Part 22
Questo generale sconvolgimento, e ricostituzione degli ordini di uno Stato, non operatasi nella sola austriaca Lombardia; anzi non fu che l'applicazione ad essa di quanto erasi già posto in pratica nella Germania. I motu-propri, gli editti, le istruzioni, i regolamenti, i decreti furono colà del pari così varii e moltiplicati, che colla loro unione si formò una raccolta assai voluminosa[375]. Nè queste altresì erano le sole cure che occupavano l'ardente, inquieto e risoluto animo del sovrano. Nel breve e tumultuario suo regno di dieci anni, egli impegnò gravi discussioni coll'Olanda per la libera navigazione della Schelda; assistette nell'acquisto importantissimo della Crimea l'imperatrice delle Russie, che male il rimeritò; drizzò le più diligenti macchine politiche ad impossessarsi della Baviera in cambio de' suoi Paesi Bassi, e ne rimase deluso per l'astuzia e l'opposizione del vecchio re di Prussia; e mentre già trovavasi in gravi imbarazzi per la ribellione dei Fiamminghi, la brama di partecipare colla Russia allo smembramento della Turchia l'impegnò improvvidamente in una guerra disastrosa e disgraziata che divorò uomini e tesori, per i cui danni inestimabili non ebbe specie di compenso, e nel corso della quale l'onore dell'armi fu appena salvato dalla vittoria sociale di Rimnick, e dalla presa di Belgrado, seguita il 9 ottobre 1789. Fu questa una scarsa consolazione all'animo afflitto e abbattuto dell'imperatore per l'offeso amor proprio, per la delusa ambizione, per le perturbazioni e disobbedienze interne, essendo esausti e malcontenti i popoli, più provincie rovinate dalla guerra, e voto l'erario. (1790) I disagi del corpo nei campeggiamenti militari, ai quali infaustamente ha voluto prender parte nella guerra turchesca, la soverchia applicazione agli affari, e le angustie e le afflizioni morali aveano logorato la robustezza del suo fisico temperamento, e lo ridussero a morire di consunzione il 20 febbraio del 1790, essendo appena giunto all'età d'anni quarantanove. Sembra che Giuseppe II avrebbe dovuto essere fra i sovrani il più facile ad essere giudicato, perchè fece più fatti; pure fu quello su cui i giudizi rimasero più divisi, perchè le sue opere erano talvolta fra sè contraddicenti, e perchè le passioni, una religione male intesa, e gli offesi interessi presero parte a que' giudizi. Tutti si accordano nell'attribuirgli un carattere dispotico, inflessibile, irrequieto, novatore. Era economo e temperante, avea modi disinvolti e famigliari, e discorsi insinuanti. In generale le sue intenzioni furono migliori che i fatti, e questi migliori dei modi usati nell'eseguirli. Chi disse ch'egli avea voluto procurare la felicità dei sudditi a colpi di bastone, disse il vero con acerbe parole. Uno de' primi suoi atti fu, nel 1780, l'abolizione della servitù feudale ne' suoi Stati della Germania. Fece costruire a grandi spese strade e canali, incoraggì il commercio e le manifatture, e rese aperte e libere le comunicazioni tra le provincie. Protesse, senza ostentarlo, le lettere e le scienze in tutti i suoi Stati, instituì cattedre, scuole, biblioteche, o accrebbe le esistenti; promosse la libertà della stampa e la pubblica istruzione; e, per una delle sue abituali contraddizioni, proibì ad ognuno dei suoi sudditi il visitare paesi esteri prima di aver compito i ventisette anni[376]. Non ostante la sua filantropia, le sue massime diplomatiche si trovarono al livello di quelle de' gabinetti di Berlino e di Pietroburgo. Ebbe pure rimprovero di simulazione e di doppiezza, non meno nelle relazioni cogli esteri che coi propri sudditi[377]. Il molto bene che fece e le sue utili riforme, benchè duramente eseguite, male accolte, contrastate, e in parte rivocate, furono un seme che fruttificò largamente, e un frutto certissimo e indistruggibile sarà quello per cui la magia e la tirannia delle opinioni vennero dissipate per sempre. Più amara fu la ricompensa raccolta dall'autore di tanti cangiamenti, mentre n'ebbe dispiaceri infiniti, e prima di morire vidde ne' varii suoi dominii disdegnate le sue riforme, generale il malcontento per i danni di una guerra sconsigliatamente intrapresa e peggio condotta, e, sordo, ma sensibile, fra i sudditi un fermento, che esprimeva il bisogno di cangiar sorte.
