# Storia di un'anima

## Part 13

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Monti di Borzoli.

E un dì venni a te, cappelletta sulla montagna.

Avevi la facciata al mare, la scabra facciata su cui il mattino dava rosari di perle colle gocce di rugiada tremolanti sui fili dei ragni; su cui la sera stendeva palii di luce freddissima coi raggi della luna. Io non so chi ti pregava, pallida Madonnina del cimitero; so che non vidi mai fiore, ne' lumicino, so che il marinaio t'ama, o Vergine, sulla prora del bastimento, sculta in legno e tutrice di viaggi lucrosi, so che ti baratterebbe con Venere lasciva se nei porti tu rechi cinque e quella sei!

E venni a te, cappelletta sulla montagna. Tu vegliavi i morti, i morti nel povero cimitero, ove il mattino portava sul vento della marina il fumo delle fervide industrie, ove alla sera le aliuzze stridenti degli acridi tra l'erbe turbavano il lontano soavissimo bacio dell'onda. Io non so chi vi pregava, o morti; so che non vidi mai fiore, nè lumicino, nè croce, so che la requie è squallida tra la vastissima vita, so che il sospiro di un moribondo corrisponde al gorgoglio della spuma perdentesi tra la ghiaia, allo sfaldarsi di un sasso, al battere delle zampine di un insetto, all'aprirsi di una corolla al raggio mattutino. Dico la vita, e intendo quella della natura tutta, che opera dalla polvere dell'ossa del primo animale al fremito della fecondazione nell'imminenza di questo minuto in cui voi coordinate il suono di due lettere; la vita che fu, che sarà: la stupenda attività delle forze, la strapotenza di quella gittata di dadi che si chiama il destino.... E se l'uomo doveva esser parte della famiglia, e la famiglia della tribù, e la tribù del regno, e i regni....--No: fallata è la via, perchè tolsi i nomi dall'autorità minuscola, che si misura a giorni, ad anni. Dirò: se l'uomo doveva essere l'atomo turbinato dal tempo, in questa esistenza complessa della umanità, sia pure e sia fatalmente: ma la coscienza della vita individuale di ogni minuto, tormentata dall'ironia di quell'infinito Tutto, che tutto ingolla, io non so perchè fu data, e a quale ineffabile martirio!

Ero lo stanchissimo viandante; venni a te, cappelletta sulla montagna, e, arso dal sole, cercai un'ombra.... Riposai all'ombra dei cipressi.

PLATONISMO?

Pegli. Hôtel Garcini.

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--Oh, oh! perdoni, ma questo poi no!

--Marchesa, mi ascolti, e non rida, s'io dico: _un po' di scetticismo!_ Lei si spaventa alla sola parola, ma, in pratica, quante volte Lei fu più scettica di me, che oggi voglio scherzare. Dunque? dicevamo?

--Lei diceva....

--Dicevamo dell'amor platonico. E lei ci crede?

--Stupenda creazione della poesia! Platone, imaginando la teorìa sua, unì il cielo alla terra: fece la donna sorella dell'uomo: levò gl'innamorati alla incorruttibilità degli Dei.

--È vero, mah!... E Platone istesso diede esempio, amando....

--Amando.... Come avrà amato lui!

--Amando una donna di sessant'anni. Oh! ma perchè si sorprende, marchesa? Sarà stata un'intellettuale bellezza, pari sola all'ideale altissimo della mente del filosofo. Non crede, marchesa? Ecco la natura umana! Anche lei! ammira la teoria, mi sfiderebbe perchè l'appanno d'un dubbio, ma non amerebbe un Platone di sessant'anni!

--Gli è storica questa circostanza?

--Certo.

--Mi pare....

--La tolgo dall'imbarazzo, marchesa. Platone da quell'amore metafisico calò alla terra, e amò la giovinetta Agatissa.

--Sarà stata bella?

--Ecco la natura umana!.... Dicevamo? Se mi lascia continuare le dirò....

--Dica.

