Storia di Milano, vol. 3

Part 26

Chapter 263,130 wordsPublic domain

(Lo _Sforza_ medesimo con uno numero non ispregievole di milanesi. Ed espugnato il ponte che trovasi sul Ticino presso Abbiategrasso (perciocchè anche questo tenuto era da presidio francese), quel borgo stesso con grande impeto si accigne ad assalire, e preso avendolo e distrutto il presidio, ai soldati ne concedette il saccheggio; e lieto di quella vittoria, torna a Milano con grande preda bensì, ma ai milanesi perniciosa; perciocchè la peste, che Abbiategrasso aveva afflitto, invase Milano con un contagio di tale veemenza, che più di cinquantamila uomini di questa città, imperversando quel morbo, perirono.)

[50] Che più di cinquantamila uomini nella città perirono, oltre innumerabili altri che mancarono nei villaggi.

[51] Lib. IV, pag. 175.

[52] _Milan n'étoit plus cette ville florssante, qui suffisoit autrefois à sa defense, et dont les bourgeois étoient autant de soldats. Les ravages qui y avoient été faits par la peste l'avoient changée en un vaste désert_. Gaill., tom. III, pag. 184.

[53] _Ce fut luy seul qui conseilla au roy de passer les monts, et suivre monsieur de Bourbon, ayant lassé Marseille, non tant pour le bien et service de son maître, que pour aller revoir une grande dame de Milan, et des plus belles, qu'il avoit faite pour maitresse quelques années devant, et en avoit tirè plasir, et en vouloit retaster. J'ay ouy dire ce conte à une grande dame de ce tems-la, et mesme qu'il avoit fuit cors au roy de cette dame (qu'on dit que s'appelloit LA SIGNORA CLERICE, pour lors estimée des plus belles de l'Italie), et luy en avoit, fait venir l'envie de la voir, et coucher avec elle: et voilà la principale cause de ce passage du roy, qui n'est à tous connue. Ainsi, la moitiè, du Monde ne sçait comment l'autre vit; car, nous cuidons la chose d'une façon, qui est de l'autre. Ainsi, Dieu qui scait tout, se mocque bien de nous._

[54] Veggasi l'opera di Francesco Tegio, fisico e cavaliere, stampata in Pavia per Giovanni Andrea Magri, 1655, intitolata: _Pavia assediata da Francesco I Valois, re di Francia_.

[55] Le date sono del Burigozzo: del rimanente vedi Gaillard, tom. III, pag. 184.

[56] _Vix dum erant Caesariani Mediolano per portam quae Romana dicitur, ordine servato, ne profectio similis fugae videretur, digressi, cum per Ticinensem et Vercellensem Galli succedebant; nec tamen rex ipse Mediolanum est ingressus, sed, imposito praesidio, quod arcem simul obsideret, paucis diebus ante novembris kalendas exercitum, oppugnandi gratia, Papiam inducit._ Sepulveda, pag. 153 e 154.

(Appena erano usciti i Cesariani da Milano per la porta che si nomina Romana, mantenendo buon ordine, affinchè l'andata loro simile non sembrasse ad una fuga, che per la porta Ticinese e Vercellina sottentrarono i Francesi; nè tuttavia il re stesso entrò in Milano, ma postovi presidio, che al tempo stesso assediare dovesse il castello, pochi giorni avanti le calende di novembre l'esercito, affine di combattere, condusse a Pavia.)

[57] Tegio.

[58] Pag. 153.

[59] La Cronaca di Martino Verri dice che nello stesso giorno in cui il re passò il Tesino dalla parte d'Abbiategrasso, gl'imperiali lo passarono alla Stella sul Pavese.

[60] Lib. XV.

