Part 5
Ancora un esempio, e darò fine. Negli _Annali_ riportò il Verri, sotto l'anno 1617, il racconto di una misera cameriera, stata bruciata come strega per avere ammaliato il senatore Melzi. Il Frisi l'ommise nel manoscritto del suo terzo tomo, e lasciò negli _Annali_ del conte Verri l'annotazione di averlo fatto avvertitamente, perchè _molte principali persone vi fanno poco buona figura, e la notizia della strega non interessa la storia_. Interessava meno la storia la nomenclatura de' ballerini e de' balli del secolo decimosesto; eppure per non ommetterla le diede un posto fuor di luogo, anticipandola di cinquant'anni. Il vero è che quella nomenclatura faceva conoscere i costumi piacevoli de' nostri maggiori; e il racconto della strega mostrava per il contrario l'ignoranza e i costumi barbari di essi anche nelle classi più eminenti. Sia però onore ai nostri tempi, poichè, se due secoli fa chi aveva il supremo potere si compiaceva nel far arrostire i suoi simili, e il riputava uno dei più sacri suoi doveri, la moda è talmente passata, che si ha vergogna di parlarne. Tale è l'effetto dei progressi dell'incivilimento, di ridurre alle forme del vero _gl'idoli della fantasia_, come li direbbe il gran cancelliere Bacone, liberando così gli uomini dalla tirannia delle false opinioni armate del potere, le quali, dopo di averli oppressi per secoli, sono poi riconosciute per assurdità. Così avvenne del diritto preteso dai papi di essere arbitri dei troni, sciogliendo i popoli dall'obbedienza; del possesso in cui per sì lungo tempo si mantenne il clero, di non contribuire ai pesi dello Stato che lo proteggeva; del feudalismo de' nobili, del diritto di tenere schiavi gli uomini, dell'esistenza delle streghe e perfino degli indemoniati.
§ IV.
_Del mio lavoro._
L'opera da me impiegata fu di due maniere. Per l'epoca dal 1525 al 1565, intorno alla quale esisteva la stampa del Frisi, mi circoscrissi a ristabilire nella loro integrità le parti spettanti al Verri col confronto delle minute da lui lasciateci; e dove mi trovai mancante di questa scorta, ridussi il testo alla dicitura che mi è sembrata più naturale e conveniente, seguendo l'ordinario lume della critica, che facilmente mi ha insegnato a distinguere lo stile stemperato e da predica, ed a sostituirgli quello di una spontanea e compendiosa narrazione. Il confronto che voglia farsi tra la stampa frisiana e la mia, ne mostrerà la somma differenza. Il togliere, l'aggiungere, il mutare fu opera di lunga lena e di gran noia, e quel ristauro importò una fatica assai maggiore, che non sarebbesi usata nel fare di nuovo. E il fu ancora di più, attesa la fedeltà propostami di conservare scrupolosamente il testo del Verri, e perfino qualche trascuratezza di lingua, riflettendo che l'emendare questi nêi nel solo terzo volume avrebbe recato difformità in confronto degli altri; e sono altronde macchie lievissime nel nostro storico presso qualunque lettore che nelle storie richieda, come principal merito, pensieri, nervo, stile, e non badi che per ultimo alle parole.
