Part 8
Intanto il duca Francesco II trovavasi a mal partito, mancando omai di viveri nel suo castello. Quindi fece uscire ducento uomini di notte, i quali attraversarono, dove meno era custodito, il passo, e quasi tutti giunsero all'armata de' collegati, rappresentando loro la estremità alla quale era ridotta la guarnigione, alleggeritasi anche a tal fine con questa diminuzione. S'avanzarono verso Milano i collegati, e posero il quartiere al Paradiso, di contro a porta Romana. Dopo tre giorni Giovanni Medici si presentò alla porta, e co' cannoni cominciò a tentare di atterrarla e farsi adito. I cesarei invece spalancarono la porta. Questo fatto sorprese gli aggressori, i quali, temendo insidia, non osarono di entrare; all'opposto uscirono i cesarei e fecero piegare il Medici co' suoi; per lo che l'indomani tornarono i collegati a scostarsi ed a ristabilire il campo a Marignano, aspettando il soccorso degli Svizzeri che stava per mandare la Francia. Sicchè l'infelice Francesco Sforza, mancando totalmente di viveri, de' quali appena era rimasta la provvisione di un sol giorno, si trovò costretto ai 24 luglio di rendere il castello di Milano per capitolazione, salva la vita, la libertà e la roba sua e di buon numero di nobili che quivi avevano voluto correre la fortuna del loro principe. Nella capitolazione erasi convenuto che la città di Como si lasciasse allo Sforza con trentamila annui ducati, infino a che cesare avesse conosciute e giudicate le accuse fatte alla fedeltà del duca; ma ceduto ch'ebbe il castello, se gli mancò dai cesarei alla promessa. Il duca Francesco passò nel campo degli alleati, indi a Lodi, nella quale città, cedutagli dai Collegati, ratificò per istrumento pubblico la lega italica stabilita nel congresso di Cugnac. Breve fu la dimora dello Sforza in Lodi, mentre giunti finalmente a Marignano quattordicimila svizzeri assoldati dalla Francia in soccorso degli alleati, non fu loro difficile, dopo diversi attacchi e vigorose ripulse, di costringere Cremona alla resa. Questa seguì ai 25 settembre del 1526, coll'uscir libero il presidio, a patto che per un anno non guerreggiasse nella Lombardia. Cremona fu pure dai Collegati consegnata al duca Francesco Sforza. Alla nuova dell'arrivo del rinforzo svizzero a Marignano, con che l'esercito della lega si accrebbe a più di trentamila fanti, oltre la cavalleria, parimenti superiore di numero alla cesarea, le forze imperiali, limitate a cinquemila spagnuoli, quattromila tedeschi e circa seicento cavalieri, si accamparono fuori di Milano, onde star meglio in guardia contro un nemico tre volte più poderoso e una città male affetta.
Oltre gli Svizzeri venuti in rinforzo dell'armata collegata, non indugiò il re di Francia in quel torno a spedire in aiuto di essa, giusta i patti, quattromila guasconi, quattrocento corazzieri, e quattrocento cavalleggeri sotto il comando del marchese Michele Antonio di Saluzzo. L'imperatore Carlo V, per impedire la guerra, col mezzo di Ugo Moncada, avea fatto al papa Clemente la proposizione di dargli lo Stato di Milano in deposito; frattanto che si esaminasse la causa dello Sforza; che se egli fosse conosciuto innocente, súbito gli si consegnasse il ducato; se poi fosse giudicato fellone, allora cesare ne avrebbe investito, non già Ferdinando suo fratello, ma il duca Carlo di Borbone: tanto era egli alieno dal volerselo appropriare. Ma Clemente VII, confidando nella lega, nemmeno questo partito volle ascoltare[129]. Il Moncada si portò verso il regno di Napoli, si unì ai Colonnesi, fece una scorreria in Roma; il papa tremava in castel Sant'Angelo senza soldati e senza viveri; nè sperando altronde pronto soccorso, cercò allora l'amicizia di cesare, e richiamò le sue truppe.
