Storia di Milano, vol. 3

Part 7

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Questa pericolosissima sciagura del Morone ebbe origine dallo sdegno per le esorbitanti vessazioni con cui l'armata imperiale smungeva lo Stato di Milano. Francesco Sforza non aveva che il nome di duca, sebbene l'imperatore avesse preso le armi per lui. L'imperatore avea posto un tributo di centomila ducati sul milanese, indi chieste somme esorbitanti allo Sforza per l'investitura[109]. Inoltre il duca, vedendo vessati sopramodo i suoi sudditi dall'esercito cesareo, avea fatto un accordo col marchese di Pescara di pagargli altri centomila ducati, con che, represse tutte le estorsioni, si prendesse egli la cura di provvedere l'esercito di viveri e di stipendi[110].

La somma di queste disavventure ed oppressioni del duca Francesco si fu che, giovandosi il marchese di Pescara ed Antonio de Leyva dei progetti manifestati da Girolamo Morone, fecero, in un congresso tenuto in Pavia, sentenziare di fellonia il duca Sforza, dichiarato sovrano del milanese l'imperatore Carlo V. In conseguenza della quale dichiarazione il marchese di Pescara fece domandare allo Sforza il castello di Milano, quello di Cremona ed altri, presidiati dal duca. Il povero duca appena cominciava a riaversi da una malattia mortale, quando gli venne fatta sì terribile intimazione dall'abate di San Nazaro. Ricusò egli di dare al Pescara i due nominati castelli: bensì accordò gli altri, e disse che se l'imperatore voleva anche quelli, e a lui fosse constato, non solamente i castelli, ma lo Stato eziandio e la vita gli avrebbe dato; ch'egli era sempre stato ed attualmente era innocente e fedele a cesare, e sperava che tale sarebbesi fatto conoscere. Si lagnò del suo destino, che, bambino ancora, lo aveva portato esule lontano dalla patria, colla prigionia e rovina del padre; poi, ricuperato appena lo Stato nella sua adolescenza, il re di Francia ne lo aveva balzato. Finalmente, fatto prigione il re, mentre credeva veder pacifici i sudditi e ristorati dai sofferti lunghi danni, mentre credevasi tranquillo, ecco una mortal malattia, ecco una calunnia a rovinarlo. A malgrado di siffatte querele il marchese di Pescara volle entrare in Milano. Lo Sforza chiedeva soltanto che si aspettasse la risposta di Sua Maestà cesarea; che se quella comandava che egli fosse privato dello Stato, era pronto a tutto cedere. Il Pescara ricusò di aspettare, mandò tremila tedeschi ad assediare il castello, ove il povero duca s'era ricoverato, e da mille altri tedeschi e cinquecento spagnuoli fece occupare Cremona[111]. I nostri cronisti proseguono a dire che il duca, assediato nel castello di Milano, faceva spesse sortite con grave danno de' cesariani, mentovando un curioso cambio di prigionieri: il duca rimise liberi cinquanta lanschinetti per cinquanta vitelli[112].

