Storia di un'anima

Part 22

Chapter 22 3,770 words Public domain Markdown

Ma dove lascio te, povera chiesetta del convento? È una cosina graziosa, di stile puro, colla facciata a finissime modanature: la porta rettangolare, e le due eleganti finestre, dimezzate da un agile pilastrello a reggere gli arconcelli egregi, rispondono nel cortile Sansoviniano: due altre finestre, assai semplici fra la semiluce che accresce il rispetto alle cose antiche, di tratto gettano nell'anima una corrente di vivissimi pensieri, perchè dai loro bruni telai lasciano vedere uno spicchio di cielo sereno, smagliantissimo, e l'allegro fogliame di un orto innondato di sole. Cosicchè peni a vedere lo sconnesso pavimento, su cui si prostrarono i frati, e sotto al quale, sopra i loro seggioloni disfatti, immagini gli antichi scheletri, confusi nelle tetre ironie della tomba: nè puoi godere il bell'affresco dell'altare, un po' secco, ma sentito; nè la ricchissima fascia che ricinge di ornati, di figurine, di fantasie, di colori, le somme pareti della chiesetta.

--Ove saranno tante anime? Quando, proprio qui, dov'io sorrido, elle supplicavano, si sentivano più forti dell'oblìo e del tempo?... Ove saranno?... Così a me sempre piace interrogare il mistero.

Rispondono dalle grandi stie allineate lungo i muri i polli chiassosi, beccandosi acerbamente, perchè l'uno ruba all'altro il posto a mangiare. Se quei polli mi rappresentano la _folla_, ciascun di essi è veramente _filosofo_.

Alla bellissima porta si presenta un figuro lungo, un chierico di sessant'anni, bianco, cogli occhi orlati di rosso, il quale, facendo dondolare una cotta grigiastra al disopra di un soprabito abbondante, ci domanda in bergamasco:--Hanno detto che vogliono vedere la chiesa grande?

--Andiamoci.

Proprio in quel momento dal campanile, che sembra pesare sulla corte, dal manto del San Giacomo di rame, scoccano gravemente le ore, e il ronzio si perde sotto gli archi e nel lungo corritoio.

Questo mette capo allo scalone del convento, un convento esso stesso, amplissimo, solitario, colla sbarra cadente, coi gradini, che, a volerli popolare di macchiette, esigerebbero una processione da _Corpus Domini_, a' tempi de' buoni Comuni, nè più, nè meno.

Siamo alla chiesa. Venne fondata nell'anno 861, da Aganone, vescovo di Bergamo, e ricostrutta verso il 1087. È grave edificio di architettura gotica, a tre navate, con maestosi piloni, spaziosa, con un quadro che vuolsi del Palma, ed altri grandissimi. Ma sgraziatamente fu tocco dalla manìa del nuovo: quindi è discorde di stili, appesantito nelle volte da poche opportune pitture di trafori, ripulito dalle memori tracce dell'antichità.

La sacristia risponde alla chiesetta del convento, ed è, com'essa, bella, elegante, colle linee graziose dell'arte risorta. In un andito si vede in bassorilievo l'arcigno e potentissimo Lione di San Marco; e due marmi a rozze figure del disperso sepolcro d'Alberto (1095).

Confesso: in tutti i luoghi percorsi non ho avuto un pensiero che fosse mio, proprio mio, sempre frastornato da traffici moderni.

Ma c'è nel convento un angolo romito, dal quale l'occhio, posandosi sul verde de' monti o sul cielo di crepuscolo o sulle abbandonate aiuole di un orticello, chiama e richiama dall'Ignoto il seducente bianco fantasma della meditazione: e la Poesia induce nell'anima la dolcezza dell'assopimento.

C'è un loggiato dove vorrei la mia sosta tranquilla. Un portichetto, a quattro o cinque colonne, sporge sul melanconico terrazzo: l'erba cresce sui sentieruzzi, segnati solo da qualche gentile orma di piede piccino che va ad una siepe di lamponi: un fusto di colonnina col capitello sorge a vetustissima memoria: una vasca d'acqua nel bacino immoto e nerastro riflette le foglione di una zucca: i ragni tessono i loro fili d'argento. Di fronte il Canto, a monotoni castagni: lì basso biancheggia, con dolcissimo fascino, la quieta e rolonda cappella per la Pace: di fianco si allarga la valle, e il bagliore dorato di un tramonto di settembre involge lutto in un amplissimo velo da fata...

