Storia di Milano, vol. 3

Part 29

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Et inoltre sarà S. V. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare.

In Milano, alli 2 di novembre 1598.

_Sott._ Il vicario e dodici di Provvisione eletti dai signori Sessanta, ec.

GIO. JACOMO CHIESA».

[243] _Le grazie d'Amore_, di Cesare de' Negri, milanese, detto il _Trombone_: Milano, presso Ponzo e Piccaglia, 1604 in fol., pag. 12 e seg.

[244] Libro citato, pag. 35.

[245] Opera citata, pag. 13.

[246] Pag. 25.

[247] _Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese:_ Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4.º

[248] Negri, opera citata, pag. 14.

[249] Pag. 287.

[250] _Siècle de Louis XIV_, cap. XXV.

[251] _Stato della repubblica milanese l'anno 1610_, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. dei _Governatori_, fog. 331, _tergo_. — Di quest'opera dà conto l'Argellati nella _Biblioteca degli scrittori milanesi_.

[252] .... _Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad praetorium aperuit._

[253] _Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextra amabilis, sinistra formidabilis.... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est jusitae custodia._

[254] Lattuada, tom. V, pag. 26 e seg.

[255] MS. del senator Visconti, fol. 279.

[256] Visconti, MS. citato, fol. 337.

[257] _Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclare Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando._

[258] Visconti, MS. citato, fol. 284, _tergo_.

[259] Detto MS.

[260] _Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur._

(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).

[261] Visconti, nel citato MS. fol. 349.

[262] MS. suddetto, fol. 350.

[263] Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli dei demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi, e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai lori corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udirne il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poichè nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega detestabil donna fu condannata, previo la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore: _Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque leterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione cognita es, jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus st veneficiis in sui amorem traxisse, vel certe trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum et ad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis suplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac mature perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata.... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti.... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur.... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Officii pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat._ — Signat. _Io. Baptista Saccus_. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e, avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente.

Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco: non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Caterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poichè aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali, portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiale Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Caterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e che _o lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Caterina_..... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sè medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta in prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura, l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.

Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perchè, avendo in sua casa questa Caterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati, _e mi levarono di casa la Caterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti vuolsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridava che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai guanto passava, et lui, dopo havermi letto ed esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Caterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Caterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di gettarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire._

Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse: _che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo avrebbe levato dal letto facendoli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto:_ — Chi leva Senic et chi la sanità: — _et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito._

Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti; che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione; per la qual cosa domandò aiuto e a me e a al signor medico Clerici, perchè s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poichè, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa sopranaturale delle malìe, tanto più avendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati invano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate dal demonio, e però non mi maraviglio che il male del dotto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fatti _ad amorem_, come spesse volte si fanno, ma _ad mortem_, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perchè, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficii _ad amorem_ portano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser stati _ad mortem_, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, colto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».

Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu: _1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis;_ (1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulterior verità, ed altresì sopra altre cose.) e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata, _negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negat_ che il demonio fosse assistente, _ec. Redarguta, perseverat in negativa.... Tunc fuit ei comminata tortura ad formam, ec. ubi non dicat veritatem.... Respondit_ non ho fatto altro.... _et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et jam stringeretur, dicit: Dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta, ec......_ (Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente detto _Burilotto_; nega pure di sapere il modo di liberare il signor senatore dal predetto malefizio. Nega che _il demonio fosse assistente_, ec. Redarguita, persiste nella negativa.... Allora le fu minacciata la tortura nella forma, ec., quando non dica la verità.... Rispose, _non ho fatto altro...._ ed essendole perciò applicata la fune al braccio destro, e già strignendosele, disse: _Dirò la verità, fatemi desligare;_ e così sciolta, ec.) e allora recitò una lunghissima fila di _Barilotti_ e maleficii i più pazzi e strani.

[264] Bianconi, _Nuova Guida di Milano_, pag. 258.

[265] Bosca, _De origine et statu Bibl. Ambr._, lib. II, pag. 566. — Saxius, _De studiis literariis Mediol._, cap. XII, col. 54. — Lattuada, _Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 94.

[266] Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federico: _Questo libro costa centomila scudi_; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. — _(Nota del canonico Antonio Francesco Frisi)._

[267] La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio: _Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando e promulgando censuras contra deputatos, consules et syndicos Communitatum... et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis... et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, neque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri, ec..._ (Essendochè gli ecclesiastici a poco a poco, un dopo l'altro, contro l'imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci della comunità... ed essendochè i parochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione delle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro di quella sarebbono astenuti; il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata per quello che appartiene alla giustizia, benchè non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre provincie, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte partì di questo dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che nè si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, nè a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiam difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, nè difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo, ec.) e termina quindi concludendo: _Reliquam est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quit nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur._ (Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.)

