# Storia di un'anima

## Part 17

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O meglio ancora, avviamoci. È una delle più belle passeggiate, per la strada pittoresca, e perchè la meta, celata nel seno del monte, invoglia a continuare sempre il cammino per iscoprirla. Prima del 1620 non era il caso di dire--avviamoci. Oh no! bisognava baciare i cari e la soglia della casa, poi mettersi al pellegrinaggio, per selve, per frane, per stagni, per ciglioni di precipizi. Che parolacce le sono queste? Oggidì, grazie all'abate Bertodani, si passeggia su una strada larga, liscia, ombreggiata, ad ogni tanto facendo sosta al parapetto per contemplare o una cappella, o giù la vallea col mugghiante Oropa, o la vetta su del Mucrone, oppure per cogliere una margheritina e per interrogarla. Purchè si eviti il sabbato, giorno in cui i valligiani salgono a vere processioni, e l'ora in cui passano gli omnibus fragorosi. E va, e va: il santuario si scopre solo all'ultima voltata della strada: apparisce un aggregato immenso e basso di fabbriche diverse, tutto bigio, con una cancellata a lance d'oro, sullo sfondo di un monte arsiccio. Tutti quelli che lo descrissero usarono le cifre, dicendo le misure, la fondazione, gli ampliamenti, e via: io vorrei adoperare la matita, ma non so proprio da dove incominciare, nè so metter giù le linee da ingegnere o da prospettico. Pazienza! chiudo l'albo e m'abbandono alle impressioni. Il primo cortile ha l'aria animata di un luogo di fiera: la piazza, da cui vedesi il piano del Vercellese e del Novarese, la scalea barocca piena di gente oziosa e sdraiata, la fronte dell'edificio reale colle statue dipinte e gli stemmi d'oro, i porticati dorici, tutto mi piace e mi ricorda qualche cosa di Genova: il secondo cortile colla fontana, la chiesa e i pratelli mi dà una mestizia indefinita. Oh quanta gente! E concorre da tutte le valli! Ti dirò che ascoltai un canto di litanie, triste, confidente, soavissimo, che usciva da una finestra della chiesa: e vidi ad allietar la gronda di quel luogo d'ospitalità un nuvolo di rondini, aleggianti, coll'ali azzurre. E contemplando gli archi, la fontana, la chiesa, i pratelli, ebbi un momento di dolcissima mestizia.

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Fuori dell'ospizio abbiamo due bellissime passeggiate: l'una sulla strada che deve condurre a San Giovanni d'Andorno, l'altra al cimitero nuovo. La prima fu incominciata nel 1870: taglia la cresta della montagna, all'alto resa pittoresca da una frana di sassi, immensa, arida, scheggiosa; al basso allegrata da una selva di faggi, dalle cascate dell'Oropa, da un ponticello di legno, e mille accidenti che invero la fanno somigliare al viale di un parco. Peccato che proceda così a rilento! E fortuna che è così bella! L'altra strada va su alle chiese, e devia ad uno spiano, ove si è eretto un muro elittico ad una cappellina gotica così cara da far pensare alle bianche nozze, non alla pace della buia notte. Continua poi di faccia alla precedente, e dovrebbe arrivare fino allo Stabilimento idropatico del cavalier Mazzucchetti: questa è ancor più lieta, più ariosa, popolata da cascinali, fresca d'acqua, propizia d'ombre e di riposi.

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Una terza passeggiata è al lago del Mucrone: non te l'ho citata ora, perchè te l'avrei detta altre volte parlando dei sentieri da capra, perchè so di una signora che volle su arrampicarsi, ma a metà discese nella corba e sulle spalle di un montanaro!

Ma ancora quante altre passeggiate! Ami la natura? Sì: orbene puoi scorrazzare ad un masso gigante, ad un rompimento, ad uno zampillo, ad una mandra di mucche, ad un cespo di rododendron, ad un sorbo carico di grappolini rossi. Va e va! Dimentica, se qualche cosa hai che ti fece soffrire.

Quando sentirai una voce che ti domandi, ascoltala, ridiventa mesta, e chiama anche tu, chiama l'amica.

LAURA.

IV.

Oropa, 8 settembre 1874.

