Storia di Milano, vol. 3

Part 2

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Il duca Francesco Sforza l'anno 1522 confermò il senato; stabilì che venisse composto di ventisette senatori, cioè cinque prelati, nove cavalieri e tredici dottori. L'editto è del giorno 18 maggio 1522[29]. Questo corpo ebbe in quella occasione la pienissima podestà di procedere, e giudiziariamente, ed anche per la via della equità:[30] _Possitque ea omnia quae justitiae et aequitatis._ Creato, siccome vedemmo, nel principiare del secolo XVI, egli, sebbene mutata la forma e ridotto a soli undici giureperiti de' quali nove soli sedenti, durò sino alla primavera del 1786 per lo spazio di ducent'ottantacinque anni. Gaillard, nella sua assai bella storia del re Francesco I, ci informa di varii aneddoti, i quali hanno relazione immediata cogli avvenimenti accaduti nel milanese, Lautrec, siccome accennai, aveva da bel principio chiesto soccorsi di denaro al re, protestandosi incapace di far fronte ai collegati senza di questo mezzo, per mantenere l'armata ed accrescerla cogli Svizzeri. Il re credeva che Lautrec avesse ricevuti quattrocentomila scudi, ch'egli aveva comandato se gli spedissero; e restò sorpreso, allorchè intese da Lautrec in sua discolpa che nulla eragli giunto, e che i Francesi erano creditori dello stipendio di diciotto mesi. L'ordine l'avea dato il re ad un vecchio ed onorato ministro di somma integrità, che il re chiamava padre suo, cioè al sopraintendente Saint-Blançay, il quale, interpellato dal suo monarca sulla spedizione di quella somma, tremando e sbigottito, gli significò che la duchessa d'Angoulème l'aveva obbligato a consegnarle i quattrocentomila scudi, comandandogli il segreto, e rendendosi ella mallevadrice delle conseguenze. Il povero ministro aveva la polizza segnata dalla duchessa, da cui appariva lo sborso fattole. Sin qui si scorge un intrigo di corte per fare scomparire Lautrec, fratello della favorita, a costo della perdita d'una provincia e del sangue di migliaia di uomini. Luisa di Savoia, madre del re, e duchessa d'Angoulême, secondò due personali passioni, l'avidità del denaro, e la gelosia di comandar sola nell'animo del re suo figlio. Qualche cosa ancora di peggio manifestò ella poi, quando chiamò mentitore il Saint-Blançay, e sostenne che que' denari erano un capitale suo che se le restituiva. L'orrore poi va al colmo, sapendosi che quell'onoratissimo vecchio ministro venne impiccato a Montfaucon[31]. (1523) La duchessa d'Angoulême, nel 1523, aveva quarantasette anni, nudriva qualche passione pel duca di Bourbon, contestabile di Francia, avendo essa contribuito a fargli avere degli onori, dovuti alla nascita e merito suo, ma che il re da sè medesimo dati non gli avrebbe, attesa la nessuna conformità fra l'umore vivace del re e la grave fierezza del duca; aveva trentaquattro anni il contestabile, allorquando le attenzioni della vedova duchessa d'Angoulême divennero sì pressanti, che ei lasciò chiaramente scorgere quanto importune gli fossero. La duchessa era tanto bella, quant'era possibile all'età sua. Ma ella avea l'anima tanto bassa e plebea, che pensò di vendicarsene, o di ridurre il duca a capitolare con lei promovendogli de' mali. Cominciò a fargli sospendere le pensioni. Il duca non se ne lagnò, anzi a dispetto di lei accrebbe il fasto e la pompa, per mostrare quale ei fosse indipendentemente dai soldi del re. Il contestabile invitò il re alla sua terra di Moulins, e lo accolse con feste splendidissime[32]. La duchessa fece proporre al contestabile la sua mano; egli sdegnò e derise queste nozze. Allora la donna in furore, adoperando il cancelliere di Francia Duprat, uomo nemico del contestabile, creatura della duchessa, e degno di tal protettrice, intentò una lite a nome del re al contestabile per ispogliarlo di tutti i suoi feudi, il