Part 23
Hai perfettamente ragione, mio amico. Vi sono dei luoghi insigni per memorie d'arte e di storia o per lo speciale ambiente, nei quali l'anima del visitatore s'appassiona con gentile virtù, e la fantasia, correndo a ritroso del tempo, s'ingagliardisce, rivivendo di fronte ai robusti sembianti degli avi. Nelle giornate di noia stanca, giova moltissimo il fuggire la folla fastidiosa, l'indispettirsi dei minuscoli capricci, il cercare la solitudine. Questa è fatale se il cuore vuole tutta occuparla colle sue malinconie, è sana se in essa l'anima cerca per punto d'appoggio una calda emozione.
Una passeggiata all'abbazia di Chiaravalle non è gran cosa, che possa rompere le gambe di un cittadino. Si esce dalla porta Romana, e si piega per circa tre miglia verso sud-est, camminando in mezzo a una pianura monotona, la pianura lombarda, che al cielo non sa levare altro che le capitozze pesanti degli eterni filari, qualche ramicello pelato, qualche volo di corvi, qualche crasso fumo di stalla. Ma che cosa merita quel cielo? E poi, signor mio, ogni acqua che scorre, all'occhio dell'agricoltore, sembra far galleggiare i sacchetti d'oro; ogni prato ti pare una mappa; ogni casa è segnata a cifre, a cifrone. Se tu vedessi i fieni ammontati nelle cascine, il latte che trabocca, spumando, dalle _brente_, e i formaggi che stanno, come in biblioteca, negli stanzoni a corridoi! Se tu vedessi!
Il paese di Chiaravalle è un povero aggregato di case. Rovagnano n'era l'antico nome. San Bernardo, capo dell'abbazia di Clairvaux nella Sciampagna, venuto in Lombardia, e fondato in questo luogo l'abbazia e il monastero dei cistercensi, l'intitolò Chiaravalle, per amor di ricordo. Chiaravalle, favorito dalle famiglie milanesi, illustrato dalla virtù e dal sapere dei monaci, crebbe di fama e di ricchezza: molti cospicui personaggi venivano a visitarlo: Ottone Visconti vi morì.
Al giorno d'oggi, camminando sulla strada, che fiancheggiata da due placide acque, conduce ad una porta austera, il visitatore ha l'occhio triste e l'anima triste. La campagna intorno è silente e spopolata: le mura dell'edificio, dove rovinate, dove salde, dove rifatte, sono come le pagine di un libro di storia. Mute, vi narrano una verità.--Che cos'è il tempo!
Vi furono giorni in cui il potentissimo abate, collo stendardo della cicogna, scendeva alle soglie imponenti dell'abbazia, fra la sua corte fastosa, arbitro delle liti tra popolani e nobili, fra paese e paese, scendeva a ricevere una comitiva guerresca od ossequente; e i monaci, sui vasti dominii, sulle settantamila pertiche, si spargevano, fratelli di preghiera e di lavoro, ad una nuova opera, asciugando i paduli, guidando le acque, applicandole all'utile, creando il sistema lombardo delle marcite; e i reggenti di Milano venivano agli altari recando i diplomi dei frequentissimi privilegi; e i vecchierelli sotto il saio vegliavano sui libri o cantavano nel coro, o sfilavano al cimitero. La Guglielmina boema vi dormì poco sonno di morte. La ricca nobiltà milanese vi restò a tripudio, quando uscì ad incontrare Beatrice d'Este, che arrivava sposa a Galeazzo Visconti. Potenza successe a potenza, pietà a pietà, mistero a mistero... Infine, nel 1795, la più prosaica caria bollata era affissa ai venerandi battenti colla cera rossa. E oggidì la locomotiva, tagliando il pratello della pace antica, sbuffa faville ai morti, e passa fischiando...
L'abbazia sorge vicina al villaggio, e coi ruderi del convento è chiusa da una cinta. Entrando nella corte per una volta oscura, si ha dinnanzi la chiesa, ragguardevole edifizio, con una cupola ottagona, sovrastata da una torre ad archi, a colonnine, a piramide: le linee sono dignitose, le tinte robuste, e i dettagli qua e là accentati dai curiosi scherzi del tempo e del caso. L'ignoranza degli uomini piccoli vuol mostrarsi dove può: eccola chiarissima, pretensiosa, patentata, nel guasto arrecato alla facciata, Povero secolo decimo settimo! Dio sa com'hai resa barocca anche la preghiera!