_Amica_,

Gettando uno sguardo sui bauli già empiuti e chiusi, sola nella mia camera spogliata, tanto melanconica davvero, sento uno di quegli stringicori che cento volte fanno dire addio. E in fondo in fondo un dispettuccio mi punzecchia la coscienza, come un morso di zanzara. Devo dirtelo? Mi pento di essere stata teco un po' imbronciata; e il dolore non è per te proprio, giacchè penso che, fra un giorno, dandoti una stretta di mano, avrò subito ottenuto il tuo sorriso; il dolore è per me, che mi lamento e mi lamenterò sempre di non aver saputo tracciare una dozzina di righe nei dì più lieti di questo soggiorno. Mi sarebbe stata cosa gradita, in città, nei momenti di noia, aprire un foglietto, nel quale trovare delineati quei particolari, che, a volerli dappoi richiamare col ricordo, sfumano dietro un velo della nostra mente, per eccitare il desiderio. Rispondi, cara: non è così? Alcune volte una sola data scritta sul tuo portafogli non ti fa dire:--Ah ci sei?--e non t'illudi di poter arrestare per poco il tempo, farlo retrocedere a tuo agio, legarlo fisso a quel punto, che è tuo?

È vero che peccato confessato è mezzo perdonato: ma a me non so punto perdonare, ed ho tanta severità da impormi una riparazione. Se non avrò un ricordo colla data di tempo, almeno lo voglio con quella di luogo.

* * *

Scrivo adunque Oropa sull'unico foglietto di carta che mi rimane, e ancora desidero....

Desidero che cosa? Forse il bagno all'alba, la doccia a spilli, la sem-immersione ghiacciata?.. E perchè no? Brontolando di pigrissìma stizza, sia pure, dal letto passavo sul balcone per avviarmi alla vasca, ma, senti, sul cielo mattutino vedevo i monti tanto belli e tanto in pace: uscendo dalla buia stanzuccia della doccia a mezzodì, trovavo vigore in dosso, sì che speravo che la mia mano non avrebbe per l'avanti solo svolte le pagine di qualche libro, ma si sarebbe stretta a un _alpenstok_; a vespro, per la reazione del bagno, sceglievo la più erta passeggiata, e su per gli scheggioni cantarellando, a tratto facendomi silenziosa, pensavo ai nomi insigni delle Alpi, con cui fregiare il mio bastone dal corno di camoscio, e pensavo ai libri che si accorderebbero alla poeticissima contemplazione della natura. No, signora mia, non fui una pigraccia: col desiderio ho fatto poi di quei voli da conoscere tutta la rosa dei venti. Se tu ti fossi seduta sull'estremo masso di quel dosso, detto _dei tre cantoni_! Come non illudere te stessa! Come non credere d'aver l'ali, dinnanzi un panorama sterminato, che ha solo per raffronto il mare?

* * *

I più bei dì del mio soggiorno li trovo qui ricordati da sette ad otto giornali politici, di quelli che non servirono a involgere niente, tanto grami sono i disutilacci! Essi me li ricordano col loro bollettino meteorologico: questo segnava per noi un'atmosfera da caldaia bollente. Grazie tante: da noi non ho veduto mai termometro, e lo star bene aveva due sole gradazioni superlative.--Sto benissimo. Sto arcibenissimo.--Vuoi di più, mia cara?

Voi che facevate? I vostri spettacoli cittadini vi persuadevano a quel sonno che non concedeva madre natura, spietata infuocatrice, e la vostra languidezza e i vostri sudori non commuovevano il cielo inesorabilmente azzurro.--Noi che facevamo? Non credere che fossimo qui per essere solo i martiri dell'acqua ghiacciata: stammi ad ascoltare, e tu pure applaudirai.

