Part 20
L'Ospizio è un luogo tranquillissimo, romito, senza sfoggio d'architetture, poggiato tra il verde; Nessuna severità: ci si potrebbe arrivare con sei cavalli! Tre casette con portici tozzi, una quarta a quattro piani, un altro fabbricato, chiudono per tre lati una piazza colla fontana, un terrazzone da cui la vista signoreggia giù per la vallea. Ci sono entrato da un sentiero nicchiato sotto ai faggi, se potessi dirlo, una corritoia di verzura: l'Ospizio mi ha abbarbagliato gli occhi, cacciandomi dentro mille punture di luce, mille serpentelli, mille zigzag, colla sferza del suo sollione. Oh che sollione! Diventano verdi le tonache dei preti, e rosee le guance delle monachelle. Dell'esterno della chiesa vidi i capitelli di marmo bianco di Mozzucco, la statua del protettore, la facciata che a sinistra s'appoggia sul petrone di San Giovanni, e leggendo le iscrizioni _Vox clamantis in deserto--parate viam Domini_, pensai che questo Ospizio deve procurare poche _novene_ cenobitiche in onore del suo santo, finchè avrà l'albergo Peraldo, fatto apposta per trasgredire il gran precetto del digiuno, punto primo per pulire a nuovo le coscienze. Nell'interno della chiesa c'è il cattivo gusto del seicento e del settecento: nel cupolino il pennello di Fabrizio Galliari vuolsi abbia superato l'opera del cupolino di Graglia. La Guida del Club Alpino cita, ed è giusto, i due evangelisti e la nascita del precursore del Bernardino Galliari, cita la cappelletta scavata nella roccia, e così soddisfa, se non gli amatori dell'arte, i curiosi e i pellegrini, i quali non capiranno mai la bellezza di quel lumicino scoppiettante in quell'umido eterno: ma la Guida tace, e non so perchè, nella seconda o terza cappella di destra, quella tavola delicata, ingenua, dolce e robusta a un tempo, che è chiusa nella sua cornice azzurrina ed oro, di stile elegantissimo rinascimento.--Che effetto m'ha fatto questo Ospizio? Dico chiaro e tondo: la devozione non m'è apparsa nè a Graglia, nè qui: là capitai in ora di pranzo, qui pure. Vidi gente che mangiava a quattro ganasce, gente che fa la sua vacanzetta di nove giorni coll'alloggio _gratis_, vidi poca poveraglia, preti tozzotti, fantesche ruvide, pretenziose provincialette, e qualche _alpenstock_ che ambiva fregiarsi coi nomi della Mologna grande o della _pcita_, o del Croso, o del Maccagno, giacchè dall'Ospizio vi sono i passaggi per Gressoney, per Valle Sesia, per Alagna. Buon appetito e buon viaggio.
SUI MONTI.
I.
Da Gressoney (1310 metri).
Ti scrivo dalla più simpatica cameretta che sì possa abitare. Pareti di larice rosso, un gran lettone, per tappeti delle pelli di camoscio, nel catino un'acqua ghiacciata, e dalla finestretta qual vista! Compererei questa cameretta, per non so quante mila lire, a patto di starci tanti anni, senza un pensiero, senza un rumore fastidioso, così come sono, innamorata dei silenzi dei boschi e delle valli,
L'alberghetto châlet, colla gronda sporgente e le grandi _lobie_ di legno, è posto su un dolce pratello nel fondo della gran valle della Lys: alle spalle s'ergono i boschi di larici e scroscia una grande cascata, di fronte ancora boschi e cime; in fondo il campanile di Gressoney, il ponte, il torrente lattiginoso; in fondo ancora il Monte Rosa, coi ghiacciai del Lyskamm, e la Vincent-Pyramide, lo Schwarzhorn, il Ludwigshöhe, il Parrospitze, il Signal Kuppe. La valle della Lys è dei più bei luoghi dell'Alpi ch'io mi abbia visto. Questo hôtel-pension Delapierre è una casina lucida, specchiante, poetica.
Il comune di Gressoney tiene tutta la vallata, da Trina fino ai ghiacciai. Trina che trovasi a mezz'ora da Gressoney Saint-Jean, offre un alberguccio modesto, ove chi vien giù da Oropa sarà contento di trovare buona birra e all'uopo anche un letto. Gressoney Saint-Jean, quantunque distante un tre ore dai ghiacciai, è molto conosciuta nel mondo alpinistico. Fu eretto qui il primo buon albergo delle vallate alpine del versante italiano. Quivi fanno capo i passaggi della Valdobbia, dell'Ollen, della Pisse, del Lyskamm, della Betlina, della Betta-Furka, della Ranzola, e altri. La punta di Zumstein si denomina da un valligiano di quel nome, che tradotto in francese dicono Delapierre.
