Part 18
Ecco come pensa il giovinetto:--Quanti bei luoghi ho veduto! Come voglio rammentarli ancora! Oh mio caro _rododendron_!... È mattina. Tutto il mondo a quest'ora, ai nostri occhi ancora sonnolenti, pare debba essere una valle bassa bassa, e la valle, in fondo a cui c'incamminiamo noi, la ci sembra la più seppellita; violastra, fredda, tutta un'ombra senza un'ombra. Non c'è luna: l'ultima stella della notte sgorga tanta luce che pare avanzi dritta e velocissima verso la nostra pupilla; è immota, non splende per chi muore, è solo un gioiello per la misteriosa immobilità dei cieli. Mugge un invisibile torrente; perdendosi nei faggi opachi, corre alla notte che noi abbiamo lasciato alle spalle, nel paesetto. A quest'ora ineffabile l'aria e la luce pare si confondano: il crepuscolo lo diciamo freddo, il vento oscuro: la risultante una sola--Pace grandiosa. Taciono i monti. Noi scambiarne le prime parole colla ragazza che ci serve di guida, pel bisogno di sentire una voce umana in tanto deserto: lei, col guarnellino, la gerla sulle spalle, dice che ha accompagnato ieri e l'altr'ieri tanti signori, e hanno fatto colazione, con tanta allegria.... Davvero a quest'ora ci rincrescerebbe morire, ai piedi di questi altissimi monti.... Il cielo s'è schiarito un po': i mille accidenti delle spaccature, delle gobbe, delle creste, delle valli, prendono rilievo: ma ancora regna l'intonazione violastra, più netta, più larga, più fredda. Col piede si schivano i rigagnoletti, danno stringicore i fiori che dondolano all'ondina piangente, ci fanno abbrividire i pratelli irrugiadati. Il cielo s'è schiarito ancor più: come? quando? Su un estremo picco la luce del sole ha dipinto una pezza di rosso-carminio. È il mattino: con questa parola si dice tutto! Già canta un fringuello. Camminiamo, su, su! Sotto ai faggi dalle cortecce lucenti e dalle foglie ovate, sugli scheggioni, di qua, di là, per le breccie dei macigni e sulle schiene, poi sui pendii sparsi di massi rotolati e d'altri conficcati, poi sui sentieruzzi teneri, spolverizzati di squamucce d'argento, tra le selvette fresche di felci, si cammina e si cammina.... Il sole scappa giù ampio e gaio: fra poco ci coloriremo a' suoi raggi.... Siamo all'_alp_. È una cascina di pietre ammucchiate, col tetto di lastre micacee, col fienile, la stalla, la fontana che trabocca dal tubo di legno: il sentiero fangoso, puzzolente, trito da cento unghie, accompagna ai pascoli, alle grotte sotto cui hanno dormito le capre, fra gli enormi massi vellutati d'efflorescenze verdicce. All'_alp_ si beve il latte nella _biella_, nella cucina affumicata, sui trespoli, tra le fascine, i secchi gialli e le macchiette dei vecchi pastori in calze groppose, e quelle dei bimbi seminudi: le ragazze corrono alla fontana. Una sola finestra scaccia il fumo e fa entrare la luce: chi non vede un pezzo di montagna festante al sole, da quella balestriera livida, angolosa, abbruciata e slavata! Chi non sente sotto, dalle fessure del pavimento di legno, le vacche agitare i collaracci e magari il latte schizzare con suono acuto nel vaso di rame della massaia! Chi non ha comperato un cucchiaio di legno!... Quando ci siamo nuovamente incamminati, la guida ci si fa un po' più vicina, non ci precede più di venti passi, ma solo di cinque (la colazione ha messo tra noi un po' di confidenza), e non risponde più quell'asciutto--_Sissgnor_--ma, cogli occhi bassi, muove la manina ad accennare qualche fiore, qualche erba: ecco la genziana aromatica e la _mattutina_ profumata (sassifraga) e i garofanetti coi petali a ritagli minutissimi. La guida è una bella ragazza, dritta come un bersagliere, tondina, piccola, bionda: ha dato i fastidi _a rangé_, canterella sottovoce, e si arrischia anche a risponderci che si chiama _Main...._ Sul monte non crescono più arbusti di carpini, nè frassini, nè faggi: solo scheggioni fessi e macigni e zolle inaridite. Sui pendii s'affollano le felci: qua calpestate pesantemente da poco