L'interno della chiesa è grande, tetro, umido: un segreto squallore vi regna: la solitudine co' suoi misteri, la semiluce coi pochi raggi del giorno, colle ombre freddicce, fanno parer eterni i passi sul pavimento: e va e va:--e danno all'aria un che di morto, di chiuso, d'ammuffito, che tronca il respiro, e assopisce il pensiero in una incertezza di languore.... Fantastichiamo?
Ma in questo stato d'anima, il cuore a un tratto affretta i palpiti, con un sentimento dolcissimo di speranza o di ricordo: eccoci desti! e si gode d'esser desti, d'amare, di dover combattere, di voler vivere! Il cuore si ribella alla morte.
Triste è lo sguardo che danno le sante screpolate degli affreschi; triste la polvere fredda che s'adagia sugli stalli del coro; triste il tremolo ardore delle lampadette nella grande solitudine: tristissima la pace che il tempo ha fatto intorno a noi. Luino, l'angelico, ha dipinto: l'ottimo Garavaglia ha intagliato: altri molti hanno lavorato e vi giacciono nell'oblio; san Bernardo un giorno arse di zelo e fu una fiaccola. Ma oggidì?
È santo quel sorriso che ci fa buoni e mesti: è salutare quella polvere che noi solleviamo, galoppando audaci, sul nostro cammino; chiamo luce quella che illumina l'anima, come i lampi. Più e più nei luoghi austeri l'estro si accende, e si figge all'ideale. La pace? Prima vogliamo la battaglia.
In fondo al coro vi è una porticella che mette al cimitero: è un luogo raccolto, circondato da un muricciuolo che lega le une alle altre tante cappelle mortuarie, ad arco, uniformi, severe, segnate solo da qualche avanzo di pittura o di epigrafe: qui i nomi di Pagano e Martino Torriano, dei Novati, dei Piola, degli Archinti. Un'unica crocetta nel mezzo compendia tanti nomi, tante grandezze, tanto oblio, in tanta pace, Qui venne con onorevole scorta armata sepolta la Guglielmina, nel secolo XIII, la famosa fondatrice della setta dei Guglielmiti, la quale pretendeva d'essere papessa, e più: qui fu venerata con feste, lampade, devozioni: di qui fu dissepolta e trasportata a Milano sulla piazza della Vetra, per essere abbruciata e vituperata co' seguaci suoi. La storia vi è lunga, ma interessante per gli scrittori milanesi: qualche sera chiacchiereremo, perchè già adesso tu non hai tempo.
Che cosa t'ho descritto? Non so. E ti ho descritto, o credo? Non so, davvero. Queste mie righe sono impressioni, Tratti di penna, schizzi: se tu volessi linee rigide e contorni precisi, sai che ci sono guide, buone e grame, e fotografie. Dunque non gettarmi in un cantuccio, se non adopero squadra nè metro.
Però, se vuoi, eccoti le dimensioni. Incominciamo da serii:
Altezza della torre, piedi 57.
Altezza della piramide, piedi 34.
Lunghezza della chiesa...
Capisci! Sei tu che non mi ascolti! Dunque, zitto i zitto! zitto!
II.
Per ordinare le mie idee, bisogna che col pensiero io vada indietro tre o quattro anni: cinque per l'appunto! Ed ecco mi ricordo una passeggiata a Chiaravalle, una sosta, una colazioncina in un prato, e poi un'ascensione chiassosa, quindi una meditazione seria. Come fosse adesso! Voglio rammentarmi la torre della chiesa e il cimitero.
Prima di tutto, vi confesso ch'io ho un gusto matto per i campanili, tanto che in un certo paese ho fatto un abbonamento con un sagrestano, perchè mettesse a mia disposizione tutte le chiavi d'una chiesa. Quei bugigattoli, quelle scalucce di legno dagli incerti gradini, quel buio, quegli uscioli, per cui solitamente si deve passare per giungere alla torre, mi piacciono in modo strano; e poi quelle funi che pendono giù, o sfilacciate, o giù conducendo l'unto dagli ordigni dell'orologio!--E tic-toc-toc: dall'alto l'inesorabile tempo ci grava sul capo. Se poi stridono i falchi, o stormeggiano i passerotti, o un amico pauroso mi grida:--Manca un gradino... avanti lo stesso.