Curiosa è questa vallata per la confusione di favelle che vi si odono, dal francese al tedesco, con tutte le gradazioni intermedie di dialetti.
Due delle escursioni più belle da Gressoney, sono la salita al Granhaupt, per la sua vista sul Monte Rosa, e l'escursione al Grand Plateau sul ghiacciaio della Lys, molto interessante.
Un magnifico viaggetto in due tappe porta a Zermatt in Isvizzera: prima tappa a Fierg per la Betta-Furka; seconda tappa a Zermatt per le cime Blanches, Ghiacciaio di Aventina e quelle del Teodolo, facile e bellissimo.
Rimontando la valle, s'incontra la frazione di Gressoney la Trinità, indi Orsia, d'onde si dipartono i sentieri per la valle della Sesia da una parte, per la valle d'Ayas dall'altra. Adesso mo interroghiamo monsieur Delapierre: egli ci distingue _«les promenades et environs, les ascensions principales, les voyages»_ soggiungendo che _«l'ont tient des mulets, des guides pour la comodité des voyageurs.»_ O amica mia, quali passeggiate! Che bellezze! Alla cascata de l'Oobach, alla Cours de Lys, alla punta de la Rum, all'Ober e Montil Alpenz!
Le ascensioni possono spingersi alla Punta dei tre Vescovi, al Corno Bianco, al Monte Nery, al Colle di Liskamm, al Corno del Camoscio.
E i viaggi? A Pont-Saint-Martin, a Brusson, a Châtillon, ad Alagna, a Maglia, a Varallo, a Piedicavallo....
Vedi, amica cara, io non mi starei quieta finchè sul mio _alpenstok_ avessi tutti questi nomi, che per te sembrano appena appena nero sul bianco, per me sono quel che sono!
Che vita si fa, e che società c'è? Qui la cura è quella _dell'aria_. Ci alziamo presto e apriamo la finestra, poi scendiamo giù nel piazzaletto avanti l'albergo. Chi s'aspetta? Di che si ciarla? Una compagnia è partita per una gita: vogliamo vederli al ritorno. Che fiori ci porteranno? Ci conserveranno una manciata di neve? ecco tutti i nostri pensieri. S'entra nella sala: chi suona il pianoforte, chi legge i libri inglesi, chi spoglia gli album dei passeggeri. A tratto, dèn dèn, s'ode la campanella. Arrivano degli alpinisti, colla sacca sulle spalle, il lungo bastone, il _plaid_, i calzaretti a stringhelle. Donde vengono? Dove vanno? Se potessimo seguirli su ai ghiacciai! Ecco i nostri pensieri. Esce loro incontro madama Delapierre a dire che le spiace molto, ma se vogliono alloggiare non ha più posto; però se s'accontentano alle _dépendances_.... Ride la ragazza che loro serve di guida Ed essi mostrano sul Rosa, qualche larga pezza di serico bianco. Dormire? Essi fanno la cura _del moto_. Buon viaggio! Lasciano sull'albo i loro nomi.
Sono da Milano?--Li conosci?--Sì, no.--Chi possono essere?--Io credo uno d'averlo visto a una festa in casa ***--Sì, sì,--Bel giovanotto!--Già.--Perchè già?--Eh!... Si ride. E ridono le mamme. Intanto tornano i giovanotti, portando per regalo, quali il _mignin_, quali la _concordia_, quali la _vaniglia_ e la viola dell'Alpi.
Si ciarla a colazione, in questo refettorio di gaudenti, si ciarla tutto il giorno nella sala, sul piazzaletto, sulle _lobie_, si passeggia e si ciarla prima di pranzo, facciamo toletta; e poi ciarliamo a pranzo. A pranzo tu vedresti freschissime vesti bianche, pettinature d'ottimo gusto col fiore alpino, gioielli preziosi, trine delicate, e, quel che più importa, visini allegri, nobili, capricciosetti. Qui vi sono molte signore torinesi, una signora milanese, che villeggia a Broni, la inglesina, la francese e la Y X.
