Storia di un'anima

Part 10

Chapter 10 3,754 words Public domain Markdown

_Lunedì 18._--Ieri a sera, vicino ad una Birreria e casa di giuoco, mentre raccontavo ad un mio amico d'infanzia i miei scoraggiamenti e le mie amarezze, udii il suono dell'orgia. Voci di donne e canti di avvinazzati.... Dio! perchè mi fai tanto soffrire?--Oggi visitai un mio amico che è felice pensando che sposerà la sua _Zozò_: cara famigliarità! dolci scherzi! tenere confidenze! _My dear Zozò_.

--Sono rimasto qui al tavolo _più di tre ore_. Non mi è uscita un'idea mediocre dal cervello. Come farò?

_(Sera)._ Dottore, dottore, senti il mio martirio orrendo. Ho amato una vergine: mi ha dimenticato: e sono legato a lei. Quella vergine non la vedrò più, ma spero nel perdono di Dio.

Dottore, dottore, come si guarisce da queste malattie? È orrendo il mio tormento! Che cosa ho fatto per meritarmi tanto castigo? Mio Dio, la mia fede era tanto gentile e l'anima mia era sì pura!

_Martedì 19._--Io non reggo più. Ho dormito affannosamente con una smania terribile.

Sono l'ultime righe che scrivo. E come se morissi e ricevessi il pane dell'amore di Dio, parlo a tutti dal profondo dell'anima mia.--Perdonatemi tutti: sii felice, tu prima di tutti e di tutte, o Carlo. Sii felice, Tu, povero Peppino, e ricordati di me che ti ho amato tanto e ti ho sempre ispirato gentili sensi di affetto e salde parole di _dovere_: cresci buono e studioso e fidente nella vita. Perdonami, o R., il mio _Tintoretto_, il mio _Giuliano_!... E Tu, Lidia, povero cuore, Tu, gentile mia illusione, ricordami, se puoi, ricordami come si ricorda un fratello. Ma non odiarmi! E perchè? perchè odiarmi? Dio ti conceda le dolcezze che a me vennero dal tuo ricordo, quelle sante paci, quelle soavi e purissime religioni. Non ti affligga Dio coi miei martirii. A te ripeto: _Sii felice! sii felice, sii felice!_ come quattro anni fa. E ricordo che anche tu mi avevi fatto questo augurio: _Soyez heureux comme vous méritez de l'être_.--O Lidia, il mio pensiero era di darti mia madre, di darti il mio cuore, di farti contenta, ed io avrei lavorato, forse avrei acquistato un nome, e Tu dovevi essere la mia _pace_. Perdonami e sii felice!--E a Te, mia mamma, che dico? Quante volte mi sarei ucciso, ma sempre ho pensato a Te. Eccoli, o mio amore sincero, costante, vigila, eccoti il mio cuore.--Non spaventarti dei miei martirii e delle mie bestemmie. Ho avuto dei momenti di fede così gentile, che Dio mi salva.

--Credevo fossero l'ultime righe! Ancora aggiungo:--O mia madre, o mia Lidia, perdonatemi, ricordatevi di me. Ancora una volta perdonatemi, perdonatemi.

_5 maggio 1882. Venerdì._--È passato più d'un anno: ed apro il mio mobiletto: e noto questa data....

Come sono invecchiato! Non ho più fede! Non ho più speranza! Non ho più coraggio! Ho aperto questo mobiletto per vedere se c'erano nascoste certe mie annotazioni di cose antiche militari.--Da Lipsia, Sacher-Masoch mi invita a scrivergli un articolo.... È questa la gloria sognata? Il mio articolo sarà tradotto in tedesco.

Chiudo ancora il mobiletto: e non l'aprirò più fino a un altro anno. E poi?

Oh chiudete me sotterra!

Non amo più le mie memorie.

SCHIZZI DAL MARE

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ACQUERELLI.

