Storia di Milano, vol. 3

Part 4

Chapter 43,715 wordsPublic domain

Qualora si prescindesse dall'avvertire che avevasi a fare con un soggetto che avea trascorsa la più gran parte e la migliore della sua vita tra le lettere, la filosofia e le gravi incumbenze di alte e difficilissime magistrature, altre e più sode avvertenze potevano esser fatte intorno alla sua opera storica, e alcuna se ne fece, ma con quella moderazione che si addice agli uomini veramente dotti parlando di persona rispettabilissima. Non meno l'abate cisterciense Angelo Fumagalli, che il conte Gian-Rinaldo Carli, l'uno nelle _Antichità longobardico-milanesi_, e il secondo nelle _Antichità italiche_ rimarcarono e dimostrarono l'esagerazione sostenuta dal nostro autore, d'essere stata Milano pressochè distrutta dalla vendetta del generale de' Goti Uraia. Scarsa nella _Storia di Milano_, più che non potevasi, è la parte storica e politica delle dominazioni barbare, e alla sterilità delle notizie si aggiunse per i tempi dei Longobardi l'adozione de' volgari pregiudizi intorno alla loro rozzezza e brutalità, dimostrate insussistenti da una critica più diligente e più severa; per i quali due oggetti merita particolar lode un altro patrizio, il marchese Giuseppe Rovelli, il quale, nelle Dissertazioni preliminari della sua _Storia di Como_, con meno alti voli, ma con più pazienza, illustrò in particolare la legislazione de' Barbari che tra noi dominarono. Mentre s'incontrano nella Storia dei Verri varie discussioni di fatti oscuri o disputati, condotte con isquisita diligenza, quale tra le altre è quella delle lunghe e sanguinose contestazioni agitate tra il clero milanese nei secoli IX e X per il celibato de' preti, alcune inesattezze vi si rimarcano all'opposto, pure in argomenti parziali; e basterà il citarne alcuni esempi. 1.º Il severo e ingiusto giudizio dato del governo della repubblica milanese succeduta alla morte del duca Filippo Maria Visconti, riportando con affettato studio le minuzie delle ordinarie prescrizioni municipali, che sole per caso furono a notizia dell'autore, e non le varie utili istituzioni, non la sagacità, il vigore e la costanza degl'istantanei provvedimenti, non le leghe destramente conchiuse co'sovrani esteri, non il valor militare in più occasioni dimostrato; con aggiungere per tal modo verso quel breve governo il peso di non meritati rimproveri al torto, già per sè grandissimo, di essere rimasto soccombente. 2.º L'avere seguito la volgare opinione che attribuisce a Leonardo da Vinci l'invenzione dei sostegni necessari a compensare il diverso livello delle acque, per far comunicare la navigazione del naviglio della Martesana con quella del naviglio grande per mezzo della fossa che circuisce la città, mentre è provato che que' sostegni ingegnosissimi esistevano più anni prima che il Vinci venisse ai servigi del duca di Milano. 3.º L'asserzione che fosse stato eretto nella chiesa di Santa Marta il monumento sepolcrale di Gastone di Foix, scolpito da Agostino Busti, benchè consti che questo insigne lavoro, di cui tante belle parti si conservano tuttora in più luoghi, non sia mai stato ridotto a compimento; e infine la troppo facile giustificazione del tradimento usato in Novara dagli Svizzeri a danno del duca Lodovico Maria Sforza, dal quale erano stipendiati, d'onde venne la di lui miserabile prigionia, che non ebbe fine se non colla morte: giustificazione così gratuita, che neppure fu adottata dagli storici svizzeri, ultimo dei quali è il Mallet. Ma queste inesattezze sono tanto più scusabili, ove si rifletta che la polvere degli archivi copriva ancora nella massima parte i documenti che sarebbonsi potuti allegare a difesa e ad illustrazione di quella procellosa triennale repubblica, ecclissata poi dalla vittoria e dalla magnificenza del nuovo governo sforzesco; che l'insussistenza degli altri due fatti riferibili alle arti lombarde risulta per prove emerse posteriormente all'epoca in cui il Verri scriveva; e che l'indebita apologia delle milizie svizzere, le quali in allora, per le facilità di mercanteggiare i loro servigi, per la loro venalità, rapacità ed incostanza, potevano a ragione chiamarsi gli Albanesi del secolo XV, è soltanto ripetibile dalla soverchia fede prestata all'autorità di quell'ambizioso intrigante di Girolamo Morone, che aveva per abito d'immischiarsi in tutto e di vantarsi di tutto sapere.