[61] Secondo Gaillard il duca di Ferrara somministrò polvere pel valore di ventimila fiorini d'oro, e cinquantamila ne somministrò effettivi. La Cronaca del Grumello dice che vennero sotto la scorta del Bonneval trasportate cento some di polvere da Ferrara al campo del re. Il Sepulveda dice: _Alfonsus Æstensis, Ferrariae dux, ad Papiae commodiorem expugnationem petenti regi amicitiae gratia ex maxima scilicet copia submittebat. Alfonsus enim tormentis fabricandis oblectabatur, atque ejus artificii scientissimus erat._ (_Alfonso d'Este_ duca di Ferrara, alfine di espugnare più comodamente Pavia, al re, che ne lo richiedeva, in virtù dell'amicizia, in grandissima quantità (_polvere da cannone_) somministrava. Perciocchè _Alfonso_ dilettavasi di fabbricare cannoni, e in quel genere di artifizi era sapientissimo.)

[62] Tegio.

[63] Tegio; e il Sepulveda dice: _Ter milites irrumpere jussi, conatique, ter a Caesarianis, magno accepto detrimento repulsi._ (Tre volte i soldati ricevettero l'ordine di assalire, e fecero i loro sforzi; tre volte dai Cesariani furono con grande perdita respinti.)

[64] Tegio.

[65] _Hoc oppidum Antonius Leiva custodiendum susceperat, ibidem Germunorum qui agmen nostrum subsequebantur ad quinque millibus, Hispanisque circiter quingentis et quadringentis equitibus retentis. Ita cum hum quoque Caesariani pleraque tormenta et plurimum bellici apparatus contulissent, recepta Papia, bellum confectum fore rex sibi persuadebat._ Sepulveda.

(Questa città aveva preso a difendere _Antonio Leiva_, ritenuti avendo colà circa cinquemila dei Tedeschi, che l'esercito nostro seguivano, e circa cinquecento Spagnuoli e quattrocento cavalli. Così avendo anche colà i Cesariani trascinati molti cannoni e grandissimo apparato di guerra, il re persuadevasi che, ottenendo egli Pavia, la guerra sarebbe finita.)

[66] Gaillard, tom. III, pag. 204.

[67] _Germanos qui erant in Papiae praesidio, quamvis obsidionis initio oppidanorum sumtibus alerentur, stipendium tamen efflagitare, urbem, nisi sibi satisfiat, hostibus sese tradituros minitantes._ Sepulveda, pag. 156.

(I Tedeschi che erano nel presidio di Pavia, sebbene al cominciare dell'assedio fossero nutriti a spese dei cittadini, lo stipendio tuttavia con istanza chiedevano, minacciando di cedere la città ai nemici, se non accordavasi la loro domanda.)

[68] _Accepta excusatione, parvâque pecuniâ, aequo animo ad bellum confectum stipendii solutionem expectarunt, praesertim post ipsorum praefecti mortem, qui per eos dies ardentissima febri correptus, nec sini veneni suspicione interiit: Sic enim increbuit Antonium hac ratione voluisse sine tumultu ancipiti moto mederi, eo scilicet sublato de medio, qui seditionis auctor fuisse putabatur._ Sepulveda, pag. 158. Il Bugatti nella Storia Universale, libro VI, con indifferenza uguale, dice: _Havendogli rimediato la subita morte del loro colonnello, tolto di mezzo destramente, per essere il primo in sospetto di tradigione._

(Ammessa avendo la scusa e ricevuto un poco di danaro, di buon animo accordansi ad attendere il pagamento dello stipendio alla fine della guerra, massime dopo la morte del loro prefetto, il quale in que' giorni, assalito da ardentissima febbre, morì non senza sospetto di veleno; perciocchè così la voce si sparse che _Antonio_ avesse voluto in quel modo rimediare a un doppio male senza tumulto, cioè togliendo di mezzo quello che autore della sedizione riputavasi.)

[69] Perciò mi maraviglio grandemente che il chiarissimo conte Pietro Verri nella sua recentissima Storia milanese, abbia insegnato, non essere quei monumenti di alcun giovamento a tessere la storia di quelle età: il che veramente tanto strano mi sembra, che costretto sono a confessare di non sapere quello che il chiarissimo autore intenda sotto il nome di Istoria.

