Storia di un'anima

Part 3

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Ciò non impediva che il giorno dopo la nostalgia degli spiriti pellegrini sulla terra non rattristasse di nuovo la sua fronte. L'amore, l'arte, un nascosto e doloroso desiderio di gloria, un credere altrove, sempre troppo remota da sè, una felicità che non esiste che in noi, il sentimento esagerato della propria pochezza sociale in contrasto con un non proporzionato concetto della propria individualità solitaria, le continue apprensioni, pur troppo non false, del suo presto finire, tutte queste erano le cagioni che lo facevano comparire ora torbido e rinchiuso, ora sospettoso e incostante,

Da qualche lettera risulta ch'egli meditò più volte la morte, e vi andò vicino: altre volte pensò di entrare tra i monaci dell'Ospizio del gran San Bernardo. Fu religioso perchè fu buono e amò sua madre: ma più ancora perchè fu artista. Ogni passo verso una perfezione è un passo verso Dio, che sta nei cuori; nè la Intera Bellezza si può desiderare senza credere a lei come alla luce. La sua non fu la fede d'un catechismo, ma neppure un delicato epicureismo che teme, non credendo all'infinito, di rifiutare la più grande delle umane emozioni. Egli è pio e sincero anche quando sembra disperato.

Di una tale esistenza non comune, alla quale s'intreccia un delicato nome di donna, voi troverete nella prima parte di questo libro i documenti. E il libro anzichè una stonatura, come temono i suoi amici, crediamo che possa essere un raggio di sole che ritorna e nel suo complesso un prezioso documento a tutti quelli che studieranno l'evoluzione del pensiero e del sentimento italiano in quel tumultuoso periodo che succede alle battaglie dell'indipendenza, quando l'entusiasmo che le ha compiute diventa il primo imbarazzo del vincitore. Tutto è disordine ancora, non si sa quel che si vuole, ma si vuol molto, da tutti. Il linguaggio epico urta colla necessità ufficiale, il passato ingombra il presente e impedisce alle giovani forze l'andare avanti.

Ambrogio Bazzero non è solo in questa evoluzione, e per non parlare che di una piccola scuola milanese, mi pare che i nomi del Rovani, del Tarchetti, del Praga, del Dossi e del Boito abbiano con lui molti punti di affinità artistica. A tutti costoro mancò forse una ricca suppellettile accademica, ma tutti amarono l'arte con geniale sfrenatezza; la vita uccise i migliori.

D'Ambrogio Bazzero non vorrei che l'antica devozione mi avesse tratto a dire cosa maggiore del vero. Che se a chi lo conobbe e a chi lo conoscerà fra poco dovesse sembrare il mio giudizio troppo infiammato, io non mi pentirò d'aver consumato il mio fuoco a riscaldare questa cenere benedetta. Da due anni il povero Bazzero giace sotterra, e più che da due anni giacevano rinchiuse e morte le ignorate pagine dell'anima sua. Non si risuscita un morto senza un gran grido.

* * *

Il tifo che l'aveva già colpito nel 1873, lo assalì una seconda volta ai primi dell'agosto del 1882. Fu una malattia rapida, senza pietà, che il fratello Carlo descrisse in una potente _Commemorazione_ che ha scosso ogni cuore. L'anima di Ambrogio aiutò a dettare quelle pagine così vere e così tremende che narrano un fatto tanto comune, il morire. Così termina quello scritto:

"Era la mattina di lunedì 7 agosto, il giorno che egli aveva stabilito per la partenza pel suo giro di svago.

Alle 9 e 45 l'infermiera, fatto il segno di croce, cominciò a pregare a suffragio dell'anima.

Il suo volto rimase atteggiato ad un dolore sdegnoso, le labbra sottili strette, l'occhio semi-aperto, io spirito malinconico abbandonò la terra, lasciando sul volto i segni dell'angoscia, supremo addio alla luce; si dileguò addolorato così come s'era sempre pasciuto di segreto corruccio e di desolazioni.

Venni da mia madre, m'inginocchiai e con uno scoppio del mio pianto feci più violento il suo, che s'effondeva invocando Dio.

Mia madre, mio padre ed io baciammo un'ultima volta la sua fronte tiepida ancora, e il nostro sacrificio era compiuto."