In queste turbolenze e desolazioni dello Stato di Milano, la disegnata lega pensava seriamente a prevenire il pericolo di divenire bersaglio delle vendette di cesare, e cesare stesso non ne ignorava gli sforzi ed i pericoli; laonde, per allontanare il turbine che andavasi formando, rivolse l'animo a trarre il pontefice in una nuova alleanza per distaccarlo della contraria; il che tuttavia non ebbe effetto per volersi troppo pretendere da ambi le parti. Uno però degli accordi più importanti a quest'oggetto fu il trattato conchiuso della liberazione del re Francesco, mosso l'imperatore a ciò fare dal vedere collegati contra di sè tutti i principi d'Italia. Ma l'affare, per la esorbitanza delle condizioni, andò lento. «Perciò, scrive il Muratori[113], esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse più per non averlo mai l'imperadore degnato di una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione». È qui da notarsi col Guicciardini che Carlo V operò col suo prigioniero, come Ponzio Sannita co' Romani alle Forche Caudine. Non l'oppresse nè lo trattò con generosità. Conveniva o lasciar libero il re Francesco colla generosità di un gran monarca, scortandolo con pompa ed onore sino a' suoi confini, senza condizione alcuna e senza fasto insultante; ovvero conveniva tenerlo prigioniero, e frattanto invadere la Francia, staccarne porzione pel duca di Borbone, invitare Enrico VIII a staccarne altrettanto; indi lasciare sul rimanente del regno un re liberato dalla prigionia e tributario dell'imperatore. Carlo V prese il partito di mezzo, che riuscì, come sempre, il peggiore. Vi fu chi gli consigliò il primo generoso spediente; ed il parere di quell'accorto politico fu ricusato come un'idea romanzesca dalla pluralità del consiglio di Stato. La condizione de' monarchi è tale, che debbesi ascrivere a molta lode dell'imperatore Carlo V che avesse uno nel suo consiglio capace di pronunziare una tale opinione. In vece si ritenne prigioniero il re; ebbe questi a soffrirne due malattie, dovette sopportarne molte umiliazioni, sottoscrisse un trattato vergognoso, e a Carlo V non lasciò poi che una carta inutile, scritta da un inimico irreconciliabile. (1526) «Nel giorno adunque 17 di gennaio (epilogherò questa grand'epoca colle succose parole del Muratori)[114] dell'anno 1526, e non già di febbraio, come ha il Guicciardino e il Belcaire, suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra que' due monarchi, con aver ceduto[115] il re a cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati; per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re cristianissimo. Il gran cancelliere Mercurino da Gattinara, siccome quegli che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indignazione di cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò per vero il suo giudizio. Fu poi nel principio di marzo (altri vogliono il giorno 21 di febbraio) condotto il re fino ai confini del suo regno, e rimesso in libertà; consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del cristianissimo, finchè fosse, entro un tempo discreto, data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione quando non si eseguisse».

CAPITOLO XXV.

_Francesco II Sforza bloccato nel castello di Milano. Sollevazioni e stato miserabile de' Milanesi. — Campo della lega a Marignano. Morte del Borbone, e saccheggio di Roma. Disfatta de' Francesi. Pace di Cambrai._

(1526) Continuava il duca Francesco Sforza a starsene bloccato nel castello di Milano, d'onde coll'artiglieria, non che colle uscite, inquietava gli assedianti. Nella città comandavano Antonio de Leyva e Alfonso d'Avalo marchese del Vasto, succeduti al Pescara, e anche l'abate di San Nazaro. La plebe amava il superstite, unico rampollo dei principi sforzeschi. La sua bontà, il valore che aveva dimostrato, la memoria delle guerre e dei mali sofferti sotto un'estranea dominazione, la serie delle sue sventure, la oppressione in cui tenevasi, tutto disponeva l'animo del popolo ad odiare i cesariani. S'aggiunse la vessazione incessante colla quale il Leyva ed il marchese del Vasto imponevano taglie, oltre il peso dell'alloggio degli indiscretissimi soldati. Per lo che, saccheggiate le terre, esausti i sudditi, emigrati i coloni, tutto portava all'impazienza, onde colla forza rispingere la forza. Così accadde; e forse correva il pericolo di una totale distruzione l'armata cesarea, se i nobili avessero secondati i movimenti popolari, invece di reprimerli. Il giorno 24 aprile del 1526 cominciò a rumoreggiare la plebe verso il _Cordusio_, per avere i fanti della guardia di corte commesse delle violenze nella casa di un popolare, il quale discacciò a sassate. I fanti vennero soccorsi da altri compagni, e vicini si unirono all'armi; si fece un grido nel contorno: _All'armi, all'armi_, e si dilatò. Il giorno 25 il movimento divenne maggiore; la plebe sforzò le porte della corte, e poichè erano chiuse, le bruciò; rimasero molti morti, dal castello si fece una sortita, gli Spagnuoli erano confusi. Un solo uomo di autorità si pose a governare il movimento popolare, e fu messer Pietro da Pusterla, il quale fu forse il solo nobile che prese questo partito: così il Burigozzo. Accerta poi il Grumello che il popolare derubato al Cordusio era un artigiano sellaro; che venne dal popolo saccheggiata la corte; bruciate tutte le carte che vi si trovavano; forzate le carceri, e data la libertà ai prigionieri. Antonio de Leyva e il marchese del Vasto si appiattarono ne' loro alloggiamenti in porta Comasina, facendo barricare con carri le strade all'intorno, presidiandole e ponendovi artiglieria. Il popolo tutta la notte fu in armi, e alla più larga imboccatura delle strade barricate con grande animoso impeto si spinse; ma i cannoni obbligarono a piegare. Dal castello fecero un'uscita gli sforzeschi verso porta Vercellina, ma la sostennero i tremila tedeschi che custodivano il passo. Le truppe cesaree ch'erano di fuori, parte chiamate, parte accorse all'annuncio del tumulto, irruppero nella città, e la strada chiamata _dell'Armi_ (ossia _degli Armorari_) perchè vi si trovavano molle officine e fondachi d'armi, in allora doviziosissimi, posero a sacco[116]. S'interpose Francesco Visconte, uomo di somma autorità, e venne fatto in nome di cesare un proclama, per cui dichiarossi che non si sarebbero mai più imposte taglie, che non si sarebbe castigato alcuno pel tumulto seguito, nè posto quartiere in città per nessun soldato, fuori che la guardia del castello; che nessun lanschinetto sarebbesi veduto girare per la città, se non per necessità, ed unicamente colla spada e nessun altr'arme.

