Part 28
In una lettera che il Morone scrisse il 17 dicembre del 1499 a Girolamo Varadeo, si vede con quanta chiarezza e verità conoscesse gli affari pubblici, e prevedesse l'esito infelice, che ebbero poi i tentativi immaturi di Lodovico il Moro per discacciare Lodovico XII dal milanese: «Equidem in bonam partem accepi quod ad me scripsisti, ne tanta rerum Gallicarum fiducia ducar, quod Sfortianos contemnam, de quibus feliciora eventa sperari ais; neque enim pro tua in me benevolentia quodpiam mihi suaderes quod e re mea fore non existimares, nec pro tua prudentia vanis rumoribus aut figmentis fidem adhiberes. Ego etiam ea Thoma fratre nonnulla acceperam de Ludovici Sfortiae et amborum cardinalium motibus, quodque propediem novum et magnum exercitum contracturi sunt, cataphractos scilicet Germanos, Burgundosque conducturi, et peditum Helvetiorum delectum in civitato Coriae facturi; jamque machinas et caetera ad usum belli quam maximi paravere: et quod suspicionem auget, ipse frater, me insalutato et quidem inscio, Mediolano excessit, et ut audio, ad eos pergit, futurus eis in omni fortuna comes: quod utique facinus hoc tempore non commisisset, nisi aliqua intellexisset, quae eum in meliorem spem erexissent. Veruntamen, quaeso, pro tua sapientia et rerum usu cogita et diligentius mente revolve quem exitum sit habiturus hic, quem diximus, Sfortianorum motus, quem sententia mea tumultuarium esse oportet. Peculium Ludovici et Ascanei perexiguum est, si rem et gentem illam respicis; quod provincia ardua est, locaque sunt expugnanda situ atque arte munitissima, quibus adversarius Gallorum rex, potens et ferox, non facile, nec brevi tempore pelli poterit; exercitusque Germanorum, cessantibus forsan stipendiis, vix durare poterit. Spes autem quae de habendis suppetiis a civibus et populis haberi videtur, semper mihi vana et periculosa visa est, quod ut plurimum privata comoda publicis anteferre, et ad tributi nomen obdurescere consuevimus. Caesar non multam opem ferre potest, eamque etiam in praesentia praestare non licet per inducias quas cum Gallis fecit, et in kal. junii duraturas. Helvetii nuper foedere Gallis obstricti sunt, quod eos tam repente violaturos minime crediderim, et quoscumque ex iis Sfortiani contraxerint collectitios et profugas esse oportet. Praeter hos, nullos habent Sfortiani fautores, adversarios vero et hostes plurimos; Venetos in primis, eo formidabiliores quod sunt viciniores, auxiliaque eorum in promptu sunt; praeterea Alexandrum, Florentinamque rempublicam et Jannensem, ac Bononiensem, Lucensem, Pisanum, Senensemque regulos, Gallis amicos et auxiliares fore nemo ignorat. Ipsos etiam Ferrariae ducem et Mantuae Marchionem, quorum alter Ludovici socer, alter sororius est, cum rege conspirare intellexi. Quid igitur? Profecto videntur mihi Sfortiani provinciam viribus suis longe imparem aggredi, atque immature nimis belli fortunam tentare, etc.»