CARTA SCIUPATA.

Da Milano.

Prima di chiacchierare un pochino e di aprire un foglio solo del mio gramissimo albo, devo dirvi, o amici miei, che ai tanti di luglio dell'anno di grazia 187..., in una caldissima ora di mezzogiorno, io mi trovavo in un vagone di seconda classe: e devo dire che il conduttore aveva spalancato lo sportello, gridando:--Serravalle!--Viaggiavo da modesto _baccelliere_: avevo lasciato Milano e correvo inverso Genova. Da Genova, alla ventura, dovevo partire per qualche paese della riviera.

Ora che ho posto la data di luogo e di tempo, fedele come un notaro, permettete che io mi presenti a voi con una penna d'oca e una cartaccia in mano, come siete soliti a vedermi e a canzonarmi. Ma aspettate!... La penna, a vero dire, l'avevo già stizzosamente rosicchiata da un mezzo mese e già era caduta in minuzzoli e sfilacci sulle pagine del mio _Codex repetitæ prælectionis_: la cartaccia era nelle mie mani e sotto i miei occhi (e c'è ancora nel mio cassetto): e ve la spiego innanzi, avvertendovi che contiene tutta roba rubata. Ma per mia scusa dico che niente mi pareva di più naturale: cioè voler sapere qualcosa e volerlo con minore fatica. Se desiderate, leggete:

«Il paese compreso fra il Varo e la Magra, fra l'Alpi, l'Apennino e il mare chiamossi anticamente Liguria, e Ligustico il mare interposto fra le amene sue rive e la Corsica. Prima delle guerre e delle mutazioni di stato avvenute in Italia per effetto della rivoluzione francese del 1789, tutta quella contrada, divisa in Riviera di Levante, Riviera di Ponente e marchesato di Finale rinchiuso in quest'ultima divisione, e denominata la Repubblica di Genova, corrispondeva in grandissima parte all'antica Liguria: perciocchè la contea di Nizza e la signorìa di Dolceacqua, Oneglia e Loano erano in potestà del re di Sardegna; Monaco, Mentone e Roccabruna formavano un principato dipendente da una famiglia francese» _et cætera_: «E quantunque la repubblica signoreggiasse eziandio un tratto nella Lunigiana e una parte delle pendici settentrionali dell'Apennino verso la Lombardia, erano nondimeno i monti liguri feudi imperiali appartenenti a famiglie genovesi» _et cætera_: «Riviera di Ponente, di lunghezza littorale miglia 102: Riviera di Levante lunga miglia 60: e paesi al di là dei gioghi, come Novi, Carcare, Calizzano ed altri» _et cætera_: «Il clima di tutta la Liguria è salubre, temperato, favorevole alle produzioni più preziose dell'Italia. Il suolo non è generalmente fertile: in qualche luogo è coperto di foreste, o presenta pascoli deliziosi: in altri invece non offre se non nude ed aride rocce:» _et cætera_: come olii, vini, agrumi, castagne, fichi, mandorle ed altri frutti. «Le antichità più notevoli del genovesato sono: le rovine di Luni, presso Sarzana: di Libarna alle falde dell'Apennino e a settentrione di Genova: d'Alba Docilia (la moderna Albisola Superiore) e di Vado, poco discosto da Savona; il ponte romano....»

Vi avverto ancora che queste notizie scritte sulla mia cartaccia sono tutta roba rubata: io non ne so tanto: vi domando perdono e ve ne interrompo la lettura; perchè anche a me l'interruppe la voce del conduttore, che, avendo gridato:--Serravalle! Serravalle!--di tutta forza sbattè lo sportello del vagone.

Fu proprio a Serravalle ch'io chiusi il dotto foglio, e lo misi nella sacca da viaggio: poi, quando il treno s'incamminò, sbuffando, cigolando, sbatacchiando i cuscinetti, avviandosi colla cadenza misurata degli stantuffi e col pettegolo bollire della caldaia, io, affacciatomi alla finestrella del vagone a tutto mio agio, giacchè ero solissimo, incominciai a guardare le valli e i monti e il cielo.

