Damoreau, della nuova scuola francese.
Ma il direttore Choron e il docente Ramier erano veri maestri di canto.
Il primo, senza tanto apparecchio di diplomi, ma tratto da una potente inclinazione, s’era dato benchè tardi allo studio della musica sotto i consigli dell’ab. Roze, quando avea potuto superare l’opposizione dei parenti, a venticinque anni; nè giunse a farsi compositore. Ma era dotato d’una squisita sensibilità, d’un profondo sentimento del vero; s’era ornato di buona erudizione, e d’una seria conoscenza della storia dell’arte; e s’avea fatto un colpo d’occhio di penetrazione veramente profetica. A Duprez fanciullo, dalla voce debole e incerta, Choron diceva: _Tu sarai il primo cantor del tuo tempo_.
Per la sua delicata e sensibile organizzazione e pegli studj in cui s’era specialmente intrattenuto, egli avea una predilezione quasi esclusiva all’antica scuola italiana. Iniziava a que’ principj i suoi allievi, alla pratica de’ grandi maestri, segnatamente Scarlatti, Pergolese, Porpora, de’ quali facea a loro cantare le limpide melodie, sprovviste d’ogni futile ornamento, ma ricche d’incomparabile semplicità e bellezza. Là il cantore riconosce le proprie forze, e lotta colle difficoltà tanto più ardue quanto elleno sono tutte del sentimento. E Choron vi ponea l’anima nella sua istruzione; s’abbandonava alle emozioni, e gestiva, cantava, rideva, piangeva, fosse nella solitaria sua stanza o in isplendida adunanza. Amava molto i suoi allievi, dai quali egli era adorato; li sapea entusiasmare, e li dirigeva nella via che conveniva alle loro speciali disposizioni.
Erano i suoi tesori, che nei giorni di riposo e cogli scarsi risparmj, andava cercando nei borghi e nelle ville, penetrando nei collegi e nelle scuole, e coll’arte di padre sapea affezionarseli. Vivea per loro: e quel giorno che gli furono tolti, quando il governo abbandonò la sua scuola, se ne morì di dolore.
Nel numero degli allievi che fecero epoca alla scuola di Choron, quattro specialmente erano i favoriti, messi sempre dinnanzi quando il maestro volea dare un buon saggio di suo insegnamento. Erano: Duprez, che fu il celebre tenore dell’Opèra; Boulanger-Küntze, poi buon professore di canto a Parigi; Vachon, che fuori d’Europa portò i suoi talenti; e il veneziano Scudo, narratore di questa pagina, bozzetto interessante, ch’io reputo il miglior ritratto d’un bravo e modesto maestro, e il pegno d’affetto più nobile e più espressivo del cantore discepolo riconoscente.
«Ciascuno di questi giovani allievi con più o meno disposizione aveva un genere suo particolare, che il maestro sapea discernere e indirizzare.»
A sedici anni, Duprez già possedeva quello stile largo, quel canto spianato che gli valse la sua bella riputazione.
In ragione del talento che questi allievi promettevano, e dell’alto favore di cui essi godevano presso il capo dello stabilimento, li si onorava della qualifica d’_Artisti_.
V’era una festa, un pranzo, una serata; Choron vi si recava accompagnato dai suoi quattro evangelisti.
I giorni di vacanza, quand’egli avea danaro, ciò che non era sempre, veniva a passo di lupo al refettorio, e diceva all’orecchio d’uno di noi: — non v’impinzate tanto... avremo oggi la merendata. — Allora le forchette s’arrestavano, anche innanzi ai bocconi più ghiotti... Madama Choron lo rimproverava... egli partiasi ridendo.
Un giorno giunse alla scuola anelante. Ci fe’ chiamare tutti quattro. — V’hanno delle novità, ci disse; il ministro del re è cangiato, v’ha adesso M. de Lauriston, sì mal disposto per noi che, vuol sopprimere la scuola. Ottenni, con fatica, che prima di prendere una tal decisione, egli volesse almeno sentirci. Vi andremo questa sera: coraggio! Ne va dell’avvenir di noi tutti; bisogna cantare ciò che meglio sapete: prima un’aria ciascuno, poscia due _duo_.