Restituire la calma fra i popoli, metter fine alla guerra e ad ogni spesa straordinaria, ristaurare le fonti della rendita, furono le prime cure di Leopoldo II, giunto a Vienna il 12 marzo. Dopo di aver formato nel lungo governo di venticinque anni la felicità della Toscana, egli recava sul trono austriaco la più bella riputazione di un sovrano filosofo e filantropo, ed ebbe in questa il miglior mediatore per riuscire nel suo intento. Eletto il 30 settembre all'Impero, ricevette il 15 novembre la corona d'Ungheria, e partì da Buda pienamente riconciliato con quella generosa nazione. Ristabilì come potè e gli parve la sua autorità nelle province belgiche; e nell'estate seguente fermò la pace co' Turchi, con restituir loro Belgrado e le altre conquiste. In questa sistematica riconciliazione del sovrano co' suoi sudditi la Lombardia non fu trascurata. I corpi civici furono invitati ad esporre in iscritto le loro rimostranze, e queste furono recate a Vienna dai deputati loro, colà espressamente chiamati[378]. (1791) Nè tardarono ad essere conosciute le sovrane risoluzioni[379]. La congregazione dello Stato di Milano, abolita nel 1786, venne repristinata. Si confermarono le prerogative ai corpi civici. L'amministrazione de' luoghi pii fu restituita ai capitoli e alle congregazioni, conservato in Milano il corpo elemosiniere. Soppresse le intendenze politiche provinciali, ne furono delegate le incombenze ai pretori; così la polizia di Milano passò nelle attribuzioni del capitano di giustizia. Fu modificato il regolamento per le scuole normali, e queste rese gratuite indistintamente[380]. A tali provvidenze seguì dappresso una nuova sistemazione del governo, coll'erezione di una conferenza governativa e la repristinazione del magistrato politico camerale, cui furono aggregate le attribuzioni del soppresso consiglio[381]. Anche i Mantovani furono rimandati contenti, coll'essersi separata l'amministrazione della loro provincia da quella del Milanese, alla quale era stata aggregata sei anni avanti, colla sola dipendenza dal governo generale della Lombardia[382]. Ho creduto di dover esporre con un preciso dettaglio la storia sommaria della legislazione austriaca in questo paese, incominciando dal regno di Maria Teresa, per più ragioni. Primieramente perchè finora questo lavoro non era stato fatto; inoltre perchè corre di quella una confusa celebrità, mentre i contemporanei in generale, per la rapida successione, e l'affastellamento delle cose, se ne formarono un'idea poco diversa da quella del caos; e finalmente perchè, oltre qualche nascita o morte di persone illustri, e qualche caso o istituzione patria, le fasi e i fatti dell'amministrazione interna sono i soli elementi per la storia di uno Stato di provincia. Chè se quelli tra i miei lettori, non avvezzi a siffatte discussioni, a questa parte della mia narrazione si saranno annoiati, io confesso con verità che ben più di essi mi sono annoiato scrivendola.
In quest'anno, per la morte della principessa Maria Teresa Cibo Malaspina, vedova del duca di Modena Francesco III e signora del ducato di Massa e Carrara, la di lei figlia Maria Beatrice, consorte del reale arciduca Ferdinando, le succedette in que' dominii. Nel mese di aprile venne l'imperatore in Italia, accompagnando a Firenze il suo secondogenito Ferdinando, nuovo gran duca di Toscana. Passò da Venezia, dove ritrovossi col re e colla regina di Napoli; nel ritorno dalla Toscana visitò Mantova, indi Cremona, Lodi, Pavia, e il 28 maggio entrò in Milano. Ammise primo all'udienza l'arcivescovo, quindi il ministro plenipotenziario, poi il comandante delle armi; in séguito tutti ad un tratto i consiglieri, e finalmente in corpo i ciambellani. La vita che menò in Milano era uniforme. Alla mattina visitava i pubblici stabilimenti, poscia ammetteva chiunque all'udienza. Nell'anticamera vi era tutta la cortesia, e il primo venuto era il primo introdotto, col solo riguardo che le donne precedevano. La sera poche volte fu in teatro, e fu veduto a piedi girare per le strade della città colla sola compagnia di due arciduchi suoi figli, che seco avea condotti. Questo principe non amava di accostarsi nè i magnati, nè i militari, nè i prelati, nè alcuna persona che si desse per importante; e preferiva di ammettere alla famigliarità persone che non avessero pretensione alcuna. Era co' suoi figli affettuoso senza sovranità, ed essi lo trattavano come un amico. Visitò minutamente le carceri, ma non fece liberare alcuno. Parve che le opinioni teologiche e le teorie criminali fossero le due cose che sopra le altre lo interessassero. Si trattenne in Milano fino alla sera del 28 giugno. Partendo lasciò il popolo a sè affezionato, ed ha potuto conoscerlo dalla folla accorsa alla partenza, e dalle voci che mostravano desiderio della sua felicità e brama del suo ritorno.