[70] Lettere di messer Bernardo Tasso. Venezia, presso Lorenzini da Turino, 1561, pag. 4.

[71] Lib. XV.

[72] Lib. XV.

[73] Per vessarli da prima col timore e coll'agitazione; quindi, dopo che essi si sarebbero colla consuetudine spogliati di quel vano timore, offenderli con maggiore sicurezza, allorchè fosse sembrato opportuno assalire i nemici con vera battaglia.

[74] Sepulveda, pag. 166.

[75] In Pavia mancava la polvere. Perciò i cesarei staccarono sessanta cavalieri spagnuoli, ciascuno dei quali portava all'arcione un sacchetto di polvere. Questi, incamminatisi verso Pavia, caduti in mezzo ai francesi, dieder loro a credere d'esser del signor Gian Giacomo Medici; al che venne prestata fede, e così portarono quel soccorso a Pavia. Le truppe del Medici servivano la Francia, come presentemente farebbero lo truppe leggeri di ussari, croati, ulani, calmucchi, cosacchi; e, poco avvezze alla militare disciplina, erano sconosciute all'esercito, col quale guerreggiavano colle scorrerie, anzi che colla riunione in un solo corpo d'armata. Il Medici, ferito d'archibugiata in una coscia il 20 febbraio, mentre cercava di rappresagliare alcuni pavesi, fu trasportato a Parma per essere medicato, e così evitò fortunatamente il destino della battaglia 24 febbraio (_Cronaca di Martino Verri, e Tegio_).

[76] Brantome, _Hommes illustres_, art. _Bonnivet_.

[77] Stor. Univ., lib. VI, pag. 778.

[78] Brantome, _Hommes illustres_, art. _La Palice_.

[79] Sepulveda, pag. 168.

[80] Tegio, pag. 64.

[81] Stor. Univ., lib. VI, pag. 779.

[82] Bugati (lib. VI, pag. cit.) dice che il d'Alençon, giunto _di lungo in Francia, convinto di malvagio animo contro il suo re, gli fu poi tagliata la testa_. Il che è dimostrato falso dai Maurini: _Art de vérifier les dates_, pag. 573, i quali scrivono che nel tempo della prigionia del re Francesco I il conte d'Alençon, Carlo Borbone, avo di Enrico IV, fu capo del Consiglio di Reggenza nella Francia.

[83] Brantome e Sepulveda.

[84] Tegio.

[85] Fogl. 143, tergo.

[86] All'anno 1525.

[87] Lib. VI, pag. 779.

[88] Non soffrì che gli si facesse pubblicamente, secondo il costume, alcuna congratulazione, nè egli si abbandonò all'allegrezza, ma la gioia moderatamente sostenne colla sua gravità.

[89] Sepulveda, pag. 171.

[90] Grumello, fogl. 142 e 143.

[91] Ann. d'Ital., tom. XIV, pag. 212.

[92] Grumello, fogl. 143, tergo.

[93] Pag. 174 e 210.

[94] Per cagione dell'ingiuria della figlia negletta, la quale essendo stata promessa a Carlo, non ancora giunta a legittima e matura età, egli realmente non trascurò, ma per giuste cagioni pospose ad Isabella, figliuola di Emanuele re di Portogallo.

[95] Che non ricusi di dare alcuna fede, alcun giuramento, alcun numero di ostaggi, purchè in libertà possa ricuperarsi; perciocchè facilmente potrà impetrare l'assoluzione del giuramento del pontefice massimo, capo della congiura, il quale ultroneamente egli stesso quell'assoluzione concederà.

[96] Pag. 173.

[97] Guicciard., lib. XVI, fogl. 473, tergo.