Come lo ricordo!

Vorrei un seggiolone a grandi borchie, colla pelle che s'accartoccia a lasciar sfuggire l'imbottitura, vorrei un coroncione da frate sul dossale, e un arazzo a' piedi, e un liuto con una corda spezzata, e due fiori appassiti. Vorrei stancarmi nel contemplare e nel pensare: vorrei chiudere gli occhi a poco a poco, e aprire l'anima ai sogni e sentire una musica che blandisce, ed odorare un profumo. Strana cosa è il sonno!... Sento una calma, un riposo, una vicina oscurità. Non è poi strana cosa la morte!... Che è?... La oscurità incombe. Chi ha spezzato le corde al liuto? Quelle rose non erano fresche al mattino?... Nessuno risponde.

FONTANELLA.

Fontanella è una chiesa, assai antica, in onore di santo Egidio, alla falda meridionale del Canto. D'ogni parte circondata da solitarie selve di castagni e da vigneti, su un ermo piazzaletto fra la più triste poesia, sorge il rozzo edificio di carattere robusto, colle finestre che sembrano feritoie di castello, col campanile che è una vera torre feudale. Il tempo l'ha dipinto colle indefinibili tinte che sono sulle sue ali. Lungo il fianco sinistro della chiesa, un portichetto deserto sfonda con melanconiche linee e con un buio fantastico: qui sotto si allogherebbero tanti seggioloni tarlati, e qui si aprirebbe un libro da coro, e si indovinerebbero sul pavimento gli ammuffiti avanzi della stola, delle pianete, delle cocolle, e le gocce di cera de' funerali, e gli asperges e i secchiolini: su due mensole al muro posa, polveroso, semiaperto, sconnesso un cofano da morto... ricordo forse del vicino ossario... Niente di antico qui sotto; vecchio il loggiato, vecchi i pensieri, cioè coll'uggia dello squallore. Antichi invece sono gli avanzi di case, sotto un tappeto d'edera, a destra della chiesa: e antico è l'avello che giace pesantemente, scaldando al sole il granito, serrando l'ombra e l'immobilità: non un nome... E la Natura ci irride crescendo intorno le ortiche dell'oblìo.

--Che cosa è la vita dell'uomo?...

Chi requia qua dentro? Fu felice o infelice? Fu uomo o donna?... Si acconcia Ella alla idea--_Per sempre?_--In vita si promette ciò che non è in noi; in morte, ciò che speriamo nell'ultima illusione.

Sul piazzaletto compare il prete del luogo, vestito di verde, come la speranza... del guadagno... non cerchiamo tanto: egli è felice, colla sua pipa e le ciabatte e gli incerti; e ci fa invidia. Don... don... don... (come diamine si chiamerà?) Il messere, insomma, ci condurrà alla chiesa: cioè alla sua serva, giacchè lui desidera finire quella delizia anticanonica che ha nella pipa.

Ed è peccato! A Fontanella, mestissima chiesina, avrei voluto trovare un prete bianco, modesto, tranquillo, e digià arrivato all'ultima scena della commedia.

Il cortiletto in cui entriamo, seguendo il giro dell'antico colonnato, ha l'aria tranquilla, rassegnata direi, di un passato che è scorso in pace, e in pace sopporta l'obblìo; due o tre archi: quattro finestre; due gelsi; dei rottami; un portico. E qui facciamo una sosta. C'è una tomba. Il coperchio ha scolpita, giacente nell'ultimo sonno, una donna di mezza età, coi capegli lunghi, con una corona in testa da contessa o da marchesa; il manto le è fermato sul petto levigatissimo da un gioiello; una cintura le allaccia la sottoveste; e le mani, senz'anello, sono incrociate al mesto saluto della pace. Il coperchio è quello che di veramente antico può presentare questa tomba. L'urna male gli si adatta, per forma, per diversità di pietra, per gli stemmi scolpiti. Giace sopra un gradino, e sotto un arco, colla data 1419.