Borbonese, l'Auvergne, la Marche, il Forêt Beaujolis, Dombres e molte altre signorie. La lite cominciò collo spogliare il contestabile, e porre i suoi beni sotto sequestro. Egli era il secondo principe del sangue reale, il primo pel suo merito e contestabile del regno. Carlo V, che avea rocchio sulla Francia, côlse il momento opportuno, e, per mezzo del conte di Beaurein, fece al contestabile le più vantaggiose proposizioni: si trattava d'invadere la Francia, e colle armi spagnuole dare al contestabile la sovranità delle terre sue, con aggiunta di altre: contemporaneamente Arrigo VIII dovea invadere altre province, sulle quali l'Inghilterra avea delle pretensioni. Così il re di Francia diventava un principe da non più contrastare a Carlo V. La trama venne scoperta. Il contestabile a stento, trasvestito, si pose in salvo nella Franca Contea. Il re Francesco avrebbe voluto che il parlamento di Parigi fosse sanguinario contro i complici, e lo mostrò tenendo un letto di giustizia, e rimproverando al medesimo le sue mitigate sentenze. Coloro che credono siffatti intrighi di corte invenzione dei tempi a noi più vicini, leggono meglio la storia. Così debbe accadere ogniqualvolta un principe d'animo debole si lasci dominare; e peggio poi, se da due opposti partiti. La duchessa d'Angoulême voleva comandar sola. La contessa di Chateau-Briant voleva aver parte al comando. Il duca di Bourbon, prendendo il partito di Carlo V, comparve un fellone. In fatti egli lo era. Coriolano pure per altra cagione tale si mostrò. Se non posso far l'apologia del duca di Bourbon, posso almeno compiangerlo; egli meritava un miglior destino. Gli storici nostri l'hanno insultato oltre il dovere.

Frattanto gli affari de' Francesi andavano ogni dì peggiorando. Il presidio francese nel castello di Milano, il giorno 15 d'aprile 1523, aveva ceduto il suo posto,[33] _Custodibus partim morbo absumtis, partim morae taedio inopiaque cibariorum adactis_, dice Sepulveda[34]. Non rimaneva più alcuno spazio occupato dai Francesi, trattone il castello. Il loro comandante, Janot d'Herbouville, signore di Bunon, era morto. Erano in tutto quaranta francesi, e trentadue essendone periti, i soli otto che rimanevano si obbligarono con giuramento di non ascoltare mai proposizione di rendersi, e diciotto mesi si sostennero. Così almeno ce n'assicura lo storico Brantome[35]. I Veneziani, vedendo andare così alla peggio gli affari del re di Francia, informati della indole del re, distratto dalle occupazioni, immerso nei piaceri, dominato a vicenda da due donne, conobbero che erano passati i tempi del buon Lodovico XII, e che l'essere collegati colla Francia non poteva essere loro di verun giovamento, anzi riusciva di molto pericolo attese le minacce del potentissimo ed attivissimo Carlo V. Veramente non aveano i Veneziani alcun plausibile pretesto per mancare alla lega che univali colla Francia; ma la Francia istessa, quattordici anni prima, colla lega famosa di Cambrai aveva insegnato ad essi a sostituire al codice del gius delle genti quello della convenienza. Il re di Francia in oltre era minacciato d'una invasione per parte degli Inglesi. A ciò si aggiungeva la moderazione che Cesare mostrava, consegnando al duca Francesco Sforza le fortezze acquistate dai Francesi, il che toglieva dall'opinione l'inquietudine che un monarca troppo potente, occupando il milanese, no 'l ritenesse, e li rendesse confinanti d'una terribile sovranità. Tutto ciò mosse i Veneziani a collegarsi coll'imperatore, col papa Adriano, Francesco Sforza, i Fiorentini, i Sanesi ed i Lucchesi. S'obbligarono a somministrare seicento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e seimila fanti per la difesa dello Stato di Milano; e Carlo V si obbligò a difendere tutte le possessioni de' Veneziani nell'Italia. Tal confederazione seguì nel mese di luglio del 1523[36].