* * *

Entro in argomento, parlandoti addirittura della nostra festa del 24 luglio. Devi sapere che i preparativi servirono a divertire una settimana prima eccitando desideri e impiegando facoltà pensatrici, perchè tutto andasse per bene. Fu aperta una sottoscrizione, fu tenuta un'adunanza, fu eletta una commissione, col nome di una gentile patronessa in capo: abbiti le iniziali dei due signori direttori,--conte colonnello F, commendatore colonnello G.--Un programma venne affisso, e la fama gonfiò le gote, sonando la tromba su a Oropa, per la valle, e giù ai bagnanti d'Andorno e di Cossilla: così per l'entrata principale dello stabilimento sfilarono molte gentili spettatrici, e pel cancello che dà al sentiero dei monti vennero ritrose le guardatrici di mucche, e pieni di voglia i robusti garzonotti.--Sullo spiano innanzi lo stabilimento, ponendo delle panche e dei sedili si determinò uno spazio rettangolare: in giro la gente si affollò, ai posti d'onore sedendo le dame e i cavalieri, dietro, le ancelle e i valletti, dietro ancora, il popolo minuto; fu dato il segno: e nella onorata lizza comparvero i campioni.... Sei o sette giovanotti, i quali entrarono colle gambe in un sacco, se ne strinsero le funicelle intorno alla vita; e poi al suono di una musica olimpicamente eccitatrice di muscoli gagliardi, presero a saltare verso la meta, balzando innanzi come spiritati, e cadendo arrovesciati, impigliandosi, e sorgendo da animosi.--T'assicuro che proprio bisognava ridere di buon cuore, e bisognava applaudire, perchè nella gara non c'era punto pericolo, ma c'era tutta la gioia e tutto lo spettacolo grottesco: si rise e si battè le mani a tutti, e se pel vincitore non s'intrecciò una corona classica, poco male, che per lui splendette nelle mani della patronessa un dieci lire d'oro, caro come un sole. Dopo di che, la lizza non fu contrastata colla forza, sibbene colle dolci paroline, e le coppie, dapprima vergognose, poi audaci per gli applausi e pel vicino tempio di Bacco, largo dispensiero di vini, le coppie del ballo popolare slanciaronsi, rispondendo all'invito del programma: bagnini, montanari, bagnine, cameriere, stancarono le gambe, non le voglie, fino all'ora di cena. Evvivano gli spassi!

* * *

Dopo cena trovammo sullo spiano e sul terrazzo, dondolanti sui fili all'aria del vespro, tanti palloncini di carta, lisci o crespi, e d'un colore o di due o di tre: e vedemmo un aereostato salire maestosamente, su, su e mostrare alle nostre bocche attonite la sua boccaccia infuocata, e su, e su.... Non scorgemmo più niente: invidiammo gli immensi campi della poesia azzurra, ci fecimo augurio d'essere palloncini: ma oh! a rammentare la nostra natura impotente un altro aerostato compagno non volle spingersi, dondolò, si fe' ribelle a tutti i voti, e cadde a terra, con una fiamma fugace, ricordandoci quel detto di Salomone sulla vanità delle vanità..... S'accesero i palloncini variopinti, e da tutte le finestre dello stabilimento brillarono due candellieri: illuminazione fastosa ad onore della Dea Salute, e della sua invidiata sorella Contentezza. Pel contrasto dei lumi, fatti bui il monte e la vallea, lo spazio allegro parve più ristretto e più affollato: molti rossori si confusero ai riflessi dei palloncini vermigli, molte ritrosie furono vinte dall'onda armoniosa, e la danza regnò, esultò, non diede più stanchezza. Intanto da una rupe di faccia al teatro della gazzarra, salivano al cielo, squarciando l'aria e crepitando e scoppiando, cento razzi a pennacchi di fuoco, a gruppi di stelle, a luci vividissime; le girandole disegnavano vortici di scintille: il bengala tricolore pingeva, come nei sogni delle fate, il paesaggio sì da farlo credere trasparente: e un immenso falò finale annunziava a quei di Cossilla e Andorno il tripudio dei bagnanti confratelli.

* * *

Dopo il falò lo spiano fu animato da fervidissime danze: e incominciò la festa, la vera festa distinta, nelle sale. Udimmo un pezzo a quattro mani, eseguito con sì gentile intendimento d'arte elettissima da farcene per lungo tempo aver caro il ricordo: udimmo un motivo della _Linda_, che fu un regalo grazioso. Poi fra le danze e i complimenti, c'intrattenemmo discorrendo della giornata, e ognuno facendone la chiusura colle più grate lodi. Non era finita, no! Con grande sorpresa, a dieci ore, squilla la campanetta degli arrivi, e s'odono la voce del maggiordomo e i passi di nuovi venuti. Chi saranno? a quest'ora? che?... Entra nella sala un'elegante _dottore Dulcamara_, con uno spigliato _moretto_: quello pieno di gentilezza per le signore, e questo di regali: lo _specifico elisire_ ci venne offerto con canto briosissimo e con lazzi sollazzevoli da eccitare le risa le più belle. La sera si passò piacevolmente, e a mezzanotte la sala era ancora lieta e affollata.