Due parole di fretta. Il Pellegrino nella «_Vinea Sacra_» disse questa tomba esser quella della regina Teutberga, moglie di Lotario, re di Lotaringia, la quale, ripudiata, avrebbe cercato ricovero fra questi monti bergamaschi, confortandosi alle parole del beato Alberto di Sogra. Una scena fra questi e la regina è rappresentata su un grande quadro della parrocchiale di Pontida. Ma alla tradizione popolare, e al sasso che serba, sotto un castagno, le certe impronte dei due, osta la cronologica verità. Teutberga morì verso il 951 e Alberto nel 1095 come dice la iscrizione del suo sepolcro. Fontanella ebbe un Convento di Cluniacesi, con un abate e dodici monaci, e un archivio nella torre del castello detta «_la Botta_». Il Ronchetti ha provato che fondatrice fu una piissima vergine Toperga, vissuta a tempi di Alberto, ivi sepolta, ed ivi venerata come beata, in un sepolcro, con otto lampade.

Tutte queste cose, lette, pesate, discusse, per me turbano la pace di quella tomba. Amo meglio l'indeterminato.

La chiesa è a tre navate, che, colle colonne informi, coi capitelli vari e tozzi e frammisti, coi grafiti, affermano la impotenza artistica delle prime costruzioni; il campanile s'alza davanti all'altare maggiore; una tavola bellissima rappresenta il Rinascimento--Sant'Egidio; gli altri arredi e la sacrilega imbiancatura suggeriscono alla serva guida la sapiente esclamazione:--Tutti dicono che è una bella chiesa! Ma sì, se fosse nuova! se...

Io non sono architetto e studioso per analizzare i particolari; mi lascio vincere dall'insieme, che è severo, raccolto, pieno di poesia storica e religiosa. Non domandò la mia fantasia:--Chi pregò? Come vi pregò?... Il povero uomo passa; il cofano vecchio e l'avello antico rinchiudono l'enigma della sfinge.

Le rimanenti case di Fontanella io vorrei assomigliarle a certi luoghi veduti nei sogni, nei quali corre l'occhio e inciampa il piede, e la luce non è luce, e l'aria vi è morta. Per anditi regolari, per archi bui, per muraglie a dadi di pietra si giunge a certi bugigattoli di tragetti e di scale, dove, se al dissopra delle finestrine, se dalle pareti addentellate, se tra le gronde protese, si vede un po' di cielo azzurro, sembra un fesso da cui scappa l'anima prigioniera alla libertà della vita e dell'amore. C'è davvero del bello!... Là si immagina un trovatore col liuto ad un pertugio di torre per consolare un dolore, e si ode invece un lungo muggito di mucca e si vede una fanciulla cho spalanca una stalla. Si sogna forse una donna melanconica e stanca, e appare un vignaiuolo, barcollante sotto una corba d'uva, che si sfrega contro le strette pareti della viuzza.

C'è un portico finalmente, dove il sole scalda ogni minima ragnatela, e ogni fuscello di paglia; c'è una cucina oscura con una scodella di latte, una facciata di castello, una gran botte, e uno, due, tre, quattro grappoli d'uva.

E c'è una bionda fanciullina, con due begli occhi e un bocchino, una cara, tranquilla creatura, che, fra tanta e tanta imponenza d'antico, accompagnandoci sin presso a una tomba, sorrideva, inconscia di tutto.

Oh tornerei lassù a baciarla!

MONTI E LAGO.

Sono schietto, schiettissimo e dico la verità: quando la locomotiva esce fuori fischiando dal grande antro invetriato della nostra stazione milanese, se in qualche vettura mi trovo fortunatamente anch'io, io pure fischio colla gola del serpente.... Brutta città, aria malsana, noie e fastidii, vi derido!

Addio!... Il fumo sbuffa a globi allegramente; suonano gli stantuffi, luccicano gli ottoni, e la filatera pesante scorre, come su un pendìo insaponato sulle rotaie che s'inazzurrano a perdita d'occhio o diritte stupendamente o con quelle curve dolcissime che la scienza ha segnato col compasso. Va e va, scappano le case affollate, i traffici, gli altri mille carrozzoni allineati pei viaggi. La strada è sorretta ad un terrapieno, fra i campi di biada, e le siepi, colla compagnia dei pali telegrafici e dei cantonieri dalla banderuola svolazzante.

Respiriamo!... Abbiamo già veduto gore, fossatelli, fiori a bizzeffe, cascine e macchiette.

Alla prima stazione ascoltiamo qualche parola di dialetto campagnuolo.