A Chiaravalle la torre che sovrasta alla cupola ottagona offre tutte le emozioni che voglio. Ecco, al tetto della chiesa, al primo riposo, si giunge coll'abito concio dalle ragnatele, col cappello schiacciato da qualche buio arco che non rispetta le proporzioni della figura umana, coll'occhio intenebrato e polveroso: travi, tegole e calcinacci sono amici, amiconi degli archeoflli curiosi. Al tetto c'è un ballatoio: e da questo una scala a piuoli al primo giro d'archi della torre; e da una colonnina di questo un'altra scala a un'altra colonnina del secondo giro, e via e via; ma sui piuoli tarlati il piede si poggia con precauzione, e gli staggi sono un po' zoppi. All'ultimo piano di colonnette si leva la piramide, e noi che le passeggiamo intorno, la vediamo tutta irta coi mattoni a spinapesce, qua e là resa bizzarra da qualche ciuffo d'erba, bruna rossastra, sormontata da un globetto con una croce nel mezzo, La vista di lassù spazia sui piani e sui piani: monotonia, Pure, c'è da trattenersi su una buona mezz'ora, e anche più; si ritarda la discesa, pensando un po' a quelle scalucce malsicure che ci terranno sospesi fra il cielo e i tetti.
Terra! terra! abbiamo toccato il suolo della chiesa: all'ultimo gradino ci sentiamo piccini, come profondati, giù nel tenebrore: camminiamo, e il passo ci sembra pesante, lo spazio per il piede troppo, per l'occhio poco, e giungiamo al cimitero. Con un movimento spontaneo si dà uno sguardo all'insù; le proporzioni della muraglia, della torre, si allungano sul cielo, e là, in cima, ci pare sia restato qualcosa di noi: qui basso siamo vuoti e melanconici: un che inspiegabile signoreggia tacito intorno a noi, e noi subiamo una pace per gli occhi, per le orecchie, per la bocca, un'aria morta ci involve, entra in noi, esce: ci pare di dormire da lungo tempo, o di svegliarci con altri sensi diversi dai nostri. È una bizzarria questa? A me succede così. Credo animato un arbusto solitario, un mucchio di rovine, un silenzio di crepuscolo: qualcosa requia, ma spiandomi: un che d'ignoto, posandosi lento, incombe e incomberà su di me. È una stramberia, temo l'oblìo... Sapete? certi sogni senza senso comune si possono dire in poesia: in prosa bisogna rendersi conto d'ogni contorno che ha la parola, e toccare liscio se non si vuole errare e buscarsi, un'orecchiata dai professori!--C'è la pace, ecco tutto: una pace antica, un silenzio, un'immobilità, un mistero.
Le cellette mortuarie di stile gotico c'invitano colle loro linee severe, colle reliquie degli affreschi, coi frammenti delle epigrafi. Vediamo! Ognuna di esse racchiudeva il monumento di qualche cospicua famiglia: dove giaceva il pesante avello, a due versanti, coi quattro orecchioni, o dove si levavano sulla groppa dei lioni le colonnine torte a reggere l'arche coi tabernacoletti gotici, ai dì nostri cresce la mal'erba, fra i tritumi e i calcinacci: le muraglie hanno le tracce dell'ugna del tempo: gli archivolti non portano più le nere cortine di morte, ma si lasciano addobbare dalle ragnatele. Queste cellette erano numerosissime: e chi coll'immaginazione sapesse tutte riedificarle, degradarle in squallida linea, colorirle tristamente, e fingere dalla porticella del coro la sfilata dei monaci salmodianti, quegli potrebbe a messer l'abate chiedere l'eterna pace. Si dorme tanto bene all'ombra dì tramontana, nelle abbazie dei cistercensi, fra il silenzio degli uomini e della natura!--In una celleita, Manfredo Archinto supplica Nostra Donna: in un'altra, una lucertola viva serpeggia sull'ala di una santa morta: in un'altra, san Bernardo, imprudentissimo, presenta al cielo la Guglielmina boema...