mostrano come un sentiero nuovo, svelando tra il verde gaio dell'insieme il verde freddo delle loro pagine inferiori: altrove schiantate da un pezzo e disseccate appaiono come cuprei ricami: su su digradano ondulando. Incomincia una frana sconvolta, un torrente secco: i cespi del _rododendron ferrugineum_ sbucano da ogni crepaccio ove ci sia una manciata di terra, ricchissimamente adorni di fiori vermigli: alcuni corimbi staccano sulle tinte cineree-lucenti delle pietre, altri sul cielo azzurro di sette azzurri, altri sui guancialetti dell'erica che odora di miele.... Oh meraviglia! suona un campanaccio grave: dòn dòn, dodòn, dodòn: una vacca appare, col muso gemmato d'acqua, le corna sporche di terra, con una bava che fila giù dalle mascelle spostate dal ruminare: sbarra gli occhioni, colla coda sferza una mosca, poi sprofonda la gamba nana nei cespi di _rododendron,_ sviluppando l'adipe del tardo corpaccio, strascinando le densissime mammelle sui fiori gentili. Suona un altro campanaccio, e un altro, e un altro: è un concerto da festa. Vediamo l'intera mandra: il pastore su un'eminenza s'appoggia al bastone, come un cavaliere al lanciotto: le caprette colle gambe lanose e divaricate, sporgendo il collo, s'arrampicano sui tetti delle stalle o sui grandi basamenti dei macigni.... E canta il pastore:--_L'America l'è granda_--: muggono le vacche: e le caprette col tremulo belato fingono le cornamuse nasali...
È mezzogiorno. Dal colle si domina il portentoso anfiteatro dei monti: monti rocciosi a destra, a sinistra, giù la _comba_ aperta che dà origine a una voragine profondissima, il principio di un'altra valle laterale che si perde Dio sa dove: in fondo, alta, vi è una cima dentata, dalle abbaglianti pezze di serico bianco che si spiegano e si stratagliano sui ghiacciai. È impossibile dire le tinte violastre dell'ombre lontane trasparentissime, su cui si fondono i larici, e impiccioliscono, e fanno selve bluastre e s'inerpicano sulle torri di fantastiche ruine. Il sole è grande colorista. Eccoci ai larici dal fusto eretto, dai rami cadenti, dalle foglie lucide di mille ispidi aghetti e flessuose ad ogni vento: eccoci ai coni crocchianti, all'erbe dei camosci, ai radiconi che disegnano informi spine dorsali di mostri, alle scalee ammucchiate dai giganti, ai ginepri tenacissimi. Il sole scalda l'acro odore delle cortecce. Qua, da un'insenatura umida e lucida come acciaio, un torrente sembra con cento braccia cadere aggrappandosi di picco in picco: là invece tranquillo, spiegato, maestoso, si abbandona giù come un velo di limatura d'argento: il rombo è il misterioso _crescendo_ degli abissi: ogni dove con prorotto singhiozzo nelle tane scavate gorgogliano acque sotterranee. Certe locuste, saltabeccando da stordite in ogni direzione, vibrano seccamente colle ali: dall'alto gridano le marmotte.... Dove siamo? A quale altezza? In una conca strozzata fra i macigni c'è una bella isoletta di neve. La neve? La neve ai tanti di agosto! Facciamo subito un _punch frappé_. La neve! Si tocca, si mangia, si vede scintillare, si getta nella gerla di _Main_... Il terreno è fracido: s'è fusa la neve il giorno prima, ed oggi è nato un fiorello azzurro melanconico: più su, come pennacchietti orientali, tremolano i fiocchi argentei del _mignin,_ odora il gratissimo fiore della _concordia,_ l'amaranto che dà il responso dalle radici a chi lo vuole interrogare. Più in su ancora all'_alp_ di nitido larice, la fanciulla nitidissima, che veste di panno rosso, parla il tedesco dai denti stretti e legge il libricciuolo della messa stampato a Kemden e col legno imprime sul burro le cifre col rosone del babbo, nella _coulisse_ piccina della sua finestrella specchiante, la fanciulla che sorride ha posto un mazzolino di viole del pensiero, esili, rigide di contorni, pallide, odorose, insieme alla cara vaniglia dell'Alpi. Più in su ancora si cammina sulla neve, il piede freddo, l'occhio infastidito dalla vasta bianchezza, la mano stretta al bastone, il collo saettato dal sole: e su e su: si sdrucciola e si ride. Ma che! in fondo c'è un precipizio: finisce o non finisce questo tappeto, che addoppia le tinte abbrustolate delle cime? Qui vicino ai massi sporgenti e neri il piede rompe una fragile crosta insudiciata: là la monotona eguaglianza è tolta da strisce che vi lasciarono le trosce d'acqua: là si avvalla ed è ondeggiata. La nostra ragazza procede dritta, senza fallare, equilibrata, colla gerla sulle spalle, e ride alla nostra domanda:--Finisce o non finisce?