I capitoli per timore accordati dal Leyva e dal marchese del Vasto non potevano rendere affezionato il popolo ai soldati, nè questi al popolo; e la memoria delle violenze usate, e della pertinace ostilità per cui si teneva bloccato il duca, teneva pronti ad avvampare di nuovo i principii di una guerra civile. Una sera, andando Antonio de Leyva per la contrada de' Bigli, vide un giovane con un giubbone di velluto verde, e gli disse: _Che fai qui? vieni con me._ Il Leyva era scortato da sessanta fucilieri. Il giovane rispose che non voleva altrimenti venire, e si pose in fuga; i satelliti del Leyva lo uccisero. Un altro giovane, sentendo il rumore, uscissene di casa colla spada, e venne pure ucciso dai satelliti; altri concorrendo, si fece un grido: _Italia, Italia!_ Il dì 16 di giugno il tumulto fu assai grande, e tutta la notte fu la città sulle armi, e si sparse sangue alla Scala e in porta Vercellina, e si fecero barricate attraverso le vie della città con travi, fascine, botti, ec.; e la domenica, 17 giugno, essendo gli Spagnuoli collocati sul campanile del Duomo, d'onde facevano i segnali, la plebe si avventò contro la guardia di corte, ed il capitano di essa, fingendosi favorevole ai Milanesi, diede loro _il Santo_, col quale contrassegno li assicurò che quei del campanile l'avrebbero consegnato senza opporsi. La plebe credette, e spedì un certo Macasora, il quale salì, credendosi sicuro col nome del Santo; ma in riscontro ebbe un'archibugiata, che lo distese morto: il che veduto dal popolo, tanto sdegno prese pel tradimento, che, posto gran fuoco sotto di quella torre, arrostì coloro che la presidiavano, indi s'impadronì del capitano, e lo ammazzò tra il campanile e la guardia di corte. Vi rimasero morti cent'otto soldati. Gli Spagnuoli diedero fuoco a diversi quartieri della città, alla Scala, alle Cinque Vie, al Bocchetto. La plebe allora si smarrì, tanto più che non aveva alcuno alla testa che la reggesse; e molti cittadini, entrati nelle stalle del marchese del Vasto, montarono su quei cavalli e fuggirono lungi da Milano. Pareva Troia. Ardeva molta parte della città, ciascuno era occupato a salvare la sua roba, gli spagnuoli ed i lanschinetti rubavano e disarmavano: tutto era rovina[117]. Il Bugatti così descrive la situazione della nostra città circa questo tempo: «Stava allora la città di Milano tutto sotto sopra, essendo ogni giorno i Milanesi alle mani cogli Spagnuoli et coi Tedeschi, per le insopportabili gravezze et mali portamenti, in maniera che per tre notti (per intervallo di qualche giorno) si combattè continuo, aiutando i suoi fin le donne dalle finestre...... Raffreddati i petti de' Milanesi, et deposte le armi per aver promessi il Leyva e il Vasto di non imporre al popolo più gravezza, pian piano detti capitani astutamente fecero venire alla città il restante delle copie loro, sparse per varii luoghi dello Stato, et rompendo ogni fede, accrebbero le taglie maggiori ai mercanti et a tutti quelli che parve loro, eseguendo i soldati proprii le commissioni: il che fu cagione che rinnovarono i tumulti, e si venne all'arme. Ma assaltata la città davanti et da dietro, cioè da quelli dell'assedio et della nuova milizia entrata, che prese le porte, stettero sotto i Milanesi, parte banditi, altri proscritti, altri imprigionati, altri tormentati et altri assassinati; di sorte che non fu ingiuria, oltraggio, danno et crudeltà che i Milanesi non soffrissero dagli Spagnuoli et da Tedeschi[118]».

