Part 20
Non solo l'Italia, ma l'Europa intiera era stanca ed estenuata dalla guerra, laonde l'ambizione dovette ricevere la legge dalla necessità. (1748) Tutti i sovrani erano, nel loro cuore, concordi nel voler la pace, e per conseguirla meno svantaggiosa, fecero un ultimo sforzo, ponendosi ciascuno nell'attitudine più guerresca. Fu essa sottoscritta in Acquisgrana dai ministri plenipotenziari delle varie potenze, e il 23 ottobre il fu dal conte di Kaunitz per l'imperatrice regina, la quale, per quel trattato, conservò tutti gli Stati ereditari, ad eccezione della Slesia e della contea di Glatz, cedute alla Prussia; ricuperò i Paesi Bassi, ma rinunziò alle conquiste che avea fatte in Italia; cedette i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, da erigersi in sovranità a favore dell'infante don Filippo, e confermò le cessioni fatte al re di Sardegna. (1749) L'esecuzione di questo trattato, quanto all'Italia, rese necessario un parziale congresso, apertosi nel mese di dicembre in Nizza di Provenza, che tutto sistemò con buon ordine, per cui, nella seguente primavera, eseguite le rispettive cessioni e represtinazioni, ha potuto anche la nostra Lombardia gustare i beneficii della pace, dietro la quale avea per otto anni inutilmente sospinto. (1752) E per vieppiù consolidarla, strinse l'augusta Maria Teresa un trattato di alleanza e di commercio coi re di Spagna e di Sardegna, sottoscritto ad Aranjuez il 27 aprile del 1752[315], al quale accedettero in seguito (come era stato loro riservato) il re delle Due Sicilie, il gran duca di Toscana e il duca di Parma. In quello, oltre la reciproca garanzia e difesa di quanto ciascuno possedeva, fu stipulato che, in caso di ostile aggressione, dovessero, due mesi dopo esserne richiesti, accorrere in soccorso della potenza minacciata con un determinato numero di truppe, che non poteva esser minore, per ognuna delle tre principali potenze, di ottomila fanti e quattromila cavalli; quanto al re delle Due Sicilie, di quattromila uomini di fanteria e milleduecento di cavalleria; e di mille uomini a piedi e cinquecento a cavallo per parte dell'infante don Filippo; con facoltà inoltre di dare, invece di soldati, ottomila fiorini d'Impero al mese per ogni mille uomini a piedi, e ventiquattromila per altrettanti a cavallo, da essere rimessi mese per mese ne' banchi di Genova fino al termine della guerra. E per riguardo al commercio, si convenne che i rispettivi sudditi godrebbero presso le altre potenze contraenti dei maggiori privilegi accordati alle nazioni amiche. In particolare poi si conchiusero dall'imperatrice colle corti di Napoli e di Parma alcuni vicendevoli matrimonii, da pubblicarsi ed eseguirsi a suo tempo, e si fissò che tanto il regno delle Due Sicilie, quanto il gran ducato di Toscana, formassero in avvenire due secondogeniture della casa d'Austria e di quella di Borbone del ramo spagnuolo, reversibili alle rispettive discendenze, onde avessero sempre il proprio sovrano naturale. (1753) Anche la situazione famigliare della casa ducale d'Este, ridotta ad un'unica figlia e fuori di speranza di aver altra successione, non fu trascurata dalla perspicacia del ministero austriaco; e, più destro o più fortunato del gabinetto di Parma, che mirava allo stesso intento, riuscì a stipulare una convenzione, per la quale le corti di Vienna e di Modena strettamente si collegarono, a condizione che la principessa Beatrice, figlia del principe ereditario Ercole Rinaldo, ed erede presuntiva di tutti i dominii estensi, nata il 7 aprile 1750, sposerebbe l'arciduca terzogenito, e a questi sarebbe stata conferita la carica di governatore e capitano generale della Lombardia austriaca, da essere supplita durante la sua minore età dal duca di Modena Francesco III. E tutto ciò ebbe immediato effetto, a segno che questo principe, trasferitosi a Milano il 4 gennaio 1754, entrò tosto in possesso della sua nuova dignità, e il conte Beltrame Cristiani, ch'ebbe il merito di aver negoziato quel vantaggioso partito, dalla carica di gran cancelliere del governo, che fu soppressa, venne promosso a quella di ministro plenipotenziario nella Lombardia. Con distinti trattati furono regolati inoltre i confini col re di Sardegna, col duca di Parma, cogli Svizzeri e co' Veneziani. Ma le amichevoli intelligenze e i varii vincoli di parentela e d'interesse contratti colla Spagna e colle potenze italiane non avrebbero bastato a rendere sicura l'Italia nell'emergenza di nuove guerre in Europa, se non riuscivasi a rendere anche la Francia partecipe di siffatti accordi; e a quest'oggetto avendo rivolto l'Austria ogni suo intendimento, vi riuscì con pari felicità: e l'alleanza fra le due corti per tanto tempo rivali, che sempre più si consolidò, se non ha meritato un'unanime approvazione