Nel secolo XIII, nella Lombardia, già infestata dalle sètte degli eretici, comparve la bella Guglielmina. Chi era? La dicevano la figlia di un re di Boemia. Con chi era? Con un bambino che le morì. Monaca, fuggita, amante: tantissime se ne dissero. Essa abitò a Milano, e fu di tale pietà, che i monaci di Chiaravalle e le Umiliate, e tutto il clero, e tutta la nobiltà pigliarono ad amarla, compreso un tale Andrea Saramita: e salì, e salì, la Guglielmina salì fino alla dignità sopranaturale: fu della quella che salverebbe giudei, saraceni e mali cristiani, fu detta papessa, santa, divina. Ma umana, morì, lasciando di voler essere sepolta a Chiaravalle.
Quivi giacque venerata, e ad onore di lei i monaci, in tre solennità annuali, distribuivano pane e vino. I discepoli rimasti, una Manfreda, il Saramita, Albertone da Novate, continuarono a celebrarne i misteri.
Nel giorno di Pasqua del 1299 la Manfreda indossò degli abili pontificali, e, costituita una gerarchia ecclesiastica femminile, cantò litanie, predicò, disse messa in casa di certo Jacobo da Ferno, con epistola letta da Albertone, con vangelo composto dal Saramita. E vogliono gli storici che queste adunanze finissero con scandali tali e tali criminosi piaceri, sì che la inquisizione di Sant'Eustorgio col fuoco volle _purificare i corpi et le anime inquinate_. Si fece un gran processo, arse la catasta in piazza della Vetra, e Guglielmina si trovò scacciata dal paradiso e buttata all'inferno.
Chi parla della Guglielmina finisce sempre così:--È da domandarsi se era veramente colpevole la Guglielmina, o se solo lo furono i suoi seguaci. È questo un problema la cui soluzione merita un attento studio di storico imparziale.
Ma se sapessi dove sono i documenti!
MALINCONIE
DI UN ANTIQUARIO.
NATALE IN FAMIGLIA.
_Warum ein unerklärter Schmerz Dir alle Lebensregung hemmt?_
GÖTHE.
Dinnanzi alla villa barocca, tutta fradicia di pioggia e tutta chiusa, come un sepolcro, si stende un gran viale allagato, e di fianco le due siepi di carpini si perdono giù giù, fino a confondersi colle loro tinte brunastre nei colti uniformi, su cui la triste giornata del Natale addensa un torpido coltrone di nebbiaccie.
E un povero rampichino tra quei negri viluppi di stecchi, che un dì erano piante squadrate a piramidi ed a vasi, di ramo in ramo; svolazza salticchiando, la testolina in basso, il pennacchietto arruffato, le piume impacciucchiate, e viene e viene, e viene qua ai cancelli panciuti della corte, alle tortuose scalee dei terrazzi, alle fredde fenditure delle imposte, da cui il verno scolla le vernici squammate...
Ecco la facciata della villa. Un Giusepp'Antonio Castelli la ideava con tutta la tracotanza e il fasto dei Tiepoleschi: un gran parruccone sporco la approvava col cipiglio arcigno e la penna d'oca alzata, come un ritratto dell'Ospedale. Ecco le finestre avvolte nei cartocci; le finestrette tonde con un contorno da maniglia o con davanti ciascuna un busto di Cesare romano; le mensole sbrodolanti il gesso dalle arselle; i cornicioni spezzati dalle curve e dalle volute di cento contrabassi; le inferriate gremite di viticci e di nodi e di fogliaccio; i pilastretti a gozzi aggrappantisi su alla gronda; le nicchie sgangherate colle statue delle virtù araldiche che somigliavano alle buone ciambellane di Filippo V di Borbone; e l'attico gibboso e tormentato sotto il peso di uno stemma in cui c'entravano quaranta _maggioranze_ di Castiglia e di Leon.
E il povero rampichino, frugacchiando alle fredde fenditure delle imposte, si lamenta co' suoi zilli capricciosi che si perdono contro i vetrucci rotti, i piombi caduti, il vano oscuro della finestra.... È una formica morta assiderata due mesi fa, quando la strascinava una gran pula di frumento? È un vermiciattolo ch'era giunto la notte prima dalla peschiera a musaico alla pozzetta d'acqua fra due mattoni spezzati? Che cos'è? che cos'è che becca il rampichino?... Becca, si fa sottile, becca, s'appiatta e s'arruffa, becca, ficca la testa sotto ai bilichi, e trova un posto ove la soglia è corrosa dalle antiche pedate, ed entra nel buio.