--Le dirò che gli antichi non accettarono la sentenza di Platone: la poesia greca e la latina non sono velate. Sorse il cristianesimo, e illuminò le anime degne dell'Ideale: la gran folla fu travolta nelle turbinose vicende dell'evo-medio. L'amore platonico comparve nel duodecimo secolo, e sorsero i trovatori che inneggiarono la bellezza e i cavalieri che facevano voto di pugnare contro la forza brutale a difesa del sesso gentilissimo. Nei romanzi si disse tanto e tanto, ma.... Una colpa è dei novellieri, i quali crearono tante _mandole_ da far credere che ogni cuore avesse cinque o sei o sette corde armoniche: mentre invece i cavalieri, che partivano per le guerre o le crociale o i pellegrinaggi, trattavano la donna come un usciere tratta un mobile impegnato, coi suggelli e coi _visti._ Natura umana! Venne il Petrarca:--La bellezza terrena sublima le anime nobili all'amore perfetto della bellezza celeste--e, così strimpellando, cantò, cantò, cantò: ma poteva anche lasciare qualche ninnananna (giacchè ha addormito i lettori) per addormire anche i suoi figliolini, lui.... che.... Messer canonico, chi ve li cullava i vostri, la bionda, la nera o la castagna?--Ogni anima gentile, sì, amando la donna di un altro, o fingendo d'amarla, dalla bertesca dei poeti ne lodava i rigori, i virtuosi rigori, o le compassionevoli concessioni: e così la donna-moglie e la famiglia furono lasciate ai poverini senza garbo, che temevano di avere alle tempia.... l'alloro. Dalla cavalleria platonica l'Italia ebbe l'ordine dei cavalieri serventi: servivano la dama, acconciavano il marito, che li eleggeva leali, devoti, a curargli il sacro deposito. Era il tempo delle calze rosate, delle giarrettiere a ricami, de' nei capricciosissimamente svelati o nascosti, e il servente doveva intendersene meglio d'una cameriera; e il marito saliva in Parnaso, accademico e gingillato, sotto il nome di _cortese_ o di _astemio...._ Ai nostri dì? Le istituzioni sono varie: non hanno veramente una _ditta:_ il capriccio svolazza fra mogli e amanti: e i mariti, distrutto il Parnaso, salgono agli onori o al palcoscenico. Natura, natura umana! Siamo di creta: gli è il guaio: e se nella nostra creta si fa uno screpolo, chi vi fa capolino? La testa del serpente che tentò Eva. Vede, nemmeno si può discorrere a modo, perchè oggidì la gente va, viene, sta, ride, piange: una confusione!...

--Ride anche lei?

--Dove siamo andati colle ciarle? A dir male dell'amore platonico, di cui fu detto troppo bene. Comincio a dubitare dell'amore platonico....

--Comincia? Grazie: con quello che ha detto! Finisca.

--Finisco con una cattiveria che ho letto in un libro. Sofia era un'amante poetica, ideale: e _lui_ un bravo giovinotto che credeva alla espressione: _amo la sola anima:_ come si vede, di poca esperienza, e sì che aveva due bellissimi occhi. Ma perchè mo' non si deve credere alla sola anima? Natura umana! È tempo di dire la vita com'è, di calare dalle nebbie dell'ideale: sono nebbie che danno le malattie, e queste lasciano il nervoso, e questo ha bisogno dell'idropatia. Dunque? _Sofia e Gilberto:_ storia non mia.--Gilberto dal suo dovere fu chiamato sul campo, combattè, e perdette un occhio. Sicuro, sicurissimo tornò a Sofia: e lei? Fu donna, fece una smorfia che le impedì di vedere una medaglia al valore guerresco.--Ma dunque? non amavate l'anima?--_Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, come contemplerò io debitamente la vostra, or che ve ne manca uno?_

--Ah che scetticismo!

--Che cattiveria!... Ma chi insegna a noi uomini ad essere così cattivi? Marchesa, prendo il cappello, per non essere obbligato a rispondere alla mia domanda.

SUICIDIO?

Oggi il mare ci fa un regalo. Strozzati lì in un canale della scogliera, si contorcono cinque o sei foglietti di carta. All'ora del bagno li vedevamo galleggiare, lucidi abbaglianti: stasera ci portano i numeri del lotto? Peschiamoli e vediamo. È carta scritta. Ma come? ci trovo delle parole, non so.... Prima che vadano a girare prosaicamente tra le gambe delle lavatrici di Cornigliano, peschiamoli e leggiamo, signora marchesa. Sono note? sono frammenti di un libro? Che diamine?... Senza commenti, proviamo a incominciare.