ne' rapporti degli interessi eminenti della monarchia, fu senza dubbio del più deciso vantaggio per la quiete d'Italia. Un altro oggetto della saggia previdenza di Maria Teresa fu di antivenire al caso, benchè rimoto, della successione al trono imperiale, la quale restava quasi assicurata alla sua discendenza se avesse potuto far nominare l'arciduca Giuseppe, suo primogenito, in re de' Romani. Ma questo progetto, messo in campo circa l'epoca di cui trattiamo, e caldamente favoreggiato dall'Inghilterra, potea con difficoltà essere accolto dagli elettori per l'età del principe, che appena giungeva ai dodici anni, ed ebbe un insuperabile contradittore nel re di Prussia, onde soltanto nel 24 maggio 1764, dopo la pace d'Hubertsburgo, che pose fine alla famosa guerra dei sette anni, ha potuto aver esecuzione; abbastanza però ancora in tempo, mentre l'imperatore Francesco I morì l'8 agosto dell'anno seguente. Questo avvicendamento di combinazioni politiche, con tant'arte preparate e condotte ad un solo scopo, fu cagione che la pace d'Italia non fosse più turbata per il corso continuo di quarantotto anni fino al 1796; e tanto la rammentata disastrosissima guerra dei sette anni, che l'altra per la successione nella Baviera, e la turchesca, unicamente un'influenza pecuniaria esercitarono nell'austriaca Lombardia per i sussidii che ha dovuto somministrare. Per la qual causa, congiunta ai buoni ordini introdotti, de' quali siamo per parlare, e alla tranquilla indole degli abitanti, ebbero pur merito i Lombardi d'essersi mantenuti in una costante obbedienza e fedeltà, allorchè, per le riforme dell'imperatore Giuseppe II, eransi ribellati i Paesi Bassi, fervevano gli Stati ereditari, e sì altamente querelavansi gli Ungheri, che fu duopo accondiscendere a' loro gravami.
È gradito incarico allo storico imparziale, dopo di aver dovuto narrare i vizi e gli errori de' potenti e la conseguente oppressione e l'impoverimento de' popoli, di poter talvolta ricreare la mente propria e quella de' lettori colla rappresentazione di tempi meno infelici, e col racconto di un genere di pubblica amministrazione più consentaneo alla dignità e al ben essere degli uomini. Questa lode è meritamente dovuta al regno di Maria Teresa, la quale, a malgrado delle lunghe guerre da cui era bersagliata la monarchia, si mostrò costantemente intenta a dar migliori ordini ai varii rami del suo governo. E fu in ciò provvidamente secondata dalla sorte, mentre, avendo risoluto di liberarsi del referendario Bartenstein, che colla sua prepotente arroganza avea svergognato la diplomazia austriaca sotto Carlo VI, assunse, nel 1753, al supremo ministero il conte, indi principe Antonio Venceslao di Kaunitz-Rietberg. Questo grand'uomo, nato nel 1711, che resse con gloria per lo spazio di quasi quarant'anni i consigli della casa d'Austria, era dotato di molto ingegno, d'uno zelo instancabile e dì somma integrità; abile negoziatore, profondo dissimulatore senza parerlo, impenetrabile ne' suoi secreti, ma ricco d'amor proprio, e perciò presuntuoso ed altiero: così ci è descritto dal Coxe[316] sulla fede de' documenti ufficiali del ministero inglese. Ei possedeva a tal segno la confidenza della sua sovrana, che, essendo ella piissima, ha potuto tuttavia intraprendere e compire con mano ferma le riforme più delicate nelle materie ecclesiastiche. Per ciò che concerne la Lombardia, il compimento del catastro delle proprietà fondiarie, come base della giusta ripartizione del principale tributo, occupò le prime cure dell'imperatrice regina. Questa grande opera, tentata quasi due secoli prima dagli Spagnuoli con informi elementi, instaurata nei primordii della dominazione austriaca, era rimasta interrotta, dopo la spesa di più milioni, per le vicende belliche del 1733. Fu riassunta nel 1749 coll'erezione di una nuova Giunta del censimento, cui fu dato a presidente un dottissimo giureconsulto, Pompeo Neri, espressamente chiamato dalla Toscana, ove copriva la carica di secretario del consiglio di reggenza. Nello stesso tempo fu questi incaricato di esaminare i mezzi più opportuni per una sistemazione del corso delle monete, colla quale fosse posto rimedio al gravissimo danno che si soffriva dal pubblico per il valore arbitrario di esse. A tal fine molte conferenze e molti esperimenti furono allora eseguiti, di concerto colla real corte di Torino, dove un altro gran ministro, il conte Giambattista Bogino, fece ogni sforzo perchè il provvedimento da adottarsi fosse a comune beneficio esteso a tutta l'Italia. Però le corte viste e le piccole gelosie fecero riuscire a vuoto la saggia proposizione; onde questo gravissimo oggetto, rimasto allora deserto, con principii più sicuri, ma circoscritto alla sola Lombardia, fu poscia sistemato soltanto nel 1778.