[98] Pag. 177. _Sibi esse in animo, si qua ratione iniri possit, Italiam a crudeli dominata et intolerabili avaritia Barbarorum in libertatem asserere; de quorum in Italos anime, fideique eorum in se opinione, si non aliunde Marchio didicisset, lamen domestico, suoque exemplo potuisse nuper edoceri, cum de transvehendo in Hispaniam Gallorum Rege tam diligenter fuisset a Carolo Caesare celatus, propter suspectam ipsius, ut caeterorum Italorum, fidem. Qua Barbarorum suspicione Itali, si qua ratio dignitatis haberetur, satis sui officii admoneri possent; nam cui dubium esse suspicionem illum ex timore barbarorum ortam, ne Itali resipiscant aliquando, et vires suas orbi reliquo, adsit modo concordia, non tolerandus agnoscant, et memores veteris majorum glorias, unanimes ad arma concurrant, et Italiam, ab ipsis Barbaris servitute oppressam, vindicent in libertatem?_

(Avere in animo, se in qualche modo far si potesse, di liberar l'Italia dalla crudele dominazione ed intollerabile avarizia de' Barbari; del cui animo contro gl'Italiani e della opinione che quelli avevano della loro fede, se il marchese non ne fosse altronde ammaestrato, avrebbe potuto con domestico ed anzi suo proprio esempio recentemente istruirsi, quando fu così diligentemente tenuto al buio da Carlo cesare intorno al trasportare in Ispagna il re di Francia, a motivo della sospettata fede di lui e degli altri italiani. Dalla qual sospezione de' Barbari gl'Italiani, se alcun riguardo di dignità si avesse, sarebbero abbastanza avvertiti del dover loro, imperocchè a chi poteva esser dubbio nascere quella sospezione dal timore concepito dai Barbari che gli Italiani non faccian senno una volta e conoscano essere le proprie forze, perchè siavi fra loro concordia, irresistibili al resto del mondo e memori dell'antica gloria dei maggiori, corrano unanimi all'armi, e rivendichino in libertà l'Italia, oppressa dal servaggio degli stessi Barbari?)

[99] _Praemium suae virtutis, consensu Italiae, regnum Neapolitanum accepturus_: (Che ricevuto avrebbe, col consentimento dell'Italia, in premio del suo valore il regno napoletano): Sepulveda, pag. 178. Notisi che il Pescara era italiano bensì, ma la casa d'Avalos, originaria di Catalogna, era spagnuola, stabilita in Napoli dagli avi suoi sotto Alfonso I, avanti la metà del secolo XV.

[100] Lib. XVI. pag. 447.

[101] Gaillard, _Vie de François I_, tom. III, pag. 317.

[102] Il pontefice, con alcuni argomenti fallaci, ma dedotti da una specie di diritto, si sforza di persuadere al marchese, che piamente e santamente poteva da esso commettersi quella sceleratezza.

[103] Sepulveda, pag. 181.

[104] Guicciardini, lib. XVI, pag. 476, tergo.

[105] Grumello.

[106] La risposta di Cesare a Catilina, che lo invita ad associarsi a lui, è nobilissima: _Je ne peux le trahir, n'exige rien de plus._ — Catilina, _de M. de Voltaire, acte II, sc. 3_.

[107] Sepulveda, pag. 181.

[108] _Intentatis tormentis, conjuratorum consilia plenius et apertius indicata._ (Adoperati i tormenti, conosciuti più ampiamente e chiaramente i disegni de' congiurati). Sepulveda, pag. 182.

[109] Guicciard., lib. XVI, pag. 473. — Gaillard, tom. II, pag. 299.