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Foglietto I. _Nel dì de' morti._ Venne nella casa la coltre del cataletto? Venne, come è destino, e si partì. Tutto si partì? Ecco il vuoto: ecco le religioni soccorritrici. Io so che qualcosa si affaccia agli usci, tiene in rispettoso timore i vivi, guarda le gocce di cera sul pavimento o i petali sparsi di qualche fiore o la segatura, fa più triste il silenzio, più desolato il disordine, occupa nessun posto, e li occupa tutti, sorprende nell'aria nauseosa pel fumo delle torce l'ultima preghiera morente del corteo che sfilò, la prima parola di comando che disse l'erede, saluta gli oggetti che saranno dati ai legatari, s'appiatta dappertutto, sbuca dalle pieghe del testamento e domanda:--È finito?--È finito: il morto viaggia al cimitero. All'indomani tutto sarà come prima, come un mese fa, come un anno fa: ognuno ripiglierà il suo posto: pare impossibile che possa essere altrimenti.... O Dio! il posto vuoto è divenuto un altare, e noi aspettiamo _lui_ o _lei_ che aspetta noi! Fede abbiamo ogni giorno: ma quando sommeremo gli anni agli anni, tristissima desolazione sarà quella di accorgerci che ricordiamo un nome ai figli, o ai figli dei figli, che la vicenda della vita fu varia, che il tempo, il quale raschia le iscrizioni sulle croci di cimitero, cala e cala le sue nebbie nell'anima nostra! E noi giurammo eterno dolore!.... Nevicò tanti inverni in camposanto!... E noi? O giovani, noi saremo su un seggiolone, scongiurando la morte che ne stia lontana, o giù tra le quattr'assi nell'eterno buio. E voi, o fanciulle, che leggete sorridendo, avrete fatto portare l'inginocchiatoio di penitenza nella parrocchia e più vicino ogni dì al confessionale e all'altare delle sette indulgenze, o basso giacerete colle mani in croce. Se avremo figli, noi dagli occhi di quelli, quando ci si stringeranno attorno domandando:--State bene?--noi attingeremo gli sbiaditi ricordi di pianti e di sorrisi, e ci interrogheremo sconfortati:--E noi giurammo eterno il dolore?--Se avremo figli, essi verranno sulla nostra fossa e prometteranno di venire sempre: ohimè! pongono una croce di legno: è l'immagine più vera del dolore: essa perde il nome, si tarla, si sfianca, cade, e serve a cuocere la cena alla famiglia del becchino.... Nevicherà tanti inverni in camposanto!...

O giovinetti, o giovinette, ascoltate quel ch'io vi dico nel dì dei morti. È silente intorno a me la campagna: solo le squille di una campana lontana mi giungono attraverso il bosco, come le voci venerande di chi non è più, versandomi nell'anima i ricordi del passato: s'agitano i penduli tralci delle viti, quasi facendomi cenno ch'io mi raccosci sotto i loro padiglioni e pianga: scrosciano sotto a' miei piedi le foglie secche dei roveri, ed ognuna parmi dica:--Così passano e sono calpestate le speranze!--: il vento investe il bosco, e l'ondeggiare delle cime dei pini mi sembra saluto mestissimo dell'autunno che muore.... Addio!...

--Poesia!--suonarono a me d'intorno i fremiti della gran lira di Dio, dalle mille e potentissime corde vibranti in ogni atomo delle cose create. Amore! Dissi sorrisi del cielo alla terra la blanda luce dei crepuscoli e l'azzurra immensità degli spazi dell'aria e i lieti colori dell'arcobaleno. Amore abbracciò! Chiamai vincoli di una unione fecondatrice i raggi solari e le piogge. Amore sorrise! Chiamai saluto il tremolare delle stelle, contemplazione il prodigio delle tenebre, assopimento d'estasi amorosa il silenzio notturno e bacio il riflettersi della luna sulla superficie delle acque. Amore suscitò le divine armonie della natura! Ascoltai voci di un linguaggio inesauribile nei venticelli che accarezzano i fiori e danno al mare il gorgoglio e l'argento della spuma!... Guardai la terra. Amore abbracciò, sorrise, suscitò le divine armonie della Natura. La terra si popola d'animali e si veste di piante. Dall'elefante all'infusorio, dal pardo bellissimo al verme, dall'albero il più spaventoso per mole alla vegetazione microscopica, dalla rosa ch'è la regina della primavera, a quella _parmenia_ che fa orrendi i crani insepolti, passa ed accende e trascina una corrente animatrice. Nozze perpetue nella Natura, sulla terra, nelle acque, nell'aria, sempre l'opera di una potenza ineluttabile, maga divina dalle multiformi trasformazioni. Guardai l'uomo. Amore abbracciò, sorrise, suscitò le divine armonìe dell'anime innamorate. Canti d'amore s'innalzano dalle culle, dai tetti virginali, dai talami: sorride il bambino alla mamma: erra smanioso col pensiero nei labirinti fatati dell'avvenire chi delira per un volto tra mille carissimo o per una larva azzurra figlia solo di cupida fantasia: freme al dolcissimo bacio la sposa e freme il compagno: tra i baci della febbre e la febbre dell'amore è concepito l'uomo nel ventre della madre. Nasciamo per l'amore e per l'amore viviamo!--Ama!--è il _fiat_ divino della conservazione del mondo.