La stessa scrupolosa fedeltà ho osservato nell'inserire nel mio successivo lavoro i frammenti che ho trovato servibili nelle note del mio autore; ed oltre il fatto già accennato dell'uccisione del Maraviglia, e il ragguaglio dello stato in cui erano in Milano l'arte del ballo e del teatro al termine del secolo decimosesto, suoi sono i racconti del fine tragico della contessa di Celano, dell'ingresso in Milano dell'arciduchessa sposa del re Filippo III, della legazione a Roma del senatore Giambattista Visconti, della cameriera del senator Melzi bruciata nel 1617 come strega; la nota sul carattere de' nobili circa la metà del secolo decimosettimo; i fatti della condizione di Milano sotto il governatore Ponze di Leon; i caratteri del conte di Fuentes, del duca d'Ossuna e di alcuni ministri sotto il governo della casa d'Austria; la relazione della venuta e dimora in Milano dei Gallo-Sardi nella guerra del 1733, e dell'imperatore Leopoldo II nel 1791. In tutti questi frammenti non v'è altro di mio se non che pochi adattamenti estrinseci per connetterli e conformarli al corpo della narrazione; mai il fondo dei fatti, e in gran parte anche le parole appartengono al conte Verri. Anzi fino alla metà circa del secolo decimosettimo non ho voluto riportare altri fatti, fuorchè quelli accennati da esso nelle sue Memorie, come destinati per il proseguimento della storia; ma li riscontrai alle fonti, e diedi loro quello sviluppamento che l'autore solevagli riservare nel dar forma al suo lavoro. Perciò ho intralasciato più cose che poteva aver pronte, e che (per valermi di una frase d'uso, benchè poco modesta) avrebbero potuto illustrare maggiormente l'opera, come, per esempio, l'esposizione de' tributi straordinari imposti allo Stato di Milano nei regni infausti e turbolenti di Carlo V e di Filippo II, per cui il solo _Mensuale_ fu quadruplicato sotto diversi nomi; mostrare che in que' sovrani l'ambizione e l'alterigia erano pareggiate dall'indifferenza sulla sorte de' popoli, sicchè le guerre erano per sistema intraprese e condotte senz'alcuna predisposizione per gli approvvigionamenti e per le paghe, e gli eserciti vivevano di rapina e a discrezione a carico de' miseri sudditi; estendermi in maggiori prove dell'annichilamento di tutte le sorgenti della prosperità pubblica, allorchè i flagelli fisici, la fame e la peste, si collegarono coll'inerzia e coll'indolenza quasi asiatica de' re successivi e colla brutale onnipotenza de' governatori; svolgere l'influenza esercitata sulla nazione dalla lunga durata e dalla scandalosa pubblicità delle controversie giurisdizionali, e altri fatti recarne, quali furono quelli col vescovo di Pavia per la dipendenza metropolitana di che tratta Bernardo Sacco, e per l'immunità de' coloni ecclesiastici, che diede occasione a un celebre consulto del Menochio, allora presidente del senato.
Se le accennate ed altre ommissioni furono volontarie, di altre diverse hanno debito le circostanze; ma sarebbe ora superflua cura il farne discorso. Chiuderò quindi desiderando che, nell'accingersi a giudicarmi, di due cose siano avvertiti i miei lettori: l'una, che loro si presenta l'opera di un novizio in questa parte di studi; l'altra, che vogliano disporsi ad una moderata aspettazione dal lato dell'importanza de' fatti che ho avuto a narrare, i quali non avrei potuto rendere più copiosi e interessanti, se non imitando il comune difetto degli scrittori di storie particolari, coll'innestare nel mio lavoro i fatti della storia generale.
24 dicembre 1825.
PIETRO CUSTODI.
CONTINUAZIONE
CAPITOLO XXIV.