[110] Il duca Francesco II in un suo editto si doleva nel seguente modo delle proprie sciagure: _Franciscus Secundus Sfortia Vicecomes, Dux Mediolani, etc. Posteaquam Divina Clementia, et sacratissimi Caroli Caesaris auxilium ad avitum paternumque Mediolanense restituti fuimus Imperium, tanta nos temporum calamitas et bellorum vis undique afflixit, ut difficile hactenus dijudicare possimus plus ne felicitatis in adipiscendo Statu, an eo jam adepto miseriae simus assecuti. Nam post Status recuperationem singulis annis renovato ab hostibus nostris bello, et quidem semper graviori atque acerbiori, perturbati adeo et vexati sumus, ut de nostra ac subditorum salute saepe numero fuerit pene desperatum; et ne ullum nobis respirandi tempus reliqueretur, accessit pestis post hominum memoriam saevissima, etc._ (_Francesco II Sforza Visconti_, duca di Milano, ec. Poichè per divina clemenza e per l'aiuto del sacratissimo Carlo cesare fummo ristabiliti nell'avito e paterno milanese dominio, tanto ci afflisse da tutte le parti la calamità dei tempi e l'impeto delle guerre, che difficilmente finora possiamo giudicare, se maggiore felicità conseguita abbiamo nell'acquistare lo Stato, o maggior miseria dopo l'acquisto ottenuto. Perciocchè, dopo di avere recuperato lo Stato, rinnovata essendo ogni anno dai nemici nostri la guerra, e sempre ancora più grave e più acerba, per tal modo fummo turbati e molestati, che più volte si perdette quasi la speranza della salute nostra e di quella dei sudditi; ed affinchè alcun momento di respiro non ci fosse conceduto, si aggiunse una peste la più crudele che mai a memoria di uomini si provasse, ec.) Passa indi a dire che, dovendo egli sborsare all'imperatore Carlo V la tassa per l'investitura del ducato, quindi impone che ogni feudatario o possidente fondi donati dal sovrano paghi il frutto di sei mesi del suo feudo o podere (_MS. Belgioioso, Miscellanea, vol. I, num. 4_). Dalla carta poi num. 6 dello stesso codice vedesi che impose anche un testone, ossia un zecchino per focolare, _et le subventione quale intendemo ne facciano tutte le persone ecclesiastiche del dominio nostro, eccettuati li reverendissimi cardinali_.

[111] Sepulveda, pag. 183.

[112] Grumello e Burigozzo.

[113] Annali, l'anno 1526, pag. 213.

[114] Annali al 1526, pag. 215.

[115] Du Mont, Code diplomatique.

[116] Sepulveda, pag. 191.

[117] Grumello e Burigozzo.

[118] Lib. VI.

[119] Pag. 86.

[120] Nella qual cosa, affinchè, forse trattenuto dalla religione, troppo timidamente non si conducesse, egli da quel giuramento, se alcuno per avventura dato ne aveva a Carlo per assicurare la sua fede, coll'autorità apostolica lo scioglieva; e quindi non altrimente che se la cosa fosse intatta, non dato alcun giuramento nè alcuna fede, con fermezza stabilisse intorno agli affari suoi. Molte cose aggiunse inoltre in questa sentenza, non meno al diritto delle genti che al divino contraria, co' suoi mandati per lettere, tutti raccogliendo gli argomenti coi quali sembrava potersi indurre a trascurare il diritto delle genti ed a mancare di fede.

[121] Che neppure il re francese ottenesse alcun dominio su gli Italiani, ma contento fosse degli annui tributi dei cinquantamila ducati d'oro, che pagati ad esso sarebbono dal duca di Milano, e di altri settanta che pagati sarebbono dal re napoletano, da eleggersi coi suffragi degli Italiani.

[122] Sepulveda, pag. 188.

[123] E mandò altra lettera più equitativa e più moderata, che in pochissime parole racchiudeva un eguale sentimento, ma tolte di mezzo in parte le calunnie.

[124] Pag. 193.

[125] Guicciardini, lib. XVII, pag. 18.

[126] Dopo la vittoria di Pavia il Borbone erasi recato a Madrid. L'imperatore voleva alloggiarlo con distinzione, e chiese al marchese di Villena il suo palazzo per l'alloggio di quel principe. Il marchese rispose: _Non posso ricusar cosa veruna alla Maestà Vostra: unicamente la supplico di concedermi, che, sloggiato che egli ne sia, io l'abbruci, come luogo infetto di perfidia e indegno d'essere abitato da uomini d'onore._ Gli Spagnuoli generalmente così giudicavano del contestabile duca di Borbone.