E va e va! Sicuro che l'inglese leggerà sempre istessamente la sua guida rossa e il mio babbo calcolerà che st'anno il frumento sarà magro magro. Brava gente! Ma noi che viaggiamo perchè nessun libro ci ha fatto bene, noi che vorremmo turbinarci tra il fumo del gran tubo, saltabeccando pel cielo, noi abbiamo la testa che gira, come il fiocchetto della tendina al finestruolo....

Che finestruolo!... Sporgiamo mezza persona, e sfidando il polverone e i minuzzoli accesi di carbon fossile ci diciamo i re dell'aria!...

Benedetta età la nostra! Cioè la mia: perchè il mio compagno a differenza di pochi mesi, è già uomo fatto, ha dei clienti e non so quanti crediti. Ho parlato in plurale perchè ho questo vizio, come un rettore magnifico dell'Università, quando mi credo un re dell'aria!

Il nostro orario ha un'orecchietta alla pagina tale:--linea Milano-Varese.

Da Varese andremo al Lago Maggiore e precisamente? Non abbiamo deciso nulla: e se volete accompagnarmi, subìte un po' delle mie indecisioni e de' miei entusiasmi.

Se tra i miei lettori c'è qualche Varesino, mi congratulo con lui ch'è nato fra quei colli e quei monti avvolti da quell'aria che fa guadagnare gli ostieri e scapitare l'amor platonico: se c'è qualche Varesina le dirò che ho veduto dei porticati, dei poggioli antichi, delle vie pittoresche, de' bei quadri presso il proposto.... Che cosa importa a lei? Ho ammirato una villa bianca avvistatissima senza una mosca, e un giardino su un colle, e un sentiero che si curvava fra un roseto, un pratello in toletta, e montava e montava.... C'era posto per due, per tre no.

O Varesina, al sommo di quel colle, quando il sentiero t'avrà fatta arrossire, mi dirai come ti chiami....

Varese ha dei punti bellissimi dove guarda la campagna, il suo gran campanile sorge su, tutto colorito, distinto, rilevato: filari d'alberi verdeggiano sulle salite e ai giardini pubblici: la villa Ponti dall'alto proclama alle otto valli di Laveno, di Cuvio, di Marchirolo, di Gana, di Arcisate, di Stabio, di Malnate e di Vedano, sono milionaria!

A dire la verità ho un foglietto dove ho copiato un po' di memorie storiche di Varese--ad esempio:--È antico; forse risale a duemila anni avanti Cristo: fu dominato dai Romani, i quali vi eressero un castello di cui dura la memoria--a Belforte.--Fu saccheggiato dai Goti e dai Longobardi, fece guerra a Como, ebbe un vicario, sei consoli, e castella a Induno, Arcisate, Biandronno distrutti dai milanesi.

Solite storie d'ogni comune medioevale. Quello che voglio far notare è che Varese nel 1768 venne da Maria Teresa dato in signoria a Francesco III duca di Modena e a Teresa di Castelbarco.--Non dico altro di cose storiche, cedo la parola all'amico mio, il quale dichiara che a Varese si mangia male e i cuochi sotto la berretta hanno una zucca, non una testa da cristiano.... Ripiglio la parola io perchè non voglio battibecchi tra un'aria così santa e cara e dico che ho deciso per valle di Cuvio di recarmi a Luino.

Lasciamo da parte la Madonna che su una gobba di monte spiccata, accompagnata da cappelle e casette, toccata dal sole con color d'oro, fusa dall'ombra con veli paonazzicci deve di lassù vedere il formicolìo degli uomini che s'incontrano colle donne, per le strade di Varese e si vogliono bene: la Madonna deve essere felice quando li vede venir su, su coi muletti, comperandosi le medaglie, baciandosi alla sfuggita.... Non ci montai, quindi nulla posso descrivere.

Valcuvio meriterebbe proprio che gli acquarellisti vi si recassero in carovana. La strada, dapprima erta ed elegante, si strozza nelle callaie dei paesi, fra le casette angolose, pittoresche, esce e s'alza, s'abbassa, s'inaridisce su certe coste di macigni ove le tinte ferrugginose luccicano di pagliette d'argento e d'oro, si storce rabbiosamente in certe pieghe di montagna ove proprio c'è la cappelletta, la croce della disgrazia e il mendicante che prega: si fa stretta e si allarga tra i praticelli spianati, coi filari di salci, coll'aria tranquilla della pianura.