Un nuovo censore surse contro la storia del Verri nel cavaliere Carlo de' Rosmini, non tanto per quello che ne scrisse sotto il velo più trasparente, che per quello che non scrisse. Questo letterato, conosciuto con distinzione come scrittore diligente di varie istruttive biografie, si produsse di recente con un'altra voluminosa _Storia di Milano_. Qualche giornalista, e più delle parole di esso, la non curanza del pubblico, l'ha certamente posta più al basso che intrinsecamente non merita, come fatica di lunga lena, diligente in più luoghi e con dettato abitualmente piano e dignitoso, se non fosse guasto dalla coda spesso impiombata dei lunghi e strascicanti periodi per una troppo servile imitazione del suo modello, il Guicciardini. E a questi soli pregi dee star contento chi avrà la pazienza di leggerlo; chè degli altri molti richiesti dagli uomini dotti di tutti i tempi negli scrittori di storie, e per cui i buoni storici sono sì rari, cominciando dall'imparzialità, si farebbe inutile ricerca in que' quattro grandi volumi. I torti del cavaliere Rosmini verso il conte Verri sono varii e gravi: non lo citò mai, e quel ch'è più, il criticò talvolta senza nominarlo. Il primo rimprovero, come di semplice ommissione, potrebb'essere trasandato, senza quel suo peccaminoso compagno; quantunque abbia pur esso la sua dose di malizia in un'opera, come la sua, lardellata quasi ad ogni pagina di copiose citazioni, dove ha per costume di affastellare l'un dopo l'altro i cronisti della Raccolta del Muratori, e il Bosso e il Calco e il Corio e il Giulini e perfino il Ripamonti, il quale ognun vede che, fuori de' tempi in cui visse, è di una stupenda autorità. Abuserei della pazienza dei lettori se volessi estendermi a dimostrare come e quante volte attinse egli all'opera del Verri, non citandola; onde mi circoscriverò a recare un solo esempio della sua seconda colpa, ma sarà di tale evidenza, che renderà superfluo il dirne di più. Fu quell'esempio già in parte allegato dall'autore dei tre Articoli critici intorno alla storia del Rosmini inseriti nella _Biblioteca Italiana_ (fascicoli LXXXII, LXXXIII e LXXXV, di ottobre e novembre 1822, e gennaio 1823), scritti con savia e sobria dottrina e brusca risolutezza; se non che ai lettori imparziali parvero essi troppo turgidi e rimbombanti e più strepitosi nel minacciare che nel ferir forti. Il passo del cavaliere Rosmini, in cui è evidente l'allusione al capitolo decimosesto della storia di Verri, è preso dal libro undecimo, al quale diede questo incominciamento: «Qualche moderno storico, per servire ai tempi in che fioriva, e per coprire la viltà di palpare i viventi colla non pericolosa baldanza di mordere i trapassati, ha ripreso come ingiusto ed insensato l'unanime consentimento de' Milanesi, dopo la morte del duca Filippo Maria Visconti, di sottrarsi ad ogni soggezione di principe, e puerili, stolte e cenobitiche ha dichiarate le leggi che i capitani e difensori della libertà, la repubblica rappresentanti, intorno al buon governo di essa han pubblicate: ec.» La critica essendo chiarissima, non ha bisogno di commenti; vediamone l'applicazione. Verso la fine di giugno 1797, quando fu sorpreso dalla morte, era giunto il Verri alla metà della stampa del suo secondo volume; e dal vedersi che il funesto caso interruppe nello stesso tempo la stampa e lo scritto, per modo che tosto dopo ha dovuto il canonico Frisi dar mano al proseguimento del lavoro, è chiaro che l'autore faceva progredire nella stampa a misura che innoltravasi nel dettato della storia; cosa tanto più eseguibile da esso per la somma facilità sua nello scrivere, nota a quanti il conobbero. Questa osservazione servirà a confermare il successivo mio discorso: intanto suppongasi ch'egli abbia composto quel capitolo, ch'è il primo del suo secondo volume (primo pure di questa ediz.) durante l'antico governo austriaco: quali erano sotto di esso i potenti che l'autore settuagenario voleva blandire? Forse i ministri, de' quali