(Io veramente pigliai in buona parte quello che a me scrivesti, affinchè guidato io non sia da tanta fidanza delle cose francesi, che gli Sforzeschi disprezzi, dei quali tu dici sperarsi più felici eventi: nè certamente per la benevolenza colla quale mi riguardi, alcuna cosa tu potresti persuadermi che non reputassi alla mia situazione convenevole, nè per la tua prudenza fede presteresti a vani rumori o a finzioni. Io ancora dal mio fratello Tommaso alcune cose udite aveva intorno ai movimenti di Lodovico Sforza, e dell'uno e dell'altro dei cardinali, e che ben presto erano per riunire un nuovo e grande esercito, per arruolare cavalli di pesante armatura, tedeschi e borgognoni, e per formare uno stuolo di fanti svizzeri nella città di Coira, e già prepararono le macchine e le altre cose tutte che fanno d'uopo per una grandissima guerra; e quello che mi accresce il sospetto è che lo stesso fratello mio, senza congedarsi da me ed anche all'insaputa mia, partì da Milano, e, come mi si dice, da essi se ne va onde rimanere loro compagno in qualunque fortuna; la quale stravaganza egli non avrebbe commesso certamente, se udite non avesse alcuno cose che a migliore speranza sollevato lo avessero. Ora però ti prego che colla tua sapienza e colla tua pratica delle cose vogli più diligentemente rivolgere nella mente, e considerare quale esito sia per avere quel movimento degli Sforzeschi del quale abbiamo parlato, e che a mio avviso debb'essere tumultuario. L'erario di Lodovico e di Ascanio debb'essere poverissimo, qualora tu riguardi la cosa in sè stessa, e tutta quella gente di cui abbisognano: più ancora osserva che la provincia è ardua, ed espugnare si debbono luoghi per la loro situazione e per le opere dell'arte munitissimi, dai quali l'avversario loro, re de' Francesi, potente e feroce, non facilmente nè in breve tempo potrà essere cacciato, e l'esercito dei tedeschi, mancando forse gli stipendi, appena potrà mantenersi. La speranza poi che sembra aversi di ottenere soccorsi dai cittadini e dai popoli, mi è paruta sempre vana e pericolosa; perchè più sovente i privati comodi si antepongono ai pubblici, e al nome di tributo siamo accostumati a indurire i cuori nostri. Cesare non può recare loro molto aiuto, nè questo al presente potrebbe nè pure prestare, per la tregua che conchiuse coi Francesi, e che durare dee fino alla calende di giugno. Gli Svizzeri di recente si sono legati in alleanza coi Francesi, la quale alleanza io non crederei che essi fossero per violare sì repentinamente, e tutti quelli tra essi che arruolati si fossero dagli Sforza, essere non potrebbono se non soldati collettizi e disertori. Fuori di questi, altri fautori non hanno gli Sforzeschi, ma hanno bensì moltissimi avversari e nemici; prima di tutti i Veneti, tanto più formidabili, quanto più sono vicini, e che pronti sono i loro aiuti; inoltre Alessandro, la repubblica fiorentina e la genovese, ed i regoli di Bologna, di Lucca, di Pisa e di Siena, i quali, amici dei Francesi, non può dubitarsi che saranno ausiliari loro. Anche lo stesso duca di Ferrara e lo stesso marchese di Mantova, dei quali l'uno è suocero, l'altro cognato di Lodovico, io ho udito che col re di Francia cospirino. Che dunque? A me sembra certamente che gli Sforzeschi un'impresa assumano di gran lunga sproporzionata alle loro forze, e che troppo immaturamente vogliano tentare la sorte dell'armi, ec.)
[146] _Coronatorum noningenta millia intra decennium._ Sepulveda, pag. 291.
[147] Guicciardini, lib. XIX.
[148] Paolo Giovio, nella _Vita Alphonsi ducis Ferrariae_.
[149] Lib. III, fogl. 70, tergo.
[150] Lib. VI.
[151] Lib. IV, fogli 73 e 74.
[152] Bened. Giovio, _Hist. Patr._, lib. I, in fine. — Galeazzo Capello, _de bello Mussiano_, lib. II.
[153] Burigozzo, lib. IV, fol. 78 e 79.
[154] Muratori, all'anno 1533, pag. 280.
[155] Tom. I, pag. 69 di quest'edizione. — È ovvio il comprendere che ivi si parla del cavaliere Alessandro Verri, fratello dell'autore. (_Il Continuatore_).
[156] In Milano trovasi anche al presente una contrada che porta il nome di questo casato, come lo sono altre, dette dei _Visconti_, degli _Stampi_, dei _Moroni_, _Porrotti_, _Resta_, _Piatti_, _Medici_, _Bigli_, ec.