E pensavo, pensavo. Al mio occhio scappavano i pratelli, scappavano i vigneti, scappavano i colti rapidamente. E qua una chiesicciuola, là una villa, qua un ponte, là una capanna di paglia mi facevano nascere cento voglie e mille... Come posso dirle certe bizzarrìe? La poesia della natura mi stringeva il cuore dolcissimamente. Desideravo due gradini su un umile sagrato, per sedermi a sera su uno e per contemplare l'altro deserto: desideravo un'aiuola di rose fiorite per gettarvi in mezzo le pagine di un libro melanconico: desideravo un fiume corrente che mi susurrasse:--_Semper_--o un placido seno d'acque in cui sfiorasse l'ali acute la rondinella e fuggisse agli azzurri del cielo: desideravo un covone di paglia dorata sul quale una villanella sedesse, intenta a cucire un grembialino.... Alla mia immaginazione la chiesicciuola mi schiudeva le porte: vedevo il battisterio polveroso, giù le lastre delle tombe, le madonne, i seggioloni, gli stinchi dei poveri morti, la luce che scendeva dalle vetriere a tramontana: ed io sedevo su un gradino dell'altare; l'altro gradino non era deserto, ma sparso di petali di fiori.... Che v'era accaduto? Mi pareva che il ronzìo dell'organo, come un calabrone s'aggirasse alle volte cercando un'uscita. La villa mi invitava ai giardini, ai prati, ai sedili, alle aiuole, alle scalee di marmo. E quanto belle erano le bianche anticamere, le fresche sale, i terrazzi inondati di luce! E dappertutto mi giungeva una fragranza di rose e di donna, e un lontano murmure di poesia, triste nella dolcezza, come la memoria o il presentimento di un sogno. Mi trovavo dunque felice, e perchè?... Il fiume mi mostrava nel suo fondo le vene rosee e candide di ghiaia, i tappeti di sabbia, i guanciali di alghe, e sulle rive i campi, i paesi, i mulini: e su e su, a ritroso della corrente, io volevo andare alle scaturigini: e là volevo piangere. Mi trovavo dunque infelice, e perchè? Ma l'acque fragorose dicevano;--Che sono le tue lagrime per il corso nostro? Noi andiamo al mare.--Il seno, che il fiume lasciava a uno svolto, aveva le sponde tranquille e le campanule tremolanti alla superficie: una fanciulla sorridendo si specchiava nell'acqua, ma le ondine gorgoglianti dicevano:--Che è l'azzurro de' tuoi occhi per la faccia nostra? Noi riflettiamo il cielo.--La capanna che desideravo si apriva, e la villana, che sedeva sul covone, cantava allegra allegra, riacconciando il grembialino del figlio morto pel figlio che le nascerà...

E così sognavo, sognavo. Al mio occhio scappavano i pratelli, scappavano i vigneti e i colti e i monti rapidissimamente.

Un treno che passò sul binario vicino, squarciando l'aria come una negra meteora, mi fece ritirare la zucca dalla mia finestrella. Dov'ero? Ah! nel vagone. Con buonissima volontà rifrugai nella mia sacca, presi il foglio della descrizione, roba rubata, e volli cercare un rifugio alle fantasmagorìe che mi rendevano il capo leggiero, come una bolla di sapone, vuoto e iridescente: feci forza per leggere, e lessi.

Due ore dopo, alla mia destra, al di là di un paese coi tetti di lavagna e le torri delle fucine fumanti come la gola di Vulcano,--io vidi il mare! Che contemplazione fu la mia! Il mare!

Era di un azzurro intensissimo: si confondeva all'orizzonte con una zona lucente: finiva alla spiaggia colla catena mutabile delle onde, che si gonfiavano colle loro crespe spumanti, piene di guizzi, di luce....