[268] Ripamonti, _De Peste_, ec., pag. 20.

[269] _Ibid._, pag. 41, e annotazioni MS. a un vecchio Diutile presso la casa Verri.

[270] Rivolta, _Vita di Federico Borromeo_, lib. V, cap. XXI, p. 168.

[271] Ripamonti, pag. 50 e seguenti. Nel citato Diutile, scritto da un medico chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona, leggesi MS. quest'annotazione: «1629, 7 novembre. Nel bettolino di San Francesco sul corso di porta Comasina, passato il Carmine, morì improvvisamente uno venuto da luogo infetto. Non si conobbe ch'ei fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e morirono».

[272] Si fecero giuochi, tornei, allegrezze grandi. Si cantò il _Te-deum_ a Santa Maria presso San Celso. Sulla piazza del Duomo si diede un fuoco artificiale stupendo, che rappresentava il monte Etna. Il ragguaglio ed il disegno della macchina sono stampati. Il gesuita Emanuele Tesauro, celebre maestro di eloquenza in quei tempi, recitò la orazione; e per dare un'idea del suo modo di scrivere, ne riporterò alcuni tratti. Fra le altre cose disse: _Ma che in questi anni, meglio che in altri, sia la fortuna appassionata per questa casa reale, facciane fede, non altri, l'abbattuta eresia della Germania, sopra cui, passando la ruota dell'austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato. O giustissimi sdegni e trionfali vendette della zelante fortuna! Tempo fu che, ritardato il valor della doglia, assai più attese la fortuna dello Impero a medicar le ferite de' suoi con la prudenza, che a ferire i rubelli con la spada: a guisa di perita nocchiera, che, non potendo correre un vento intiero, corre una quarta. Ma ora al prospero soffio dell'austro gonfia tutta la vela, scorrendo liberamente, non pure il Reno e il Danubio e l'Albi, ma il gelato mare di Dania; anzi ne' monti ongarici et boemi per un mar di sangue rubello felicemente veleggia_ (pag. 12). Egli, lodando il conte d'Olivares, dice che _trasse il nome dagli olivi, perchè ne' consigli di guerra et di pace dell'una et dell'altra Pallade merta l'oliva_. Finalmente del nato bambino, ei narra ch'_è figlio delle Grazie, candidato dei paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto dei popoli, humano angioletto et mortal Dio_. Il panegirico è pieno di passi d'Orazio, di testi di Platone, di allusioni alle favole, di esagerazioni e adulazioni, e, sebbene recitato in San Celso, non vi è tratto veruno nè del candore evangelico, nè perfino di religione.

[273] In una patente del tribunale di Sanità, sottoscritta dal presidente Giovanni Sfondrati e dal cancelliere Giacomo Antonio Tagliabò, del 20 maggio 1632, che conservavasi presso de' padri Cappuccini di quel convento, si legge che il padre Felice Casato, guardiano, comandò nel Lazzaretto per commissione del tribunale di Sanità, e cominciò _alli 30 marzo con carico di reggente e governatore di detto Lazzaretto, con ampia autorità concessagli da questo tribunale di comandare, ordinare, provvedere e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario.... havendo avuto sotto il suo governo et comando tal'hora più di sedicimila anime, et governato nel detto spatio di tempo centomila persone e più, ec._

[274] Così il conte Verri verso il fine del § II dell'opera intitolata: _Osservazioni sulle torture, e singolarmente su gli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630._ Questo scritto, ch'era rimano inedito per riguardi di famiglia onorevoli all'autore, fu per la prima volta pubblicato come un'appendice alle Opere Economiche del conte Pietro Verri, nella Raccolta degli _Scrittori Classici Italiani di Economia politica_, Parte moderna, tom. XVII.

[275] _Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al male contagioso l'anno 1630_, ec., _raccolte da D. Pio La Croce_, pag. 54. Un fanatismo simile a questo si vide in Mosca, allorquando, l'anno 1771, la pestilenza recatavi dalla guerra co' Turchi desolava quella città. Il popolo si pose alla mente che un'immagine miracolosa dovesse liberarlo, e la folla del concorso comunicò la pestilenza ai sani, e accrebbe la sciagura. L'arcivescovo di Mosca, uomo illuminato e umano, che avea sottratto l'immagine al popolo, dovette nascondersi per schermirsi dal suo furore; ma le turbe forzarono il monastero ov'erasi ricoverato, e lo trucidarono. — Veggasi Levesque, _Histoire de Russie, tom. V, Paris_, 1782, pag. 133.