Non s'incontra dapprima anima nata, tranne quell'accattone. Le capanne sono celate dietro brune cataste di legna, o tra ammassi scaglionati di fascine; frequenti sono le boscaglie, lucidissimi gli stagni d'acqua, sempre gaio il fogliame vicino e aereo, soffice il lontano fuso coi monti, col cielo, con alcune cime nevicate... I punti più deserti sono per il pittore melanconico.

Proseguendo verso Luino la valle piana sembra promettere gli agi; infatti sorgono le case e le casette, già imbiancate, già colle vernici. Un torrente scorre tra gli argini, e mansueto, serio, prelude alle ruote di ferro che muoverà: ecco degli stabilimenti a spesse finestre, col tubo, col brontolìo: ecco comparire dei pali, dei fili telegrafici su cui panni veder scorrere dispacci d'inglesi. Presento, vedo i cappelloni col velo bianco e le vesti affagottate, i _lords_ e le _miss_: qualche venerando pesce grosso si purga i polmoni aspersi dalla natìa fuliggine coll'aria del lago... In quei luoghi dove stampano i talloni piatti i _lords_ e le spesse orme le _miss_, potete esser certi che vedrete qualcosa: infatti viali larghi fiancheggiati da piante si curvano con dolcissimo meandro. Presentite la curva che li disegna? È il lago: il lago appare, s'apre, si sfonda... Luino alla foce del Margorobbia e del Tresa contempla il bacino, Monti ed acqua!

Scendiamo di carrozza. Non c'è più all'orecchio il rotolare monotono dei cerchioni di ferro e i sobbalzi delle molle sconnesse: c'è un fruscio come di raso spazzolato, l'onda che bagna la ghiaia, la ghiaia che sorbe l'onda: nell'intermittenze come dei sospiri gravi. Non sembra di camminare, l'uomo, atomo, è sempre fisso innanzi alla immensa bellezza della natura. C'è per l'occhio un riposo, un piano liscio, levigato tra due catene di monti tutti in pace, c'è per l'anima un cielo terso e limpidissimo. In un attimo si ama tutto e tutto ci parla: la spiaggia ciottolosa, curva, l'arena bagnata, la frangia d'argento dell'onda, il suolo fatto dagli uomini e le case e le ville, e le frane spaccate dal caso.

L'aria che viene dai monti, che s'infresca dal lago, che si poetizza dal cielo, entra in noi, scaccia da noi l'animaccia stanca, scettica, cittadina e ci dà un po' dell'anima della natura, col bisogno di salire in alto, coi voli dei desiderii amplissimi, coll'ali della poesia che non ha metro nè rimario!--Si diventa buoni e si ama, si ama, si ama!... Io qui non invito quelli che hanno la bottega nel cuore, nè le donnine che portano sempre lo specchio al servizio delle uniche loro carni bianchissime: non invito la folla che mangia, beve, ride, ma sibbene le anime torturate dai desiderii inesplicabili, affannate dalle spossatezze del deserto, i cuori che hanno amato o che amano! E vengano i nervosi all'idropatia! Le isteriche stancate dell'attendere! le vinte del corpo! Qui si ama, si ama!--E il lago seduce sempre, cantando l'eterna canzone senza esigere la sua gentile senseria.--Qui si combinano dei matrimoni. Spargete i confetti a manciate pei bimbi dei pescatori, e da quelle facciole ridenti e negre traete augurio per i vostri futuri scapatelli!...

Rammentando che Luino fu patria dell'angelico Bernardino, lo stupendo pittore che effigiò le sante e gli angeli con sorrisi di cielo, andiamo al molo che serra le acque cupe: il lago flagella i dadi di pietra e il ripicchio si diguazza come stanco di battaglia. Per la via lunata, passati sotto un arco che mostra un poderoso leone di pietra, incontriamo una stradetta montana su un terrapieno: a sinistra il lago, a destra la montagna. È una stradetta non disagiata, non ricca, un tesoro pittoresco, a tratti s'inclina e quasi tocca la ghiaia, a tratto si solleva e mostra giù giù il lago coll'abbagliante luccicare tra i boschetti o col verde intensissimo lungo le coste profonde, o coll'irrequieto spumeggiare attorno agli scogli: più in là la massa azzurra si acquieta, e pare, per così dire, a zone smerigliate dai venti, in là ancora sorgono i castelli di Cannero solitarii, piangenti il romanticismo e l'oblìo: la sponda infine è deserta.