Se il sole dell'amore non ci scalda il cuore negli anni della giovinezza, l'anima si agghiaccia nel dubbio e bestemmia delirando:--Chi sono io? e perchè sono?--Addio, addio, tranquille e sante illusioni di un dì! Nel dubbio voi, fanciulle, consultate e consultate lo specchio: noi, giovani, apriamo lo scrigno: nell'anima inaridita nascono i tossici della solitudine, le invidie: e le invidie per chi? O Dio! per l'amica che sciupò i fiori virginei, gittandoli nella carrozza di un milionario paralitico pei vizi; per l'amico che s'inchinò innanzi alla giumenta d'oro. Addio! È sepolta la giovinezza al suono di due campane:--Odio a noi stessi; odio al nostro destino: è sepolta desolatamente, e se ad essa si dovrebbe porre un'iscrizione, questa sarebbe--_Semper pro me._ La trista virilità viene innanzi con tutta la ipocrisia della posatezza. Addio!... Chi siete? Siete, o madonne, le arpie in cuffia, e la bibbia vostra è il libro dell'_avere:_ siete, o messeri, i mestieranti e nel cuore avete la bottega la più sozza. Andate, andate per la via fatale che vi è prescritta. Nessuno avrà dolore per voi: e perchè? Ma quando comprendeste l'amore? E l'amore è fede.

Venite, o tranquille e sante illusioni del futuro! O giovinetti, o giovinette, amate e fremete. Accogliete nell'anima il raggio che vibra dalle pupille intensamente fisse in voi: il cuore ribollirà nella speranza, ed esulterà trionfando:--Sono potente! E sono per amare!--Nella religione dell'amore troverete a fratelli i brutti, i sofferenti, i poveri: e farete somma carità con uno sguardo più che con tutte le limosine ufficiali: benedirete al sole, perchè è l'amore dell'universo, e scalda il cedro e scalda la muffa. Venite, o tranquille e sante illusioni del futuro! Baciatevi, o sposi, e fremete. Tra le due teste giovanili ecco la testolina di un bambino. Date fiori nei capegli a quel bambino, sulla culla ove dorme, al seno che lo nutre. Fiori nelle manine di lui che s'alzano al cielo, fiori tra gli occhi suoi e quelli della fanciulla complice dei primi pianti soavi e dei primi sorrisi consapevoli, fiori tra la sua mente e l'azzurro e cadano sulla testina di _lei!..._--Anche tu ami, o figliuolo? O donna, il figliuolo nostro ama! E chi non ama? E la sua vergine sorride.--Fiori alle vostre nozze.... Amore! amore! amore!...--O figliuoli, ho irrigidite le membra fatalmente. Sugli occhi posatemi un fiore, ed uno sulla pietra.--E si muore! Ma la vita fu vicenda di fiori e d'amore....--E la donna? Come volarono gli anni! La mamma, sempre santa, bellissima, felice, sempre porse fiori e sempre amore. E porge fiori alle tombe...--Andate, andate per la via fatale che vi è prescritta. Chi ama piangerà per voi. Sempre comprendeste l'amore. E l'amore è fede.

E se la fede cancella il dolore a poco a poco è dono d'Iddio. Dico a voi che piangete, a voi che sorridete,

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Foglietto II: _Confessioni_. Foglietto III: _A mia sorella_. Foglietto IV....

* * *

--Perchè non legge più, marchesa?

--Mio Dio!... perchè.... sa lei?... Sono commossa....

--Ha gli occhi rossi.

--Non so.... Ho paura che ci arrivi una brutta notizia.... È un presentimento: chi ha scritto queste cose si è gittate in mare.... Temo.... Perchè furono sparsi quei foglietti sull'acque?... Temo un suicidio.... Chi può avere scritto?

--Si ricorda, marchesa, di quell'artista che a Vado andò in _omnibus_, chiacchierò tanto e poi perdette l'albo? Il vento l'avrà portato al mare, quell'albo, l'avrà sfogliato, disseminando le _confessioni_ su per l'acqua.... Si ricorda di quel poverino?