Duprez, vien qua figlio mio, tu canterai: _O des amants déité tutélaire!_ Tu Boulanger: _Oh que je fus bien inspirée!_ Tu, mio gran matto di Vachon: _Di piacer mi balza il cor_. E tu mio bel veneziano: _Non più andrai farfallone amoroso_.... Ah, signor Lauriston, voi volete congedarci, lo vedremo. — E ripetendo le arie, seguiva: — non resisterà, no, no; e i signori del conservatorio ne saran disperati — e rideva, saltava, cantava. — Tutto andrà bene, tutto andrà bene...! Andate a spazzolare i vostri abiti, gli stivali, pulite i vostri bottoni; siate lucenti, raggianti; e sopratutto mangiate poco, mi capite? vi si darà un dito di Medoc per eccitarvi la imaginazione. —
La sera, al palazzo del Ministro, fummo introdotti in un vasto salone... e presentati ad una dozzina di giudici...
M. Panseron si pose al piano per accompagnarci, e con qualche accordo ci diè tempo a respirare fra il terribile battito del nostro cuore.
Un silenzio profondo si fece, e tutti gli sguardi si fissarono su di noi. Dopo alquante battute un mormorio d’approvazione venne a dilatare i nostri petti. La nostra voce vibra e si espande, il nostro stile s’eleva; ci si copre d’applausi. Bene, bravo, ci si dicea d’ogni parte. — Sì, sì, bravo, sublime! ripetea il maestro pieno di lagrime; ricominciate, figli miei, tutto va bene; e sotto voce: _La Francia è salvata!_... —
Quella sera memorabile finì felicemente come avea cominciata... e la scuola fu mantenuta.
Da quella scuola medesima venne Rosa Niva, raccolta d’in sulla strada da Ramier, altro maestro dal carattere e dal fare del tenero Choron di cui era dipendente, imitatore, ed amico. Un _la_ magnifico di soprano sortito a caso dalla bocca della fanciulla le avea guadagnato la protezione dell’uomo generoso, dell’appassionato cantore, che prima di coltivar quella voce, prese a dispor l’animo quasi selvaggio della povera abbandonata, e comporne l’esterna figura che lasciava appena un’ombra di qualche interesse, cominciando a prescriverle otto giorni alla purificazion delle mani.
Coll’amore, col rigore, colla costanza della Provvidenza, ridusse quella personcina pulita e graziosa, piegò il suo animo all’ordine e alla obbedienza, la lingua alle facili espressioni, il fare alle maniere gentili, sviluppò poi quella voce ai modi più soavi. Giunse a non poterla riguardare senza sentirsi fiero d’averla così rigenerata; nè potè udire gli altri a lodarla senza scorgere in loro un’invidia che gli aumentava la gloria.
Perfezionò l’opera del suo cuore; e quando se la vide staccare dal nuovo destino che aspettava la giovane cantatrice, Ramier soffrì lo strazio colla rassegnazione paterna. Dagli splendidi palchi de’ suoi trionfi, ella divenuta celebre, riconobbe talvolta nel fondo dell’orchestra l’amoroso maestro che piangeva di tenerezza, e la commozione le toglieva la voce, e gli rispondeva col pianto.
L’allieva di quell’umile scuola era Rosina Stolz; del cui nome altre non meno celebri udimmo ai nostri giorni, e che avremo qui ad accennare.
Sotto le toccanti figure di questi maestri, non vi par di vedere i modesti ritratti degli antichi _Maestri de’ fanciulli_, e di tanti maestri dei villaggi, che dalle piccole scuole e dalle devote cappelle diedero alle storie ed al mondo i più illustri musicisti e cantori?
E queste scuole, non potrebbero giovare ancora, meglio forse che i superbi istituti, secondo le antiche tradizioni d’Italia e coi frutti copiosi dei classici tempi?
Nell’umiltà e nell’amore fecondano i genj.