* * *

Il dì dopo a mattina, molte camerine di bagno furono deserte, ma a capo di molti letti posava il mazzetto di fiori offerto, gentile testimone alla schietta gioia della sera e del placidissimo riposo della notte.

E s'io ebbi il mazzetto ti confesserò a voce, e in un orecchio ti dirò....

LAURA.

DALL'OROPA.

(LETTERE ALLA _Vita Nuova_.)

I.

Dallo Stabilimento Idropatico Mazzucchetti.

All'altezza di mille metri press'a poco sul livello del mare, tra il flagellare rabbioso della doccia orizzontale, della pioggia, del soffione, della circolare, e le bastonature della colonna mobile e il rombare cupo dell'acque che s'avventano nelle vasche dei bagni _scozzesi_, colla massima convinzione affermo e provo che, fra i sorrisi delle bocche contente, a questo mondo si deve porre non ultimo quello dell'uomo, che, uscendo di sotto ai freddi portici di uno stabilimento idropatico, va alla sala di lettura, e, per aspettare la tarda campanella del pranzo, piglia un giornale qualunque, e due, e tre.... Un giornale? Che cos'è? Come si fa? Che affaracci ci sono laggiù nel basso mondo?... Mah? È gran che se l'uomo capisce qualche cosa delle _sessantamila lire_, dell'articolo di fondo, dei dispacci turchi e dei serbi. Ma ecco il bollettino meteorologico:--32, 34, 35 gradi! A Milano si bolle come la minestra, a Bologna si va in brodo, a Firenze si prepara l'arrosto. Oh implacabile cielo! Cielo, che ti compiaci dei nostri _foulards_ agitati, degli incessanti ventagli, dei nobili sudori e dei plebei, delle tolette svelatrici e de' costumi senza foglia o camicia!--Mi pare di vederla questa Milano!--dice l'uomo:--Vampeggiano i tetti coi mille fumaiuoli abbrunati, vampeggiano i selciati lucidissimi, vampeggia il Duomo, come un gigante calcinato dal sole, e sulla maggiore aguglia la povera Madonnina dorata saetta dei baleni scottanti. La città è mezzo deserta. Chi ha fretta s'impaccia sotto le tende sporgenti dalle botteghe e magari sogna una cabina da bagno in riva al mare: corrono gli _omnibus_ e i _broughams_ sopraccarichi di bauli, colle bianche faccine di dentro, che vanno a farsi brune, e i cocchieri sul serpe, colla facciona cioccolatte, che, rubando la corsa al padrone, andranno all'osteria a farsi _biondi_: gli scolaretti, che all'esame hanno trovato lo scoglio del greco o dell'algebra, fanno trottare le sartine, e le sartine, nell'odoroso percale, sudate, rubiconde, rompono l'aria insidiosamente: gli uomini d'affari hanno comperato il parasole: le sentinelle personificano la rassegnazione umana: i preti guardano insù; ma solo le portinaie discinte escono giù cogli annaffiatoi in mano e i numeri del lotto in cuore: il cielo è un piombo che non lascia sperare una stilla. Chiuse le persiane dei primi piani, secchi i fiori degli abbaini, colme le tazzone di birra per gli uomini, e dallo sciame minuto della poveraglia invocati i sorbetti della carriuola tintinnante.... Oh che arsura! oh che sollione! oh che vita! Solo godono un po' di fresco le beghine sdentate, che all'alba lumacano alle chiese chiamate dalla campana pettegola, e i gatti unghiati, che in ogni ora del giorno scappano alle cantine muffe senza buscarsi il raffreddore.... Oh, per carità del buon Dio, venga presto la sera per lasciarci dire: anche oggi è andato! La sera, dopo una passeggiatina calma e silenziosa, si va al caffè, su una piazzuola, dove ci sia un filo di verde e ancora qualche abitino assestato alla persona e qualche scarpetta bassa. Ah! come ci sediamo volentieri! Bell'invenzione, sapete, quella delle seggiole di legno piegato a vapore, leggiere come una galla, col sedere che lascia passar l'aria! Facendoci vento col panama e col fazzoletto, aggiustandoci più in su dei ginocchi le pieghe sudate dei pantaloni, torcendo la faccia a una buffata di fumo caldo che c'invia il vicino, ed occhieggiando:--Il tale?--si domanda.--È andato in campagna, alle acque, ai monti, al mare.--Sì?--Sì.--Eh! ci andrei anch'io, se....--Che cosa?--(Non si vuole confessare la verità e si dice:)--Se non avessi affari!--Si è pigri, sissignori: si temono i bauli, il viaggio, le novità, l'eleganza, le donnine.... Passano i giorni e i giorni: si rimane soli. Il tale? Partito. Il tal'altro? Partito. Al caffè non si trova più una persona, che c'inviti a quattro asciuttissime chiacchiere: la frutta è cara: il caldo addoppia, lo dice il termometro della Galleria. E come si dorme? Come si ha appetito? Come si passeggia e si accudisce agli affari? Eh lo sapete, il lenzuolo è di troppo: il ghiaccio rovina i denti: i boschetti incominciano a perdere il loro verde intenso, se non piove! Si dorme allo scrittoio, si appisola negli uffizi, si russa nelle chiese e nelle caserme.... Mi ricordo che in una di quelle giornatacce da forno m'era saltato un ghiribizzo strano, caldo caldo: eh! quistione di nervi, sicuro, e vi dirò che....--così ciarla l'uomo, e lascia il giornale, si guarda l'unghie, che forse sono ancora livide per la doccia, dà una stropicciata alle mani, vede dalla finestra passare di fuori, galoppando, una signora imbacuccata nello scialle: si sente un brivido all'osso sacro e capisce che non ha fatto bene la sua _reazione_. Allora sorride.... Uomo contento! esce dalla sala, è innondato di sole, è avvolto nell'aria frizzante, vede monti e valli e cielo e cielo: giù il piano sterminato: muoiono le tinte verdi nelle azzurre: spiccano paesetti, città, serpeggiamenti d'acque: poi si stende come un mare trasparente e celeste, una vastità fantastica, un regno di vapori....