_Battaglia di Pavia. Il re Francesco I rimane prigioniero. È condotto a Madrid. Sua liberazione. Vicende in questi tempi della lega di Francesco II Sforza, duca di Milano, e di Girolamo Morone._
Leone X, alleato di Carlo V, avea terminata la vita, siccome si è detto di sopra, nei tempo appunto in cui si otteneva lo scopo della Lega col discacciare i Francesi dalla Lombardia. Adriano VI, suo successore, nel breve suo pontificato d'un anno e mezzo, o poco più, si mostrò piuttosto sacerdote che sovrano. Clemente VII Medici, cugino di Leone X, fu creato sommo pontefice, mentre i Francesi, sotto Bonivet, se ne ritornavano al loro paese, dopo un tentativo infelice per occupar Milano. Dovevasi ognuno promettere che questo papa mantenesse la lega; poichè ei da cardinale l'avea formata; ma così non avvenne. Clemente VII si unì col re Francesco I, promettendogli il regno di Napoli, e ricevendo dal re la guarentigia dello Stato ecclesiastico e della repubblica fiorentina per la casa Medici. Tutto però segretamente si fece nel tempo in cui durava l'assedio di Pavia. (1525) Frattanto il vicerè Lannoy aveva sprovveduto il regno di Napoli di soldati, i quali erano in marcia alla volta del milanese; laonde il re staccò il principe Stuardo di Scozia, duca d'Albania, con ducento lance, seicento cavalleggieri e quattromila fanti, e comandogli di marciare verso Napoli per occupare quel regno; la quale sconsigliata impresa lo indebolì poscia a fronte de' nemici, e fu una delle cagioni della rovina della sua armata e della perdita della sua libertà. Il Lannoy non si curò di far correre dietro al duca d'Albania, e unicamente rese avvisati i comandanti de' presidii del napolitano per la difesa; per tal modo schivò il pericolo di perdere il Milanese col Napoletano, e poterono le forze rivolgersi tutte al soccorso di Pavia. La marcia dei Francesi attraverso lo Stato pontificio, il transito delle munizioni fatto per Piacenza e Parma, possedute dal papa, svelarono agl'imperiali che il papa s'era unito col re, sebbene non apertamente si fosse dichiarato di essere lui nimico dell'imperatore Carlo V. Pensò il re di rinforzare la sua armata, ordinando che i suoi Francesi acquartierati in Savona marciassero a Pavia, senza avvertire che, dovendo coteste milizie passare ne' contorni di Alessandria, presidiata da' cesariani, non erano sicure nella loro marcia. Infatti Gaspare del Maino, comandante di quel presidio, fece prigioniero tutto quel corpo. Frattanto al Lannoy giunsero dodicimila lanschinetti tedeschi, e quindi si trovò alla testa di diciottomila fanti, settecento uomini d'armi ed altrettanti cavalleggieri. I dodicimila tedeschi erano comandati da Giorgio di Frandsperg, uomo di statura colossale, di forza prodigiosa, di gran coraggio, luterano passionato; il quale venne a quell'impresa coll'idea di far onta al papa, ed a tal fine portava seco un cordone d'oro in forma di capestro, e lo mostrava dicendo: _A ogni signore ogni onore._ Così mentre da malaccorto il re Francesco coll'indebolirsi, andava preparando la propria sciagura, i nemici si rinforzavano. Al difetto di prudenza nel re si aggiungevano la trascuratezza dei capi dell'esercito, e l'indisciplina de' soldati. Bernardo Tasso, padre dell'immortale Torquato, si ritrovava nell'armata del re di Francia, mentre era sotto Pavia, ed in una lettera al conte Guido Rangone, così gli scrive: «Questo esercito mi pare con poco governo, con molta licentia, et più grande di numero che di virtù. Poca speranza gli è rimasa di poter pigliare la città, hora che i nemici si vanno avvicinando[70];» e poco dopo «Questo esercito mi pare piuttosto pieno d'insolenza che di valore.... Io più tosto temo che spero del successo di questa impresa; et quello che più mi fa temere è, che veggio che apertamente Sua Maestà s'inganna nelle cose più importanti, giudicando il suo esercito maggior di numero, et quel de' nemici minore di ciò che in effetto sono.... Io vedo questo campo con quel poco ordine che era quando i nemici eran lontani; nè a questa troppa sicurtà so dare altro nome che imprudentia o temerità». Guicciardini[71], presso a poco, dice lo stesso; «Risedeva il peso del governo dell'esercito presso all'ammiraglio; il re, consumando la maggior parte del tempo in ozio o in piaceri vani, nè ammettendo faccende o pensieri gravi, dispregiati tutti gli altri capitani, si consigliava con lui: vedendo ancora Anna di Momoransi, Filippo Ciaboto di Brionne, persone al re grate, ma di picciola esperienza nella guerra: nè corrispondeva il numero dell'esercito del re a quello che ne divulgava la fama, ma eziandio a quello che ne credeva esso medesimo».