Dalle minute sementi crescono i più nobili arbusti; colle pianticelle s’infoltano i boschi; la educazione di quelle dev’essere la cura che precede la vaghezza degli artificj e l’opportunità di loro trapiantamento.
Ma alle scuole primarie anche del canto, ai piedestalli di tant’arte, si accorderanno le riforme volute dal progresso medesimo che non permette il loro abbandono, o la lor trascuranza.
Ed anzi tutto, sarà d’uopo ridestare il valor nei maestri, la volontà negli scolari; e negli uni e negl’altri l’amore.
Inutili sarebbero tutte le scuole se disgraziatamente dovesse ripetersi a lungo: _Dove trovare un buon maestro di canto?_... Fatal ricerca, che rese facile un’altra: _Chi vuol sommettersi a un bravo istitutore?_..
«Sì, a che giova tacerlo? _La vera scuola dei canto è in abbandono._» Mi valgo di alcune belle parole del cantante e maestro Luigi Celentano[107] perchè il loro lamento sembrami contenere un utile programma alle buone scuole desiderate.
«E moralmente abbandonata; perchè non pochi sono i discenti, nè mancano, per ora, institutori; ma non più, in generale, si apprende e s’insegna _seriamente_ l’arte del cantare.
È vana cosa propugnare _a voce_ i precetti contenuti nelle prefazioni dei classici metodi, se poi non si ha il coraggio di seguirli nella applicazione, e manca la forza autorevole di farli apprezzare, o se questa forza e quel coraggio s’infrangono in faccia alla corrente che tutti involge e trascina.
Dove sono gli studj _lunghi e severi_, coi quali già ben riconosciuta l’indole della voce, la gola dell’allievo giungeva ad acquistare _sicurezza d’istrumento_?
Dov’è la paziente ricerca della più vera emissione del suono, in cui la _nota tenuta_ o _messa di voce_, nell’atto che sceverava e _piantava_ il più bel suono, insegnava la tranquilla e profonda _respirazione_, il _sostegno_ ed _equilibrio del fiato_, e la _parabola sonora_, base della _mezza voce_ e di tutte le innumerabili _gradazioni_ del _chiaroscuro_?
Dove sono le progressive esercitazioni d’ogni maniera di _vocalizzi_, onde, insieme all’_impasto di tutti i registri e alla facilità dell’estensione_, si otteneva la morbida _concatenazione_ de’ suoni e lo _stacco_, la varietà del colorito nell’_unità di metallo_, e il mezzo artistico di tenere sempre esercitata la voce nel suo vero bello, o di svegliarla se per lungo silenzio pareva fioca?
Dov’è quel _complesso di tanti accertamenti_ che menano a quella suprema _sicurezza d’intonazione_, che si ride d’ogni tempesta, e che vuol dirsi infallibile, non già quando giunge a sfuggire alla riprensione, ma se _dà pace alle orecchie_?
Dov’è più la fermezza del _metodo_, che nel maestro è certezza di giungere, senza fallo, allo scopo studiando e soccorrendo la _tempra speciale_ di ciascuna voce; e in chi apprende è abito costante e radicato di rispettare, nella pratica i _confini dei proprii mezzi_, sì che riescano esercitati, non _consunti_ dall’uso?
Dov’è l’antico rigore, l’antica docilità, l’antico coraggio di spendere degli anni per avvicinarsi alla meta, che una più alta e non iscoraggiante coscienza dell’arte diceva sì lontana, da non potersi toccare?
Il più largo uso del canto _declamato_, nelle sue _forme sillabiche_ (trascorso tant’oltre, che oggi l’_interpretazione esecutiva_ soverchia la misura dell’arte e l’intenzione degli autori), ha turbato e sconvolto il metodo didascalico.