La notizia della sua morte giunse quasi improvvisa agli amici e fa un colpo di fulmine. Povero Bazzero! Ci ritrovammo tutti al tuo funerale, e ci parve che in te morisse la nostra prima giovinezza.

Ho ancora presente quella bella mattina di agosto. La gente riempiva la strada innanzi alla sua casa. C'erano le rappresentanze della stampa, della Costituzionale, della Congregazione di carità, gli amici della _Palestra_, della _Vita Nuova_, dell'_Eco dello Sport_, i parenti, i poverelli. Pareva che tutti, anche quelli che l'avevano incontrato una volta sola, affettassero un certo orgoglio d'essere al suo funerale, per dimostrare in qualche modo d'appartenergli. Due cose ebbi occasione di osservare nel mezzo della mia commozione: che la morte è una rivelazione; che i buoni sono forti.

Dal portichetto si entrava nella sala d'armi a terreno, vasto locale dal nero soffitto, dalle finestre acute a piccoli vetri rotondi, pei quali la luce entrava fredda a intirizzirsi sull'acciaio delle armature appese alle pareti. In un angolo un camino con poca cenere, e un vaso funebre sopra; di qua di là cassoni antichi, d'un colore cupo, con sopra elmi, e appoggiati agli spigoli delle vecchie targhe.

Nel mezzo era il feretro dell'ultimo amico dei cavalieri, fra quattro antiche torcie e molti fiori. Al cimitero non gli mancarono saluti pieni di lagrime. Uno gli disse:--Beato chi anche a trent'anni lascia un'orma di sè!--Quell'uno era Carlo Borghi, anima e simpatia della _Vita Nuova_, anch'egli una speranza dell'arte e del paese. Non passò l'anno che la morte, giudicandolo colle sue stesse parole, le trascriveva pel suo funerale. Noi crediamo ancora che i morti s'incontrano in qualche luogo.

In alcune sue _Ultime volontà_ il Bazzero lasciava scritto: «Il giorno da me tanto desiderato, o miei parenti, è giunto. e non piangete: è il giorno in cui voi finalmente conoscerete l'anima mia.» E dopo aver raccomandato la sua donna e le sue ceneri, pregava così: «Per mia iscrizione queste sole parole:

AMBROGIO BAZZERO NATO............... MORTO............... _Tout ce qui finit est si court!_

Erano le parole della sua donna, nelle quali spera di rivivere.

I giornali cittadini di tutti i partiti dissero le lodi del defunto: la famiglia gli eresse un sepolcro, dove a capo della cassa, pose le sue intime memorie e le lettere della sua donna. Oggi ne richiama lo spirito e lo raccomanda sommessamente all'avvenire.

EMILIO DE MARCHI.

ANIMA.

Incipit vita nova.

NEL MIO COMPLEANNO.

Limbiate, 15 ottobre 1876.

AL DESERTO.

L'anno scorso, nel mio compleanno, scrivevo dei pensieri che erano l'espressione dell'anima mia, e li dedicavo a mia sorella: quest'anno ancora voglio scrivere dei pensieri e li dedico al _deserto_. _Deserto_: ecco l'espressione dell'anima mia! Che cosa scrivo?... Si possono tradurre a parola le convulsioni dell'anima, le contorsioni di mano, gli stringigola, i groppi, le memorie fallite e le speranze fallite? Posso scrivere lo stato dell'anima mia?... Eppure voglio sfogarmi: voglio lasciare un foglietto che attesti questo tristissimo compleanno. Lo leggerò io? quando? come? Lo leggeranno gli altri? quando? Quando io sarò morto, quando frugando entro le mie carte, i miei parenti diranno:--Aveva un po' del matto!--e mi compiangeranno. Lo leggerò io? Non so perchè, ma fra l'immenso buio che mi ottenebra la vita, un po' di lume cade su quella scena ineffabile che ho sognato mille volte:--cioè:--una donna, la mia _donna_, spierà me che apro il cofanetto di ferro.... Apro e tolgo anche questo foglio. Lo leggiamo insieme.