(1758) Erano quasi ridotti al loro termine i lavori del censimento colle assidue cure di nove anni, quando, essendo il Neri richiamato a Firenze, la Giunta fu sciolta, e sostituita una governativa delegazione; a questa fu dato l'onore di proclamare il compimento dell'opera, e s'incominciò nel 1790 a ripartire il tributo prediale sul nuovo catastro. Contemporaneamente alla partenza del presidente Neri, Milano rimase priva di un altro illustre ministro, il plenipotenziario conte Beltrame Cristiani, morto il 31 luglio, dopo una lunga malattia, che lasciò alternare speranza e timore. La sua morte fu da uomo senza la minima imbecillità. Spedì gli affari con mente serena fino all'ultimo giorno. Egli da un'umile condizione col suo merito e colla sua prudenza giunse al sommo grado di essere padrone del milanese. Gli fa onore il ricordare ch'egli cominciò nel 1725 come podestà di Borgonuovo, feudo del marchese Giandemaria di Parma. Poi fu impiegato in Piacenza, dove il conte Trotti, governatore, lo conobbe e lo fece conoscere ai comandanti degli eserciti austriaci che guerreggiavano. La fermezza del carattere, la sagacità de' ripieghi, la fedeltà sua, gli utili servigi che rese, lo fecero ben presto ammirare. Il duca di Modena, incautamente unitosi agli Spagnuoli, avendo abbandonato i suoi Stati, ne fu commesso il governo al Cristiani, che seppe accontentare l'imperatrice, il duca e il paese. Popolare e disadatto nel suo aspetto, distratto talvolta e balbuziente, senza fasto, e memore sempre del suo primo stato, cercò di placare l'invidia, e l'implacabile superò coll'ingegno. Fu spedito a Vienna colla lusinga che la grossolana figura, anche sucida per l'uso del tabacco da masticare, dovesse dispiacere alla imperatrice regina, e che l'ignoranza del tedesco e del francese lo dovesse far comparire un meschino curiale. Ma egli superò il sorriso che avea destate fra le colte persone, e l'imperatrice gli si rese affetta dopo che gli ebbe parlato. Egli non poteva sperare di essere governatore di Milano per difetto de' natali. Le aderenze colla casa di Modena gli diedero occasione di formare il progetto di far venire a governar stabilmente il milanese il duca Francesco III col titolo di amministratore. Il duca s'annoiava a Modena, amava il soggiorno di Milano, e questo se gli offriva nel luminoso carattere di amministratore del governo, con soldo assai cospicuo, con tutti gli onori, purchè lasciasse ogni cura al Cristiani e concedesse la principessa Beatrice sposa a un arciduca. Si presentò dall'altra parte all'imperatrice un matrimonio per un figlio cadetto, e con esso gli Stati di Modena, Reggio, Mirandola, Massa e Carrara. Richiedevasi l'animo del conte Cristiani per condurre a termine e fermare tali idee. Questo sempre più gli acquistò il cuore e la confidenza dell'augusta sovrana, della quale teneva delle firme in bianco da riempiere, occorrendo un dispaccio. Sin ch'egli visse, lasciò tutte le apparenze al duca, che ognuno credeva che comandasse. Questi mezzi, uniti alla sua mente e operosità, lo fecero trionfare de' nemici. Era uomo generoso, e fedele alla sua parola. Aveva la politica grande, e non pareva nè imbarazzato nè circospetto. Era capace di domandare scusa anche ad un povero, se in un impeto di collera l'avesse ingiustamente offeso. Chi riceveva un'ingiustizia da lui per precipitazione o prevenzione, era sicuro, non solamente d'essere risarcito, ma di fare qualche fortuna. Non era per altro nè colto, nè sensibile in conto alcuno al merito di un letterato o d'un artista. Sapeva il latino, l'italiano, la legge e un po' di storia e nulla più; ma sapeva l'arte di conoscere gli uomini.