Intanto che il pontefice, seguendo il suo costume, si piegava a nuovo partito a seconda degli avvenimenti, l'esercito della lega, reso potente pei successivi rinforzi pervenutigli, si lusingava di espugnar Milano colla fame, cingendola da più lati per chiudere ogni adito alle vittovaglie, quando seppe che Giorgio Frandsperg nel Tirolo radunava un armamento in soccorso degli imperiali; il quale infatti nel mese di novembre discese dal Tirolo in Italia con tredici in quattordicimila fanti tedeschi, radunati colle promesse di gran preda; e per il mantovano giunse a Borgoforte sulla riva del Po. Cambiaronsi allora le speranze dei Collegati; e passarono dalla guerra offensiva alla difensiva, in modo che il duca d'Urbino, lasciati in Vaprio i francesi e gli svizzeri sotto il comando del marchese di Saluzzo, accorse col restante dell'esercito a far argine ai tedeschi; ma il pronto accorrere dei Collegati non valse a trattenerli mentre essi piombarono sul Piacentino, non curandosi di Milano, già ridotto all'estrema indigenza, risoluti di passare al saccheggio di Firenze e di Roma. Quest'esempio eccitò ben presto un'egual brama nei soldati cesarei accampati nel milanese: e l'estrema scarsezza dei viveri fra di noi fece nascere un generale fermento ne' soldati, che attribuivano al papa i disagi e i mali che sofferivano, e costrinsero i comandanti a marciare con essi a quella vòlta[130]. Il Borbone, confidato il milanese al Leyva, si pose alla loro testa. I soldati l'adoravano. Egli soleva dir loro: «Figliuoli miei, sono un povero cavaliere, non ho un soldo, nè voi ne avete: faremo fortuna insieme». Una così impensata e potente irruzione di queste forze riunite costernò maggiormente l'animo di Clemente VII, sì che acconsentì ad una tregua di otto mesi coll'imperatore, stipulata coll'opera del vicerè Lannoy, luogotenente cesareo per l'Italia. Spedì allora il Lannoy incontro agli imperiali coll'ordine di non innoltrarsi, atteso l'armistizio concluso sotto pena d'infamia. Ma l'armata, pronta a marciare senza capitani, minacciò di uccidere chi parlasse di ordini contrari. Sepulveda porta opinione che il Borbone accettasse il comando di questa armata per disperazione di miglior partito, attesa l'assoluta deficienza degli stipendi; al che concorda eziandio il Grumello[131].
(1527) Partì adunque da Milano il Borbone verso la metà di gennaio del 1527, e andò ad unirsi verso Piacenza coi tedeschi di Giorgio Frandsperg, seco conducendo cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinquemila spagnuoli, e circa duemila fanti italiani; i quali, uniti co' tredici o quattordicimila fanti del Frandsperg, formarono un potentissimo esercito; e d'accordo si proposero, come fecero, d'inoltrarsi a Firenze ed a Roma, depredando e saccheggiando per via tutte le città e luoghi del loro passaggio. Il Frandsperg si ammalò in cammino, e fu trasportato a Ferrara per farsi curare. Chi il disse colà morto d'apoplessia nel mese di marzo 1527[132], fu indotto in errore, mentre trovansi lettere di questo capitano dei tedeschi, in data di Milano, delli 25 luglio dell'anno seguente[133]. Il Borbone, costante nel suo proponimento, messosi alla testa di tutta quell'armata, attraversò rapidamente gli Appennini, e s'incamminò verso Firenze. La qual città trovando egli, fuor d'ogni suo avviso, ben munita e pronta alla difesa, avendo l'armata della lega vicina, neppur tentò di accostarvisi[134]. Giunto sotto Roma, il duca spedì un araldo chiedendo al papa che mandassegli alcuno per concertare seco le condizioni della pace. Ma nemmeno si permise che l'araldo entrasse in città: tanto credevansi il papa e i Romani sicuri, perchè i cesarei, senza artiglieria e mancanti di tutto, non potevano fare assedio nè persistere, essendo vicino e pronto al soccorso l'esercito confederato. Questa estremità di miseria de' cesarei fu appunto motivo della presa di Roma, poichè la tentarono con sommo impeto, da disperati.