Se oltre i trent'anni mi aspettassi l'ineffabile felicità che sogno! Consento ad _amare poco_ la mia famiglia, ad essere misantropo, ad essere così scoraggiato, per apprezzare te doppiamente, o mio ideale, o mio unico segno, o mio _completamento!_ Ti desidero, ti supplico, ti voglio! Quante volte oggi satanicamente ghignai alla canna del mio fucile, dicendo:--Dentro c'è la morte!--e guardandone la nera bocca, e invidiando la suprema voluttà della morte..., mi sorrideva a un tratto l'idea: Avrai pace, anima! Nel futuro avrai tante gioie a compensarti i dolori, gioie tranquille, pure, castissime... Sei brutto, corpo mio, ma sei buona, anima mia! Oh sì! sei buona, sei casta, sei amantissima! Voglio anche esser morto, quando la donna mia trovasse questo foglio! Certo non riderebbe!

L'inattività, l'inutilità mi avviliscono, il _deserto_ mi schiaccia.... Come soffro! Nessuno mi conosce, nessuno oggi più mi soccorre di una parola, nessuno mi incoraggia alla vita!...

Limbiate, 23 ottobre 1876.

Fu una giornata piovosa, melanconica, di quelle in cui si desidera la quieta canterina, con un angiolo, con un bambino, con un focolare benedetto: tutto bigio e nebbioso dovrebb'essere al di fuori: cadute le foglie, infangate le stradicciuole, freddolosi i bimbi: tutto mesto, tutto morto, per far contrasto col di dentro--tutto santamente allegro e tutto vita. Vita, vita, ecco la gran parola! Vita, la grande aspirazione dei ventidue anni, dei ventitrè, dei ventiquattro, dei venticinque. A venticinque questa vita è l'irresistibile bisogno!... Acquietati, anima mia: il tuo corpo è bambino: acquietati: diventa filosofessa e ascolta il gran principio della sapienza pratica:--_la vita è uno scherzo, cosa da ridere: si debbe approfittare delle gioie che offre: non prendere niente sul serio: si debbono ammirare i sacrifici per uno scopo: il moralista «en amateur» è un asino_. È vero, c'è in queste parole una schiacciante verità. Vorresti discutere? No, arrossiresti, anima mia. Vorresti esprimerti? No, saresti ridicola. Vorresti prorompere? oh sì! espanderti nei cieli, volare ai mari, cercare i monti, volare volare... ma poi, tutta potentissima, fidente, docile, speranzosa, felice, tutta venirmi alle labbra, e formare un bacio, su una fronte umile di una donna; tutta divenire l'espressione di un ossequio, di una religione, di una felicità, di un nuovo Dio formatosi nel mio cuore, un Dio per la Donna! L'anima, così incatenata come mi è a questi giorni tristissimi, impotenti, irresoluti, sogna per espandersi l'ampiezza, l'altezza, l'incommensurabile, l'infinito, sogna le immense solitudini: l'anima sogna i consorzi umani e vorrebbe dalle solitudini passare ad abbracciare le città, la civiltà, le arti di tanti popoli: l'anima vorrebbe stancarsi, per posare.... ma il cuore, il povero cuore, tronca siffatti voli, e, modesto, di passo, quieto, religioso, vorrebbe avviarsi, anzi con evidenza s'avvia al futuro: il suo mondo diviene una camerina, la sproporzione dei desideri dell'anima si riduce alla misura delle cose umane, l'infinito si cambia nella _vita_, divengono stanche ironie le grandi solitudini della Natura e i grandi consorzi degli uomini di fronte ad un santo _dovere_, ad una donna che popola un universo, irradiando le virtù della fede, della speranza, della carità....--Ecco,--ora dico a te stesso:--faccio della poesia, sono un sognatore, nemmeno io vorrei credere a queste mie ciancie. Faccio della poesia? Ecco la prosa:--vorrei la mia Donna che mi amasse, rendendomi la fede gentile che ho perduto; vorrei un bambino che mi facesse pensare:--Che importa a me degli ambiziosi, dei ricchi, dei gaudenti, dei gloriosi? Eccoti nel bambino la tua ambizione, la tua ricchezza, il tuo gaudio, la tua gloria, il tuo scopo! Oh sì, compiangendo, ma non irridendo le mie poesie di un dì, diventerei un uomo che vive, che sa fare le addizioni e le moltipliche, che sa comperare, sa risparmiare, sa provvedere ai bisogni più prosaici, e vorrei avere uno scrittoio dinnanzi, non un'immensa solitudine, non uno spettacolo di varie civiltà, e da quello vedere il mio orizzonte, cioè i guadagni che potrei fare per la mia famigliuola.