era disgustato? Forse i nobili, coi quali ben poco simpatizzò? Altronde, quale sorta di blandimento poteva esser quello che ancora non conoscevasi, e che anzi andava ad esser reso pubblico dopo che quei ministri non erano più tra noi, dopo che i nobili avevano perduta ogni prerogativa? — Tutto pertanto induce a persuaderci che quella parte di storia, quella specie di satira de' modi confusi, discordanti, tumultuari di uomini recentemente ordinati ad istituto di repubblica, fu scritta dopo gli sconvolgimenti politici incominciati nel maggio 1796; e siccome sotto le nuove istituzioni doveva essere pubblicata, così, se pur v'era un'_allusione_, era quella di fare ciò che i Francesi direbbono una parodia dei nuovi e strani ordini che allora chiamavansi governo. Scopo era questo consentaneo al carattere imparziale e franco di Verri, scopo degno del suo libero e forte animo, perchè non senza pericolo. E gli sdegni che nel profondo del petto gli fervevano per i deliri di quel tempo, e che a stento comprimeva, de' quali io e i pochi altri suoi confidenti eravamo continui testimonii, ben potevano aver avuto forza di farlo declinare dalla severa imparzialità dello storico, per dare un'indiretta lezione di saviezza a' suoi concittadini, del pari che si tentò da pochi altri, e tra questi dal noto autore de' _Romani in Grecia_. Una più seria doglianza a difesa della estimazione di un amico infelice debb'essere da me fatta contro il signor Rosmini, e risguarda i molti documenti ch'egli aggiunse alla sua storia del Magno Trivulzio, e alla posteriore di Milano, limitati all'epoca sforzesca. Non è che verità il dire che la ricerca, il rinvenimento, la scelta di que' molti pregevoli alti è dovuta soltanto alla diligenza e al noto spontaneo zelo per i progressi de' buoni studi delle antichità patrie di don Michele Daverio, che, fino alla cessazione del regno d'Italia, presiedette alla direzione del ricchissimo archivio di governo, detto di _San Fedele_, dove la mole preziosa di tutte le carte procedenti dalla dinastia degli Sforza trovavasi concentrata e pressochè intatta; e che il cavaliere Rosmini appena salutò di uno sguardo alcuni de' copiosi documenti stati trascritti ed editi a grandi spese dal suo generoso mecenate: la quale cortesia egli rimeritò allora in più lettere (ch'io possiedo) con profuso rendimento di grazie, ma nessuna menzione ne fece poi nel pubblicarli; egli che si smania nel mostrarsi riconoscente verso le viventi illustri persone che il fornirono di minimi aneddoti, i quali con affettata premura inserì almeno nelle note della sua prolissa istoria; egli che non aveva dimenticato il nome di quegli cui di tanto era debitore, avendolo citato alla pagina 305 del volume II, come raccoglitore di alcune Memorie stampate, però stortamente indicandolo come _archivista della città_; egli che in tutte le sue opere, e più nella storia di Milano, si mostra con ragione così tenero dell'osservanza de' precetti della buona morale, tra i quali al certo non è l'ultimo quello di dare a ciascuno il suo e la gratitudine de' beneficii, e che tanto s'incollerisce allorquando si avviene in esempi contrari; egli infine che, per la famigliare educazione di persona ben nata, e per il consorzio di distinti signori che l'ammisero alla loro dimestichezza, avrebbe dovuto avere avvezzato il proprio animo a quella cortesia che piuttosto abbonda anzi che mostrarsi scarsa nel rimeritare, almeno con officiose parole, i servigi che si ricevono. E sia questa una specie di funebre olocausto che l'occasione offrì e l'amicizia tributa alla memoria di Michele Daverio, che, fuori del torbido de' tempi in cui visse, e in altro paese, avrebbe gioito della stima dovuta al candore della sua anima, alle sue sociali e domestiche virtù, alla purissima e fervida smania che il commoveva per il bene della sua patria;... benchè in essa pochissimi sapranno ch'egli abbia finito di subitanea morte la sua mondana carriera in Zurigo nei primi giorni del cadente anno.