Sembra che Carlo V nulla sapesse della spedizione intrapresa dal suo esercito d'Italia contro Roma, nè che fosse in suo potere di liberare il papa. L'esercito era composto di gregari stranieri, che non erano sudditi dell'imperatore, che non erano pagati da lui, e che non conoscevano se non i loro generali, e il Borbone sopra tutti. Le armate allora erano collettizie, e radunate per un tempo e per un oggetto determinato. Il vicerè Lannoy, a nome dell'imperatore, tentò invano di distogliere il duca di Borbone dall'impresa, ed altamente riclamava l'osservanza della tregua da lui falla con Clemente VII in nome cesareo. A Carlo V nè doveva nè poteva piacere la mossa del Borbone e dell'esercito suo verso di Roma, se non per altro, perchè nessun utile egli ritraeva dalla oppressione del papa, e sommo odio acquistavasi presso tutta la cristianità.
Appena il duca di Borbone fu alle mura di Roma, che fu ai 5 di maggio, fece apprestar le scale, ed egli alla testa, spinse l'intiero esercito ad entrar per forza dalle mura più basse nella città; ma ferito in un fianco da un'archibugiata, rimase estinto nella fresca età di trentott'anni. Il principe Filiberto di Oranges gli subentrò nel comando, e diresse il sacco di Roma, che durò più settimane. Il duca dì Borbone, «prima di dare la scalata a Roma (come racconta il Grumello)[135], disse a' suoi capitanei che era sicuro che tutti seriano ricchi et se caveriano la fame, ma li ebbe domandato una gratia che non volessero saccheggiare dicta città se non per un giorno, che li faceva promissione di darli tutte le sue paghe avanzavano con Cesare, che erano circa dece overo dodece, et così fu stabilito per li capitanei et militi cesarei.... Il povero Borbono, quale haveva animo di salvar la città de le crudelitate, et forse contro la volontà del Magno Idio, che voleva che Roma in tutto fosse distructa, per li horrendi peccati regnavano in essa città.... rimase sul colpo». Giunto a Carlo V la nuova del sacco di Roma, ordinò pubbliche preghiere in tutta la Spagna per la liberazione del sommo pontefice, assediato in castel Sant'Angelo dalla sua armata. Forse queste dimostrazioni non furono una ipocrisia, come taluno ha creduto; ipocrisia che non avrebbe fatto altro effetto, se non quello di macchiare la gloria di Carlo V, degradandolo alla furberia d'un meschino e debole principe. Probabilmente nè Carlo V comandò quest'impresa, nè se ne compiacque; poichè l'insulto all'inerme sacerdozio non poteva ascriversi ai fasti della gloria, e Carlo imperatore troppo la conosceva e l'amava. Che che ne sia, il papa, per liberarsi, fu costretto a sottoscrivere nel mese di giugno una capitolazione imperiosa e gravosissima col principe d'Orange e co' principali offiziali, oltre al pagare fra tre mesi all'armata quattrocentomila ducati.