--Era ubbriaco!

POESIA.

Porto di Genova.

O _Zena_ procace, dall'Aquasola dominatrice del mare e dei colli di Albaro e degli orti del Bisagno! _Zena_, gemmata di ville da Portofino ad Arenzano, sullo sfondo degli argentei uliveti o delle montagne boscose, con tanto azzurro di cielo da darlo a scialacquare a mille poeti! _Zena_, aperta al libeccio che da Spagna ancora spira l'alito infocato dell'arabe fanciulle nel sangue de' tuoi figli _Sabazi_, _internali_, _ingauni_ e _genuati_. _Zena_, consolata dai ponentelli freschissimi puritani, bruna donna di Lerici, bionda etrusca di Sarzana, _Janua_ antica, perfino le tue fortificazioni mi sembrano fascie e corone d'amore alle pendici caldissime!

Quante volte io volli sapere, più che la tua fastosa voluttà, la tua potenza! E seppi che Filippo Visconti, quando l'ebbe nelle spire della sua biscia, si credeva già signore d'Italia. Il duca d'Alba vedeva l'occupazione tua come la base ad una monarchia saldissima. Se il duca di Zenua ti avesse aunghiato per la Spagna! Il signor Le Noble scriveva a Luigi XIV: «Genova e Marsiglia unite sotto lo stendardo dei fiordiligi darebbero legge a Cadice e ai Dardanelli, terrebbero la Barberia in forzato rispetto e farebbero tremare il sultano nel suo stesso serraglio di Costantinopoli.»

Ma non so più leggere. Quando il luglio è implacabile coi suoi trenta gradi, io fuggo le morte biblioteche. Io voglio l'aria, il cielo, il mare! Io voglio amare!... Amo voi, o marinai di _Zena_, che storicamente ancora intarsiate nel vostro dialetto tante parole arabe, spagnuole, greche e francesi; amo voi, o vele, o chiglie, o coste rivestite di bordature, impernate, calafatate, colle fodere di rame, o alberature sorelle! Ah! so che colle vostre bestemmiacce, colle tinte sudice e coi rappezzi grossolani come quelli sulle tonache dei frati, colle corde bisunte, colla cifra fatta in catrame e la solita [ancora] GENOA, coll'odore di mare salato, voi fugate la poesia a mille miglia lontano a rimbellettarsi su qualche paio di _labbra di corallo_, a incipriarsi su qualche _collo d'alabastro_.... Ho detto la poesia? Ho sbagliato: dovevo dire la Nonna poesia: quella in cuffia, colla tabacchiera e il mazzo dei tarocchi lì sul tavolo: è titolata, sfoggia genealogia e stemmi, e nulla fa di bene se non ha le rose dell'aurora, le polite pieghe del peplo, le note della lira, il profumo dell'olimpo: cinguetta coi poeti e i professoroni ufficiali, è pettegola e si liscia. Via! di codesta donna marchesaccia siamo stufi. C'è una bella scapigliata, con grand'occhi acuti, senza rimario sotto le ascelle, senza svolazletti, la penna d'oca e l'elmo di Minerva, c'è una giovinetta che s'asside anche all'ombra delle vele, viaggia coi marinai e mangia il pane duro, conta i soldi e canta Dio e il mare. È la vera poesia. E Natura, diffondendola in ogni atomo delle cose create, non le disse mai:--Sarai aristocratica: sarai democratica,--ma le impose:--Non mentirai!

Voglio conoscere la potenza di Genova? Vado a gustare la grandiosa poesia del suo Porto.