La vera scuola si travagliava prima a formare l’istrumento per facilità e modulazione, e poi, come a corona dell’insegnamento, perveniva, segnatamente con lo studio del _recitativo_, a forbire la sentita pronunzia cantabile della parola, in che rifulge la _sovraeccellenza_ dell’organo canoro. Tutti i _pregi_ e i _modi_ tutti dell’arte, non erano altrimenti studiati, che nel _suono puro e schietto_ della voce, al quale solamente appartengono; e la parola era tenuta, qual è veramente, l’ultima modificazione di esso. Percorrendo ogni maniera di combinazioni di note nei rispettivi registri, perveniva la gola a _maneggiare_ tutte le trasformazioni del primitivo suono vocale, serbandone sempre la maggiore bellezza, il più libero corso, e la più variata unità, ch’è ciò che dicesi _modular la voce_. Lo studio, le cure, le ricerche, gli accorgimenti, la pazienza, il disinganno o la gioja, non eran riferibili che al suono e all’istrumento. Quando poi questo suono _timbrato e modulato_, padrone di sè e ricco di belle forme, muoveva finalmente ad abbracciar la _parola_, lo scopo poteva già dirsi ottenuto, poichè degno di accoglierla, era pur così vigoroso, che non vacillava a sostenerla.
La scuola dei _moderni_, all’opposto, ben poco si profonda nel meccanismo dell’istrumento, e nell’organizzazione dei suoni in rispetto ai pregi ed alle difficoltà generali dell’arte. Nè gradazione, nè certezza di metodo, nè flemma di preparare e attendere lontani risultati. Sempre in cerca di nuove e non sicure _scorciatoje_, s’industria piuttosto d’ajutare la buona disposizione dei frettolosi scolari. Con viva e non intermessa preoccupazione d’ingrossare il _corpo_ delle voci, dopo un discreto numero di solfeggi, passa rapidamente al sospirato canto con la parola nei _pezzi_ delle opere, e, in men che si creda agli _spartiti_. Chi più promette meno s’indugia, e vola a sua fortuna; e più spesso rimane a struggersi al bello dell’arte sol chi per difetto di voce, s’è visto impotente a sposarla. Su gli spartiti si fa una certa _pratica_ di musica (se pur non ajuta l’_orecchio_) e si cerca d’acquistare quel che dicono _spolvero_, chè è la maschera dell’arte. Si chiariscono difficoltà elementari a misura che si presentano, _puntando_ o troncando a dirittura, le altre a cui si mostra ribelle l’infantile inesperienza dei candidati della scena.
Accelerati in tal modo i passi, e confusi i criterii, non si coglie nel segno, e torna più facile scambiare i soli _pregi_ dell’arte con le immediate rispettive esagerazioni, che sono altrettanti _difetti_. Per avere la _forza_ si fa allo _sforzo_; per la _sonorità_ al _grido_; per l’_impeto_ al _conato_; si vuole il _piano_, e s’ha lo _sfiatato_; bisogna l’_oscillazione_, e si è contenti dello _stridore_, s’evita la _grazia_ per non dare nello sguajato. La _respirazione_, in tanto sciupo, divenendo affannosa non abbraccia la _frase_ musicale, tradisce il _ritmo_, spezza la _parola_: e le voci, faticando a _disagio_, si spossano nell’atto appunto che si vorrebbe avvezzarle alla teatrale fatica!
Gli scolari impazienti sogliono passare da un maestro all’altro per l’unica ragione di fare più presto. I più brevi son tenuti più bravi.
Di costoro, in sul declivio dell’arte s’è ingrossata la schiera, giacchè non pochi son venuti a prender posto nel campo inseminato e infecondo. Ignari del _meccanismo vocale_ (_cioè di quel complesso di norme di esperienza e tradizione imitativa, con le quali, studiando il fatto estrinseco dei suoni, si determina, si regola, e si assicura il maneggio dell’invisibile strumento_), trovano proseliti a cieche e lusinghevoli massime: «che al canto basta la buona voce; che la natura fa da sè; che la bella disposizione fa miracoli, che con gusto e intelligenza si arriva a tutto; che in ogni caso il teatro fa il resto.»
Nè questi inganni parvero nel fatto smentiti quando i nuovi cantanti improvvisati, salite le scene, vi trovarono un repertorio che poteva, fin a un certo segno, mascherare la loro imperizia, e gli applausi del pubblico, che generoso con gli esordienti, si malavezzava alla depravazione dell’arte.