È impossibile ch'io descriva quel primo amore che mi trasse all'infinito facendomi rigurgitare l'anima in petto, spandendo il mio desiderio nei liberissimi cieli!

Quando raccolsi la cartaccia da notaro che m'era caduta di mano, e quando la riposi in fondo alla sacca, proprio in fondo trovai il mio albo sfogliato, quattro sbiaditi colori d'acquerello, due pennelli arruffati.

Sulla quale carta, coi quali colori, coi quali peli avevo intenzione di buttar giù qualche poverissimo _acquerello_.

OMNIBUS.

Sobborgo di Genova.

Filatere interminate di vagoni, ruote scorrenti nel polverio nero, carichi immani, locomotive tozzotte dal fischio che pare lamento di fatica, io vi saluto. Luccicate al cielo, rumoreggiate sotto le gallerie, scuotendo le ossa fossili dei primi uomini, portate ricchezza, col vostro strido destate il _fiat_ della vita, e col fumo mandate l'incenso santissimo, l'incenso del lavoro. Passate e passate.

Dove me ne vado io?

L'agenzia degli _omnibus_ da Genova per la riviera mi pare posta innanzi a una bottega da parrucchiere. È cosa sicura: lì, su un piazzaletto vi sono e carrozzoni e bestie e mulattieri, un subbisso d'affaracci. Mi ci incammino. Chi può dire com'io abbia le orecchie straziate!--_Sciü, sciä ven? Sciü, sciä, ven?_---Chi vuol condurmi qua, là, lontano, vicino, più oltre, sulla strada, a pochi passi, alla casa. Ma no, no, no! Voglio andare a Sestri Ponente!

Nella bottega, Balilla, l'impresario _coiffeur_, in maniche di camicia, ti rade il baffo destro, o marinaio, ed esce a dare la pietanza alle rozze; ti rade il sinistro e scappa fuori ad ungere le ruote all'_omnibus_: ti lascia, e sei tutto pelato, coll'unico pizzo genovese, sotto il labbro inferiore. Oh che figura! E intanto passano sul tuo volto insaponato ombre di code irrequiete per le mosche, ombre di camiciotti svolazzanti all'aria della marina, ombre di ruote, e lustri.... di fanali e di ottoni? Oibò: lustri d'occhi. O genovesine bellocce, per amore dei vostri occhi desiosissimi, vi prego d'una cosa: date un buffetto al damo quando vi compare innanzi col solo pizzo, e dite che i bersaglieri lombardi hanno i baffi audaci alla Manara.

Il parrucchiere, che li lasciò col baffo dritto raso, uscì col troguolo della biada.--_A Sestri! a Sestri!_--incominciò a gridare, col sorrisine genovese, quello che nasce dalla golaccia delle _palanche_ e che si invernicia di un: caro, sono tutto ai vostri comandi, da umilissimo servitore.

--_A Sestri! Sciü, sciä ven a Sestri?_--così si fece incontro a me che giravo un po' lontano dalia piazzuola, e davvero aspettavo la ventura: così mi invitò, ed io andai lì dinnanzi ad una specie di barcaccia spellata sulle ruote, aggravata su due cavallucci, che labbreggiavano al di sopra di un truogolo.

--_Sciü, sciä ven a Sestri?_

--Quando partite?

--_Allun! sciä munte chi, che mi vaggu cumme u vapure._

Ed io stetti per porre il piede sul predellone di quell'_omnibus_ che sembrava già pronto.