--Chi s'arresta, sdrucciola: chi s'imbizzisce, falla: chi sdrucciola e chi falla arrischia di rifare il cammino in meno di dieci minuti fino al fondo. E su e su, ci arrampichiamo poggiando i piedi nell'orme profonde lasciate dalla guida: crepita la neve e s'ode il nostro anelito frequente.--Ohe, che gioco lungo!--dico io, e mi sento floscio ed annoiato.... Oh santa fiaschetta del rhum, ti benedico, ti voglio, ti bacio! A te devo il passo sicuro, l'occhio indagatore, il petto ristorato: più la sorsata m'arde la gola, più mi pare di divenire un piccolo re della natura. Bevi, bevi anche tu, bionda fanciulla: alla cima urleremo a squarciagola il grido selvaggio dei pastori.... Chi ha detto ch'io sono stanco? Ch'io casco sulla neve?... Vedremo i laghetti freddi e le vacche immote sulle rive a specchiarsi e le pecore lanose sdraiate sui pendii e i corti vitelli dalle gambe lunghe, che labbreggiano cercando le mamme, e le mandriane brune che addormono in grembo la testa del mandriano.... Udiste il nostro grido d'allegria?
È sera. Il cielo al suo cobalto mischia il nero: addensa la tinta: taciono i monti e si aggravano sulle valli: non stride un grillo, non geme un uccello, ma solo rombano i torrenti. Io guardo le cime e mi domando:--Se dovessi ancora salire lassù nel tenebrore? Una notte tra i faggi e le balze? Senza provvisioni?--e cammino tacitamente e spio il volto della ragazza, che di rubicondo e sanissimo, s'è fatto freddiccio e violaceo: fiori ed erbe e sassi e ruscelli sereneranno tranquilli: alle stelle mi sento quasi tentato di dire:--A che vi affollate in questa zona di cielo? Non vi è pupilla che vi contempli, non v'è dolore, non v'è amore!--.... Sfilano le vacche, ciondolando i campanacci e smottando il terreno: le conto, una, due, quattro, sei.... Non le conto più: ascolto dei sospiri gravissimi, dei fruscii, delle note sorde: non è il dodòn, dodòn, no, ma un tardo addio. Si sbandano ancora le caprette, ma trottando, quasi paurose di slontanarsi dalla torma: ballonzano pesantemente i montoni, come cose balorde: segue il mandriano con un fascio di radiconi sul capo.... Si vorrebbe udire un suono di campana benedetta, vedere un cimiterio, passare innanzi a un'osteria dal focolare vampeggiente: insomma accorgerci del massimo beneficio degli uomini stretti in società, l'aiuto, il ricordo, la speranza, l'oste, il prete.... Si pensa saltando di sasso in sasso:--È questo il sentiero che deve battere il medico condotto, se è chiamato di notte da chi non istà bene? Oh che luoghi! E lo speziale? Vorrei vederla quella bottega, io che mi prendo le medicine inglesi! Oh che gente! Eppure qui si vive tutto l'anno da migliaia d'anni, qui si nasce e si muore e si ignora che c'è la città, la nostra città, che ci sono io che a st'ora mi sento ed ho grandi bisogni!--Cala sempre più la notte.... Di lontano, dei lumi! Ci guardiamo di dietro per gustare di più la tetra oscurità senza compassione, e poi affisarci nei punti rossigni, provvisti, carissimi, umani.... Aaah! I nomi di Ludwigs Höhe, di Parrospitze, di Signalkuppe, di Schwarzhorn, e cent'altri, che ci si ficcarono tutto il giorno nel desiderio ambizioso, diventano strani, crudeli, ghiacciati: vengono insidiosissimi e saporiti, per così dire, nella gola quei battesimi ambrosiani delle nostre buone donne di servizio: se la Peppa ci desse qui un _risottino_ fumante! Se Perpetua allagasse di _conza_ un piattone di stufato!... Aaah!...