Siamo in fondo a una valle, passano dinnanzi povere contadine vestite di panno rosso e vecchie insaccate di panno nero, vediamo picchi e ghiacciai; pure, amica cara, qui a dopo pranzo si risuscitano come cose attuali le mode, gli spettacoli, i pettegolezzi della città.... Si spogliano giornali di moda e cronache segrete.... Dove sarà la marchesa T. di Milano?--A Chamounix.--E la poetessa P. A. R. di Faenza?--Mi dicono ai bagni di mare.--La marchesa-alpinista D. M. di Genova è all'Oropa.--Chi sarà alla _salute_ di Cannobbio?--La V. di Milano e la contessa S. di Bergamo.--Mi dicono che all'Oropa ci siano dei colonnelli bellissimi e simpatici.--E ad Andorno molti milanesi.
Sfogliamo le cronache segrete:--Perchè l'Y un anno è ammalato di nervi, un altro di stomaco, un altro di gambe, e va un anno all'Oropa, un altro anno a Santa Caterina, un altro al mare?--Perchè?--Perchè all'Oropa, a Santa Caterina, al mare è andata la X.--Indaghiamo questa X.--Veste sempre all'inglese, ha il parasole-alpenstok, predilige la penna d'aquila nel cappellino.--Ed è ammalata?...--Di cuore!...
E qui uno scroscio di risa maliziose e contente.
TEA.
II
Da Alagna (1205 metri).
Ho passato l'imponentissimo Col d'Ollen (2909) ed eccomi alla tanto rinomata Alagna: un paesetto cacciato giù, nella Valle della Sesia, ai piedi delle Due Gemelle. Come sono cari questi _châlets!_ Murati al piano terreno, che serve per stalla e cantina, s'alzano in legno di larice rosso, ricinti nei due o tre piani da ballatoi assai sporgenti, e finiscono con un grazioso cuspide, qualche volta frangiato. Ma bisogna vedere le finestrine, le panche, le balaustrate, le scalucce! Sembrano costrutte per i pittori o per gli innamorati.
All'ombra dei larici quale tranquillità! Per queste straduzze quale oblìo! La chiesa spicca col bianco campanile e colle sue mura fra l'intonazione bruna e violastra della valle. E vicino, anzi intorno alla chiesa, si stende il cimitero colle cappelline della Passione.
Mi dicono che la prima capanna sia stata costrutta da un Enrico Staufacher: la piccola colonia crebbe a poco a poco, diventò paesetto, si spopolò per le emigrazioni degli Alagnesi in Isvizzera, in Francia, in Germania, in Ispagna, ma gli esuli volontari tornarono ancora e con danari acquistati coll'arte dell'intagliare legni e dipinger soffitti; il paese s'arricchì, l'amore al luogo natìo è spiccatissimo e gentile. Alagna vide sorgere belle casine e decorarsi la sua chiesa.
Ora ha il villino Grober e lo _châlet_ del cavalier Farinetti, delizie da mettere nella scatolina colla bambagia.
Immaginati un paesaggio alpestre: picchi, foreste di larici, casette che sembrano inerpicate, mucche pascenti, gruppi di pecore, cime scoscese, aspre, abbrustolate, eppure sparse di neve, immaginati il Monte Rosa che giganteggia dominatore.--E le macchiette? Uomini colle calze groppose e gli zoccoli di legno, ragazze vestite di scuro, colle pieghettine sulla schiena, vecchie curve sotto il carico di legna o di fieno.
Passa anche qualche Fobellina, il cui costume tradizionale è pittoresco e notissimo. Una specie di grembiale ricamato s'attacca su quasi fino al collo, la cintura è altissima, di sotto la corta gonnella sporgono le calze di panno o di maglia, come s'usa nella Valle del Cervo (le _vireire_ o _virtù_).
Alagna è quartiere di grande concorso per gli alpinisti, essendo il centro ove convergono molti passaggi: Col d'Olen, Col della Pisse, Passo del Turbo, Passo della Piana, Col di Mond, Col di Rima, ed altri meno frequentati. La salita alle vette più importanti del Monte Rosa non è praticata da qui.
Da Alagna si può stringere l'_alpenstok_ fino a.... a... interroghiamo il signor Guglielmina, buonissimo albergatore dell'eccellente _Monte Rosa_: ci risponde che ci sono a fare escursioni, passeggiate e viaggi.
Il viaggio sarebbe a Varallo per Mollia. Da Alagna a Mollia vi è una strada mulattiera che segue la Sesia, pittoresca, ora fra prati, ora su roccie; da Mollia a Varallo ventisei chilometri si percorrono benissimo in vettura.