La duchessa d'Angoulême voleva che si ricuperasse il ducato di Milano, come lo bramava pure il re; ma voleva che l'onore di quest'impresa venisse accordato all'ammiraglio Bonnivet, e il re al solito accondiscese. Trentamila fanti e duemila uomini d'anni furono posti in marcia sotto il comando di Bonnivet, creatura della duchessa d'Angoulême; e questo Bonnivet fu poi cagione della totale irreparabil rovina de' Francesi e della prigionia dello stesso re, siccome vedremo. Il vecchio generale de' collegati, Prospero Colonna, non trovandosi forte a segno di sostener l'impeto di quest'armata, che s'incamminava verso del milanese, divise nei presidii i soldati. Diè Pavia da comandare al Leyva, per sè tenne il comando di Milano. Mentre si disponeva questa invasione, il duca Francesco Sforza fu in pericolo colla sua morte di lasciare più libero il campo alle ragioni del re di Francia; poichè, venendo egli da Monza a Milano a cavallo, ed avendo ordinato alle sue guardie di stargli lontane per non soffrire la polve che alzavano col calpestio, se gli accostò Bonifazio Visconti, giovine di nobilissima famiglia, e giunto ad un quadrivio, a tradimento sfoderò una daghelta e tentò di percuotere il duca nella lesta; ma il movimento del cavallo fe' sì che appena leggermente lo ferì sulla spalla. Questo Bonifazio era _assai domestico dell'eccellenza del duca_, dice Burigozzo, il quale asserisce essere accaduto il fatto nel giorno 21 di agosto 1523. L'assassino profittò del velocissimo suo corsiero, e potè salvarsi nel Piemonte[37]. Il duca ritornossene a Monza. Per Milano si sparve nuova che il duca fosse morto o moribondo, e ciò produsse una vera desolazione ne' cittadini. Tre giorni dopo il duca venne a Milano. L'ammiraglio Bonnivet, senza contrasto alcuno, entrò nel milanese, e direttamente si presentò sotto le mura di Milano per assediarla; ma la plebe era _ardentissima con l'animo e con le opere contro i Francesi_, dice Guicciardini[38]; e il Gaillard scrive: «L'infaticable Moron, plus utile au duc de Milan, que les plus habiles généraux, encourageoit et les bourgeois et les soldats, veilloit à l'approvisionnement de la place, à l'avancement des travaux, et faitsoit de plus repentir les François de ne lui avoir point tenu parole[39]». La comparsa de' Francesi sotto Milano segui verso la metà di settembre; intrapresero l'assedio: ma il giorno 12 di novembre cominciò a cadere gran copia di neve, e continuò un tempo cattivissimo per tre giorni. Le opere che aveano scavate i Francesi, erano impraticabili a cagione del fango profondo. Assai malvestiti erano i Francesi, e non era possibile che reggessero a questa stagione; quindi il giorno 14 di novembre 1523, dopo otto settimane di assedio, si ritirarono ricoverandosi a Rosate ed Abbiategrasso.[40] Bonnivet voleva ripassare le Alpi, e per assicurarsi la ritirata propose a Prospero Colonna una tregua; ma il Colonna non diede retta a tal partito, quantunque l'ammiraglio francese avesse interposta a favor suo la mediazione di «Madonna Chiara, famosa per la forma egregia del corpo, ma molto più per il sommo amore che le portava Prospero Colonna[41]»; il quale innamorato aveva ottant'anni[42], ed infatti fra pochi giorni spirò in Milano il 28 dicembre 1523[43], essendogli succeduto nel comando il vicerè di Napoli Carlo Lannoy. Circa a quel tempo venne a Milano il duca Carlo di Bourbon, già contestabile di Francia, e luogotenente e governatore del milanese sette anni prima; indi, in questo stesso anno 1523, col carattere di luogotenente generale cesareo.