Fino dal giorno 17 maggio 1526 erasi fatta la lega in Cognac fra il papa, il re di Francia ed i Veneziani, per liberare l'Italia da tante ostilità, ricuperare il ducato di Milano Francesco Sforza, e ridurre in libertà i figli del re, ostaggi di Carlo V. Abbiamo da Sepulveda[119] che Francesco I, appena liberato dalla prigionia e giunto nel suo regno, trovò un breve del papa, in cui, dopo essersi rallegrato della sua liberazione, lo esorta che, siccome ha ricuperato coll'integrità del regno la libertà del corpo, così doveva riprendere la libertà dell'animo, al fine di provvedere alla dignità e al comodo proprio, e al bene pubblico del regno; che se nel tempo della sua prigionia avesse fatta qualche promessa per forza o per timore, quella non era da attendersi:[120] _Qua in re, ne forte, impeditus religione, timidius ageret, se illum jurejurando; si quod forte Carolo ad suam fidem adstringendam dedisset, auctoritate apostolica liberare; proinde quasi re integra, nullo jurejurando, nulla fide data, fortiter de suis rebus statueret. Multa praeterea in hanc, ut gentium, sic divino juri adversam sententiam, mandatis, per epistolam, addit, omnia persecutus quibus ille ad negligendum jus gentium, fallemdamque fidem produci posse videretur._ Il re, contentissimo per questo breve, aderì alla lega, approvò quanto aveva fatto il suo ambasciatore in Roma Alberto Pio; e, caldo per la voglia che si scacciassero onninamente dall'ltalia tutti gli spagnuoli e cesarei, accondiscese a questo ancora:[121] _Ne Gallo quidem regi illum esset in Italos imperium, sed annuis tributis esset contentus aureorum millium quinquaginta, quae ipsi a duce Mediolanensi, septuaginia vero quae a rege neapolitano, Italorum suffragio deligendo, penderentur_[122]. Il giorno 24 di giugno, dedicato a San Giovanni Battista, giorno solenne per Firenze, patria e sovranità del papa, era destinato dalla santa lega a portar la guerra nel milanese, per soccorrere il duca Francesco, rinchiuso nel castello di Milano già da sette mesi. Il duca d'Urbino, Francesco Maria, comandava le truppe de' Veneziani, e Giovanni Medici le pontificie. Clemente VII però non volle comparire aggressore, e scrisse a Carlo V un breve, rammemorandogli le attenzioni che gli aveva usate, le ingiurie che da esso aveva sofferte, il mancare ai trattati, l'ambizione di conquistare l'Italia, e turbare la pace de' cristiani, torti ch'egli attribuisce all'Imperatore, dicendo che, dopo d'avere senza alcun profitto tentata ogni via per calmarlo, costretto, suo malgrado, a prendere le armi, attestava Dio che lo esortava a pensare a dar pace, ed ascoltare sentimenti più umani, e provvedere alla propria fama. Questo breve venne spedito al nunzio presso di cesare, ch'era l'elegante prosatore e poeta Baldassare Castiglione. Tre giorni dopo il papa si pentì d'aver fatte delle accuse insussistenti:[123] _Et alteram epistolam mittit aequiorem et moderatiorem perpaucis verbis in eamdem sententiam sed calumniis ex parte sublatis_, acciocchè, se era in tempo, sopprimesse il primo breve e presentasse quest'ultimo; ma il Castiglione aveva già eseguito il primo comando. L'imperatore pubblicò la lettera del papa e la risposta, la quale conteneva che non era stato superato dai benefizi del papa; anzi nulla aver fatto il papa che non contenesse l'utilità del papa istesso. Avere santamente osservato cesare i trattati. Aver sempre operato per la tranquillità e la pace fra i cristiani; non mai aver fatto la guerra se non provocato. Si maravigliava come il sommo pontefice facesse menzione di turbamento della pubblica pace, non mentre ch'ei stesso, in mezzo alla quiete universale, aveva sollecitate le città e i principi cristiani alla guerra, e il re di Francia a violare i trattati e gli stessi giuramenti; la qual sorta di consigli non pareva si dovesse aspettare da quello che rappresenta il vicario di Cristo, autor della pace. Finalmente rispondeva che, se il papa brama la pace, ciò dipende da lui; lasci le armi che ha imbrandite a danno proprio e dei suoi, e l'imperatore si dichiara pronto ad ogni equa condizione di pace. Se poi, invece di voler la pace, persiste a promuovere il disordine, l'imperatore se ne appella al futuro sacro ecumenico Concilio, e prega il sommo pontefice, in un tempo che lo rende necessario alla religione per le dissensioni teologiche, e alla repubblica cristiana per la sua tranquillità, a volerlo convocare; e ne lo prega in nome di Dio immortale, che se ricusava d'ascoltarlo, cesare, autorizzato dal rifiuto e dalle leggi, si sarebbe servito del suo potere per porre rimedio a tanti pubblici mali. Tale è il transunto del cesareo manifesto che allora venne pubblicato, e che si riferisce dal Sepulveda[124].