Escursioni da metter la scintilla elettrica nel cervello sono quelle al Corno Bianco pel lago del Tailli, ai ghiacciai della Sesia, alla punta delle Loccie per vedere Macugnaga, al Colle del Turlo, a Rima, a Fabello, a Zermate, al Riffel.
Vuoi passeggiate? Si va a Riva-Valdobbia a vedere la grande pittura a fresco della chiesa di Melchiorre d'Enrico d'Alagna, eseguita nel 1597, a godersi la magnifica vista del Rosa; si va alla cascata dell'Otro (metri trentatrè), all'Orrido, al Corno di Stoful, all'Alpe di Bors e di Von Decco, all'Alpe del Campo e di Von Sattel, alla cima des Kuffers Grod. Ti mostrerà fotografie, ma non c'è macchina, non c'è carta, non c'è nitrato d'argento che possa darti una mezza idea di questi luoghi. E poi! questo _patois_ tedesco e francese ti fa parer d'essere su nella Svizzera famosissima.
L'albergo di Guglielmina ti dice come la gente onesta e laboriosa si abbia sempre un premio.
Passano e ripassano alpinisti di tutte le provincie; vi si fermano per un mese o due delle famiglie milanesi e torinesi. L'anno scorso avevamo insigni e pomposissime signore, decoro dei nostri bastioni, e molti signori. St'anno ebbimo anche il distinto archeologo A. C. e un duca inglese con un nome che mi suona aspretto, ma celebre.
L'albergo ha belle camere, eleganti corritoi, lieto salone da pranzo, simpatica sala da conversazione: vi trovi mescolato il larice alle pitture, le sbarre di legno alle dorature delle sbarre di di ghisa, il carattere montanaro al _comfort_ esigentissimo cittadinesco.
Avrei tante cose a dirti: ma sento una certa campanella che mi fa fare un salto di gioia.... Arriva qualcuno? Chi arriva?
Arriva la zuppa fumante, e chi impugna l'_alpenstok_ sa come si stringa volentieri anche il cucchiaio.
A rivederci,
TEA.
DA RECOARO.
(NOTE COL LAPIS.)
I.
5 agosto 1880.
Quando un mio amico, chimico-farmacista d'archiginnasio, mi tirò fuori da uno scaffale polveroso il librattolo di messer Giovanni Graziano bergamasco, professore di medicina a Padova, e me lo spalancò dinanzi, sì ch'io vi lessi _Thermarum Patavinarum Examen, Patavi MDCCI_, e quando mi citò le disquisizioni dell'Arduino, del Lorgna, del Mastino, io confesso che non mi vidi innanzi agli occhi (e come no?) altro che il conte Lelio Piovene da Vicenza, lo scopritore della fonte che ancora ne conserva il nome, e Fulgenzio e Domenico Griffani, usurpatori di essa; e il Serenissimo Principe, e i Provveditori, e i Pregadi, gli ufficiali della sanità pubblica, tutti riuniti in consiglio, una folla negra di parrucconi grigi, coi musi nascosti dai ricciolotti tiepoleschi, inferraiuolati, arcigni, incollarati, misteriosi. Mai, mai, mai non avrei sognato di vedere, nemmeno fuggitiva come un baleno, la faccia sorridente così gaia e la strettissima toletta bianco e nera di quella nostra signora milanese.... Amici miei, neppure le iniziali del nome vi dò: vorrei solo potervi dire il fascino di quelle linee elegantissime, il gusto di quella semplicità, l'audacia di quell'abito, che una signora mia conoscente dichiara il più bello e il più nuovo st'anno sin qui veduto a Recoaro. Il conte Lelio sullodato quand'ebbe scoperta l'acqua salutare, deve aver sorriso mestamente, pensando ai cento malanni della misera umanità, e deve aver sognato solo volti scialbi di montanari e di pastori, giù scendenti dalle Alpi Retiche, col melanconico brontolìo del rosario sulle labbra. Ma sì! Se egli avesse potuto ficcare gli occhi sino a noi! Avrebbe veduto, in groppa agli asinelli, le più care signore, felici di svelare una scarpina col tacco all'Efftein, e gli eleganti giovanotti felicissimi di poter loro tener la staffa; i buoni papà e le mamme che lasciano volontieri sviarsi tra i crocchi dei caffè e dei piazzali le loro ragazze sui diciassette, e i bimbi allegri, vestiti alla marinaresca che già offrono cavaliermente il braccio alle signorine, e i mariti che domandano: _dov'è mia moglie?_ e le mogli che non domandano: _dov'è mio marito?_ e i patriarcali piovani che sono sempre pronti e convinti a dire che tutto succede con permissione del Signore. Che festa! che gaiezza! che profumo di gioventù e di lusso! E quante speranze di confetti e quante benedizioni dal cielo! Il patrizio vicentino avrebbe veduto saloni elegantissimi per caffè e concerti; stabilimenti idropatici; alberghi d'aspetto svizzero, coi maggiordomi dalle basette all'inglese, colla tabella piena di titoloni, di contesse, di marchese, di duchesse.... E la villa Tomello l'avrebbe veduta quel cittadino d'una serenissima repubblica, la bianca villa che accolse e ancora deve accogliere la prima e la gentilissima Regina d'Italia? E avrebbe sognato, tra il basso fragore del torrente Agno, bisbigli di donna per lo meno in sette lingue e ciarle e riso e armonie di concerti musicali?