(1524) Rimanevano i Francesi acquartierati ad Abbiategrasso, non senza molestia della città, la quale riceve una buona parte della provvisione dal canale detto _Naviglio_, che passa appunto in Abbiategrasso, quindi quella via rimaneva intercetta, a meno che non se ne facessero sloggiare i Francesi. Il duca, amato e riverito da' suoi Milanesi, pensò a quest'impresa. I Milanesi avevano somministrati novantamila ducati al loro buon principe, che ne aveva bisogno per difendersi[44]. Nel mese di aprile del 1524 il duca Francesco II, con una scelta squadra de' suoi Milanesi, marciò ad Abbiategrasso, e impetuosamente per assalto se ne impadronì[45], e poco dopo l'ammiraglio Bonnivet ripassò i monti, e così terminò questa spedizione[46]. Sgraziatamente però terminò per Milano la vittoria di Abbiategrasso, poichè eravi la pestilenza; ed i Milanesi vincitori la portarono nella patria, la quale pestilenza fu una delle più funeste e micidiali. La strage maggiore seguì nei mesi caldi di giugno, luglio ed agosto del 1524[47]. La cronaca del Grumello dice: «Et fu un pessimo sacco per la città Mediolanense. Apichata fu peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d'epso castello portate in dicta cittate, si existima moressero de le anime octanta millia, et più presto de più che di mancho[48]»; e Burigozzo fa ascendere la mortalità a più di centomila persone. Una cronaca originale, che si conserva in Pavia presso la nota famiglia dei conti Paleari, intitolata: «_Relazione delle cose successe in Pavia dall'anno 1524 al 1528, del molto magnifico signor Martino Verri_, dice che in Milano, per la pestilenza del 1524, morirono _la metà delle persone, e quella durò per tutto il mese di agosto_. Il Sepulveda asserisce che più di cinquantamila uomini vi perirono[49]. Il Bascapè, nella vita di San Carlo, dice:[50] _Ut amplius quinquaginta millia hominum in urbe interirent, praeter alios innumerabiles qui in oppidis desiderati sunt_[51]. Questa insigne disgrazia forma una epoca per la storia di Milano. Se per lo passato la città, ricca, popolata, presentò i suoi cittadini animosi e non indegni della stima altrui, dopo questo colpo fatale la città stessa, misera, spopolata, languente, non mostrò più se non pochi cittadini, oppressi nell'animo, e destinati, per le sciagure de' tempi, a invidiare la sorte dei loro parenti uccisi dalla pestilenza. Così in fatti vedremo; e pur troppo duolmi di dover occupare l'animo mio delle luttuose avventure che dovrò riferire[52].

Carlo V, per dare al re di Francia di che occuparsi nel suo regno, senza pensare al Milanese, spedì un corpo d'armati oltre i Pirenei. S'impadronì di Fonterabia, che si arrese al contestabile di Castiglia Inigo Velasco. Il comando di quell'armata venne in apparenza affidato al duca Carlo di Courbon, e, secondo il trattato, dovevano occuparsi Forêt Beajolis, Bourbonnois, Auvergne ed altri feudi del duca, il quale voleva rapidamente marciare a Lione, e così di slancio occupare la Francia meridionale, promessagli da Carlo V, confidandosi molto nel cuore de' suoi sudditi, sdegnati contro l'ingiustizia del re, ed affezionati a lui ed alla sua casa. Ma Carlo V temeva ch'egli, poichè avesse ottenuto l'intento, non si accomodasse col re. Pescara eragli a fianco, e ne attraversò l'idea. Si progettò di occupare le fortezze poste alle spiagge, acciocchè l'armata per mare avesse la sussistenza, la quale sarebbe stata in pericolo di esserle intercetta, qualora avesse dovuto passar per le gole dei Pirenei. Si pose l'assedio a Marsiglia. Il re di Francia, animato dall'ammiraglio Bonnivet, si dispose a portare in persona la guerra nel milanese. Questo colpo, che sembrava ardito ed inconseguente, nacque da uno di quei segreti di Stato, i quali rare volte si indovinano dal pubblico, perchè non sono parti di una sublime politica, alla quale soglionsi attribuire forse con troppa generosità tutte le risoluzioni de' gabinetti; e rare volte trovansi scrittori informati o coraggiosi a segno di pubblicarli. Il segreto di questa risoluzione ci vien palesato dallo storico Brantome nella vita dell'ammiraglio Bonnivet. Bonnivet fece venire al re la smania di vedere la signora Clerici, la più bella donna d'Italia, la quale esso ammiraglio aveva conosciuta ed amata in Milano prima che ne partissero i Francesi[53].