* * *
Oh come i morti s'obliano nello squallore, giù nei saloni del vasto appartamento! V'è una semiluce che piove solo dalle finestrette ad occhi di bue, dietro le schiene degli Augusti in pietra arenaria: v'è il silenzio che là là sembra ingoiarsi con un freddo da cantina per le porte spalancate: v'è un abbandono che scolora tutto cogli strati di polvere e di muffa, e che dà a tutto un aspetto di remoto, di sconfinato, di sepolto, colle tristi simmetrie dell'immobilità e del sonno. Una sala s'apre nell'altra, l'altra nell'altra, l'altra nell'altra, via, via... Da questo capo a quello del palazzo la fuga di quei sepolcri fastosamente rococò è infinita: tutte le finestre chiuse: scorciano i vani delle porte, come un lungo corritoio fra i scenari di un palcoscenico deserto, e i sopraornati confondono i loro fogliami flaccidi, i loro motti sbiaditi, i loro canestri pastorali, i loro trofei militari, le loro donnaccie nude, come una fila di grotteschi cartelli d'anniversari nel magazzeno di una cattedrale.
E il rampichino salticchia verso un'alcova. Nella prima sala vi sono le pareti bianche, il soppalco colle travi e i contentini dipinti a sfogli e reticelle a gesso e colla, intorno allo zoccolo di finta Macchiavecchia quaranta seggiole coperte di una bazzana con una ninfa in guardinfante, e nell'alcova coi putti di stucco, fra due canterali a pancia gravida, un lettone sui cavalletti e tutto giallo a passamani d'argento.
Lì, o uccellino, in mezzo secolo non è mai sonata una parola di vita. La marchesa vedova, quella che aveva aggiunto all'attico della villa lo stemma colle quaranta _maggioranze_ di Castiglia e di Leon, vi giaceva ammalata fradicia da sette anni non parlava più del marito, se non per consolarsi che, a conto di messe, era già in luogo di salvazione: facendo chiamare dalla vecchia nutrice i tre figli ogni sera per benedirli, al primo diceva «marchese Asdrubale,» alla seconda «donna Ines,» al terzo «don Apollonio.» E, raccogliendosi tutta nei suoi pensieri, taceva sino alla sera del giorno appresso: a meno che le arrivasse qualche corriere di Spagna con una lettera di un principe di Madrid che le annunciava la prossima gravidanza della moglie, o qualche procaccio da Milano colle benedizioni dell'abbadessa vecchia di Santa Radegonda o dell'arcivescovo capo-rito di Sant'Ambrogio. Taceva lei per delle settimane: ma susurrava qualche servo del morto padrone che quel malore che le rodeva l'ossa era come, che so io, come uno struggimento per una grande passione ambiziosa insoddisfatta: e che il marito non aveva voluto un certo dì ch'ella seguisse re Carlo II (Dio lo riposi) a una caccia presso la Bellingera e che il futuro marchese, il primogenito Asdrubale, fosse già stato promesso ad una principessina madrilena che non era nata...
Basta: in una sera di Natale, in quel lettone, quella madre... (madre la direte?)... quella squallida ammalata, moriva rassegnatissima, togliendosi dall'anulare un anello coi cinque suggelli dei cinque feudi della famiglia, e ponendolo sull'indice del suo primogenito: con una carta piena di ghirigori istituiva il maggiorasco: al marchese Asdrubale ordinava la seppellissero nel palazzo, e fissava le libbre milanesi della cera: a donna Ines e a don Apollonio raccomandava, loro vita natural durante, di pregare per lei... che era morta.
E il rampichino salticchia verso un crocefisso. Nella seconda sala ancora le pareti bianche, il soppalco colle stesse dipinture, intorno allo zoccolo di finto Belgiazzo, due tavoli dorati a gambe di capra, e trentadue seggiole coperte della solita bazzana con una Venere allo specchio, e nell'alcova con una santa gesuitesca in marmo nero, ai piedi di un lettone, come il primo, una seggioletta impagliata, e un inginocchiatoio col grande crocefisso.