Mentre il duca di Borbone aveva condotte a Roma le principali forze di cesare, e che stavasene il Leyva a Milano con pochi armati, i Veneziani s'inoltrarono, lo Sforza uscissene dal Cremonese, e si pensò di cogliere il momento per discacciare l'imperiale potenza dall'Italia. Anche il re cristianissimo a tempo assai opportuno, cioè verso la fine di luglio, mandò in Italia Odetto di Fois, signore di Lautrec, con mille uomini di armi e ventiseimila fanti. Passò questi le Alpi con apparenza di liberare il papa; ma si trattenne in Lombardia, prese Alessandria e Vigevano e si impadronì della Lomellina. Genova pure ritornò ai Francesi, che ne affidarono il comando al maresciallo Teodoro Trivulzio. Tutte le altre fortezze erano rimesse nelle mani di Francesco Sforza, perchè i Veneziani e gli altri collegati non avrebbero tollerato che rimanessero in potere dei Francesi. Lautrec pose l'assedio a Pavia. Il conte Lodovico Barbiano di Belgioioso la difendeva con diecisette bandiere d'italiani, ma non complete, e tutte non formavano più di mille combattenti. Lautrec batteva la parte più forte, cioè il castello, affine di prendere tutto in un sol colpo. I cittadini pavesi odiavano i francesi, e combattevano come soldati. Respinsero tre assalti con gloria, e nove insegne tolsero ai nemici. Il conte Lodovico ne rese informato il comandante supremo don Antonio Leyva, che governava Milano, «e quello gli mandò a dire, che avendo fine a quell'ora riportato tanto onore e gloria contra i nemici, gli pareva ben fatto, e così lo consigliava, anzi gli comandava, per aver lui pochissima gente in aiuto della difensione di essa città, che vedesse col miglior modo che avesse saputo ritrovare, di lasciare la città in preda ai nemici, uscendone lui con la sua gente a salvamento; suadendoli ancor questo per il meglio con questa ragione, che, saccheggiando i nemici la città di Pavia, si sarebbero poi la maggior parte di loro dispersi con li bottini fatti in essa la città, andando alle loro patrie ricchi, laonde non si sarebbero poi fatto stima di ritornar più al soldo dei francesi, di modo che esso Lotrecco, ritrovandosi poi per detta causa con niuno ovver pochissimo exercito, sarebbe stato sforzato a lasciar l'impresa di gire a Napoli, come aveva supposto, la qual era di più importanza e di maggior danno che la perdita d'essa città. Avendo dunque avuto detto conte Barbiano detto avviso, anzi comandamento espresso, subito ricercò di avere e così ottenne dai Francesi salvo condotto[136]». Si impadronirono pertanto i Francesi di Pavia il giorno 5 di ottobre del 1527; e a pretesto di espiar essi la precedente disfatta e la presa del loro re, la città fu crudelmente posta a sacco, e poco mancò che non rimanesse affatto distrutta. Il Lautrec il 18 ottobre abbandonò Pavia rovinata, lasciando Milano bloccata e mancante di viveri, s'avviò a Piacenza, dove aggiunti alla lega i duchi di Ferrara e di Mantova, proseguì la sua marcia alla vôlta di Napoli. Giovandosi il Leyva della partenza di Lautrec, uscì da Milano, respinse alcuni corpi nemici e s'impossessò di Novara, scacciandone il presidio sforzesco coll'aiuto di Filippo Torniello.
L'unico vantaggio che risultò da questi alternanti successi furono le trattative di pace intraprese tra l'imperatore Carlo V e Francesco I re di Francia. Ma sì bella speranza si dileguò quasi appena mostratasi; tantochè nel giorno 25 di gennaio del 1528 gli ambasciatori della Francia stimarono in nome della lega nuova guerra all'imperatore, e si riaprì più terribile che mai questo marziale teatro, specialmente ad esterminio della misera Lombardia. L'imperatore, vedendo il re di Francia mancare francamente alle promesse e ai giuramenti, prese il ministro francese da solo a solo in Granata, e dissegli: «Dica al suo re, che egli manca alla parola che mi ha data a Madrid, e pubblicamente e da solo, ch'egli non opera rettamente, nè da un uomo bennato; e se lo nega, mi esibisco di provare in persona a lui la verità, e terminare la controversia col duello». Questa commissione diè luogo alla missione di due famose lettere tra i due sovrani, che ci furono conservate dallo storico Sepulveda[137].