Ho procurato d'indagare come mai il duca Francesco Sforza, principe che non mancava di valore, s'accontentasse di starsene quasi ozioso nel Cremonese, mentre si disponeva il gran fatto d'armi che doveva decidere del destino dello Stato suo. L'armata cesarea era comandata dal vicerè di Napoli don Carlo Lannoy: ivi trovavasi il duca di Bourbon, ivi il famoso don Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, ivi il marchese del Vasto; ed il duca Sforza, che alla Bicocca e ad Abbiategrasso aveva superati coraggiosamente i nemici, ora erasi limitato a sgombrare il fiume Po da ogni comunicazione co' Francesi. Non mi è accaduto di trovare che alcuno degli scrittori avesse la medesima curiosità. Quindi o convien supporre che gl'imperiali per gelosia e per sospetto non lo bramassero, ovvero ch'egli non vedesse di sua convenienza il trovarsi in un esercito, nei suoi Stati, senta averne il comando, e senza nemmeno avere il titolo di generale al servigio di cesare.
Ai sovradetti indebolimenti dell'armata francese aggiungasi che Sant'Angelo sul Lambro era presidiato da ottocento francesi, sotto il comando di Pirro Gonzaga, e da ducento cavalieri. Fu preso d'assalto; e il marchese di Pescara fu il secondo che ascese le mura, ed ebbe l'abito forato da due archibugiate; la guarnigione uscinne disarmata, coll'obbligo di non servire per un mese. Casal Maggiore era occupato da' Francesi sotto il comando di Giovanni Lodovico Pallavicino, che lo presidiava con duemila fanti e quattrocento cavalli. Alessandro Bentivoglio, alla testa d'un corpo d'Italiani fece, con un fatto d'armi, prigioniero il Pallavicino, caduto da cavallo, e disperse affatto il presidio francese. Prima che si avanzasse l'armata cesarea a Pavia, conveniva assicurarsi le spalle e non lasciar dietro i Francesi in que' luoghi, d'onde difficoltavano le provvisioni. Se i Francesi avessero avuta la stessa precauzione, non si sarebbero innoltrati a Pavia, lasciando presidiata Alessandria da Gaspare del Maino, il quale, siccome ho accennato poc'anzi, battè e disarmò un corpo di duemila soldati, che erano in marcia venendo dalla Francia per unirsi al re. Oltre a questi primi danni, cioè al distacco del principe Stuardo di Scozia, spedito verso Napoli, alla perdita di due presidii di Sant'Angelo e Casal Maggiore, alla perdita di duemila sorpresi verso Alessandria, un nuovo accidente sventurato accadde al re e forse più gravoso, cioè che quattromila soldati grigioni, che erano al di lui stipendio, se ne partirono quasi improvvisamente. Giovanni Giacomo Medici, che s'era reso signore del castello di Musso, con insidie s'era altresì reso padrone di Chiavenna, città importante dei Grigioni. Per la qual cosa con lettere della loro repubblica vennero immediatamente chiamati i Grigioni in soccorso della patria, sotto pena di infamia e di confisca. Così l'esercito francese si ridusse di numero quasi uguale al cesareo.
Il duca di Borbone e il marchese di Pescara ricevettero frattanto il rinforzo di ottomila tedeschi. Fecero radunare le truppe che tenevano acquartierate in Cremona, Lodi ed altri luoghi; formarono un corpo di ventiduemila fanti, oltre i cavalli, e per Sant'Angelo marciarono a Pavia, e si collocarono vicini e di fronte al campo francese, cosicchè le guardie avanzate nemiche si parlavano. Il Guicciardini[72] scrive che Pescara s'avviò per la battaglia sotto Pavia con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggeri, mille fanti italiani, e più di sedicimila tra spagnuoli e tedeschi. Ivi si mantennero per venti giorni, mettendo in allarme e inquietando i Francesi,[73] _ut primum metu ac sollicitudine vexarent, deinde cum vanum timorem consuetudine remissent, securiores offenderent, ubi visum esset vero praelio lacessere_[74]. Il re Francesco stava ben munito nel suo campo, situato nel parco, il quale, essendo cinto di mura, non dava accesso a' cesarei, se