Lì, o uccellino, non è mai sonata una parola di speranza. La triste secondogenita, che nella sera di Natale rammentava quell'altra notte, quando la madre le moriva, e che contava ancora angosciosamente i pochi mesi, i mesi tormentosi della sua libertà, prima d'entrare nel monastero, si contorceva sotto le coltri, si strozzava il pianto, udiva le campane per la pianura buia, s'immaginava i babbi e i bimbi che si avviavano alla chiesa, i bimbi! i bimbi!... E il povero crocefisso fu trovato alla mattina dalla nutrice dischiodato dalla croce e con alcune chiazze di sangue recente sull'avorio.
Donna Ines è morta abbadessa di Santa Radegonda.
E il rampichino salticchia verso un gran librone. Nella terza sala torno torno alle pareti quattro macchinose scansie che dalle graticciate di rame lasciano vedere tutti i volumi giallacci della teologia seminaristica, la volta, in gloria, dipinta con una Fede seminuda e cicciosa, un solo tavolotto con carta, penna, calamaio, spolverino, e un solo seggiolone colle orecchie al dossale: il gran libro è su un leggìo da coro.
Lì, o uccellino, non è mai sonata una parola di fede. L'infelice terzogenito, che rammentava quella notte di Natale, quando gli moriva la madre, e quella mattina, quando avevano veduto il crocefisso della sorella colle macchie di un sangue caldo, e che aveva sfogliato tutti i libri più devoti per sapere com'erano orrendi i tormenti dell'inferno, lì, sul seggiolone, quando tramontava il giorno e gli pareva di udire i canti delle mamme... sì, sì, una folata di vento gli portava dagli alti finestroni della chiesa un ronzio di voci felici, credenti, devotissime a Dio... Quando calava la sera sui campi e la pace sulle mamme e sulle bambine, egli, di sotto al San Tomaso in-folio, traeva un pugnale aguzzo e... E il povero librone fu trovato alla mattina dalla nutrice divelto dalla copertura e con un buco che lo passava irosamente parte a parte, come una cornata del diavolo.
Don Apollonio è morto cardinale di Santa Prisca.
E il rampichino salticchia verso venti, quaranta, ottanta quadri di antenati e di battaglie e di assedi, verso un pellicano impagliato, verso una spada d'argento di Filippo V, verso un trono di feudatario, verso un tronino di Dio... Tutto l'appartamento ha le porte spalancate e le finestre chiuse: il silenzio si fa sempre più oblioso e il verno più sconsolato.
Nella quarta, nella quinta, nella sesta, in tutte le sale continuano le mura bianche e i soppalchi dipinti o le vôlte stuccate, le seggiole a gambe di capra e le poltrone a ranocchio, e le alcove deserte. Ecco qui nella galleria pendono gli antenati di toga, di spada, di rocchetto, tipi cipigliosi del Tanzo, del Nuvolone, del Porta, ma tutta gente che si era fatto onore per la famiglia: le antenate coi guardinfante o colla tonaca, faccie lunghe del Cerano e del Legnani. ma donne benedette dal Signore nella prole o nelle visioni. Ecco nella sala delle battaglie, sulle tele crostose di un Borgognone di terza mano, dinnanzi alle fantastiche bicocche dei turchi, i guerrieri indiavolati e nel fumo dei cannoni cristiani i nemici che se la danno a gambe. Ecco nel museo le bestie impagliate che vissero nel parco: il pellicano ha una scansia di vetro colla cupola: un Crivellone ha abbozzato, nero e rosso, intorno alle pareti i cani che leccano il sangue, i cinghiali che ruzzano a salmontone, gli uomini che muoiono sbudellati. Ecco nell'armeria, fra le labarde dei servi d'anticamera, una spadina _a zuccotto_, donata nientemeno che da un re, il quale non sapeva tenere la penna ad Utrecht. Ecco nella sala delle udienze un gran trono, velluto cremisi ed oro, per assidersi a dopo pranzo a giudicare, con diritto di vita e di morte, i vassalli famelici tutto l'anno. Ecco nella cappella un tronino barocco, offerto al buon Dio a peso d'argento, perchè a un tanto per oncia rimetta i peccati a tutta la prosapia.
La gloria dell'appartamento incomincia dal santo alcova della vecchia testatrice e finisce col confessionale pagato dall'unico erede dei cinque feudi.
In questo regno, o rampichino, non è mai sonata una parola di gioia.