[157] Trattano di questo fatto Montaigne, _Essais_, lib. I, cap. 9 _des Menteurs_. — Il du Bellay, _Mémoires_, lib. IV. — Arnold. Ferron., lib. VIII. — Valois e Beaucaire, lib. XX, num. 50, e Gaillard, _Vie de François I_, tom. IV, pag. 246, da cui viene citata la lettera scritta su tal proposito da Francesco I al suo ambasciatore d'Inghilterra, del 16 luglio 1533.
[158] Annali, al 1534, pag. 285. — Vedi Tatti, _Annali di Como_, decade III. — Giulini, _Annali d'Alessandria_. — Cicereio, _Epistolae_, tom. II, pag. 123, e un MS. presso il signor don Carlo Trivulzi, intitolato: _Memorie Fossane_.
[159] Lib. IV, fogl. 82-85.
[160] Ercole Gonzaga.
[161] Guicciardini, lib. XX. — Muratori, _Annali_, 1534, pag. 287.
[162] La morte del duca Francesco II Sforza viene fissata dai Maurini (_Art de vérifier les Dates_, pag. 840) al giorno 24 di ottobre del 1535; dal Bugati, pag. 827, nel fine di ottobre; dal Morigia (Storia di Milano, pag. 105) all'ultimo di ottobre, e finalmente da altri, il 2 novembre. Sebbene io non creda di tanta importanza per il progresso delle umane cognizioni il dilucidare simili oggetti, quanto per avventura lo crede il signor canonico Lupi di Bergamo, che in un volume in foglio stragrande ha fatto conoscere d'aver consunta la sua vita, e adoperata la sua inesausta pazienza per indovinare simili punti, realmente indifferentissimi per conoscere bene la storia, nondimeno, per trovare la verità con minor tempo e pena possibile, ho fatto ricerca nell'archivio arcivescovile, ed ivi nel diario A del 1534 al 1580, al fogl. 36, tergo, ho trovata l'annotazione che il duca Francesco II morì il giorno 1.º di novembre 1535. Se il signor canonico avesse ben intesa la pag. 57 ch'ei cita del mio primo volume (_pag. 93-94 di questa edizione_), e se egli distinguesse la cronologia della storia, non si sarebbe fatte le meraviglie ch'egli, innocentissimamente, si è fatte alla colonna 1040 del suo immenso tomo. Il Muratori, padre e maestro della erudizione d'Italia, pubblicò nella sua opera _Rerum Italicarum Scriptores_ i materiali per la storia italiana, e non sono della specie di quelli che vorrebbe il chiarissimo signor canonico ch'io trovassi buoni a tal uso. Se mai alcuno leggerà l'opera del signor Lupi, sappia che altra storia di Milano, ch'ei mi pone in confronto, è stata da me donata alla biblioteca Ambrosiana, dove ciascuno che il voglia potrò profittarne.
[163] Tom. II, pag. 142 e 143 di quest'edizione.
[164] Lib. IV, fogl. 89 e 90.
[165] Lattuada, _Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 7.
[166] Lattuada, tom. III, pag. 98.
[167] All'anno 1535, lib. IV, fogl. 86.
[168] Morigia, nella di lei Vita.
[169] Morigia, _Storia di Milano_, pag. 103.
[170] Lib. V.
[171] Tom. IV, pag. 273 e seg.
[172] Burigozzo, lib. IV, fogl. 92 e 93.
[173] Su di ciò veggansi Beaucaire, lib. XXI, num. 22 e seg. — Sleidan, _Commentar._, lib. X. — _Mémoires_ de Langey, lib. V. — Gaillard, tom. IV, pag. 305 e seg.
[174] Burigozzo, lib. IV, fogl. 92.
[175] Lib. V.
[176] In mezzo a intollerabili dolori di un morbo miserando, con tutte le membra contratte e totalmente assiderate.
[177] Veggansi le _Mémoires_ de Bellay, lib. VIII. — Sleidan, _Comment._, lib. X. — _Mémoires_ de Langey, lib. VII. — Beaucaire, lib. XXI. num. 52. Gaillard, _Vie de Franc. I_, tom. IV, pag. 449 e seg.