Durante questo carteggio tra il papa e Carlo V, i Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, presero Lodi per sorpresa, e con segreta intelligenza di Lodovico Vistarini, stipendiato cesareo, che tradì il suo padrone. I Pontificii a tale annunzio passarono il Po a Piacenza e si unirono coi Veneti; e tutti di concerto posero il campo a Marignano. Frattanto i cittadini milanesi, spogliati delle armi e costretti ad alloggiare nelle loro case i soldati, che ne depredavano a man salva ogni cosa, furono ridotti a tali estremi, che non rimaneva altro rimedio, fuorchè «cercare e fuggirsi occultamente da Milano, perchè il farlo palesamente era proibito. Onde, per assicurarsi di questo, molti dei soldati, massimamente spagnuoli, perchè nei fanti tedeschi era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de' loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposto alla libidine loro la maggior parte di ciascun sesso ed età. Però tutte le botteghe di Milano stavano serrate; ciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei o altrimenti recondite le robe delle botteghe, le ricchezze delle case, gli ornamenti delle chiese... d'onde era sopra modo miserabile la faccia di quella città, miserabile l'aspetto degli uomini, ridotti in somma mestizia e spavento; cosa da muovere ad estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l'avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini e per il numero infinito delle botteghe ed esercizi, per l'abbondanza e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori, inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d'Italia[125]». In Milano non vi era che penuria e desolazione; e la fuga stessa non era sufficiente presidio, poichè gli Spagnuoli diroccavano le case dei cittadini che altrove ricoveravansi. Riuscì tuttavia di conforto ai Milanesi l'impensata spedizione da Madrid del duca di Borbone con centomila ducati per le paghe dell'esercito, sembrando loro che tale sussidio potesse mitigare in parte tante gravezze ed acerbità. Egli avea la promessa dall'imperatore di essere investito nel ducato di Milano, qualora ne scacciasse lo Sforza[126]. Il Borbone, che sotto Francesco I dieci anni innanzi era stato governatore di Milano, venne accolto come un padre dai Milanesi, che da lui solo speravano la cessazione de' mali enormi cui erano sottoposti. Il Guicciardini reca per esteso le supplicazioni fattegli dai principali cittadini milanesi[127], ai quali il duca rispose commiserando la loro infelicità; ma aggiunse che il solo mezzo di tenere in freno i soldati era quello di pagarli; che non bastando il danaro che avea seco recato per soddisfare gli stipendi arretrati, gli abbisognavano ancora diecimila ducati, paga d'un mese, mediante la qual somma avrebbe fatta uscire dalla città tutta la soldatesca. Con molto stento si radunò questa somma dai Milanesi, e il duca, nel riceverla, promise di far uscire dalla città i soldati, aggiungendo che «se mancava, Dio lo facesse perire la prima volta che si presentasse al nemico». Si considerò dal volgo come una punizione celeste la morte che Borbone incontrò poi nello scalare le mura di Roma nel 1527, perchè non fu leale alla fatta promessa. Guicciardini conviene che il duca di Borbone diede le disposizioni perchè fosse tolto l'alloggiamento militare dalla città; «ma ciò non ebbe effetto, o non tenendo conto Borbone della sua promessa, o non potendo, come si crede, resistere alla volontà e alla insolenza dei soldati, fomentati anche da alcuni de' capitani, che volentieri, o per ambizione o per odio, difficoltavano i suoi consigli[128].