[127] Guicciardini, lib. XVII, pag. 18, 19 e 20.

[128] Guicciardini, luogo citato.

[129] Sepulveda, pag. 201.

[130] Sepulveda, pag. 215.

[131] _Borbonius, posteaquam nec a militibus ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat, stipendio non suppetente, praecarius imperator, coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli Caesaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne si tanta multitudo sine imperio ferretur, obvia quaequae devastans atque diripiens, in omnem injuriam et maleficium intolerantius irrueret, et pontificiae ditionis populis, contra inducias factas et Caroli Caesaris voluntatem, longe gravius noceretur._ Sepulveda, pag. 215.

(Il _Borbone_, poichè non potè impetrare dai soldati che dall'intrapreso viaggio e dal disegno proposto desistessero, nè credette di poterli costringere, essendo egli precario comandante, mentre non correano le paghe, nè giudicando che fosse convenevole al suo ufficio e alla sua dignità, anzi importante per i diritti di Carlo Cesare, che egli ancora dall'esercito non si partisse, affinchè una truppa così numerosa, rimasta senza comando, non si portasse a devastare i luoghi che incontrava, o facesse qua e là irruzione in modo più intollerabile, rubando con ogni sorta d'ingiustizie e di malvagità, e si nuocesse così assai più gravemente, malgrado la tregua stabilita e la volontà di Carlo Cesare, ai popoli della giurisdizione pontificia, ec.)

_Ritrovandosi il Borbone di pessimo animo per non haver da dar paga allo exercito di Cexare, corno più et più fiate li avea promisso, hebe deliberato di levar suo exercito de la Romandiola et pigliar il camino di la città di Florencia, pensando di aver danari da essa Repubblica._ Grumello, fogl. 163.

[132] Continuatore della Stor. Eccl. del Fleury, tom. XIX, lib. 131, § 10, pag. 211.

[133] _Memorie storiche di Monza e sua corte_, del canonico Antonio Francesco Frisi, tom. I, cap. XVII, pag. 198, e tomo II, docum. 254, pag. 230.

[134] _Vedendo il duca di Borbono non essere alchuno rimedio di aver danari da essa città, per dar paga allo exercito cexareo, affamato et quasi perso, hebbe facta deliberatione di pigliar il cammina di Roma._ Così Grumello, al luogo citato.

[135] Fogl. 163 tergo.

[136] Cronaca MS di Martino Verri.

[137] Pag. 263. e segg. — Sono esse le seguenti: «Franciscus Rex Gallorum Carolo Romanorum imperatori designato Hispanorumque regi, salutem.

Renuntiatum mihi est a legatis quos ad te de pace misi, le, conditiones aequissimas aspernantem, excusationem attulisse, quod ego istine violata fide profugerim; quamobrem ut meae famae consulam, quae falsis a te obtrectationibus et calumniis graviter impetitur, hanc ad te provocandi causa epistolam mittere constitui. Nam licet nemo cui sint custodes impositi, data fide teneatur, qua ratione id meum factum vel sola purgari posset; tamen meae famae consultum esse cupiens, cuius magnam semper habui habeboque dum vita supererit rationem, ut hominum de me opinioni satisfaciam, sic tecum agere decrevi. Si me fidem datam violasse jactasti, vel jactas, aut contempta fama quidquam fecisse quod virum nobilem, bonae famae studiosum non deceat, te turpiter mentiri dico, et quoties dixeris mentiturum. Quoniam igitur falso meam famam laedere conatus es, nihil amplius mihi scribas, sed locum certamini idoneum, tutumque deligito; ego arma utrique deferam. Ac ne a quid posthac temere in meam contumeliam voce vel scripto jactes, Deum hominesque testor per me non stare quominus inter nos controversia singulari certaminus dirimatur. Vale. Lutetiae, quinto kal, aprilis, Anno MDXXVIII».

«Carolus Romanorum imperator designatus, Germaniae Hispaniarumque Rex, Francisco Gallorum Regi S. D.