Quell'uomo è contento. Lo volete contentissimo? Supponete ch'egli sia un giovanotto, il quale non pensi di correre dietro alla signora infuriata, nella veste da camera, colle ciabatte senza tacco, col naso rosso e i capegli impastati sulla fronte (marchesa, mi perdoni!): supponete che salga gli ottanta gradini della scala, fra la parata dei lenzuoli, e giunga alla sua cameretta. Questa è piccolina, col bel letto di ferro, gaia, colle persiane rinfrescate da riflessi verdi chiarissimi, col calamaio secco e la penna rugginosa.... Bene! Scriviamo agli amici, poco, pochissimo, quello che si potrà: già ci sono le circostanze attenuanti.... Che cosa scrivere?... Giuro che la doccia smorza la fiaccola della fantasia, l'orizzontale cambia il cuore in un pezzo di ghiaccio, e il semicupio ad acqua corrente ci condanna a bassa prosaccia. Che cosa scrivere?... Nella camerina, ad un piuolo pende un cappello biellese che ha un mazzetto di _rododendron_ nella ghiera, un fiocco di _mignin_ morbidissimo, una vaniglia, una _concordia_ e una violetta del pensiero: poveri fiori appassiti in quattro giorni! Sul tavolo c'è una Guida, con un itinerario attorno al Monte Rosa, segnato da grandi chiazze bianche che vogliono dire ghiacciai, da nomi francesi e tedeschi, da vene lattee di torrenti: lì in un canto c'è un lungo bastone, che, come quello di santo Antonio, porta legato all'estremità il conforto dei pellegrini: eccovi la fiaschetta impagliata del rhum.... Il giovanotto lascia la penna, e colla matita schizza lo stemma del Club Alpino, lo scudo colla stella, sormontato dall'aquila coll'ali tese, accompagnato dal cannocchiale, dalle corde, dal piccone, dalla scure. Il giovinetto lascia la matita e rimane appensato. Non sono i monotoni ricordi della città! Non l'acre ridestarsi di quei ghiribizzi strani, che si guariscono coll'idropatia! No, no, no!... È la sana, la liberissima, la grande aria dell'Alpi, che, per così dire, irrompe nella cameretta a dare sfondi, a ricolorire monti e valli e cielo nella fantasia dell'uomo innamorato!