[178] Du Mont, _Corps Diplomat._
[179] Burigozzo, lib. IV, fogl. 102.
[180] Bugati, lib. VII, pag. 866.
[181] Du Mont, tom. IV, part. II, pag. 200. — Appartiene a quest'anno la seguente memoria che leggasi scolpita in marmo in Vermezzo, terra del Milanese: _MDXL. Annus hic bisextilis fuit, et luminare majus fere totum eclipsavit. A septimo idus novembris ab septimum usque aprilis idus nec nix nec aqua visa de coelo cadere: attamen praeter mortalium opinionem, Dei clementia, et messis et vindemia multa._ (MDXL. Quest'anno fu bisestile e il luminare maggiore quasi tutto si eclissò; dal settimo giorno delle idi di novembre fino al settimo delle idi di aprile, nè neve, nè acqua si è veduta cadere dal cielo. Tuttavia contra l'opinione de' mortali, per clemenza di Dio, e la messe e la vendemmia furono abbondanti.) L'ecclissi seguì il 7 aprile e fu centrale; come può vedersi a suo luogo nella grand'opera intitolata: _L'art de vérifier les Dates_; ma il totale ecclisse fu visibile soltanto verso il polo artico. Una simile siccità avvenne dall'ottobre del 1733 fino al maggio del 1734, a segno che le sorgenti ed i fiumi si disseccarono, e si penava a macinare il grano: e tuttavia fu abbondante il raccolto. Poi, dal 30 novembre 1778 fino al 3 maggio 1779, non cadde mai neve nè acqua, e, malgrado questi cinque mesi di aridità, il raccolto fu egualmente copioso. Pare adunque che la siccità del verno giovi alla feconda vegetazione delle nostre terre.
[182] Burigozzo.
[183] Robertson, _Storia di Carlo V_, tom. II, pag. 293.
[184] Bellati, _Serie de' governatori di Milano_, pag. 2, nota 3.
[185] Somaglia, _Alleggiamento dello Stato di Milano_, articolo _Mensuale_, pag. 160.
[186] Somaglia, _Alleggiamento_, ec; _Relazione del Censimento del 1750_, cap. II. e IV.
[187] Veggasi la di lui vita, scritta dal suo segretario Goselini.
[188] Ripamonti, pag. 118. — Casati, _Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei_, tom. II, pag. 25.
[189] Lunig. _Codex Italiae diplomat._, tom. I, sect. II, class. I, cap. 1, num. 51 e 52. — Gaillard, _Vie de François I_, tom. V, pag. 399.
[190] Stor. Univ., lib. VII, pag. 960.
[191] Vedi il tom. I, cap. I, pag. 52.
[192] Bugati, _Storia Universale_, lib. VII, pag. 970 e 971. — Lattuada, tom. IV, pag. 452.
[193] Bugati, _Stor. Univ._, lib. VII, pag. 994.
[194] Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michelangelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguita il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. — (_Nota dell'abate Frisi_).
[195] Dumont, _Corps diplomatique_.
[196] Camillo Sitoni in _Chronic. Coll. Judic._, citato dal Lattuada, tom. IV, pag. 10.
[197] Saxius, _De studiis mediolanensibus_, cap. XI, col. 48.
[198] Lattuada, tom. V, pag. 441.
[199] Bugati, _Storia Universale_, lib. VII, pag. 965.
[200] _De mutatione nominis, oratio etc. coram senatu habita; Mediolani_, 1541 e 1547, in 4.º — Argellati, _Bibl. Script. Mediol._, tom. II, col. 839 e seg.
[201] Lattuada, _Descrizione di Milano_, tom. V, pag. 170.
[202] Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.
[203] _De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praexdis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler, Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii_, 1592, lib. I, pag. 25 e 26.
[204] Lattuada, tom. III, pag. 197.
[205] Bescapè, Vita citata, p. 27.
[206] _Idem_, luogo citato.