Nè egli, nè il popolo sapevano che salutavansi per l'ultima volta. Non era per anco tornato a Vienna che s'avvide della mala riuscita delle pratiche da lui mosse per frenare il torrente della rivoluzione di Francia a difesa di sua sorella e di un cognato che sedevano su quel trono[383], e d'essersi tirato addosso la guerra che voleva evitare. (1792) Essendo in quest'angosciosa agitazione d'animo, egli esalò in Vienna il 1.º di marzo l'ultimo fiato, in tre soli giorni di malattia, dopo due anni del nuovo regno, e circa quarantacinque di età. Chi il disse morto di malattia di petto, chi di dissenteria; e come è costume del volgo nel giudicare delle morti precipitose dei grandi, non mancò chi pretese di attribuirla ad una causa straordinaria[384]. Egli lasciò i popoli più tranquilli, ma angustiati dalle esigenze dei preparativi guerreschi, e agitati per la prospettiva di un procelloso e sinistro avvenire. E non s'ingannarono; mentre l'eredità che da lui conseguirono il successore e i sudditi furono ventidue anni di guerre distruggitrici e di calamità senza fine e senza esempio. Fu principe di carattere pacifico, affabile, amante dell'ordine e dell'economia. Col suo fratello e antecessore ebbe comune il rimprovero di essere stato troppo amico delle novazioni e troppo minuzioso ne' regolamenti, come la lode di avere fondato tra i popoli un migliore governo. Più del fratello rispettò la pubblica opinione, e non meno fermo di lui, si mostrò più avveduto e più prudente. La stima che lasciò di sè come imperatore, fu inferiore a quella che aveasi acquistato come gran duca. A giustificare questa differenza possono allegarsi più cause: la brevità del nuovo regno, la confusione e gli imbarazzi in cui l'ha trovato, la somma difficoltà de' tempi, che preludevano al più grande sconvolgimento politico, e alla successiva più grande catastrofe che abbia mai veduto il mondo; ma quando si osservi che ne' fatti pubblici di que' due anni (che pure molti ne operò) non fece mostra Leopoldo di alcun lampo di quel genio che sfavillò di sì bella luce nella Toscana, sembra potersi accostare di più alla verità, dicendo che il nuovo teatro delle sue azioni fu per esso troppo vasto; e avvenne di lui ciò che sarebbe accaduto nel regno delle belle arti a Giulio Clovio, miniatore eccellentissimo, se la sorte lo avesse costretto ad eseguire le gigantesche imprese di Michelangelo.
FINE DELLA STORIA.
_Disposizione di S. M. I. A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de' dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici, data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia._
Sono già tre anni dacchè ho assunto il governo della monarchia, e in questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei principii e le mie intenzioni; nè mi sono accontentato di ordinare agli altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.
Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta l'autorità sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi. Ho però sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verità, che mi è sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e dilucidare i loro dubbi.
Ma oltre di ciò, trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne derivò la necessità di emanare tanti replicati comandi: perchè i capi de' dipartimenti eseguiscono così meccanicamente e servilmente le loro incombenze, che, ben lontani di aver di mira il bene dello Stato e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai loro impieghi.
Perciò, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere, consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico, come nel civile o militare, dovrà esattamente uniformarsi ai seguenti miei ordini:
1.º Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento, dovrà rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni, raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti a cui tendono.