Un'altra censura fatta al conte Verri, non parziale alla storia, ma estesa a tutte le sue opere, è quella di essere licenzioso scrittore in fatto di lingua. La difesa ch'egli fece a sè e a' suoi colleghi nel noto foglio periodico _il Caffè_, come pretendenti ad un illuminato arbitrio, provocò gli sdegni di un giudizioso ma intemperante critico, Giuseppe Baretti; il quale, dalla sua famigerata _Frusta letteraria_ in poi, continuò fino alla morte l'incessante suo chiasso per questa, a suo dire, imperdonabile arroganza. Verri, in quei primi ardimenti del suo ingegno, scriveva da filosofo, non da grammatico; forse errò nel menarne vanto; ma nel calore di una fazione di guerra, quale era quella propostasi dagli animosi e illustri giovani della società del Caffè contro i parolai e i pedanti, come misurare le mosse a compasso e pretendere che non trascendasi? Consimili cose erano state da me dette nelle _Memorie_ biografiche che ho fatto precedere agli _Scritti scelti_ del Baretti, pubblicati nel 1822, e sembravano di avere con ciò servito abbastanza alla giustizia e all'imparzialità; nè credeva che fosse necessario di ripetere ad ogni passo sempre lo stesso avvertimento, imitando il costume de' legali nelle dispute forensi colle parole solenni, come le avrebbero chiamate i giureconsulti romani, d'_impugno_, _nego_, ec., per modo che il non opporle si avesse per una confessione dell'assunto dell'avversario. Ma così non parve all'anonimo che in due estratti inseriti nella _Biblioteca Italiana_ (numeri CII e CXII) rese conto di quel mio lavoro; e nell'estratto II, non contento di quanto io aveva scritto a correzione delle invettive del Baretti nei capi X e XVI, e in una nota all'articolo 25 del capo XIX delle citate _Memorie_, altre annotazioni pretese che da me _lombardo_ si fossero fatte _a difesa dei lombardi ingegni_. Premesso incidentemente ch'io non ho l'onore di appartenere alla Lombardia se non per la scelta del domicilio, essendo nato in un borgo del Novarese, non so con quale logica si pretenda che le lodi e le difese degli autori debbano prendere incitamento dell'accidentale affinità del municipio, anzi che dalla ragione; e forse che, conseguenza di questa logica, fu che l'autore di quegli estratti, per non essere lombardo, ha creduto di potersi dipartire nel secondo di essi dalla decenza serbata nel primo, e per cumulare qualche critica di più asserì, che raro è unicamente ciò che è inedito, e che di cose inedite appena un terzo si contiene in quella mia collezione, delle quali osservazioni dirò soltanto che nella prima farneticò, e nell'altra mentì apertamente, non essendo questo il luogo di estendermi in più copiose parole.