I migliori maestri in ogni centro musicale d’Italia, stimati per pruove d’incontestabile valore, han dovuto accorgersi che, dicendo il vero, si predicava al deserto. Taluni si son tratti fuori del terreno nel fervore della lotta! Han quasi abbandonata l’ambizione di formare allievi al teatro, ch’è sì cara, come sapevano gli antichi, che per lei lasciavano la scena: e si tengono modestamente paghi a far delibare l’arte a chi la coltiva per _diletto_, o forse anche per _affetto_. Ma lo scopo non si raggiunge; perocchè costoro, sebbene non incalzati dallo spettro dell’odierna carriera, restano sempre lontanissimi dalla vera _responsabilità_ dell’arte, e da quell’altezza invidiata, cui solo l’artista, nella febbre continua delle emozioni, pel coraggio instancabile di mille prove rischiose, e per l’alterna vicenda di trionfi e cadute, ha diritto di aspirare. Altri per non restare isolati, e mantenendosi severi a parole, si lasciano rapire nel fatto, più o meno a malincuore dalla bieca corrente; pur non disperando che questa trovi un argine più forte del loro volere.
E intanto quest’arte divenuta, come per incantesimo, la cosa meno disagevole di questo mondo, falsata nella maggioranza delle scuole è parimente tradita pressochè su tutte le scene. Avidi speculatori, per guadagno giornaliero vi adescano giovani poco esperti, i quali perdono voce e speranza, e tosto disillusi, cedono ad altri più illusi il posto di cui niuno s’è reso meritevole. Fatta quasi impossibile una vera _carriera_ (che vuol dire progresso di fama e di fortuna), i nostri giovani contemporanei, tranne poche o meritate o fortunate eccezioni, salgono e scendono in balìa del caso e degli intrighi dei mezzani. Acquistando un falso _coraggio_, che non è quello del _sapere_ e dell’_esperienza_, allora s’avveggono della distanza che li separa dall’arte, quando a fronte di artisti di più antica e severa disciplina, messi a cantare un _genere_, a cui non è del tutto applicabile la _panacéa_ del declamato, affogano nei cantabili, non sorretti da fragoroso strumentale.
Anzi mancando la _sicurezza_, che vien dallo studio, le più belle intenzioni dell’arte sembrano, in faccia al pubblico, piene di pericoli. Si rifugge per ciò dalla _mezza voce_, e da ogni altra finezza e delicatura di modi eleganti (che sono, a un tempo, _squisitezze d’arte e riposi_), e si è costretti ad abbracciare, come più sopportabile e sicura, la fatica _suprema_ ed _ignobile_ di cacciar fuori a tutta possa la voce. E felice chi arriva alla fine!
Oggi, segnatamente per gli uomini, danno a pensare poche note, scorrenti di seguito su d’una stessa vocale. Dove si può s’infarciscono sillabe a ricovrir note. Nelle stesse chiuse degli _adagi_, ove si soleva aspettare, e gustare qualche acconcio abbellimento vocale, che tuttavia i compositori sogliono lasciare _a piacere_, si ricorre all’arido ripiego di rimartellare le parole, già ripetute abbastanza nella melodia. Chi concerta la musica propria o l’altrui, si fa più ardito ogni dì a _sfollare_ gli agglomeramenti di note, come più e più van divenendo ineseguibili. E si avverte la caratteristica differenza tra i più antichi e più recenti cantanti, che quelli sorvolavano il passaggio astruso sdrucciolando su la parola e abbandonandosi al vocalizzo; e questi, sol calcando la sillaba, giungono a schermirsi dalle scabrose intonazioni.