Qui dove passeggiamo noi il murello di riparo alla stradetta serpeggia o lumeggiato o smorto in ombra con toni trasparenti, e la montagna affolta boschi e boschetti e sprazza luci sulle zolle, e s'infosca nelle ripiegature delle falde: grotte, acque, fiori, pratelli stiacciati da cumuli di macigni... Oh i monti!

Il cittadino che li contempli in un attimo vi ha famigliari, e non c'è pendìo di vallicella ove non sogni d'essere stato già un'altra volta a piangere un dolore: non richiama una gioia definita, ma ricorda d'aver sorriso e spera di sorridere dall'alto di quella cima boscosa, da dove si deve vedere l'altro versante... Di là... Monti e valli e case e gioie e dolori!... Se ha letto un bel libro, sente di doverlo rileggere su quel masso, attraverso quel torrentello, sguazzando sul fondo translucido e sabbioso l'ombrellino... di chi? È un fatto: nei quadretti, e nelle memorie, e nelle speranze _compone_ sempre, direbbero i pittori, una figurina di donna, che ne' suoi occhi sintetizza tutto il linguaggio della natura...

Rincorriamoci, o fanciulla: il lago ci invita al bagno: la montagna ci prepara la reazione. E che bagno! Vorrei staccarvi per lenzuolo un lembo azzurro di cielo, ma... E poi corriamo!

Corriamo sui massi spaccati, profilati, da dove pendono i ciuffi d'erba, nelle tane, nei bugigattoli, sui cigli di quei muraglioni erti e schistosi, che la grande architettrice ha dipinti coi licheni, lisciati coll'acqua, graffiati coll'azione dei geli... Corriamo! Dove corre il desiderio? Le gambe sono umane, umano il ventre. Su dunque s'incontrano tre o quattro case da pupattola, scheggioni ammucchiati, coll'uscio aperto e la massaia che prepara la cena... Vogliamo cenare cantando la canzone dei pescatori e vedendo il lago a strisce di specchio tra le connessure delle pareti? Vogliamo bisbigliarci nella semiluce? Vogliamo pescare?

Giungiamo a Maccagno inferiore detto _imperiale_, già feudo dei Mandelli, con mura, misto imperio, e diritto di zecca.

Una chiesa su una piazza sostenuta da arconi di pietra come un acquedotto, una largura che muove al lago, ove dondolano sette od otto barconi, quattro case e l'osteria-stazione, da dove esce il suono bambinesco di una cornetta. Ecco Maccagno.--Arriverà il piroscafo da Luino, un punto nero che borbotta. Sediamo su una panca. Il lago si sperpera innanzi giù fino a Stresa: l'occhio nuota in quelle tinte perline e su nel cielo focato.

Il tramonto è vicino. Non è l'ora stanca della città: è il preludio del riposo poetico: è l'ambiente di tutte le trasparenze, tutti i desiderii, tutti i sogni; col tramonto il cielo bacia l'anima nostra, e l'anima vola su quelle nubi che fingono delle isolette scorcianti in un mare più tranquillo del mare della vita, vola... Il piroscafo sbattendo le pale fracassose nell'acqua canta chiaro e netto:--L'uomo non ha ali: l'uomo non ha pinne. Prendete il biglietto: primi o secondi?

Siamo sul _San Gottardo_, coi marinai, coi macchinisti fuligginosi, colla folla minuta dei contadini, colle valigie stemmate e coi viaggiatori distinti dal Bedeker. Monti e lago pigliano una tinta metallica, tutto sembra profondarsi, e su altissima luce brilla la prima stella della Notte.

Il piroscafo ha fatto la traversata: il timoniere colla mano sui raggi di una ruota di bronzo specula acutamente il punto da sbarco, il capitano parla col portavoce agli uomini bruni giù nella pancia. Sulla spiaggia appaiono case e portici, e portici e case, fuggenti nell'ombre che si addensano nella gran montagna paonazza cupa.

Un facchino grida:--Chi ha bagagli per Cannobbio?-

L'ora è tarda, a domani. Vi basti sapere che a Cannobbio ci sono molte cose a vedere: il borgo, la Salute, l'orrido, le appariscenti valligiane e la signora Antonietta del _Biscione_, che stringe la mano a chi arriva, porgendo una manina pastosella e capricciosa.

CHIARAVALLE

SCHIZZO A PENNA.

I.