Sentivano più che mai i Milanesi il flagello della fame, essendo impedita la comunicazione con Lodi e con altre città e terre dello Stato, quando Gian Giacomo de' Medici, guadagnato da Antonio de Leyva, che gli consentì di fare la conquista di Lecco, abbandonò il partito francese e si collegò cogl'imperiali: solite incostanze degl'avventurieri di que' tempi. In benemerenza di che, radunata in quelle parti gran copia di grano, lo spedì in soccorso del milanese. Questo sussidio pose in grado Antonio de Leyva nel mese di maggio di occupare Abbiategrasso, e di riacquistare Pavia, presidiata, è vero, da' Veneziani per Francesco Sforza, ma quasi vuota d'abitatori. Colà s'inoltrarono gl'imperiali sotto il comando del conte Lodovico di Belgioioso con alcune bandiere tedesche, ed il giorno 25 se ne impadronirono senza contrasto. Pavia, quantunque già esausta, non andò immune da un nuovo saccheggio. Nel seguente mese mosse dalla Germania in rinforzo degl'imperiali il duca di Brunswich con quattordicimila tedeschi, destinati pel regno di Napoli, dove era pur giunto da Roma, dopo una permanenza di dieci mesi, il principe di Orange coll'avanzo del suo esercito, ridotto, per la pestilenza, a soli dodicimila combattenti. Il duca di Brunswich, saccheggiati i territori di Brescia e di Bergamo, ed entrato nel milanese, si pose all'assedio di Lodi, presidiato da Gian Paolo Sforza, fratello naturale del duca di Milano. Egli era stato persuaso dal Leyva a trattenersi nel milanese per sgombrare i collegati da alcune fortezze che loro rimanevano[138]; il che fa conoscere che veramente i generali di Carlo V operavano con molta indipendenza. In una monarchia vasta non può a meno che ciò non accada, e nell'impero romano ne sono mille esempi. Brunswich e i suoi si dileguarono tosto, assaliti da una specie di peste, detta male mazzucco, che in meno di otto giorni fece di essi una orrenda strage, cosicchè il residuo di quell'armata continuò sollecitamente la via del suo destino. Ma intanto la visita del Brunswich aiutò a consumare i sussidii di vettovaglie che aveva dapprima ricevuti Antonio de Leyva, il quale non avendo più mezzi onde pascere le sue truppe, nè sapendo più come smungere le borse degl'infelici milanesi, trovò l'espediente di proibire, sotto pena della vita e della confisca de' beni, che niuno potesse tener farina ne far pane in casa; quindi impose una rigorosa ed esorbitante gabella in tutto lo Stato sul pane venale. Queste vessazioni sono così narrate dal Guicciardini[139]: «In Milano, per l'acerbità di Antonio da Leva, era estremità e soggezione miserabile, perchè per provvedere ai pagamenti dei soldati aveva tirato in sè tutte le vettovaglie della città, delle quali, fatti fondachi pubblici e vendendole in nome suo, cavava i danari per i pagamenti loro, essendo costretti tutti gli uomini, per non morire di fame, di pagare a' prezzi che paresse a lui; il che non avendo la gente povera modo di poter fare, molti perivano quasi per le strade, nè bastando anche questi danari ai soldati tedeschi ch'erano alloggiati per le case, costringevano i padroni ogni giorno a nuove taglie, tenendo incatenati quegli che non pagavano; e perchè per fuggire queste acerbità e pesi intollerabili, molti erano fuggiti e fuggivano continuamente dalla città, non ostante l'asprezza dei comandamenti e la diligenza delle guardie, si procedeva gli contro assenti alle confiscazioni de' beni ch'erano in tanto numero, che, per fuggire il tedio dello scrivere, si mettevano a stampa, ed era stretta in modo la vettovaglia, che infiniti poveri morivano di fame, e i nobili male vestiti e poverissimi, e i luoghi già più frequentati, pieni di ortiche e di pruni».