§ III.

_Continuazione del canonico Frisi._

Avendo il conte Verri lasciata interrotta la sua storia circa alla metà del secondo volume, siccome si è detto, il canonico teologo Anton-Francesco Frisi si assunse di proseguirla, e la condusse per la succesione di quarant'anni sino al pontificato del cardinale arcivescovo Carlo Borromeo, chiudendo il suo lavoro col di lui elogio dettato colle parole di un vescovo francese e di un dottore della Sorbona, e mettendo in luce il volume nel 1798. Ne scrisse quindi un terzo volume, nel quale la storia è continuata fino al 1750, e questo, che ha la data del 1813, rimase inedito e si conserva nell'archivio della casa Verri. Nella nota alla pag. 208 del vol. II, dove il Frisi ci avvisa della interruzione del lavoro per la morte dell'illustre autore, soggiunse: _Al compimento di esso mi sono data la pena di fedelmente raccogliere la più parte di quanto segue da alcuni tomi in foglio manoscritti ritrovati presso il defunto_. Avendo io, vivente l'autore, avuto il comodo di vedere quei tomi, aveva potuto convincermi che l'asserita fedeltà non reggeva; quindi nelle _Notizie_ che scrissi intorno alla vita e alle opere di Pietro Verri, colla franchezza che si conviene alla manifestazione del vero, diedi pubblico rimprovero al Continuatore (tomo I, pag. 25 di quest'edizione) «di aver violato la protesta da lui fatta di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore, mentre osò di _mutilarli_». Sopravisse tredici anni ancora il canonico Frisi, cioè fino al 20 luglio del 1817, e riputando la difesa impossibile, non aprì mai bocca su quell'accusa, non ostante che ben conosce l'opera nella quale fu pubblicata, e che egli cita alla pag. 211 del rammentato tomo III inedito della sua continuazione. Ho voluto estendermi in questi dettagli, mentre qualche lettore superficiale avrebbe potuto oppormi a viltà l'accingermi a combattere un morto; nè senza la presente occasione avrei più parlato di lui; e nella necessità di parlarne e di giustificare la mia asserzione, il farò più compendiosamente che mi sarà possibile.

Non è colpa del canonico Frisi se, per la diversità dell'educazione e degli studi, e, diremo anche, per la sproporzione de' talenti, si trovò egli inferiore di forze a sostenere lodevolmente un carico che l'amicizia e la stima per l'illustre defunto gli fecero assumere; e così se egli, credendo di far meglio, stemperò in circonlocuzioni e frasi contorte e floscie il testo chiaro, preciso, robusto, evidente del Verri; se come canonico e teologo, tanto nel proseguimento stampato che nel tomo manoscritto, modificò o tacque ciò che di sfavorevole incontrava in argomenti di giurisdizione ecclesiastica, riducendo il suo lavoro ad un perpetuo panegirico de' governatori e degli arcivescovi di Milano; se avendo trovato nelle memorie del Verri le incisioni di quattro figure di danzatori ed una lunga di lui nota intorno ai balli e ai teatri della fine del secolo decimosesto, non ha potuto resistere alla bramosia di pubblicarle, e per riuscirvi trasportò la nota racconciata a suo modo dall'anno 1598, cui spettava, al 1545, con manifesto anacronismo; e se, vagando per tutta la storia dell'Europa, impinguò il suo testo con lunghi riempitivi presi dal Guicciardini e dal Muratori, senza riguardo al savio precetto del Verri, nel tomo I (pag. 68 di questa edizione), ove dice: _Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora nè in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città_. Siccome sbagli innocenti debbono pure riguardarsi nel lavoro del Frisi diverse inesattezze di epoche o di nomi; quale è, per esempio, quella a pag. 248, dove con aperta distrazione di mente fa condurre da Lannoy, noto generale di Carlo V, un esercito francese in Italia in servizio della Lega; quella alla pag. 263, nell'avere indicato Francesco I qual possessore tuttavia di una buona parte del milanese, invece del duca Francesco II, come dice il Verri con più proposito; quella di aver detto alla pag. 269 che Clemente VII creò cardinale il figlio del gran cancelliere Morone nel 1542, mentre quel papa era morto fino dal 1534; e del pari l'altra, a pag. 358, che il governatore duca di Sessa fosse giunto in Milano in marzo dell'anno 1558, laddove il signor Salomoni, nelle sue _Memorie storico-diplomatiche_, pag. 147, ha provato che quel duca nel mese di giugno era ancora in Madrid: errore suo proprio, benchè minimo, non essendovi traccia di esso ne' manoscritti del conte Verri.