Intanto che il parrucchiere rientrò in bottega, o marinaio, e ti rase anche il baffo sinistro, io di botto mi sentii alle nari un puzzo così virulento, che mi parve si fosse aperta la vetrina di un acquavitaio, ed ascoltai nelle orecchie questa vociaccia soffogata che diceva:--_U Balilla u nu parte mancu in te chì e staseia. Sciü, sciä munte con mi._--Mi volsi e vidi un camiciotto sbiadito, un volto d'arrosto, un cappellaccio di paglia: un vetturale che m'additava un'altra barcaccia sulle ruote, i cui cavalli aspettavano il turbinìo delle frustate. Tra l'attendere un'ora sotto al sole, e il mettersi in viaggio tosto, è naturale che si scelga. Detto, ascoltato, fatto.

Il parrucchiere che uscì per ungere le ruote del suo _omnibus_ e che tornò a gridare:--_A Sestri! a Sestri!_--vide me che ponevo il piede sul predellone di un _omnibus_ rivale. Altro che Ballila che gioca il tiro al tedesco! E il camiciotto nemico peggio! Che furia! Io divenni quasi smorto, e quasi lasciai cadere parasole e sacca.

--_Pelandrun! galeotto! Ti me vëgni a robâ i posti? Se ti nu me-a paghi oræ diventa...!_

--_Cöse t'eû che te paghe? T'æ i cavalli guersci e ranghi, l'omnibus co-e molle rutte, che da ûna parte u l'ha u xembo cumme tò muggië, e t'eû ancun che te a paghe?_

--_Puscioû che te vêgne mille diai in corpo! T'eû ancun avei raxun? U sciü u l'ëa xà con mi._

--_Se u l'ëa xa con ti n'ho piaxei: oûa u l'è con mi. L'è a i bigetti che mì dagga mente. A Sestri! a Sestri! Partimmo subito!_

--_Pendin da furche!_

--_Ti me caxiæ sotta æ grinte!_

--_Ti me caxiæ sotta æ grinte, e se nu te rumpo quello brûtto muro lì, ciû tösto me fassu appende!_

--_A Sestri, a Sestri!_

--_A Sestri!_

--_Sciü, sciâ munte con mì!_

--_Sciü, sciâ munte con mì!_

--_Con mì!_

--_Con mì!_

Questo è quello che si può scrivere. Le bestemmie genovesissime venivano giù come la tempesta maggenga nelle litanie dei santi: e i due furibondi si tenevano, come su un bastione, Balilla ritto sulla cassetta dell'_omnibus_, colla frusta alzata; l'altro con un piede sul predellino davanti e il sinistro sul mozzo della ruota pronto ad investire.

Grida e bestemmia, bestemmia e raglia, arrivarono i rinforzi: vennero fuori cioè dalle stalle e dalla barbierìa tanti garzonacci membruti, che alle litanìe risposero l'_ora oro nobis_ ma con che indulgenza!

--_Pelandrun!--Pelandrun!--Galeotto!--Galeotto!_

--_U sciü u l'ëa xà con mi!_

--_Oûa u l'é con mi!_

Io mi sentii tirare le falde dell'abito, ed afferrare il parasole e la sacca, poi spingere innanzi, e poi strappare indietro, e risospingere. Intorno si urlava come tanti insatanassati: temevo le forche e i rasoi. E già fuggivano spaventate le colombe ai tetti, scorrazzavano i cagnuoli arruffati, e dondolavano i piattelli all'insegna del parrucchiere....

Làh! manco male: a dividere il campo di battaglia arrivò in tempo una lunga fila di muli carichi di sucidissime corbe, tempestanti maledettamente coll'unghie, colle code a sferza.

LO STABILIMENTO DEI BAGNI.

Spiaggia di Sestri Ponente.

Nel descrivere questo stabilimento di mio non ci metto nemmanco una banderuola, nè una fune: punto primo, perchè non sono azionista di quella società di marinara e marinai, amici più del vino che dell'acqua benedetta: punto secondo, per amore del vero.