(1759) Fu dato in successore al conte Cristiani nella carica di ministro plenipotenziario nella Lombardia il conte Carlo di Firmian, che giunse in Milano il 16 giugno del 1759. Figlio cadetto di una famiglia nobile tirolese, egli avea passato la sua gioventù in Roma come aspirante nella carriera prelatizia senza far fortuna. Di carattere pusillanime e di scarsi talenti, amava più la rappresentazione che gli affari, ed avea l'arte di coprire le qualità che non possedeva colla compostezza, colle scarse e misurate parole, e con un officioso sussiego. In altri tempi, quando i governatori erano i despoti e i legislatori del paese, questa mediocrità poteva nuocere; ma dacchè il conte di Kaunitz fu assunto al supremo ministero della monarchia, le disposizioni legislative e di buon governo procedevano dall'alto, e i ministri nelle provincie divennero semplici referendarii ed esecutori; onde tutto il male che poteva farsi da essi limitavasi a qualche sfavorevole relazione alla corte, e a qualche abuso di minuta polizia, della quale erano lasciati arbitri. Durante il ministero del conte di Firmian furono eseguite le più importanti riforme; e in queste si fecero procedere di pari passo le materie civili e le ecclesiastiche. Si fece sparire ciò che ancora rimaneva delle immunità personali e reali del clero; si proibirono le carceri private alle comunità religiose; fu abolito l'asilo sacro: istituzione incompatibile coi nuovi tempi, e per lo più scandalosa nella pratica. (1762-1768) Il Santo Ufficio dell'Inquisizione venne soppresso. Si limitò la giurisdizione ecclesiastica e il diritto di acquistare alle mani-morte, e si sottoposero le spedizioni di Roma alla cautela del regio _exequatur_, senza il quale non potevano essere eseguite[317]; fu delegata una Giunta per le materie ecclesiastiche miste[318], cui fu poscia sostituita una Giunta economale[319], con giurisdizione privativa ed inappellabile; s'instituì in fine una Giunta subalterna per la riforma dei luoghi pii e delle parrocchie[320]; e queste diverse disposizioni, dopo l'esperienza di sei anni, furono dall'autorità sovrana definitivamente stabilite e confermate[321].
(1769) Forse il caso e forse la precoce antiveggenza dell'imperatore Giuseppe II a raffermare gli animi de' sudditi, fu cagione del primo viaggio che fece quel sovrano in Italia. Partito da Vienna sul fine di febbraio, sotto il nome di conte di Falkenstein, che conservò sempre ne' viaggi successivi, trascorse senza fermarsi a Mantova e Firenze, e fu diritto a Roma con piccolissimo séguito, dove dopo Carlo V nissun altro cesare erasi mostrato. L'improvviso arrivo, la modestia dell'accompagnamento, l'affabilità de' modi, il rifiuto d'ogni pomposa onorificenza furono argomenti di generale sorpresa e meraviglia. Giuseppe II, osservate le cose più insigni di Roma, e di Napoli, visitate le nuove fortezze costruite sull'Alpi dal re di Sardegna, si trattenne nel ritorno nella sua Lombardia nel 23 giugno al 15 luglio. Egli vi si fece ammirare come amico dell'ordine e della giustizia, desideroso del pubblico bene, nemico degli abusi, di un'attività straordinaria, e singolarmente ricco di utili cognizioni. E poichè i fatti parziali sono talvolta più istruttivi di un'intera storia, così non è da tacersi che quel sovrano, il quale, appena ebbe dalla madre nella prima gioventù il potere di ordinare tutto ciò chè concerneva l'esercito, ad imitazione del sistema prussiano, volle introdotta la coscrizione militare in tutti gli Stati austriaci, ad eccezione de' Paesi Bassi, dell'Ungheria, del Tirolo e del Milanese[322]. Avendo, nella visita de' monasteri fatta in Milano, osservato che le monache non occupavansi se non di poco utili esercizi, mandò ad esse una gran quantità di tela affinchè ne preparassero camicie per i soldati[323]. Una inclinazione guerriera, associata ad un istinto di beneficenza e di novità, fu infatti il caratteristico di questo sovrano.