* * *
Arriviamo al paese, all'albergo, ai grandi lumi, caldi e vivissimi: la guida ci precede: ci viene incontro una cameriera tutta in chiaro.... Che effetto strano in quell'eleganza! Giacchè l'abbiamo abbandonata, ci volgiamo indietro all'oscurità, a gettare uno sguardo alle prime luci che incomincia a nevicare giù la luna: a quest'ora, al termine del pellegrinaggio, siamo quasi dolenti di non soffrire più privazioni, d'esser giunti, d'esser sicuri: con stringicore ci sovveniamo di qualcosa, di qualcuno, di qualcuna: è un lampo di poesia, la chiusa, la consacrazione della giornata. Il mio amico pensa di sicuro:--Se mia cugina vedesse dove sono!--ed io sospiro:--La mia povera Tea è in collegio!--Squilla una campanella per noi. La gente che c'è, donnine avvolte nelle ciarpe e uomini in _gilé_ bianco, s'affaccia ai nuovi venuti, lì dallo spiano del terrazzo, qua dalla _lobia_ del _châlet_. Oh seccature! oh figurini profumati! oh statuette di porcellana! Suona un pianoforte: e s'odono delle risa inviziatelle, aristocratiche, maliziose.... Noi, un po' orsi, pesanti, impolverati, goffi, rizziamo il capo facendo dondolare sul cappello il mazzetto di fiori.--Mi rincresce,--dice la cameriera:--ma la _table d'hôte_ è finita.--(Meglio! meglio!)--Mi spiace, ma....--Non importa: arriviamo da....--giù un nomaccio:--Ceneremo da alpinisti.--A cena, sulla candida tovaglia, fra le posate e le bottiglie lustranti, fra le boccette della senape e di cent'altre leccornie obliate da noi, in mezzo a tante meraviglie, apriamo e riapriamo la Guida: il seguire sulla carta il viaggio e il pronunciare delle sillabe, _spitze_ ed _höhe_, sul musino bianco e pastosello delle cameriere è la gioia che fa passare ogni stanchezza: i bei nomoni sono come il pepe delle vivande che si mangiano. Stamattina, questi nomi erano muti, _colle, passo, comba, alp, cima, horn_, erano bianco su nero, parole: a quest'ora sono quel che sono!--Si guarda l'itinerario pel domani: e quei nuovi nomi, quelle nuove _x_ diventano desideri ardentissimi. E si ciarla, si ciarla, poi si prendono dalla caminiera del salon i biglietti litografati dell'_Hôtel et Pension_, si leggono le _promenades et environs--ascensions principales--voyages--le elevazioni sul livello del mare delle principali vette dei monti nei dintorni_: si sa che _on parle allemand, français, italien--on tient des mulets et des guides pour la commodité des Voyageurs:_ fanno pietà in un angolo i parasoli delle signore e gli _alpenstock_ bianchissimi col cornetto di camoscio e i cappellini alla moschettiera colla piuma spavalda: si scarabocchia il nome sull'albo dei forestieri. Guarda, guarda: c'è il dottor tale, milanese, peuh! C'è la famiglia tale! Schiva! Tutte scarpette basse e piedini di butirro!... Vicino s'ode nuovamente il suono del pianoforte e un calpestìo di danze... La fiamma della candela sembra ingrossarsi al nostro occhio, vestirsi di nubi vaporose, razzare, tremolare: la mano stropiccia gli occhi come per cacciarne fuori delle briciole di pane pungenti, la testa si china sulla Guida, il ghiacciaio dell'itinerario si allarga come un lenzuolo... un lenzuolo di un ottimo letto... Chi dà un letto?... Intanto che già si sogna vagamente e penosamente di camminare per scheggioni, per grotte, per frane, attraverso ghiacci, la cameriera ci tocca su un braccio. Eravamo addormentati.
Anche voi, o lettori, dormite a questa mia cicalata? Vi domando mille perdoni. L'esordio è finito.