I più accorti badano anche a cangiar la parola, per incontrar su la nota di _pericolo_, o _d’effetto_, la _vocale_ meno sfavorevole alla propria voce. Accorgimento _naturale_ nei cantanti moderni conforme alle ultime delicate esperienze dell’Aesticau sul _fenomeno del suono_, le quali dimostrano come — per ciascuna vocale vi ha sulla scala musicale delle note privilegiate che danno al suono il suo colore specifico e il suo pieno valore; e per trarre il miglior partito dall’istrumento della voce non si dovrebbe cantare su d’una data vocale che certe note soltanto. — Ma così le _recenti_ indagini scientifiche e l’istinto pratico _odierno_ mettono sempre più in luce la superiorità e la grandezza dell’_antica_ scuola italiana, che invece di temprare i suoni nelle _vocali_, sapeva trovare nella voce, e _vi piantava e radicava_ quella conciliante e studiata _unità di suono_, che tutte le abbraccia e fa intendere, senza cangiar l’_appoggio_ per ciascheduna.»
Ecco riassunte da questo egregio conoscitore alcune osservazioni da noi in precedenza annotate, altre da migliori pratici e studiosi desunte[108]; ecco le prove, come diè a divedere il Mazzucato, di mancanza di scienza nei pretesi maestri, e di voglia negli scolari di tutt’altro che scienza.
Ecco le cause, per le quali, anche a mio vedere, mentre i Conservatorj fioriscono per la composizione, in cui indispensabilmente si studia, si spopolano nelle scuole di canto, a segno di tenerle e fuggirle come nocive.
Ammessa qualche modificazione nei severi quanto schietti giudizj del Celentano, e inteso per bene il lungo e accurato studio, non in base al sistema, ma alla conoscenza del macchinismo e alla azione dell’organo vocale, ed alle variabili condizioni da educare, sembrami che da quel riassunto potrebbonsi ricavare i precetti migliori alla interpretazione de’ metodi, alla savia loro applicazione, e per conseguenza alla formazione delle voci da teatro o da camera atte al mantenimento ed al progresso dell’arte, al diletto perenne in un colla istruzione degli uditori, precetti valevoli al cantante ed alla sua fama.
CONTINUAZIONE DELLA PARTE NUOVA
IV.
_Secolo XIX. — Ritorno ai Compositori. — Sublimità dello sviluppo melodico italiano. — Genio. — Imitatori. — Progressi delle altre Nazioni. — Maestri contemporanei. — Rinnovazione degli attentati ultramontani. — Falsi e veri profeti._
Raccogliamoci un istante prima d’accedere al massimo monumento: gettiamo ancora uno sguardo sul cumulo e sulla varietà di memorie che si offersero lungo il cammino di secoli.
A tutto il 18.º, una sola influenza vedemmo prevalere su tutte le influenze di stili, di scuole, e di paesi. Dalle monodie di Tepandro, ai corodiaci madrigali; dalle cantate di Carissimi, al _Don Giovanni_, la melodia ha dominata la musica; la iniziativa fu sempre del sentimento; prevalse lo _spiritualismo_ del bel genio italiano: l’arte, tutta emanazione del cuore, non divideva ancora l’impero colla forza del lavoro.
I prodigi di questo mirabile ausiliare vidersi nel nostro secolo; dall’epoca appunto in cui segnando una linea demarcativa in queste memorie, abbiamo sospeso il procedimento storico della serie interminabile dei trovatori ed esecutori del canto: quando, cioè, parea che Mozart avesse rapita la scintilla famosa dal fedele antico tempio, il canto e la passione degli italiani, per conciliarla, veramente con alto pensiero, agli artificj fantastici oltramontani.
Ma la nuova Triade della nostra fede manifestossi colla sua onnipotenza e col suo splendore: venne a redimere e ad assicurare il suo regno.
In questa manifestazione sta la _nuova legge_ dell’arte del canto inventivo, che si collega mirabilmente alla antica tradizione, al _testamento_ che nel secolo 18.º avea compimento, ed in cui una plejade di profeti e di precursori avea vaticinata e bandita la prossima êra della rigenerazione.
Per quella guisa che Dante pria d’innoltrarsi negli eterni regni, si soffermava a riguardare le magnanime ombre de’ veggenti raccolte nella tranquilla valle, quasi a ridestarvi la ispirazione, volgiamo pure uno sguardo ancora al nostro limbo glorioso, per procedere più riverenti e commossi e nella fede ravvalorati, fra i contrasti de’ reprobi, e i cori eletti dell’altissima gloria.