Mentre le cose nel milanese erano giunte a questo estremo, e i Francesi facevano progressi nel regno di Napoli, il Lautrec morì colà di malattia il 7 agosto del 1528. Gli successe monsignor di Vaudemont, che presto egli pure morì, e rimase a comandare l'armata francese nel regno il marchese di Saluzzo, dove per i cesarei comandava il principe d'Orange. Ma dopo tante speranze di conquistare quel regno, le forze galliche, diradate prima dalla pestilenza, furono annichilate vicino ad Aversa il 28 agosto; tutta l'armata si rese a discrezione, ed i soldati vennero lasciati in libertà con un giubbone ed un bastone bianco in mano[140]. Frattanto un altro corpo di francesi, comandati dal conte di San Pol, entra in Lombardia, prende Sant'Angelo, Marignano, Vigevano, ricupera Pavia, e si presenta a Milano. Ma il pericolo di perder Genova fece sì che i Francesi colà celeremente si trasferissero. Genova, coll'aiuto dell'immortale Andrea Doria, scosse ogni giogo straniero, e soppresse lo spirito di fazione in guisa che non vi rimase più dopo quell'epoca vestigio alcuno de' Guelfi e Ghibellini, nè degli Adorni e dei Fregosi. Si riconciliarono le famiglie, si formò un sistema politico, cioè un determinato corpo presso di cui risiedesse la sovranità, si stabilì il numero delle cariche e l'autorità di ciascuna e il metodo delle elezioni. Tutto ciò fu per opera di Andrea Doria che ricusò ogni carica. (1529) Da quel punto Genova diventò libera e repubblica, e i Francesi la perdettero per sempre. Il conte di San Pol, di ritorno dalla infausta spedizione di Genova, ridusse il Leyva alle sole città di Milano e Como; il rimanente non era più dell'imperatore. Leyva coglie il momento in cui il conte di San Pol coi Francesi era a Landriano, avendo staccato una parte de' suoi; lo batte, lo prende prigioniere coll'artiglieria e tutte le bagaglie; i Francesi furono totalmente disfatti[141]. Il Leyva era tormentato dalla podagra, ed era portato sopra una sedia da quattro uomini.
Ancora una buona parte del milanese rimaneva a Francesco II, acquistata da' Francesi e da' collegati, onde facea duopo tuttavia di una serie guerra per ispossessarnelo. Carlo V còlse il punto che i Francesi erano stati disfatti nel regno di Napoli e nel Milanese, per far pace e lega col papa, e si dispose a comparire nell'Italia da pacificatore e da gran monarca, generoso e moderato. Egli concesse Margherita d'Austria, sua figlia naturale, nata da Margherita Van-Gest, fiamminga, in moglie ad Alessandro Medici, figlio naturale di Lorenzo II, e cugino di Clemente VII, il qual papa era pure figlio naturale di Giuliano de' Medici. Per tal modo il papa assicurò la sovranità di Firenze alla sua famiglia. Fra gli altri patti vi fu quello per cui il papa obbligò il milanese a comprare il sale di Cervia. Rispetto allo Sforza si stabilì che l'imperatore avrebbe giudicato della di lui condotta, e se fosse trovato innocente, si sarebbe restituito a lui il ducato; se fellone, se ne sarebbe investita persona benevisa al papa. Con tai riguardi cercò d'indennizzarlo de' mali cagionatigli dal duca Borbone. Il trattato venne solennemente pubblicato in Barcellona il 29 giugno del 1529. Poi il 5 di agosto dell'anno medesimo fu segnata a Cambrai la pace fra l'imperatore e il re di Francia, per cui questi riebbe i figli suoi ch'erano in ostaggio in Ispagna, e cedette ogni ragione sul ducato di Milano.
Disposte così le cose a diffondere la sospirata pace per tutte le contrade d'Italia, fu trascelta la città di Bologna, dove Carlo V avesse a ricevere di mano del pontefice la corona imperiale. Verso la metà d'agosto navigò egli da Barcellona a Genova con mille cavalli e novemila fanti, condotti seco per mare su ventotto galee, sessanta barche e molti altri navigli. Il papa spedì colà tre cardinali legati, Alessandro Farnese, che poi fu suo successore nel papato, Francesco Quignone, spagnuolo, e Ippolito Medici. Cesare, pochi giorni dopo, passò a Piacenza. Antonio de Leyva vi fu ben accolto dal suo sovrano, nè gli fu difficile di ottenere l'assenso di riprender Pavia; cosa che gli premeva assaissimo per suo privato interesse. Ritornato in séguito il Leyva al governo del milanese, guidò le sue genti alla conquista di Pavia, che presto riebbe e senza sangue, atteso che Annibale Picenardo, comandante di quella città, disperando di poterla difendere dall'aggressione de' cesariani, la cedette loro senza grande resistenza[142].