E sulle mie labbra c'è il sorriso dell'uomo contento. Voi, amici miei, avete 32 gradi, voi passeggiate dalla Galleria al forno del vostro studiolo. Io tolgo adesso gli occhi da' miei fiori, dalla mia Guida, dalla mia fiaschetta, e fremo agli ultimi brividi freddissimi che m'ha lasciato la doccia delle 11 ore.
La mia escursione è incominciata da Biella, s'è spinta su al _Corno del Camoscio_ vicino al Monte Rosa, è calata ad Orla, ha voluto il riposo allo Stabilimento Idropatico d'Oropa.
Io mi dico:--Come si fa a scriverle, certe cose?--e mi arrovello. Voi direte:--Come si fa a leggerle?--e....
E chiudete pure il giornale: io apro la Guida.
BIELLA.
«Il Circondario di Biella è limitato al nord, all'ovest e al sud-ovest dalle linee di separazione delle acque della Sesia e del Leiss e poscia della Dora, ed è chiuso all'est ed al sud da confini meno naturali, che tagliano le vallate dei torrenti che hanno origine dalla costiera settentrionale ed occidentale. Esso ha una superficie di 960,48 chilometri quadrati, e una popolazione di 126,360 abitanti (censimento del 1861). Vi sono quindi 131,56 abitanti per chilometro quadrato, mentre in media nel regno d'Italia non si hanno che 83,54 abitanti per chilometro quadrato. E questo non è poco, ove si consideri che il 57% del suolo biellese è montuoso. Principali torrenti sono al nord la Sessera che volge verso l'est ed al sud il Cervo, cui fanno capo la Viona, l'Elvo, l'Oremo, l'Oropa, la Strona, la Roasenda, tutti gli altri torrenti insomma che non mettono nella Sessera.» E basta. Mille grazie al signor Quintino Sella che pronunciò queste parole nel discorso inaugurale della prima riunione straordinaria della Società italiana di Scienze naturali in Biella. Io non lo saccheggierò più: perchè, rubando male, il _terreno diluviale_, le _alluvioni_, il _diluvium_, il _pliocene_, il _calcare_, le _roccie feldispatiche e micacee_, l'_anfilobo_ e la _diorite_, la _formazione sienitica_ e il _melafiro_, e l'altre parolone mi potrebbero procurare qualche tirata d'orecchi da chi ha sulle corna la poesia e gli acquerellisti.
Biella (_Bullarella, Buraiella, Buiella, Bucella, Bugella_) è al confluente dell'Oropa cel Cervo. Che sia città antica (153 ab U. C.) lo comprovano la iscrizione di Caio Publicio Crescenzio e l'altre che si conservano nella casa parrocchiale, il sepolcro de' romani Melii, ora divenuto battisterio, la medaglia fatta per commemorare la ruina di Gerusalemme. Da Lodovico il Pio e da Lotario fu donata al conte Bosone nell'826: poi da Carlo, da Ottone, da Corrado, da Federigo I alla chiesa vercellese: nel secolo XIII si levò ad animosa controversia per sottrarsi al dominio di Vercelli: nel XIV provò il furore della peste, segnò di croci rosse i militi contro Fra Dolcino, si scosse di dosso il vescovo tirannello Giovanni Fieschi: nel 1379 diede giuramento di fedeltà al conte di Savoia: nel 1525 gli imperiali vi aguzzarono l'unghie. Trascrivo un particolare che soddisferà la curiosa domanda di alcuni miei amici:--«Il maresciallo francese Brissac estese la sua occupazione su parte del Biellese ed obbligò il comune ad inviare a Parigi dei legati per il giuramento di fedellà ad Enrico II e per ottenere la conferma di tutti i privilegi. Si fu in quell'epoca che si incominciò il commercio delle lane colla Francia e principalmente con Lione, e ne venne il motto _francese di Biella_, perchè il comune di Lione accordò con diploma 23 gennaio 1558, il privilegio di cittadinanza ai Biellesi.» (_Guida per gite ed escursioni nel Biellese, edita e compilata per cura della Direzione del Club Alpino, sezione di Biella, 1873_). Poi Biella ebbe ancora la peste, gli Spagnuoli e i Francesi, peggiori della peste, e di nuovo i Francesi.