Il molo vecchio costrutto da Marino Boccanegra nei faustissimi giorni del Comune, il nuovo d'Ansaldo di Masi, la Lanterna su cui si accesero i primi lumi nel 1316, il robusto emporio del Portofranco, i porti di sbarco, gli argini, vorrebbero ancora dieci trombe di _cintrago_ che li proclamasse ai regni dei voli lirici, o meglio dieci portavoci di capitani che rivelassero a questo bassissimo mondo quante _doble_ hanno fruttato, e quanti futuri dii frutteranno. Sull'immenso sfondo verdognolo azzurro nereggiano gli scafi snelli dei mille bastimenti: e sugli scafi s'inclinano i bompressi, si drizzano i bassi alberi, gli alberi di gabbia, quelli di pappafico e l'aste: le sartie s'appoggiano alle gabbie, i pennoni recano il velame arrotolato, e le corde, le puleggie delle _manovre dormenti_ e delle _correnti_ formano gli apparecchi altissimi dei lucrosi saltimbanchi del mare. Anch'io userò il vecchio paragone: il porto è tutto una selva nella quale i venti vogliono i loro giochetti, ed ecco le vele triangolari, le quadre, quelle che tornarono sbrandellate, il fumo dei tubi ritorti, e i tubi sbiecati. Come hanno giocato in alto mare! Lo sanno i marinai che hanno appeso quindici o venti voti al santuario di Savona, o i marinai che hanno appeso il loro sacco d'ossa ai corallumi del glauco cimitero. Nel porto si stringe la gran famiglia: le prore sono, per così dire, i volti, le poppe danno il nome di battesimo, l'alberatura di tre, di due tronconi, segna la casta e l'anima è giù nella pancia. Le barchette vanno e vengono, come i domestici, come le formiche intorno al granaio. Io vorrei dirvi il giuoco dei riflessi del cielo e del mare, le bolle delle aspergini tranquille, gli scherzi dei vermi marini sulla costa, le gradazioni. Ma non posso! Però voglio dirvi come appaiono tumide le vele tese dal vento, come imbizziscono le banderuole a fiamma e come sembri che i catenoni dell'ancore e le scalette giù giù tremolino col tremolare degli strati dell'acqua e si perdano in un serpeggiamento vano.... Ma che? Come mai si può osservare? Genova è Genova: la folla è turbinosa, l'affaccendarsi incrociantesi.... La locomotiva su un argine ripiglia fiato rapidamente ed urta i vagoni a specchiarsi in mare. Bestemmiano, inturgidendo i muscoli, i nudi facchini michelangioleschi: i carrioni con quattro, sei cavalli accodati sembrano dire:--facciamo tremare la terra, la terra è nostra:--si fischia; si urla; si inneggia.

La scena, o signori, è unica, e l'entrata _gratis_; vedete:--il mare, il progresso, e su il guadagno, e su ancora la poesia, e su ancora il sole che ride di tutto.

--O marinaio poeta, che hai letto nel gran libro dell'utile e nelle grandi notti sull'estensione dell'Atlantico, dimmi le tue rime.

--Cuoio, acciaio, canape, corna, indaco, cocciniglia, grano, olio, pepe, pelo di camello, tonno, salsapariglia.

--Ma no, che non sono rime! Noi diciamo _amore_ fa rima con _dolore_. Non capisci? E sei _homo_, come me, sei _homo sapiens_.

--Che cosa dice?

--_Homo sapiens_ significa uomo sapiente. Ah? tu non intendi il latino, sicuro.

--Uomo _sapiente_?

--Ebbene? Ci pensi?

--Nulla affatto. Fa rima con _niente_.

A questo punto il sole che rideva, mi parve sghignazzasse: io, furbo! apro l'ombrellino.

GENOVA.

S'io fossi il _cintrago_, il banditore medioevale di Genova, da ogni legno che venisse di Sardegna con sale, ne riscoterei mine tre: e mine tre o mine una di grano da ogni legno che tornasse di Corsica, oppure _de Maritima et Romania_. E poi _marabottini_ d'oro dalle galee che andassero in corso al di là della Sardegna o in Ispagna. Adunerei il popolo a suono di tromba, citerei ai placiti, ordinerei le guardie della città, pranzerei coll'arcivescovo, e davanti a qualche palazzo de' Fieschi, de' Grimaldi, dei Doria, degli Spinola, per privilegio di magna prosapia fasciato di marmi bianchi e neri, canterei le glorie di Genova mia. Vorrei essere il _cintrago_ e campare vecchissimo vecchissimo, dal tempo dei consoli ai dogi biennali, e dire:--N'ho vedute di cose traverso i secoli!-

E canterei così:--Ho squillato la mia tromba pei consoli, pei podestà, pei capitani della libertà, i Fieschi, i Grimaldi, i Doria, gli Spinola, per il reggimento dei dodici, dei ventiquattro coll'abate del popolo, per la signoria d'Arrigo, quella di Roberto di Napoli e di Giovanni XXII, pei guelfi, pei ghibellini, pei dogi perpetui della stirpe Guarca, Montalda, Adorna e Fregosa, pei dogi biennali, i nobili privilegiati, tra l'imperversare delle fazioni di Portico nuovo e di Portico vecchio, pei commessari francesi della repubblica ligure.