L'armata francese, che scese dalle Alpi, guidata dal suo re in persona, era composta di duemila uomini d'armi, tremila cavalli leggieri, ventimila fanti, metà francesi e metà svizzeri, seimila fanti tedeschi e cinquemila fanti italiani[54]. Alla metà di ottobre del 1524 passò le Alpi. «A tal nuova, quantunque Milano fosse resa deserta dalla pestilenza, e mancante affatto d'ogni provvisione, i pochi cittadini che rimanevano, offersero al loro principe Francesco II la vita e le sostanze»: ma il duca, seguendo anche il consiglio di Girolamo Morone, suo gran cancelliere, ringraziò i cittadini, conoscendo che non era più il tempo di opporsi, e che nella debolezza di allora si sarebbe provocato inevitabilmente l'ultimo eccidio della patria comune. Comandò dunque il duca ai Milanesi che non irritassero i nemici, piegassero ai tempi, e confidassero nell'aiuto della Divinità e nella fortuna di cesare. Egli partì da Milano il giorno 3 di ottobre, e si collocò a Soncino nel Cremonese col vicerè di Napoli, Carlo Lannoy. Il re di Francia entrò nel milanese il giorno 23 ottobre 1524. Si trattenne a Vigevano, e spinse a Milano il marchese di Saluzzo[55]. Tutto ciò seguì senza contrasto alcuno e senza spargimento di sangue, poichè pochi erano gli armati e il fiore di questi si ricoverò in Pavia sotto il comando di Antonio Leyva[56]. Ben è vero che il Bourbon e il Pescara, appena intesero la marcia del re, che, abbandonando Marsiglia, per le _riviere marittime_ passarono per aspri colli[57], e con mirabile celerità volarono con rinforzo alla difesa del milanese, e in venti marce, _vicenis castris_, dice Sepulveda[58], si trovarono a Pavia nel giorno medesimo in cui il re giunse a Vercelli, cioè il giorno 20 di ottobre anzidetto[59]. I Francesi, impadronitisi della città di Milano, posero l'assedio al castello, presidiato da seicento spagnuoli. Dice il Guicciardini che il re dispose «con laude grande di modestia e benignità, che ai Milanesi non fosse fatta molestia alcuna[60]». Il povero nostro merciaio Burigozzo, ch'era testimonio di vista, scriveva che i Francesi «fazevano tanto male per Milano, che non saria possibile a poter narrare, e de robare et de logiare senza discrezione, et non tanto il logiare, ma volevano le spese et denari, et andavano in le caxe dove li era buon vino et lo volevono, et così d'altro, etc.» Pavia era stata riparata; era luogo assai forte, ed ivi eranvi ricoverati i soldati migliori. Il re si propose d'impadronirsene, sicuro che, fatto un tal colpo, ei si rendeva assoluto padrone del milanese. Ma tale era l'avversione che il crudele Lautrec aveva stampata negli animi de' popoli per la dominazione francese, che tutti i cittadini, i mercanti, le donne istesse esponevano la vita per difendersi contro dei Francesi; il che si vide prima in Milano, poi in Pavia; dove, postovi l'assedio dal re, talmente erano amici e confidenti i cittadini coi soldati che vivevano come fratelli, s'esponevano ai pericoli, tutti indistintamente, soldati e cittadini; il denaro dei cittadini era offerto per accontentare i soldati che non avevano paghe; i mercanti di panno vestivano i soldati, acciocchè reggessero al freddo, e vedevansi prodigi di valore e di buona armonia. La cronaca del Verri descrive un fatto in cui i soli cittadini respinsero i Francesi, i quali da Borgo Ticino per un sotterraneo erano penetrati al disopra del ponte levatoio; e, sbigottiti dalla sorpresa, alcuni pochi tedeschi che vi stavano in fazione, essendo essi fatti prigioni, i soli cittadini, diceva, si opposero, e diedero tempo al Leyva di accorrere co' suoi, senza di che Pavia era presa. Il Tegio ci racconta che una delle più illustri matrone, «Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole, non si sdegnò con quelle belle e bianche mani portare le ceste piene di terra al bastione, e con parole ornate e piene di efficacia accendere li animi de' cittadini e de' soldati alla difesa». Tanto male potè fare al suo re il Lautrec, da rendere inespugnabile per l'animosità de' cittadini una città, che ne' combattimenti di dominazione accaduti prima e poi, non comparve mai una fortezza molto importante!