E faccio conto che vi sono circa a trenta baracche o _cabine_, allineate verso il mare, coperte di tela, e questa rare volte è comperata e tagliata apposta, ma spessissimo staccata da un albero da _paranzella_, perchè già troppo stirata ai quattro venti: fors'anche bucata? Oh allora.... Zitto, là, linguaccia. Quanto al mettere pezze il genovese pare fatto espresso, e le bagnanti non dimenticano punto gli spilletti riparatori, se mai.... Tra l'una e l'altra baracca vi sono certi vicolucci, certi vicolucci.... Lah! tiriamo dritto, senza odorare gli acri profumi di certe tolette.... Vi sono dei vicolucci che lasciano vedere terra terra qualche lembo di lenzuolo cascante, qualche tacco di stivaletto arrovesciato, qualche legaccio insidiatore. Scappa, scappa, santo Antonio dalle tentazioni!

Tra la quindicesima e la sedicesima baracca, press'a poco, vi è tanto spazio da collocare due panche e sette od otto scannelli di Chiavari, e da fare, spiegando a cielo una tenda a liste bianche e turchinicce, un'anticamera al mare e un verissimo bagno a vapore ai poverini, alle poverine, che hanno la sventura di aspettare. Qui è ritto un palo bianco che porta una bandiera coi tre colori sul campo giallo dato dalla spruzzaglia del mare, dal sole, dalla pioggia. Più in là, vicino alla palizzata che chiude il cantiere, sta la maggiore baracca degli azionisti, cucina, magazzeno, dormitorio, cantina: n'esce il fumo nauseoso dei _friggæ_, n'escono i rosari genovesi: là vedi le facciuole paffutelle dei bimbi addormiti, a guanciale la sabbia: là spii il bariletto tenuto in guardia dal cagnuolo bruno. Da quella trabacca ai pali del cantiere sono tese tante corde, e su queste, spettacolo della caducità delle umane cose! stanno i vestiti marinareschi delle signore, a braccia penzoloni, slavati, flosci, i neri conci in verdi, i bianchi in gialli, sbiadite quelle poche filettature rosse da diavoletto, perdute le crespe e gli sgonfi. Oh davanti a questa parata davvero c'è da passare a capo chino!

E sulla ghiaia della spiaggia, al cocentissimo sole, sono buttati ad asciugare i lenzuoli, ai quattro angoli stirati da quattro ciottoloni, e, più che buttati, scaraventati cappellacci di paglia, zucche prosastiche per le prime lezioni di nuoto, mutande maschili, scarpe di corda antipaticissime e disusate, sacche e braconi stillanti, appena svestiti, i bianchi cerchioni di sughero per salvataggio, gialli cuffiotti di taffetà, buoni per coprire le zucche secche, non le vostre care testine, o capricciosette nasconditrici di bellezze; e pancucce di legno, secchie dipinte in turchino, avanzi di stuoie, gambe di scannelli: _et cætera, et cætera_, uff!

E ancora sulla ghiaia, passando a dire delle cose animate, vedi schiene color di rame, schiene bianchissime, schiene tali e quali le fece Iddio, schiene come appena le permette di spiare il lenzuolo: ma tutte tutte decorate dalle immense tese dei cappelloni d'oro.

Eh via! Che vi frulla? Ch'io adesso voglia popolarvi lo sfondo di macchiette? Proprio no. Domani parleremo di marinai e di marinare e di bagnanti cittadini e cittadine.

Intanto voglio usare l'ultime gocce che m'ho sulla tavolozza, e dipingo;--di faccia il mare, a tre strisce, una verde oscura, come una pineta, l'altra paonazziccia, l'altra celeste: l'aria limpidissima: di qua e di là i monti tutti innondati di sole.

L'ONDA.

Scogliera di Cornigliano.

Ti rivedessi! A te venivo, o scogliera, nelle mie ore solitarie.

Ricordo il sentieruzzo attraverso il terriccio delle rupi sfaldate, la scoscesa salita, il varco tra le due corna estreme, il varco dove giunge il rugghiare dell'onda e il diguazzarsi delle ondine flottanti. Dall'alto io contemplo il mare!