* * *

Mille volte dico: voglio su qualche foglietto di carta lasciare traccia dei miei patimenti, per farmi conoscere dai miei quando frugassero fra le mie carte. Io scrivo, a sbalzi, pel mio cassetto, molte volte rattenendo le lagrime di tenerissima commozione, molte volto imprecando con voluttà mefistofelica a Dio!--Ci voleva tanto poco per farmi felice! Non ricchezze, non gloria, non nobiltà, non i soliti meccanismi della società domandavo: domandavo pace, sacrificio, religione, fede: avevo coscienza di fare un sacrificio, la coltivavo, mi accosciavo due volte al giorno, per voto, in una chiesa, ero buono una volta. Che ho ottenuto? Poveri miei anni, dai diciolto ai venticinque!

* * *

Che cosa è la vita dell'uomo? Nient'altro che la spuma dell'onda che si dibatte fra gli scogli misteriosi dell'Infinito. Ma se un riflesso di cielo può dare l'azzurro alla spuma fuggitiva, un riflesso d'amore può dare alla vita i colori della Fede, della Speranza e della Carità.

* * *

Ricordo, colle lacrime al cuore, che vi fu un anno, in cui, in alcune sere stellate, quando dimenticavo il mio corpo, quando dimenticavo il mondo esterno, e il mondo interno mi signoreggiava, e mi sentivo, e volevo credere, e sperare, e amare, ricordo che in alcune sere stellate, soavissime, confidentissime, ebbi vicino a me un'anima che mi ascoltò e mi comprese, quand'io espressi qualche speranza pel mio avvenire, avvenire che io legavo all'arte e alla famiglia. In quelle sere io accrescevo di dignità alla mia coscienza, io mi dichiaravo non volgare, mi mostravo uomo, e confidando, credevo, speravo, amavo.... Furono gli unici conforti: li ricordo: e allora, perchè a metà svelate, mi parvero più sante le mie melanconie, i miei silenzi, i miei dolori, il mio carissimo e soavissimo tifo, sì, la mia religiosa convalescenza, le mie dolcissime _Confidenze_, i miei sessi profumi, e il mio risveglio, il mio _Tintoretto_.... il mio _Giuliano_! Ho ricordato queste cose per dire che a quell'anima (come pensi ora di me, e come penserà, se vivo, non so) vorrei fossero consegnate queste mie annotazioni, s'io morissi, perchè, almeno in lei la mia memoria vivesse un po' consacrata, non come quella che lascierei a mia madre o a mio padre, la memoria di un _povero_ figliuolo: e basti la compassione. A Lidia non oso destinare una sola riga: a che pro? Se mi volle un po' di bene ed ebbe poi tempo di dimenticarmi, perchè svegliare in lei, non dirò un rimorso, ma una cura fastidiosa? Così vivendo e morendo faccio sacrificio di speranze. A che pro io ebbi rimorsi, e per esser felice, mi tormentai? A che pro? A che pro non so correggermi?

Scriverò anche stassera? Oh sì che ne ho immenso bisogno! Mi sentivo buono, ma deserto, ma ridicolo, ma quasi reietto dalla società, avevo voglia di piangere e gettai le braccia al collo di mia madre. Oh mia madre! mia madre! Se tu fossi il mio tesoro, la mia pace, la mia religione, se in ogni tristo mio momento potessi posare la mia testa sulla tua! Tu hai scoperto che io piangevo, e mi hai detto:--La tua fronte scotta!--O mamma, in questa povera testaccia bollono tanti pensieri, ma resteranno sempre cozzanti e inconcreti perchè la mente ha perduto ogni forza di studio: mancò al cuore l'alito primo: l'ambizione non mi seduce più: se avessi denari, libertà e cattiva natura, questo sarebbe stato l'anno in cui sarei diventato vizioso! Coi vizi almeno avrei vissuto; col ricordo della virtù, colla stizza dell'impotenza al male, col vano attendere, colle spossatezze, coi fremiti del dì d'oggi vivo neghittoso. Vivo? Vegeto, inutile pianta. Nessun scopo alla vita: sono deserto. A venticinque anni....