E le riforme proseguivano. Fino dal 1765 era stato creato un supremo consiglio di economia: in questo dicastero, trasformato poscia in magistrato politico camerale, sedettero successivamente gli uomini che maggiormente onorarono il paese, Gian-Rinaldi Carli, Cesare Beccaria e Pietro Verri. (1770) Si eresse un nuovo monte dei creditori camerali, che, dal nome della sovrana, si disse di Santa Teresa, e in esso furono trasportati i creditori del monte civico e del banco di Sant'Ambrogio, salvo a quelli che non amassero il nuovo investimento di ritirare fra un mese i loro capitali[324]. Si ordinò che nello stesso monte fossero versate le somme di riscatto dei debiti di mani-morte, de' quali era permessa la redenzione[325]; e vi furono pure inscritti a credito de' possessori, coll'interesse del sei per cento, i capitali rappresentanti i dazi, i pedaggi e le altre gabelle d'ogni sorta, che nel corso di due secoli e mezzo erano stati venduti, e che furono rivocati alla regia camera[326]. L'esame delle entrate e delle spese delle diverse amministrazioni dello Stato e de' pubblici, che da prima era generalmente avvolto nel mistero, confuso e arbitrario, fu ridotto in un solo centro e ad un metodo uniforme coll'istituzione di una camera de' conti[327]; e fu una prova del merito di essa, frammezzo a tante mutazioni successive, la continuata sua sussistenza. Per fine le pubbliche finanze, che nella sola vista di servire al bisogno presente erano state, nel 1751, date in appalto ad una compagnia di speculatori, i quali, da una condizione oscura, salirono poi a grandi onori e ricchezze, furono per esse gradatamente richiamate allo Stato; prima, nel 1766, coll'averle ridotte ad una Ferma mista, con un terzo di utili e un rappresentante regio; e quindi, nel 1771, con una piena emancipazione, che recò inoltre al regio erario centomille zecchini di maggiore benefizio. (1771) Questo lucro servì all'appannaggio del reale arciduca Ferdinando, che nell'anno stesso si stabilì in Milano, dove il 16 ottobre contrasse, secondo le convenzioni, il matrimonio colla principessa estense Maria Beatrice Riccarda, ed entrò nell'esercizio della carica di governatore e capitano generale della Lombardia. Nè perciò si restituì a' suoi dominii il vecchio duca di Modena che lo avea fino allora rappresentato; ma alternando la sua dimora tra Milano e la sua villeggiatura di Varese, morì in quest'ultima, di ottantadue anni, il 22 febbraio del 1780. A questo tempo ebbe pure effetto un'istituzione di grande e permanente utilità, il pio albergo Trivulzio, aperto ai poveri de' due sessi che hanno oltrepassata l'età di sessant'anni. Benchè questo stabilimento sia in origine dovuto alla privata munificenza, fu esso dalla provvidenza sovrana assai favoreggiato, sia coll'assenso prestato per i beni soggetti a vincolo feudale e assegnatigli in dote, sia coll'unire a quello l'antico ospitale de' vecchi e con altre proficue assistenze[328]. Si vide allora una celebre donna dedicarsi spontaneamente in quell'albergo alla soprintendenza del quartiere femminile, e poscia ella stessa ricoverarvisi per essere più pronta a que' servigi. Fu dessa Maria Gaetana Agnesi. Nata in Milano, di nobile famiglia, nel 1718, educata alle lettere e nello studio delle matematiche dal dottissimo e modesto Ramiro Rampinelli, avea di trent'anni pubblicate le sue _Istituzioni analitiche_, che, neppure avvertite in patria, riscossero altissime lodi dalle primarie società scientifiche dell'Europa. Visse poi il restante della lunga sua vita nell'albergo Trivulzi, indifferente alla dimenticanza de' suoi concittadini, dividendo ogni sua cura tra le assunte opere di pietà e gli studi sacri, ai quali erasi intieramente dedicata, finchè tardi venne la morte a raggiungerla nell'ottantesimo primo anno della sua età.