Non mi volgo a sinistra, ove il fumo della locomotiva si addensa candidissimo nell'atmosfera velata che incombe alle nere officine, il fischio stride insistente tra le fitte case e il suono delle ruote, si mischia a quello delle industrie frementi. Va e va, lunga fila di carri: in fondo è il faro di Genova, la gagliarda mercantessa.

Nè mi volgo a destra, ove, al di là del castelluccio di santo Andrea, in mezzo al vasto fragore dell'opere fabbrili, ecco sul curvo lido i poderosi carcami dei bastimenti nel cantiere e le bianche trabacche pei bagni e le macchiette affaccendate intorno alle barche, cui striscia l'irrequieta frangia del mare. Le case di Sestri s'addossano alle case, i campanili levano il capo lucente d'ardesie embricate, le torri degli opifici danno col fumo nuvole conglobate e fuggenti allo splendidissimo cielo. Le montagne parate a vigne, sparse di ville, colorite gaiamente da giardini, si stringono a sfondo voluttuoso intorno a te, voluttuosissima Pegli, l'accarezzata dal tepido flotto; e le indecise linee degli ultimi promontori sfumano dietro le nebbie perlacee che fasciano la marina di sopori innamorati....

A te mi arrampico, o scogliera, nelle mie ore melanconiche. E contemplo giù il mare!

Rammento il varco tra le due corna estreme, le foglie lacerate degli aloè, le tenaci erbette grasse col fiorellino giallo, gli scheggioni di quelle rupi, e giù la scogliera e la spiaggia. Qua vedo angolosi profili, qua masse tondeggianti, qua pozzetti, a tinte turchinicce e livide: e qua sul dorso dì certe coste che si diramano come tante catene di montagne, formando tanti valloncelli scavati dalla rabbia di corrosione, sul dorso bruciacchiato le incrostazioni biancastre dell'acqua; là la massa nera si dirupa, là nelle basse caverne e negli anfratti sonanti sonvi i biechi colori dell'onda, il bruno funereo e il verde bavoso.--Ecco il mare! Ecco i capi sporgenti degli scogli arrotondati dal lavoro eterno ed alterno, l'immenso flusso che investe, il franto riflusso che rota. A voi vengo, o ultimi capi, all'ondoso rombare; o scogli circonfusi dal polverio acre dell'acqua: o scogli, a tratto attuffati, a tratto stillanti come tante teste a ciocche d'argento: o scogli remoti, dove non mi giunge voce d'uomini, dove mi schiaccia infinita battaglia di giganti.--Più in là la spiaggia è come un dolcissimo tappeto di sabbia.

Ti rivedessi: In te mi affisavo nelle ore fantastiche della mia contemplazione, onda della spiaggia, onda degli scogli.

Rammento i tuoi grigi pennacchi che venivano sulla varia superficie del mare, venivano incalzandosi e sfioccandosi: rammento il tuo gonfiare, il tuo colmo trasparente-verdiccio, e il concavo lenissimo: rammento la furia del voltolarti, la spuma bollente e il fragore del muggito, il torrente bianco che s'allargava sulla ghiaia, dibattendo le ondine, sommovendo i ciottoli, e i mille rivoletti che ridiscendevano con trosce lucenti, rigando la spiaggia a seconda del vento.

Rammento il torrente bianco che rompeva sui capi degli scogli, rimbalzando con pioggia sulle punte più alte, e il suo travolgersi, l'urtarsi, il frangersi, il ritornare tumescente, e le mille ondine, le cascatalle, le crespe: rammento il rombare dell'onda, poi il flagellare guazzoso, i mille gorgogli e i mille sospiri gravissimi: rammento i begli occhi iridei della spuma, che scoppiavano come tanti occhi di fantasime....

Vanavano come le speranze.

PACE.

Spiaggia di Pegli.