Mia madre è venuta qui, mi ha baciato, mi ha domandato che cosa ho?--Ho un mondo a rivelarle: non so da che parte incominciare: l'ho quasi respinta col dirle:--Lasciami stare, lasciami stare--quasi che lei fosse indegna di ascoltare le mie confessioni. Sempre così!... Respinta, si tace, soffre, forse come me, forse più di me, e fingendosi tranquilla mi domanda se le voglio bene. In questa promessa vuole ch'io le racchiuda una sacra promessa; ella forse teme.... Ha concluso con una sola parola:--Tu sei troppo buono!--Oh mamma, mamma, lasciami questa illusione: tu, cioè, non mi credi _originale_. O mia mamma, questa parola _buono_ sulle tue labbra ha avuto un accento nuovo e sicuro: anche quand'ero piccino mi dicevi ch'ero _buono_. Anche oggi l'hai detto, e hai capito che dentro di me si compiono dei sacrifizi. O mamma, ti voglio tanto bene. E vorrei esser felice per raccontarti tutto, per farti esultare di tutte le mie umili contentezze, per avere in te l'interprete sincera delle gioie dell'anima mia. Passo dei giorni squallidi, tristissimi, meschini, lo vedi.... No, mamma, nella mia superbia dell'affetto, nelle mie gelose fantasticaggini, nel mio deserto, mi pare quasi d'esser fanciullo, volendoti bene, e m'infingo: ma invece dove sei tu, c'è il mio angiolo: tu angiolo di verità, di rassegnazione, di fede, di speranza, di mitissimo amore, tu mamma!

* * *

Ieri, verso sera, ho veduto una bambina coi capelli biondi, colle pupille azzurre, una poverina che sedeva sui ciottoli, senza pensiero, col sorriso dei suoi otto anni. La mirai a lungo. Pensando che s'avvicinava la sera e a casa mi aspettava la minestra calda col buon brodo, e la carne, e la lucerna allegra, e la tovaglia di buon augurio, avrei voluto condurla con me e darle la mia parte, e sorriderle.... Che cosa avevo io fatto nel giorno per trovarmi servito, scaldato, allegrato? Povera bimba!--Lo dissi alla mamma:--Una bimba come quella non oserei sognarla mia,--e tacqui. La mamma mi raccontò che quella sgraziata aveva una matrigna che la trattava a busse e le faceva soffrire la fame. O mamma, quanto avrei voluto baciarti: mi riconciliai con tutto, con tutti, volli fugare i miei fantasmi di dolori, volli che tu fossi il mio tutto. Come potrei io dedicarmi a te? oscuramente, ma santamente provarti sempre che t'amo e contrapporre alle mie sciocche ambizioni, all'amor proprio trafitto, alle vane gare in cui sanguina il cuore inutilmente, contrapporre il tuo affetto sempre placido, sempre religioso, sempre benedetto, non mai ridicolo?

* * *

O Lidia, Dio è l'ironia!--Il buio!

ULTIMO GIORNO DELL'ANNO 1876.

Domenica, 31 dicembre.

Mancano tre ore e l'anno sarà finito. Queste tre ore voglio sentirle minuto per minuto, voglio goderle.... Come le gode la gente pratica del mondo? Divertendosi e gozzovigliando. Stupenda filosofia! io come le godo? Le godo sgroppando un'uscita al pianto segreto che mi arroventa il cuore: è una consolazione:--sorridendo un po' a qualche pallida fantasia della mia religione: è una poesia! So che è poesia inutile, ma a me è tanto cara.

Sono solo nel mio studiolo. Papà, mamma, Carlo sono andati or ora a teatro, proprio quand'io salivo le scale per chiudermi quassù. Ed or ora ho lasciato il Bianchi che mi ha complimentato gentilmente dicendomi un paio di volte «che bel tipo! _originale!_» perchè lui va a teatro, e io torno a casa a capo chino.

Sono solo e sono triste. Vorrei scrivere ordinatamente, ma non posso. Sebbene, chiusomi quassù, avessi tutta l'intenzione e il bisogno di scrivere, di scrivere, di scrivere. A che? per chi?