Biella è una cittadina simpatica, che si presenta pulita, sanissima, affaccendata, percorsa da cento omnibus dalla stazione verso il santuario e verso Andorno. Nella via maestra vi sono dei portici sotto cui s'impaccia la gente ai giorni di mercati popolosi: tutto vi si trova, dalle usuali terraglie impastate colle argille di Ronco e Ternengo agli immensi tesori delle fabbriche grandiose. Nuove piazze, nuove vie, nuovi edifizi accennano ad intendimenti edilizi di buon gusto. De' monumenti conosco il Duomo, incominciato nel 1402 e finito nel 1825: vorrebbe esser gotico nell'insieme, ma stentato nell'ornamentazione, senza gusto, senza carattere, goffo e pretenzioso, coll'alto peristilio che mischia persino dei capitelli semi-egiziani agli archi acuti, alle colonne allampanate, al terrazzo sopracarico di tabernacoletti, di sfere, di piramidi, in tutto ha qualcosa del cartone dipinto a gesso e colla: nell'interno si può perdonare qualcosa, in vista d'una pittura del Lanino e d'un pulpito in legno scolpito.
Il Battistero è un tempietto ottagono, di mattoni grossi, incoronato da tanti arcucci venerandi, con una scoltura che porta effigiati due putti carnosi, bene atteggiati sullo sfondo di un colonnato a rigidi profili. Una porticina conduce a un sotterraneo, un'altra al piano terreno. Il pretino che ci accompagnò ci disse che giù c'erano due tombe di vescovi: dal mazzo di chiavi una sola scelse e ci aprì il battistero, nudo, gretto, squallido. De' Melii, delle lapidi romane e delle notizie che gli domandai intorno al Galliari, al Cogrosso, al Vacca, al Fea, al Gonin, il povero schiccheratore di fedi di nascite e di morti ne sapeva come le ragazze che, colla gabassa sulle spalle, comperano gli zoccoli. San Cassiano si presenta coll'alto peristilio sbiancato: è chiesa di fondazione antica, di cui le memorie rimontano al 1200. Ma, povera Arte! Ero insoddisfatto. Per conto mio, ho guardato e riguardato la porta e la porticina antica dell'albergo d'Europa, con alcuni dettagli di fascie robuste, tracce di finestroni, la scoltura dei due angioletti che si baciano, reggendo lo scudo col motto _Ubi Pax ibi Deus_, e i due stemmi che spiccano sul campo nero d'un riquadro. Il mio pretino, eruditissima guida, mi perdonerà se taccio del Seminario, del Palazzo vescovile, della Trinità, dell'Amministrazione dell'Ospizio d'Oropa, dell'Ospedale, del S. Paolo, del S. Filippo, ecc., mi saranno invece grati i lettori se dico loro che nella città vi sono 9 fabbriche di drapperia e filati, 12 depositi di lane e rappresentanze di case estere, 2 fabbriche di maglie, 8 di bordati, 5 di cappelli, 5 concerie, la grandiosa fonderia di ghisa degli Squindo e l'altra dei Girelli, la nota cartiera Amosso e la birreria di Menabrea. Sella, Rosazza, Poma, Bozzalla, Garbaccio, Boussu, Trombetta, nell'industria hanno tanto nome, quanto splendore avevano nei tempi andati i Ternengo, la casa Lamarmora, i principi di Masserano, i principi della Cisterna. Benedetto il Cervo e l'Oropa! Sì, il lavoro ferve animatissimo dappertutto, sia nei vasti fabbricati che hanno 400 finestroni, da dove rombano le macchine più meravigliose del progresso, sia sotto ai portichetti smattonatì dove le ragazze, cantando, impagliano scranne o filano colla conocchia della nonna. Esempio siano: il lanificio Piacenza a Pollone, la fabbrica dei Poma a Occhieppo superiore, a Miagliano il cotonificio pure Poma, colle case degli operai costrutte sul modello di quelle di Mulhouse in Alsazia: esempio presenti la _fia della Nastasia_ al Favaro. Lo dico con orgoglio: gli stabilimenti industriali di Biella sommateli voi, io v'ho date le cifre: 190 sono quelli del Circondario (_Guida del Club Alpino_, ecc.). Si lavora, si lavora, si lavora, ognuno secondo le proprie forze: i figli della _fia di Nastasia_ un di mangeranno il pane che sa di sudore onoratissimo e di lucido acciaio strofinato e di grasso abbruciato, se pure non lo faranno mangiare agli altri: il lavoro ha sempre avuto un premio.