non per alcune porte ben presidiate da' corpi avanzati francesi. Sperava il re che, stando a fare la guerra difensiva, e guadagnando tempo, l'armata imperiale, mancante di stipendio e mal provveduta di tutto, dovesse sciogliersi da sè medesima. Infatti i comandanti cesarei temevano lo stesso, e perciò deliberarono di commettersi alla fortuna d'una battaglia[75]. Allora i soldati erano mercenari e liberi. Nessun bottino potevano sperare i francesi debellando i cesariani, mancanti di tutto. Per lo contrario sommo profitto avevano in vista i cesarei battendo i francesi, il re, i principali signori del regno, tutti radunati con immense ricchezze e pompe, e ciò oltre il profitto del riscatto di sì illustri prigionieri. I Francesi avevano la presenza del loro re ad animarli, l'ambizione di segnalarsi sotto de' suoi sguardi, ma l'armata non era per la maggior parte di francesi; v'erano tedeschi, svizzeri, italiani, spagnuoli, ed oltre a ciò, i più erano affatto mercenari e gregari. Perciò la condizione de' cesarei era migliore d'assai. Il quartiere del re stava a Mirabello, delizia de' duchi di Milano. Il campo era cinto di terrapieno con fossa, fuori che da un lato, che si credeva bastantemente munito col muro del parco. Il marchese di Pescara, che da ogni canto osservava la posizione del re, s'avvide che poco custodivano i Francesi quella parte che credevano più sicura pel riparo del muro. Se il muro si gettava a terra, il che non era difficile, era aperto l'adito ad impadronirsi di Mirabello.
Confermatisi il duca di Borbone e il marchese di Pescara nella risoluzione di avventurare la battaglia, passarono di concerto col comandante di Pavia, Antonio Leyva, e si fissò il giorno di san Mattia, 24 febbraio, giorno di gala per essere l'anniversario della nascita di Carlo V. Frattanto negli otto precedenti giorni gl'imperiali incessantemente, anche di notte, diedero l'allarme ai Francesi, e col favore dello strepito di trombe e de' timpani guastarono per qualche tratto le mura del parco, sicchè alla minima scossa cadessero poi. Queste mosse ingannarono i Francesi, che credettero uno de' molti falsi allarmi anche l'attacco importante del giorno 24. Per essersi gl'imperiali accostati così d'appresso al campo francese, il re tenne un consiglio nel quale Luigi d'Ars, il Sanseverino, il Galiot de Genouillac, il maresciallo di Chabannes, il maresciallo di Foix, e il famoso la Tremouille opinarono che fosse da abbandonarsi il blocco di Pavia e ritirarsi a Binasco; ma prevalse il Bonivet, secondato dal Montmorenci, da San Marsault e da Brion, i quali adularono l'inclinazione del re, che già aveva promulgato per l'Europa, che o prendeva Pavia, o vi periva[76].
L'ammiraglio Bonivet ebbe il comando di quella giornata. Il campo francese, esteso più di tre miglia, era postato in guisa che impediva l'ingresso da ogni parte in Pavia, comunicava col parco di Mirabello, e dominava vantaggiosamente la campagna. Il duca d'Alençon col corpo di riserva era a Mirabello; la prima linea era comandata dal maresciallo di Chabannes, il corpo di battaglia lo era dal re. Il marchese di Pescara si determinò di entrare pel parco di Mirabello, e di soccorrere Pavia, con questa mira che, se i Francesi scendevano dal campo per difendere il parco, perdessero il vantaggio della loro posizione, ed egli desse loro battaglia; se non dipartivansi, facil cosa era il superare il duca d'Alençon, ed alla vista de' Francesi portare tutto il soccorso a Pavia. Tre ore prima del giorno il marchese di Pescara si mise in ordine per attaccare il re. Divise l'esercito in più corpi. Il primo lo diede ad Alfonso d'Avolo, marchese del Vasto, di lui nipote, composto di cinquecento fanti e cinquecento cavalli. Il secondo a Giorgio Frandsperg, di quattromila fanti. Un corpo di riserva fu affidato al nipote del vicerè di Napoli. Il vicerè Lannoy comandava un corpo di