Che cosa spero pel 1877?

Milano. _Mercoledì, 21 novembre_ 1877.--Sono da pochi giorni arrivato dalla campagna: ed ho il mio studiolo freddo, polveroso, abbandonato, tristo e perciò sto a disagio al tavolo. Coll'anima stanca, col cuore senza fede, coll'ingegno assopito, con grandi dolori--ma senza lutti officiali al cappello--bisognoso _di vita, di vita, di vita_, freddo a numerare le mie illusioni cadute, freddissimo a pensare al futuro, ti mando un bacio. Aggradiscilo come bacio di fratello. Pensa che mi sento il cuore gonfio d'un'arcana bontà, pensa che io piango, e che piangendo sento il bisogno di un'anima, e pensa che dinnanzi all'altare di un'altra anima che mi comprendesse, io pregherei ancora Dio, perchè mi sento casto, gentile, serio: e dinnanzi ai santi balbettamenti di un bimbo capirei--con quanta vita del cuore!--che l'arte per cui ho sofferto tanto, addoppiando me stesso, era un bisogno imperioso di creare; che la scienza di queste Accademie è il deserto, il vuoto, il nulla, o il tritume, la polveraglia dei morti: che gli anni di mia giovinezza erano un _voto_: che i miei tormenti, le mie fedi, il mio scetticismo, le mie speranze, le mie battaglie, il mio isolamento nella folla, il mio sdegno pei volgari, le mie povere poesie, erano indizi di un'anima che rigurgitava in un corpo nervoso, _di un'anima che voleva un'anima!_--Sono solo nel mio studiolo, solo, freddoloso e mesto. Ogni anno di questi dì faccio una ben triste resa di conti:--delusioni si aggiungono a delusioni. I volgari non si accorgono mai delle foglie che cadono, tu piangi: e la baraonda prosegue. Tu sorridi: oh veramente ci fosse Dio e vedesse e almeno lui apprezzasse questi sorrisi!

--Qualcosa c'è che non si soggioga a cifre: qualcosa c'è che rende uggiosi i libri dei filosofi: qualcosa c'è che consola i soli, gli abbandonati, i poveri, i poeti!--Oggi bisognerebbe tutto domandare ai medici materialisti. Io domando troppo a me stesso.

ULTIMO GIORNO DELL'ANNO 1877.

Lunedì, 31 dicembre.

Mancano tre ore e l'anno sarà finito. Ho qui sul tavolo tutte le mie memorie. E voglio scrivere. Scrivendo imito il carattere di Lidia, Che cosa voglio scrivere? Nulla di ordinato. Incomincio col rileggere le mie annotazioni del settembre 1876, poi voglio leggere il mio portafogli co' miei sogni di artista (1873-1874-1875): poi la mia lettera a Lidia: poi la sua a me....

Oggi si chiude un anno, un tristissimo anno. Colle speranze, coi ricordi, colle illusioni. Ella mi appartiene quasi, fino all'ultimo minuto di questo anno; domani si apre un anno nuovo, un anno che sarà importante per lei: sento che mi sfugge sempre più, che non è.... che non sarà mai più mia!...(5) Mio Dio, rendila felice!--Io mi illudo sempre nel mio dolore: rileggo la sua lettera, ribacio il suo ritratto, sento nell'animo la sua voce, e sono superbo, contento, felice, ma sogno, sogno: la verità non è ancora entrata nel mio cuore, io non sono persuaso che non la vedrò più! che non ho più diritto a pensare a lei!... Anno tristo, la mia vita è spezzata. Io ero nato per l'amore, per la donna, per la casa, per le sere tranquille, per un bambino, per sperare, per _sentire_ la famiglia a benedire tutte le mie febbri, le mie aspirazioni, le mie malattie: e invece? Io vedo dinnanzi a me giorni e giorni e anni e anni _che passeranno_, solo conforto: _che passeranno_.... senza più ambizione di un nome, senza desiderio di una donna, senza coscienza di un'anima, e sempre più col bisogno di una donna! Non voglio più scrivere. Nè so scrivere. Mi inginocchio e prego il suo Dio, quello che ella pregherà per me:--Dio, ho bisogno dì credere! io mi sento buono! io mi sento il cuore!