[207] Oltrocchi, nelle note alla versione latina della _Vita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani_; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota b, e col. 52, nota d. Ecco letteralmente il testo: _Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: «... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit; quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor»_ (Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como.... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «... Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».). Indi conchiude l'annotatore: _Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistolas «tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a reguli pompa differret»_ (Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa.).
[208] _Storia di varii conclavi_, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgiojoso d'Este.
[209] Lattuada, tom. IV, pag. 7, e tom. V. pag. 261 e 433. — Giussani, _Vita di S. Carlo_, lib. III, cap. I.
[210] Bescapè, opera citata, pag. 56, e gli altri storici contemporanei.
[211] Oltrocchi, nelle Note alla _Vita latina di S. Carlo_, lib. II, cap. XIV, col. 144, nota _d_.
[212] _Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere_ (Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.): Bescapè, pag. 55.
[213] _Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facoltatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis altis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, casque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur_ (Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che da quella condizione la quale si era proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocchè a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benchè avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, avevano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi). Bescapè, pag. 56. — Vedansi anche il Bossi, _Vita latina di San Carlo_, lib. II, cap. XIV, col. 145-146, e Bugati, _Storia Universale_, lib. VIII, pag. 1079.
[214] Bescapè, pag. 40.
[215] _Idem_, pag. 42 e 49.
[216] _Idem_, pag. 65, 66 e 68.
[217] Tiraboschi, _Vetera Humiliatorum Monumenta_, tom. I, dissert. VIII. _De Humiliatorum extinctione_, pag. 416.
[218] MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo: _Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati_, ec.
[219] Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo della archibugiata, fu Antonio Scarampi, e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nella _Confutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi_. Pavia, 1755, alla pag. 245.
[220] Manoscritto citato.
[221] _At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes videri perverse vellent, in maximum inciderent temeritatem Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis._ (Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.) Bescapè, pag. 77.
[222] La bolla d'abolizione è nel _Bollar. Roman._, tom. II, foglio 328. Vedansi Bescapè, pag. 87. Lattuada, tom. V, pag. 260 — Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, pag. 427.
[223] Bescapè, luogo citato.
[224] Oltrocchi, nota _b_ alla _Vita latina di S. Carlo_, lib. II. pag. 210 — Lattuada, tom. I, pag. 190 e seguenti.
[225] _Art de vérifier les Dates_, art. _Philippe II_.
[226] Bescapè, pag. 202 e 203. — Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nella _Confutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicati dal dottor Baldassare Oltrocchi_, pag. 436.
[227] _Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti_: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.
[228] Bescapè, pag. 224.
[229] Vedi Gaspare Bugati, _Fatti di Milano al contrasto della Peste_. — Giacomo Filippo Resta, _Vera narrazione del successo della Peste_. — Cicerei, _Epist._, tom. II, pag. 248.
[230] Bugati, _Aggiunta alla sua Storia Universale_, Milano, 1571, pag. 167.
[231] Pag. 145, 146, 147 e 173.
[232] Bescapè, pag. 145. — Lattuada, tom. III. pag. 122.
[233] Vedi gli storici della sua vita, e specialmente il Bescapè, pag. 193, 194, 195, 290 e 363; e inoltre il Lattuada, tom. IV, pag. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pag. 111, 262, 407; e il Bugati, _Aggiunta_, ec., pag. 143.
[234] Lettera 4 luglio 1579, tra le _Lettere del glorioso arcivescovo di Milano S. Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede_. Lugano, per l'Agnelli, 1762.
[235] Cronaca citata, all'anno 1580.
[236] Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro: _Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan._
[237] Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.
[238] Bianconi, _Guida di Milano_, pag. 122 e 157.
[239] Lattuada e Bianconi, pag. 79.
[240] Lattuada, tom. V, pag. 284.
[241] _Fr. Cicereji, Opera_, tom. II, pag. 183.
[242] Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrato della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti questi segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca ed oro come meglio a ciascuno parerà, purchè habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perchè fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuto ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra si è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocchè quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili, _e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Nè si admetterà alcuna escusazione, perchè S. E. così comanda._ Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrano in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.