Pace nell'altra vita a quel conte Lelio: e pace in questa ai mariti e ai babbi che mettono mano alle borse!
* * *
Con questi quattro scarabocchi io non pretendo di cucirvi una corrispondenza: vi mando delle note a lapis e se potessi vi darei più volentieri degli acquarelli che ho pennellato sul mio albo. La via provinciale che da Vicenza conduce per Tavernelle a Recoaro è lunga 42 chilometri e con due cavalli l'ho percorsa in quattro ore. Le montagne, i campi di granoturco, i cascinali, i prati, somigliano affatto a quelli della sponda dell'Adda tra Lecco e Bergamo: solo i vigneti hanno un aspetto diverso, perchè le viti sono arcadicamente maritate agli olmi. I binari di un _tramway_ si vedono già collocati, una macchina sbuffa potentemente e fra pochi giorni sarà aperto al pubblico un servizio opportunissimo fra Tavernelle e Valdagno. Nel lungo paese di Montecchio v'è il palazzo Cardelina, un esastilo grandioso, d'inspirazione Palladiana, con statue, scalee, muraglioni, cancellate, ma quasi deserto e mestissimo. Su un colle si veda la fastosa villa del cantore epico dell'_Italia liberata dai Goti_, il Trissino: e su su due castelli che dai crepacci delle mine sembrano l'uno ringhiare verso l'altro con astio feroce: la tradizione li dice i manieri dei Capuleti e dei Montecchi.
Una fermata a Valdagno, scrive l'egregio dottor Schivardi, è di rigore: e nota che è capoluogo, borgata, con una bella piazza Roma, il giardino dei conti Valle, le fabbriche di panno del signor Manzotto.
Io mi compiaccio ad osservare delle poderose facciate di case del secolo XVI, con balconi in ferro o parapetti a fogliami traforati in sasso; vedo dei gustosi martelli di porta, e per la prima volta disegno dei mascheroni o meglio delle testaccie tonde e scipite di greci e di turchi, sporgenti dagli archivolti, come _serraglie_ bizzarre. Da Valdagno a Recoaro la strada si fa ripida, i monti giganteggiano, il verde è intenso: tutta la valle si restringe.
Recoaro (da _Recubarium_, luogo di riposo, o da _Rex aquarum_, re delle acque) fino agli ultimi anni del secolo XVII non era che un paesucolo composto di gruppi di casolari qua e là sulle pendici delle Alpi Retiche. Ora è un paesotto; meglio è un solo albergo, un solo caffè, un solo stallo...
* * *
Chi sono e dove sono i Recoaresi? Tra questa folla in cento abiti, dalle foggie date dalla nostra Chaillon alle vestaccie affagottate delle alpigiane tirolesi, tra il sonare di otto o dieci lingue e la babele di cento dialetti, fra il va e vieni delle carrozze, il tempestare delle unghie degli asinelli, e gli inviti: _paron! paron! paron!_ io non so dirvi chi sono e dove sono i Recoaresi. La scena è pittoresca; il paese lungo, la via erta, le case affatto moderne e come quelle della riviera ligure, la chiesa piccina e tutta bianca, il campanile grosso, tozzotto, degno d'un proposto capo pieve, una casa col tetto a quattro pioventi, un po' acuminato, la gronda a volticciuole e l'aria di un torracchiotto; in fondo le allee che a zig-zag vanno alle fonti, il santuario di Santa Giuliana raccosciato come tra il verde; a sinistra, quasi sempre incoronata di nubi, la vetta dello Spitz, e giù l'Agno dalle acque saponacee e dal letto sassoso, e a chiudere la scena, aduste, violastre, cornute, le formidabili alpi tirolesi.