2.º L'esperienza ha già pur troppo provato che non pochi, invece di cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equità e sollecitarne l'eseguimento, la prendono in senso opposto, senza domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilascino istruzioni senza principio, oscure ed inseguibili, non considerando che il sovrano co' suoi ordini palesa semplicemente le sue massime e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono espressamente costituiti per meglio spiegare i due voleri, e mettere in pratica tutti quei mezzi che tendono al loro più sollecito ed accurato adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non solamente inutile ma anche assai dannoso all'economia dello Stato il mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a sì gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni, ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari. Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe espediente di congedarli, e così risparmiare dei milioni per diminuire le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tanti impiegati le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dai governatori e capitani circolari: quindi, stampati gli ordini sovrani, decidere degl'interessi de' particolari con maggior vantaggio del sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione, ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione di un capitano circolare, e questa tal quale viene, dall'aulico dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza istruzione o spiegazione. Dal medesimo se ne spediscono in provincia le Risoluzioni, cosicchè tutto questo giro ad altro non serve che a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare, rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sarà opera della sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne ritrarrà il suo utile e vantaggio.
3.º Da ciò ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale interessamento e premura negli affari del suo ufficio, che non deve misurare il suo lavoro a ore, giornate o pagine, ma deve impiegare tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e come esige il suo giuramento. E quando non avrà incombenze pressanti, allora prenderà quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che qualunque sia, gli sarà tanto più dolce qualora sia certo d'aver fatto il suo dovere. Chi non avrà premura per il servizio della patria e de' suoi concittadini, chi non ne procurerà il bene con particolar zelo, questi non è fatto per gl'impieghi pubblici, e non è degno di portare que' titoli onorifici, nè di percepire assegnamenti.
4.º L'interesse proprio è la rovina degli affari ed il delitto più imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidità del denaro, vi sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o palliare la verità, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque è reo di tale delitto, è un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo è pure quegli che lo vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che tollera tali mancamenti in un subalterno, è un perfido che non merita alcun riguardo e misericordia; un subalterno che non denunzia un suo superiore mancante in ufficio, tradisce il sovrano e la patria.
5.º Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano dal suo ufficio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese d'autorità, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi opera meglio per ottenere il fine primario, chi è il più zelante, chi sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli è il più distinto ed il più rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una o con l'altra delle diverse formalità che si usano nelle cancellerie, se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza de' subalterni, essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha da sorpassare come bagattelle le cose sostanziali, così non deve far caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli affari. Allora insomma sarà degno di presiedere ad un dipartimento, quando saprà presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi rami.
6.º Siccome è dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente il suo parere, così è pur dovere di ministro dello Stato ch'egli pensi ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini, a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quello ch'è di maggior vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di punizione se si portasse altrimenti, o rigettasse per amor proprio o per capriccio le utili riflessioni de' suoi subalterni, senza far loro giustizia.
7.º Il dovere d'ogni presidente è ch'egli noti tutto l'inutile e superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure è dovere del subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari, gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili con perdita di tempo; affinchè si levino tali impedimenti e non siano inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per pensare ad oggetti di maggior importanza.
8.º Siccome il bene non può essere che un solo, cioè quello che forma la felicità generale; siccome tutte le provincie della monarchia formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, così debbono cessare fra le provincie, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere una massima fissa, che il corpo civile è come il naturale, in cui ogni parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle parti: non si deve perciò avere riguardo a nazione o a religione, e come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.
9.º Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse tra di loro le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano. Principiando dal sovrano, si crede che basti per essere più moderato, ch'egli non riguardi la proprietà dello Stato e de' sudditi come sua propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti milioni d'uomini: ma deve altresì pensare che appunto egli stesso per servire questi milioni è stato dalla Provvidenza elevato all'eminente suo posto. Tra' ministri poi quello vien creduto di coscienza più delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perciò si danno tutte le pene possibili affinchè l'interesse del suo capitale sia portato al maggior grado. Così lo stato civile considera in tempo di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica solamente a mantenere l'autorità delle leggi e le formalità della giustizia.
Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno Stato; ed appunto perchè non pensano che a sè stessi in particolare, e mai al bene in generale, perciò giudicano con massime falsissime del maneggio degli affari.