Ma nelle ultime centosettantadue pagine del secondo volume della storia di Milano, che comprendono l'opera del Frisi, s'incontrano ben più gravi alterazioni in confronto de' frammenti che di quell'epoca in gran copia ci rimangono nei manoscritti del Verri; alterazioni eseguite il più delle volte avvertitamente per coscienziosi riguardi, e talvolta pure senza un fine espresso e per la sola cagione di non avere inteso il suo testo. Porgerò alcuni esempi delle une e delle altre. Delle copiose memorie raccolte dal Verri intorno alla celebre battaglia di Pavia, il suo continuatore molte ne traspose, altre ne ommise e in generale le confuse. Alla pag. 225 dice che il re di Navarra comprò la libertà dei militi cesariani del marchese di Pescara per settemila scudi; laddove furono questi pagati dal marchese ai soldati per avere il re in proprio potere, e quindi sottoporlo ad un esorbitante riscatto. Riferisce a suo modo, alla pag. 228, le sollecitazioni allo spergiuro fatte al re di Francia da chi meno il doveva; e mutila alla pag. 231 il racconto delle trattative per la lega italica, tacendo l'assicurazione data dal papa al Pescara di poter mancare di fede all'imperatore, benchè fosse provata colla testimonianza di un prelato, lo storico Sepulveda. Invece di riportare, alla pag. 240, i fatti che sono ne' manoscritti del Verri, per mostrare la situazione disperata nella quale trovavansi i Milanesi nel 1526, li tace in gran parte, ed accenna seccamente le uccisioni notturne: i fatti all'opposto recano maggiore convincimento, oltre che danno alla storia un interesse drammatico. Con notabile mala fede ha mutilato, alla pag. 242, il transunto della risposta di Carlo V al breve del papa, trasmessogli per mezzo del suo nunzio Baldassare Castiglione; ed a convincersene basta il confronto del suo e del mio testo, il qual ultimo è preso letteralmente dai manoscritti del Verri. Nel racconto dell'assassinio legale del Maraviglia, alla pag. 284-286, oltre le stemperature con cui il Frisi sconciò abitualmente il testo del suo autore, ne travolse pure il senso. Verri dice: «Sembra che il duca, sempre sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì umiliante condizione, e a ciò debba attribuirsi la brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un concerto; ma inopportunamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro alla fine di disarmare lo sdegno dell'imperatore». Il Frisi, volendo variare, secondo il suo costume, ne inverte del tutto il senso, dicendo stranamente....... _Ma sciaguratamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile ripiego di non si curare dei patti solennemente giurati con Cesare, e di cercare a ogni modo pretesti di romperla seco lui, ed impegnarlo in nuove guerre col di lui gran rivale Francesco I._ Se non si avessero altre prove della cultura d'ingegno del canonico Frisi, a giudicarlo dal riferito passo, si dovrebbe conchiudere ch'ei non capiva quello che leggeva, nè quello che scriveva.

Un'altra insigne prova degli stravolgimenti usati dal continuatore sia la seguente: Il Verri, nelle _Osservazioni sulla tortura_, § II, entrando a parlare della peste dell'anno 1630, dice: _La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV,_ ec. Il Frisi dà la colpa a quel dispaccio di tutti i danni recati dalla peste; e se la famiglia del conte Verri non avesse avuto il buon giudizio di lasciar manoscritto il terzo tomo della storia, il pubblico avrebbe letto nel compendio di quelle osservazioni ivi inserito il detto passo, tramutato come segue: «un dispaccio che dalla corte di Madrid venne in questo tempo al marchese Spinola, governatore dello Stato di Milano, _rese fatalmente quella pestilenza una delle più spietate che rammemori la storia_, avendo essa distrutti niente meno che due terze parti di cittadini. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, et.», e prosegue quindi la narrazione come sta nell'opera di Verri.