Dello Stabilimento Giorgietti, del piazzale, dei divertimenti e delle cure vi parlerò un'altra volta.
Per ora, prima che si muti la folla degli ospiti, mi faccio premura ricordarvi che c'è qui il simpaticissimo e spiritosissimo Pompiere del _Fanfulla_, la contessa W. alla villa Tonello, la marchesa P. di Venezia. E infine dico alle lettrici colla massima gioia che, fra la tolette di vera eleganza, noto sempre quelle delle nostre gentilissime concittadine, signora C., signora M., signora S.
II.
11 agosto 1880.
Il buon milanese che, vergognoso, solo, rincantucciato nel fondo di una vettura, arriva sulla piazza della Fonte Lelia, allo stabilimento del mio amicone Giorgetti, e guarda l'orologio e vi trova segnate le 6,30 dopo il mezzogiorno non può a meno di consolarsi, dicendo:--Qui fra i monti si fa presto sera. Almeno domani la _Sagra_ sarà finita, e tutto sarà in pace per la mia cura felice. Che festa è quella d'oggi sul calendario?--Sì, le mie signore lettrici: a 6.30 le campane di Recoaro tampellano giù nella vallata con un suono maestoso e lieto: sulle allee trottano a torme gli asinelli bardati, e i mulattieri vociano nel loro festosissimo dialetto; davanti alle cento trabacche variopinte una folla oziosa brulica con un ronzio da vincere la voce del Prechel dirocciante nelle tane dell'Agno: là le grida dei venditori e le risa delle compratici: qui un'ondata di musica e un acciottolio di tazze da caffè e... È appunto qui che proprio il nuovo arrivato non s'arrischia a dare un'occhiata: ma è appunto qui per sua condanna che deve discendere dalla vettura, e sgranchirsi, e pigliarsi il fascio dei paracqua, dei parasole, dei bastoni, e far calare le non stemmate valigie, e cavare di tasca il telegramma del Giorgetti che ieri gli assicurava una camera... ritarda persino il maggiordomo! Quelle 6,30! benedetta ora per gli stomachi deboli! Proprio sotto la _verandah_ d'ingresso v'è il crocchio del dopopranzo, le ciarle graziose, i bisbigli crudeli, i commenti arguti. Qui le scarpine proterve che batterebbero i tacchi anche sui frantumi di un paradiso, pur di correre ad un trionfo d'orgoglio: le calze nere e bianche, e carnicine, quanto pii schiette, tanto più superbe: qui la seta stupenda, i percali capricciosi, i velluti, i merletti antichi, le foggie studiatissime e le semplicità insidiose, i colori, i profumi, le linee olimpiche e le birichine audacie del Watteau: qui le candide manine straricche di anella, e le braccia nude, dal colore della cardenia, misteriosamente affogate nelle trine e roseamente tormentate dalla depressione dell'oro massiccio dei braccialetti... Il nuovo arrivato non ha coraggio di arrischiare un solo sguardo su quei volti femminili, e maledicendo al suo stomaco, al suo fegato, alle sue febbri intermittenti, si dice condotto nel regno della vanità, non nella severa valle d'Igea. Buona notte all'amico. Siccome è un figliuolo tanto giudizioso, ed ha la guida alle acque di Recoaro, prima di soffiar sul lume, legga quanti malanni affliggono l'umanità fisicamente e ricordi quanti altri la percotano moralmente, e poi si rassegni a pigliare il mondo com'è. Sognando qualche bionda testina di veneziana, con un garofano di Vicenza alle treccie, una collana di perle al collo, pensi a sant'Antonio, che solo, nel deserto, meditabondo ed arcigno, doveva sbadigliare fino a sgangherarsi le mascelle. E ciò è poca lode di messer Domeneddio, che, creando Recoaro, lo volle proprio sacro ad Imene ed alla Salute; ei volle che la vita qui fosse animatissima, come una perpetua sagra, senza santi di calendario: il giorno rallegrato dalla festa del sole, dalla vista dei monti, dallo scroscio dei torrenti; il crepuscolo vespertino poetizzato dalle gite sui somarelli pei viottoli deserti, e la notte dedicata alla musica, alla tombola, alla danza.
* * *