cavalli. Un altro corpo di cavalli lo comandava il duca di Borbone. Altri minori drappelli dispose il Pescara, i quali al cominciare l'attacco si trovarono alle spalle dei Francesi, alle diverse porte del muro del parco. Il marchese avea fatto porre a tutti i suoi una camiscia sopra le armi, perchè nella oscurità della notte si potessero conoscere fra di loro: stratagemma imitato nella Slesia nel 1757. Prima dell'alba del 24 febbraio, mentre si avanzavano a Mirabello, gl'imperiali fecero de' finti attacchi con molto fragore di artiglieria, acciocchè non si sentisse quanto accadeva a Mirabello. All'aurora si videro gli Spagnuoli entrati nel parco per un'apertura assai larga, fatta la notte precedente con tal destrezza e silenzio, dice il Bugati[77], che appena da' nemici fu udito il rumore. Il marchese di Pescara, innanzi a tutti, colla maggior parte della fanteria italiana e spagnuola, diede dentro tra le guardie francesi; il duca di Borbone, guidando la sua cavalleria, s'innoltrò da altra parte del parco verso i quartieri del re cristianissimo, ma trovò che il re e i suoi erano marciati contro il Pescara. Don Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, s'impadronì di Mirabello. Un suo distaccamento era già alle porte di Pavia, ma Brion, mandato dal duca d'Alençon, lo battè. Galiot de Genouillac, che si era reso illustre nella battaglia di Marignano, profittò del momento, e collocò una poderosa artiglieria contro quel vano delle mura del parco per dove entravano gl'imperiali, la quale talmente gli scompigliò, che disordinatamente si ricoverarono in un luogo basso per essere salvi da' colpi del cannone. Il re, invece di combattere contro il marchese del Vasto, per tal modo isolato, sconsigliatamente uscì dal vano, e si diradò per la campagna con tutta la gendarmeria; così l'artiglieria del Genouillac dovette cessare per non offendere il suo re. Gl'imperiali s'avvidero dell'errore da questi commesso. Il duca di Borbone co' lanschinetti, il marchese di Pescara cogli spagnuoli, il vicerè Lannoy cogl'italiani attorniarono il re. Il marchese del Vasto venne a prenderlo alle spalle. Il Leyva vigorosamente uscì da Pavia, lasciando il magnifico e valoroso Matteo Beccaria alla difesa della città. Allora il maresciallo di Chabannes accorse a soccorrere il re, e se gli pose al fianco destro col corpo ch'egli comandava. Il duca d'Alençon formò un'ala sinistra al re. Fra il re e Chabannes v'erano le Bande Nere, cinquemila, tutte veterane tedesche, che avevano combattuto a Marignano. Il duca di Suffolk Rosabianca le comandava. Così fra il re e il duca di Alençon vi era un corpo di diecimila uomini svizzeri comandati dal colonnello Diespach. Un corpo di lanschinetti, guidati dal duca di Bourbon, sconfisse totalmente le Bande Nere. Il conte di Vaudemont, il duca di Suffolk rimasero estinti sul campo. Borbone si rivolse poi contro il corpo di Chabannes che rimaneva staccato. Il bravo Clermont d'Amboise cadde morto, e il maresciallo di Chabannes terminò di vivere nel modo seguente. Egli ebbe ucciso sotto di sè il cavallo. Vecchio com'era, cercò di combattere a piedi; ma Castaldo, luogotenente del Pescara, lo fece prigione. Castaldo conduceva in luogo sicuro il suo prigione; un capitano spagnuolo, per nome Buzarto, osservò Chabannes, il più bel vecchio del suo secolo, nobile, magnifico, e riconobbe che doveva essere un signore di distinzione, di coi diverrebbe lucrativo il riscatto; pretese di essere associato al Castaldo, che lo ricusò; e il Buzarto con una archibugiata gettò morto il maresciallo di Chabannes, dicendo: «Ebbene, non sarà dunque nè mio, nè tuo[78]. Così terminò i suoi giorni questo illustre francese, che s'era trovato a Fornovo nel 1495, ad Agnadello nel 1509, a Ravenna nel 1512, dove comandò, morto il duca di Nemours, a Marignano, alla Bicocca, ec. Egli aveva il soprannome di _gran maresciallo di Francia_.