Il re da principio, profittando dell'ardore dei suoi soldati, cercò d'impadronirsi di Pavia con assalti impetuosissimi e replicati; poi, vedendosi vittoriosamente respinto e disperando di ottenere la città con tal mezzo, si pose a battere le mura coll'artiglieria per diroccarle ed aprirsi la strada; ma le rovine del giorno si andavano con maravigliosa avvedutezza riparando la notte dagli assediati, che, con fascine, cementi, travi, terra, riempivano i vani che si andavano formando. Fralle altre prove della sconsigliata condotta del re, vi è quella che mancogli la polve per continuare nell'impresa, e se il duca di Ferrara non gliela somministrava, egli era costretto a desistere[61]. Vedendo inutili gli assalti, delusa l'azione dell'artiglieria, si rivolge al progetto di sviare il Tesino da Pavia, cd inalvearlo tutto nel Gravellone, col mezzo d'una chiusa posta al luogo ove si divide il fiume in due correnti. Il progetto fu d'un tenente della compagnia d'uomini d'arme del signor d'Alençon, che aveva nome _Silly_ baglì di Caen. Se riusciva il progetto, il re presentava le sue forze dal lato debole della città, marciando nel letto del fiume; ma una piena rovesciò la chiusa. Si tentò la seduzione; ma in vano. Finalmente fu costretto il re di cambiare l'assedio in un blocco, ed accontentarsi di cingere la città, aspettando che venisse costretta a cedere per mancanza di viveri. Questa è la serie degli avvenimenti presa nel suo tutto; e questo è il transunto di quanto si raccoglie dal Tegio, dal Guicciardini, dal Gaillard, dalle cronache del Grumello, del Verri e d'altri. Ma siccome per le conseguenze un tal assedio si rese famoso, e forma una epoca memorabilissima, non solo della storia d'Italia, ma della patria nostra singolarmente, così anch'io ne scriverò alcune particolarità, di quelle che soglio ommettere ne' casi comuni. All'oriente di Pavia, cioè a San Giacomo, a Santo Spirito, a San Paolo, a Sant'Apollinare stavano i quartieri degli Svizzeri allo stipendio de' Francesi; al nord stavano i Francesi, acquartierati a Mirabello e Pantalena; da ponente stavano alloggiati alla badia di San Lanfranco il re di Francia e il re di Navarra; a San Salvadore alloggiava il principe di Lorena co' Svevi e Grigioni; a mezzodì finalmente custodivano i posti, sotto il comando del marchese di Saluzzo e di Federico di Bozzolo, gli italiani misti co' francesi[62]. Il giorno 8 di novembre in tre luoghi era aperta la breccia, tanto era possente e replicato l'insulto di grossissima artiglieria! Tentarono dalla parte orientale l'assalto, e già due insegne francesi erano saliti sopra la rottura piantandovi le bandiere, e furono bravamente rispinti e rovesciati nella fossa. Contemporaneamente il re diresse l'attacco dalla parte occidentale. Fu impetuosissimo, e volle accorrervi il comandante don Antonio de Leyva. Vennero scacciati i Francesi, lasciando più di trecento morti sotto quelle mura[63]. Nè sempre stettero sulla difesa gli assediati; fecero anzi delle uscite, fralle quali una ne scrive la cronaca di Martino Verri, per cui s'innoltrarono sino a Campese, e tagliarono a pezzi dodici insegne di bellissima gente, onde ricoveraronsi nella città carichi di bottino, trasportando due pezzi d'artiglieria. Il presidio di Pavia era di seimila soldati[64].